Consoli
Teodosio Augusto per la quindicesima volta e Valentiniano Augusto per la quarta.
Teodosio imperadore, zelante custode della dottrina della Chiesa, perchè tuttavia bolliva in Oriente una fiera discordia per cagione del condannato e deposto Nestorio, in quest'anno fece proibire la lettura dei di lui libri [Pagius, Critic. Baron.], con ordinare eziandio che fossero bruciati. Furono inoltre esiliati non pochi vescovi, che ostinatamente o non volevano condannar quell'eretico, o ricusavano di aver comunione con Cirillo vescovo d'Alessandria, cioè col primo mobile di tutti gli atti contra di Nestorio. Intanto Aezio generale di Valentiniano, secondochè abbiamo da san Prospero [Prosper, in Chronic.], era passato nelle Gallie per mettere in dovere i Borgognoni, cioè que' Barbari, che già stabiliti nel paese, onde poi venne il nome della Borgogna, ed in altri circonvicini paesi, infestavano le provincie romane. Idacio [Idacius, in Chron.] scrive che costoro si ribellarono, con indizio ch'essi signoreggiavano bensì in quelle contrade, ma con riconoscere l'imperador d'Occidente per loro sovrano. Riuscì a quel valoroso generale di dar loro una rotta tale, che Gundicario re de' medesimi fu obbligato a supplicare per ottener la pace, che gli venne accordata da Aezio. Fa menzione di questa vittoria anche Apollinare Sidonio [Sidon., in Panegyr. Aviti.], con dire che i Borgognoni s'erano scatenati contro la provincia belgica; e che Avito, il qual poscia fu imperadore, anche questa volta fu compagno di Aezio nello sconfiggerli. Abbiamo parimente dal sopraddetto Prospero, siccome ancora da Cassiodoro [Cassiod., in Chronic.], che nel febbraio del presente anno in Africa nella città d'Ippona fu conchiusa la pace fra l'imperador Valentiniano e Genserico re de' Vandali, con avere il primo ceduta all'altro una porzione dell'Africa. Sant'Isidoro [Isidorus, in Chron. Vandal.] attesta che Genserico in quella occasione si obbligò con forti giuramenti di non molestar in avvenire le provincie romane. Questa pace, che l'autore della Miscella [Histor. Miscell., lib. 14.] chiama piuttosto necessaria che utile, fu maneggiata e condotta a fine da Trigezio uffiziale di Valentiniano. E d'essa fa menzione ancora Procopio [Procop., lib. 1, cap. 4, de Bell. Vand.], con lodare la prudenza di Genserico, il quale, senza lasciarsi gonfiare dalle passate prosperità, pensando che, se continuava la guerra, poteva voltar faccia la fortuna, giudicò più spediente di assicurar colla pace le conquiste già fatte. Aggiugne Procopio che Genserico si obbligò di pagar ogni anno tributo a Valentiniano Augusto, e che per, sicurezza de' patti, mandò per ostaggio a Ravenna Unnerico suo figliuolo. Certo è che restò in poter dell'imperadore Cartagine; qual parte toccasse a Genserico, lo vedremo più abbasso. Era fuggito a Costantinopoli Sebastiano conte, e genero già di Bonifacio patrizio, siccome è detto di sopra. Bisogna che la persecuzion d'Aezio patrizio il raggiugnesse fino colà; perciocchè sotto quest'anno racconta Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] ch'egli fuggì dalla città Augusta, e che poi in Africa fu ucciso. Ma egli non andò a dirittura in Africa, e la sua morte appartiene ad altro tempo, siccome vedremo più abbasso. Sembra bensì doversi riferire a quest'anno ciò che narra Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chron.], cioè che nella Gallia ulteriore succedette una ribellione, di cui fu capo un certo Tibatone, con essersi levati que' popoli dalla ubbidienza del romano imperio. Avvenne di più, che in mezzo a quelle turbolenze quasi tutti i servi, o, vogliam dire, gli schiavi, sottrattisi all'ubbidienza de' lor padroni, in Bagaudam conspiravere. Colle quali parole vuol dire che costoro si gittarono nella fazione de' Bagaudi. Così erano chiamati nella Gallia le migliaia di contadini e di altre persone che per cagione del mal governo degli uffiziali dell'imperadore s'erano ribellati molti anni prima, e dopo essersi fatti fuori nelle castella e rocche, viveano di ladronecci e rapine. Veggasi il Du-Cange [Du-Cange, in Glossar. Latinit. ad vocem Bagauda.]. Con costoro dunque s'attrupparono anche in gran parte i servi di quelle contrade, per vivere col mestiere infame degli altri. Scrive il Sigonio [Sigon., de Regno Occident. lib. 12.] che Valentiniano Augusto si portò in quest'anno a Roma per solennizzarvi l'anno decimo del suo imperio: il che fu fatto con gran magnificenza di giuochi e spettacoli. Onde s'abbia egli tratto questo viaggio dell'imperadore, non l'ho fin qui rinvenuto.
CDXXXVI
| Anno di | Cristo CDXXXVI. Indiz. IV. |
| Sisto III papa 5. | |
| Teodosio II imp. 35 e 29. | |
| Valentiniano III imper. 12. |
Consoli
Flavio Artemio Isidoro e Flavio Senatore.
