Consoli

Teodosio Augusto per la sedicesima volta, e Anicio Acilio Glabrione Fausto.

I nomi del secondo console, non conosciuti in addietro, risultano da una iscrizione da me data alla luce [Thes. Novus Inscript., pag. 404.]. S'era creduto in passato per fallo dei copisti, che Teodosio Augusto nell'anno 435 avesse pubblicato il Codice, chiamato dal suo nome Teodosiano; ma Jacopo Gotofredo [Gothofred., in Prolegomen. ad Cod. Theodos.] mise in chiaro, che solamente nel presente anno seguì questa pubblicazione. In fatti si truovano in esso Codice leggi date anche nel 436 e 437. La legge, con cui fu confermato esso Codice da Teodosio, si vede indirizzata a Fiorenzo, che era prefetto del pretorio dell'Oriente in quest'anno, e non già nel 435. Prospero Tirone [Prosper Tiro, in Chronic.] anch'egli sotto quest'anno riferisce l'edizion d'esso Codice. Questa nobil fatica e raccolta di leggi imperiali fece grande onore a Teodosio imperatore, essendo stato ricevuto esso Codice, non solo nell'Oriente, ma anche nell'Occidente per l'Italia, Francia e Spagna, e fin presso i Barbari, che s'erano piantati in queste provincie. Questo credito gli avvenne, perchè dianzi la giurisprudenza avea delle leggi contrarie fra loro, e molte d'esse occulte, e sparse qua e là con innumerabili consulti e risposte, di maniera che i giudici e legisti faceano alto e basso, e decideano con sommo arbitrio le cause, mancando loro un intero libro delle costituzioni de' principi. In questo anno pure esso imperador Teodosio lasciò andare Eudocia Augusta sua moglie a Gerusalemme a sciogliere un voto fatto a Dio [Socrat., Hist. Eccl., lib. 7, cap. 46.], se potevano maritar la figliuola, siccome poi loro venne fatto. Anche santa Melania la giovane, allorchè fu in Costantinopoli, avea esortata l'imperadrice alla visita di que' luoghi santi; ed essa Melania, trovandosi poi in Gerusalemme, andò incontro all'imperadrice, e ne ricevette molti onori. Fanno menzione ancora di questa andata Teofane [Theoph., in Chronogr.], e l'autore della Miscella [Hist. Miscella, lib. 14.] ed Evagrio [Evagr., lib. 1, cap. 20.], e tutti concordano ch'ella ornò di ricchissimi doni le chiese, non solamente di Gerusalemme, ma anche di tutte le città per dove ella passò nell'andare e tornare. Aggiugne di più Evagrio, ch'essa rifece le mura della santa città, e quivi edificò varii monasteri, lasciando dappertutto fama di piissima principessa. Ma Evagrio confonde con quest'andata l'altra, che seguì dopo alcuni anni, e della quale parleremo più abbasso. Accadde ancora in quest'anno, che predicando Proclo vescovo di Costantinopoli le lodi di san Giovanni Grisostomo suo antecessore [Socrat., lib. 7, cap. 44.], il popolo alzò le voci, domandando che il suo corpo fosse riportato in quella città, dove era stato pastore [Baron., Annal. Eccl.]. Però Teodosio, udito le premure di Proclo e del popolo, puntualmente ne eseguì la traslazione con gran solennità, e con chieder egli perdono, e pregare per gli suoi genitori che aveano perseguitato cotanto un così insigne e santo prelato. E nel presente anno abbiamo da Evagrio [Evagr., lib. 1, cap. 16. Niceph., lib. 14, c. 45.], che furono ancora trasportate le sacre ossa dell'incomparabil santo martire Ignazio dal cimitero fuori d'Antiochia entro la città nel tempio appellato Ticheo. Intanto venuta la primavera, Valentiniano Augusto colla real consorte, per attestato di Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.], partitosi da Salonichi, felicemente si restituì a Ravenna. Duravano tuttavia varii moti di guerra nella Gallia, dove i Goti erano in armi. San Prospero [Prosper, in Chronic.] nota sotto quest'anno che contra di quei Barbari fu combattuto con felicità; ed Idacio [Idacius, in Chron.] ci fa sapere che riuscì ad Aezio, generale dell'armata imperiale, di tagliar a pezzi ottomila d'essi Goti. Aggiugne il medesimo autore che gli Svevi, dai quali era infestata una parte del popolo della Gallicia, si ridussero a riconfermar la pace. Gravemente s'infermò in questi tempi Ermerico re de' medesimi Svevi, e però dichiarò re suo figliuolo Rechila, il quale appresso Singilio fiume della Betica con un corpo di gente diede battaglia ad Andevoto e lo sconfisse, con restare sua preda un grossissimo valsente d'oro e d'argento. Il Sigonio [Sigonius, lib. 12, de Occident. Imper.], a cui mancavano molti aiuti per la storia, che son venuti alla luce dipoi, narra in quest'anno, ma fuor di sito, che i Goti in Ispagna sconfissero Rechila re degli Svevi, e gli tolsero il tesoro. Anzi Rechila fu nell'anno presente vincitore, e quell'Andevoto era capitano dell'esercito romano, perciocchè sant'Isidoro [Isidorus, in Chron. Svevor.] scrive che Rechila con una gran parte dell'esercito fece giornata con Andevoto duce della milizia romana, che gli era venuto incontro con gran forza, e presso Singilio fiume della Betica il mise in rotta, con venire alle sue mani il tesoro del medesimo. S'era poi formata nell'anno antecedente, per attestato di Prospero [Prosper, in Chron.], una compagnia di corsari di mare, composta di disertori barbari, cioè Vandali, Goti e Svevi; e costoro nel presente diedero il guasto a molte isole del Mediterraneo, e spezialmente alla Sicilia. Ma abbiamo sotto quest'anno da Marcellino conte [Marcell., in Chron.], che Cotradi, uno de' capi di questi corsari, con assaissimi suoi seguaci fu preso ed ucciso. Fioriva in questi tempi Valeria Faltonia Proba, moglie di Adelfio proconsole, donna di felice ingegno e scienziata, che compose i Centoni di Virgilio. Ad imitazione di essa anche Eudocia moglie di Teodosio Augusto formò i Centoni d'Omero. Fiorivano ancora san Cirillo vescovo d'Alessandria, e Teodoreto vescovo di Ciro, eccellenti scrittori della Chiesa di Dio.


CDXXXIX

Anno diCristo CDXXXIX. Indizione VII.
Sisto III papa 8.
Teodosio II imperad. 38 e 32.
Valentiniano III imperad. 15.

Consoli

Teodosio Augusto per la decimasettima volta e Festo.

Dopo avere impiegati molti mesi l'Augusta Eudocia nella visita de' santi luoghi di Gerusalemme, sen venne ad Antiochia, dove quel popolo, secondochè scritte Evagrio [Evagr., Hist., lib. 1, cap. 20.], in memoria sua le innalzò una statua di bronzo, lavorata con molto artifizio. Ed essa poi, in ricompensa di questo onore, fu cagione che Teodosio suo consorte fece una considerabil giunta a quella città, con ampliare il muro sino alla porta che guida al borgo di Dafne. Ma, secondo la Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.], Eudocia andò ad Antiochia nel suo secondo viaggio ai luoghi santi, siccome vedremo all'anno 448. Finalmente, come narra Marcellino [Marcellin., in Chron.], essa si restituì a Costantinopoli con portar seco le reliquie di santo Stefano protomartire, che furono poste nella basilica di san Lorenzo. Pativasi poi da gran tempo una grave carestia in Oriente, ed attribuendone il piissimo imperador Teodosio la cagione ai Giudei, ai Samaritani, agli eretici, e massimamente ai gentili, i quali, ad onta di tanti editti, seguitavano in segreto a sagrificare ai loro falsi dii, pubblicò in quest'anno un severissimo editto contra dei medesimi, quale si legge fra le di lui Novelle [Novell. Theodos. tit. 3, tom. 6 Cod. Theod.]. Altri editti pubblicati dallo stesso imperadore sopra varie materie in quest'anno si possono vedere fra le stesse Novelle. Sappiamo ancora dalla Cronica Alessandrina che esso imperadore fece in questi tempi le mura alla città di Costantinopoli per tutta la parte che guarda il mare. Ma di Valentiniano Augusto non s'ha memoria alcuna in quest'anno. Egli probabilmente si dava bel tempo in Ravenna, città che nel presente, o nel susseguente anno, come sospetta il padre Bacchini nelle sue annotazioni alle vite de' vescovi ravennati di Agnello [Agnell., Vit. Episcopor. Ravennat. tom. 2, part. 1, Rer. Italicar.], autore del secolo nono, meritò d'avere per suo vescovo san Pier Grisologo, celebre scrittore della Chiesa di Dio, e probabilmente primo arcivescovo di Ravenna, la cui elezione, secondochè s'ha dallo stesso Agnello, fu miracolosa. Nè è da stupire, se dimorando Galla Placidia e Valentiniano III Augusti in Ravenna, volendo essi condecorar quella chiesa, ottennero dal romano pontefice ch'essa fosse eretta in arcivescovato, e che si smembrassero dalla metropoli di Milano molte chiese, per sottoporle al metropolitano di Ravenna. Già dissi che nella concordia seguita in Africa tra il suddetto Augusto Valentiniano e Genserico re dei Vandali, fu dato in ostaggio Unnerico figliuolo del re barbaro all'imperadore per la sicurezza dei patti. Da lì innanzi si studiò l'astuto Genserico di mostrare una tenera amicizia e un totale attaccamento a