Amendue questi consoli furono creati in Oriente da Teodosio Augusto. Senatore si trova ancora chiamato Patrizio in una lettera di Teodoreto [Theod., Epist. XLIII.] e negli atti del concilio calcedonense. Gli ho io dato il nome di Flavio, perchè così ha un'iscrizione da me prodotta nella mia Raccolta [Thesaur. Novus Inscript. Class. Consulum.]. Durava la pace tra i Romani e i Goti appellati Visigoti, che signoreggiavano nella Gallia le provincie dell'Aquitania e Settimania. Ma Teodorico re d'essi Goti, non contento de' confini del suo regno, cercò in questi tempi di dilatarlo alle spese de' vicini. Però uscito in campagna, secondochè attesta s. Prospero [Prosper, in Chronic.], s'impadronì della maggior parte delle città confinanti, e pose l'assedio a Narbona. Fecero lungamente una gagliarda difesa i soldati romani coi cittadini, ma per la mancanza de' viveri erano vicini a cadere nelle mani del re barbaro, quando Aezio generale dell'imperadore, che si trovava allora nelle Gallie, spedì in loro aiuto Litorio conte con un grosso corpo di milizie. Questi avendo fatto prendere a cadauno de' cavalieri in groppa due moggia di grano, minori di gran lunga allora, che quei d'oggidì, spinse coraggiosamente innanzi, e gli riuscì d'entrare nella città, con provvederla abbondantemente di vettovaglia. Allora i Goti, ossia che seguisse un combattimento, in cui ebbero la peggio, oppure che vedessero cessata affatto la speranza di conquistar quella piazza, e massimamente dopo un sì poderoso rinforzo di viveri e di gente, ritiratisi in fuga, abbandonarono l'assedio. Idacio [Idacius, in Chron.] anch'egli scrive (ma sotto l'anno seguente) che i Goti cominciarono ad assediar Narbona; e poscia sul fin di esso anno 436, o pure nel susseguente 437, seguita a dire che Narbona fu liberata dall'assedio de' Goti per valore di Aezio generale della milizia cesarea: il che fa vedere che non è sempre sicura la cronologia d'Idacio. Sant'Isidoro [Isidorus, in Chron. Gothor.] aggiugne che Teoderico fu messo in fuga da Litorio capitano della milizia romana, il quale menava in suo aiuto gli Unni. A quest'anno ancora, o al seguente, s'ha da riferire una scossa grande data al regno de' Borgognoni nelle Gallie. Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chronic.] lasciò scritto che si accese una terribil guerra tra i Romani e i Borgognoni, e che essendo venuti ad una giornata campale, Aezio generale de' Romani riportò un'insigne vittoria colla morte di Gundicario re di quei Barbari, la nazion de' quali ivi perì quasi tutta. S. Prospero aggiugne che in quest'impresa gli Unni furono collegati dei Romani, anzi a lor stessi attribuisce questa gran vittoria. E che in questo fatto d'armi intervenisse lo stesso Attila re degli Unni, si raccoglie da Paolo Diacono nelle vite de' vescovi di Metz [Paulus Diacon., in Vitis Episcopor. Metens.], dove narra che Attila, dopo avere atterrato Gundicario re de' Borgognoni, si diede a saccheggiar tutte le contrade delle Gallie. Ma convien ben confessare che la storia di questi tempi resta assai scura e mancante di notizie, non sapendo noi dove allora avessero la lor sede gli Unni, i quali di sopra vedemmo cacciati dalle Pannonie; nè come Attila entrasse nelle Gallie, e ne uscisse poco appresso; nè perchè, se era in lega con Aezio, si mettesse poi a devastar esse Gallie. Aggiungasi che Idacio [Idacius, in Chron.] imbroglia la cronologia, perchè sembra rapportar piuttosto questo fatto all'anno seguente, se è vero ciò che pretende il padre Pagi, cioè che il suo anno d'Abramo 2453 cominci il primo dì d'ottobre dell'anno nostro 436, perciocchè Idacio sotto quell'anno, dopo la liberazion di Narbona, scrive che furono uccisi circa ventimila Borgognoni. Bisogna ancora supporre che gli Svevi nella Gallicia inquietassero i popoli romani, giacchè il medesimo Idacio sotto lo stesso anno racconta che furono spediti per ambasciatori a quella barbara nazione Censorio e Fretimondo per commissione, come si può credere, di Aezio. Per altro non sussiste ciò che racconta Prospero Tirone, cioè che perisse quasi tutta la nazion dei Borgognoni, perchè oltre al vederla tuttavia durare, all'anno 456 troveremo anche i re loro, per attestato di Giordano storico. Abbiamo poi da Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] che Teodosio in quest'anno andò a Cizico, città della Misia, per mare; e dopo aver fatti a quella città molti benefizii, se ne tornò a Costantinopoli. Da un rescritto ancora, che vien rapportato dal cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccl.], intendiamo che nel presente anno da esso piissimo Augusto fu relegato in Oasi, luogo di solitudine nell'Egitto, l'empio Nestorio; perchè avendolo prima confinato in un monistero di Antiochia, non lasciava di seminar le sue eresie. Però non si sa vedere quali bilancie adoperasse il cardinal annalista, là dove accusa quel pio imperadore di una peccaminosa indulgenza verso quell'eresiarca. Sbalzato di qua e di là questo mal uomo, e più che mai ostinato nei suoi errori, finì di vivere e d'infettare la Chiesa nel presente anno. Evagrio, Teodoro Lettore, Cedreno e Niceforo scrivono che gli si putrefece la persona tutta, e gli si empiè di vermini la lingua; ma non c'è obbligazione di prestar fede a questo racconto.