Valentiniano, tanto che, per attestato di Procopio [Procop., lib. 1, cap. 4.], gli venne fatto di riavere il figliuolo in libertà, e di vederselo restituito in Africa. Allora fu che l'empio e disleale, mettendosi sotto ai piedi la parola data e i giuramenti, all'improvviso si spinse coll'esercito sotto Cartagine, metropoli dell'Africa, sottoposta da tanti secoli all'imperio romano, e l'occupò. Idacio [Idacius, in Chronico.] scrive che ciò seguì con frode; colle quali parole non si sa s'egli intenda l'avere con finta pace ed amicizia tradito Valentiniano, o pure, come veramente s'ha da san Prospero [Prosper, in Chron.], l'avere con qualche inganno trovata la maniera d'impadronirsi di quella insigne città. Secondo Marcellino conte [Marcellin. Comes, in Chronico.], seguì tal presa nel dì 23 d'ottobre del presente anno; secondo Idacio, nel dì 19 d'esso mese, ma dell'anno precedente, se è vero, come vuole il padre Pagi [Pagius, Crit. Baron.], che Idacio si serva dell'era d'Abramo, il cui anno cominci nelle calende d'ottobre. Meglio è attenersi a san Prospero e a Marcellino su questo punto, e tanto più perchè s'incontrano tal falli di cronologia nella Cronica d'Idacio, sia per difetto suo o dei copisti, che non si può francamente valere della di lui autorità per istabilire con sicurezza i tempi. Fu la misera città di Cartagine posta a sacco, per testimonianza di san Prospero; tormentati i cittadini perchè rivelassero le ricchezze che aveano e che non aveano; spogliate le chiese, e date ai preti ariani, con altre orride crudeltà, specialmente contro i nobili e contro la religione cattolica. Salviano prete di Marsiglia, e zelantissimo scrittore di questi tempi, là dove narra [Salvianus, de vero judic., lib. 7.] la perdita di quella gran città, descrive ancora il precedente suo stato, con dire ch'essa per lo splendore e per la dignità gareggiava con Roma, e poteva appellarsi un'altra Roma, perchè quivi si contavano tutti i magistrati ed uffizii, coi quali in tutto il mondo si reggono i popoli; quivi era scuola dell'arti liberali, raro ornamento allora di una città; quivi la filosofia, le lingue, i costumi s'insegnavano; quivi stava una buona guarnigion di soldati coi loro uffiziali, e il governatore dell'Africa, proconsole bensì di nome, ma console quanto alla potenza. Appresso soggiugne che Cartagine era piena di popolo, ma più d'iniquità; abbondante di ricchezze, ma più di vizii, e massimamente di disonestà, ubbriachezze, bestemmie, ladronecci, oppressioni di poveri, idolatrie, odio contra de' monaci servi di Dio, e d'altre malvagità ch'io tralascio. Il perchè Salviano attribuisce a manifesto gastigo di Dio le calamità che si rovesciarono su quella città. Di là fu cacciato il vescovo con assaissimi del suo clero, per quanto s'ha da Vittore Vitense [Victor Vitensis, de persecutione Vandal., l. 1.], e l'eresia ariana professata dai Vandali maggiormente si dilatò per l'Africa.

A così funesta disavventura del romano imperio, un'altra se ne aggiunse nelle Gallie. Durava tuttavia in quelle parti la pace tra i Romani e Teodorico re dei Goti, o vogliam dire Visigoti. Littorio conte, che dopo Aezio facea la prima figura nelle armate dell'imperadore, invogliato di superar la gloria d'esso Aezio, ruppe questa pace, e fatto inoltrar l'esercito, determinò di dar battaglia a' Goti, con aver in suo aiuto gli Unni. Costui si fidava assai dei professori della strologia giudiciaria e delle risposte dei demonii, siccome abbiamo dai santi Prospero [Prosper, in Chronico.] ed Isidoro [Isidorus, in Chron.]; laonde imbarcato dalle lor false promesse, attaccò la zuffa, con far sulle prime tal macello di que' Barbari, che gli parea di tenere in suo pugno la vittoria. Ma rimasto lui accidentalmente prigioniero d'essi, l'armata sua non fece altro progresso, e dovette sonare a raccolta. Abbiamo ancor qui la testimonianza di Salviano [Salvianus, de Provident. Dei, lib. 7.], che descrive la superbia e la temerità di esso Littorio. Imperocchè i Goti informati delle forze che costui conduceva, bramando la pace, aveano spediti per tempo vescovi a chiederla; ma Littorio ricusò e sprezzò ogni accomodamento. Teoderico, all'incontro, benchè ariano, mettendo la sua speranza in Dio, prima di combattere, prese il cilicio, si diede alle orazioni col suo popolo, e poi uscì alla battaglia; laddove Littorio, fidandosi de' suoi indovini e della forza degli Unni, i quali fecero un mondo di mali dovunque passarono, entrò in campo, ma con rimaner prigioniero. Fu egli condotto legato fra le derisioni della plebe gotica in Tolosa, città, in cui egli si era figurato di entrar vincitore in quel medesimo giorno, e in cui poscia miseramente stette gran tempo fra i ceppi. Cassiodoro ancora, santo Isidoro e Idacio fanno menzione di questa sconfitta de' Romani; ma l'ultimo d'essi storici discordando da Salviano, scrive che Littorio, preso dai Goti, fu da lì a pochi giorni ucciso. Merita ben più fede Salviano che in que' tempi vivea nelle Gallie. Ma non passò molto che vedendo Teoderico dall'un canto tuttavia assai poderose le forze de' Romani; e considerando dall'altro Aezio generale di Valentiniano, che non era bene l'azzardare una nuova battaglia, si trattò e conchiuse la pace fra essi Goti e Romani, avendola specialmente chiesta con più umiltà di prima i Goti. Apollinare Sidonio [Sidonius, in Panegyr. Aviti.] attribuisce l'onore di questa pace ad Avito, ch'era allora prefetto del pretorio delle Gallie, e divenne poi imperadore. Viene attestata questa medesima pace da san Prospero, da santo Isidoro, da Idacio e da Salviano. E se noi vogliamo prestar fede a Giordano storico [Jordan., de Reb. Getic., cap. 34.], essa fu fatta sul campo; perchè dopo aver combattuto, senza che alcuno cedesse, conoscendo cadauna delle parti la forza dell'altra, si trattò di accordo, e questo conchiuso, ognuno si ritirò. Aggiugne lo stesso Giordano che per quella pace s'acquistò gran credito Attila re degli Unni; colle quali parole il sembra supporre intervenuto a quel fatto di armi, il che non so se sussista. Narra eziandio san Prospero [Prosper, in Chron.] sotto questo anno, che Giuliano, famoso partigiano dell'eresiarca Pelagio, rincrescendogli d'avere perduto il vescovato di Eclano, tentò furbescamente di rimettersi in grazia di Sisto III papa, con fingersi ravveduto de' suoi errori. Ma scoperta la frode da Leone diacono, che fu poi nel seguente anno creato papa, fu rigettato da Sisto con plauso di tutti i cattolici. Inoltre abbiamo da Idacio [Idacius, in Chronico.] che in questi tempi riuscì a Rechila re dei Svevi nella Spagna, d'impadronirsi della città di Emerita, oggidì Merida nell'Estremadura. Di Valentiniano Augusto neppur sotto questo anno ci si presenta memoria alcuna, quando non si volesse dire ch'egli in questi tempi facesse fabbricare in Roma la confessione di san Paolo [Baron., Annal. Eccl.], cioè l'ornamento dell'altare sovrapposto al suo sacro corpo. Pesò esso dugento libbre d'argento: ma molto di più, a mio credere, avranno testi migliori. Fece ancora esso Augusto, secondochè sta scritto in una lettera di papa Adriano, un'immagine d'oro, con dodici porte, e il Salvatore, ornata di gemme preziose, ch'egli, in adempimento di un suo voto, ordinò che fosse posta sopra la confessione di san Pietro apostolo. Inoltre alle preghiere di papa Sisto III [Anastasius, in Sixto III.] fece una tribuna d'argento nella Basilica Costantiniana, pesante libre seimila e secento dieci, che fu poi rapita dai Barbari. Si ha bensì in quest'anno illustre memoria di Teodosio Augusto, non solamente per le cose già dette, ma ancora per varie leggi da lui pubblicate, che si leggono fra le sue Novelle [Codex Theod. in Append.]. Particolarmente in una di esse egli provvide alle prepotenze di chi con mendicati colori faceva prendere dalla giustizia il possesso de' beni de' poveri. In un'altra ancora raffrenò i calunniatori de' vescovi, proibendo ai cherici e monaci il venire a Costantinopoli senza le dimissorie del proprio vescovo. Socrate, Sozomeno e Teodoreto, storici greci, fiorirono in questi tempi.