Durante questo celebre assedio s'era trattenuto l'Augusto Costanzo in Edessa e in Antiochia senza osare di comparir in campo contra dell'innumerabil esercito de' Persiani; e poichè intese la loro ritirata, tutto lieto rivolse più che mai i pensieri agli affari dell'Occidente, non parendo probabile ch'egli partisse prima di quell'assedio dalla Soria, come ha l'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexandr.]. Aveva egli in questo tempo raunata quanta gente atta all'armi egli potè raccogliere dai suoi Stati, ed allestita anche una formidabil flotta di navi, che dall'adulatore Giuliano [Julian., Orat. I.] vien chiamata superiore a quella di Serse. L'intenzione sua era di procedere con tutto queste forze contra del tiranno Magnenzio; ed affinchè i nemici persiani non si prevalessero della sua lontananza, provvide tutte le fortezze di frontiera di buone guarnigioni, di macchine e di viveri; e poi si mosse dalla Soria alla volta di Costantinopoli. Aveva più d'una volta Magnenzio spediti suoi deputati ad esso Costanzo, per trattare un qualche accordo, affin di assicurare e legittimare l'usurpazion sua: e di ciò parla anche sant'Atanasio [Athanasius, Apolog.]. Ma Costanzo, che si credeva avere dalla sua Vetranione, divenuto imperadore dell'Illirico, e, per conseguente, giudicava il suo partito superiore di forze a quello del tiranno, niun ascolto avea dato finora a sì fatte proposizioni. Restò egli dipoi ben sorpreso o stordito, allorchè gli giunse l'avviso che Vetranione e Magnenzio aveano fatta pace fra loro. Più ancora crebbe l'apprensione e l'affanno suo, quando arrivò ad Eraclea della Tracia [Petrus Patricius, de Legat. Tom. I Histor. Byzant.], perchè ivi se gli presentarono gli ambasciadori di amendue, cioè Rufino prefetto del pretorio, Marcellino già da noi veduto il braccio diritto di Magnenzio, e general delle sue armi, insieme con due altri primarii uffiziali, cioè Nuneco e Massimo. Esposero costoro che Magnenzio e Vetranione erano pronti a riconoscere Costanzo per Augusto primario, purchè egli volesse lasciar loro godere il medesimo titolo, cercando di persuaderglielo con ricordare gl'incerti avvenimenti delle guerre. Magnenzio inoltre, per assodar meglio l'amicizia, proponeva di torre per moglie Costanza, o pur Costantina, sorella del medesimo Costanzo, esibendo nello stesso tempo a Costanzo una sua figliuola per moglie: segno che egli era vedovo allora. Trovossi ben imbrogliato Costanzo, nè sapea qual risoluzion prendere, se non che Zonara [Zonaras, in Annal.] scrive essergli apparuto in sogno Costantino suo padre, che presentargli Costante, gli ordinò di vendicarne la morte, e gli promise la vittoria. Vera o falsa che sia tal diceria, certo è intanto che Costanzo rigettò ogni proposizion di Magnenzio; ma forse trattò più dolcemente con quei di Vetranione.

Quindi coraggiosamente marciò innanzi, ed arrivò sino a Serdica, capitale della Dacia novella [Julian., Orat. II.]. Turbossi veramente Vetranione all'improvvisa venuta di Costanzo: ma non lasciò di andare ad incontrarlo con un corpo vigoroso d'armata, maggiore ancora di quella di Costanzo: il che si crede che inducesse Costanzo a trattar amichevolmente con lui, e dopo avergli confermato il titolo d'Augusto, ed unite le sue colle di lui milizie, si diede a trattar seco delle maniere di opprimere Magnenzio. Un dì poi alla presenza di tutte le lor truppe salirono amendue sopra un palco, e Costanzo, come più privilegiato per la preminenza della sua nascita, fece [Zosimus, lib. 2, cap. 44.] una arringa in latino a quell'esercito, ricordando ad ognuno la liberalità loro usata da Costantino suo padre, e il giuramento da essi prestato di dare assistenza ai di lui figliuoli, e pregando ognuno di mostrar la fedeltà e l'amore dovuto, per vendicar la morte di suo fratello Costante, e per non lasciar impunito l'indegno usurpatore Magnenzio. Finì con dire che egli non dimandava se non quello che gli conveniva di ragione, essendo di dovere che l'eredità di un fratello pervenisse all'altro. Stava ben la lingua in bocca a Costanzo, e però tra il suo bel dire, e l'aver dalla sua tutto il suo esercito, con aver anche guadagnato con regali segretamente molti dell'armata di Vetranione, ancorchè nulla specificatamente proferisse contra d'esso Vetranione, tuttavia quelle milizie all'improvviso con alte grida si lasciarono intendere di non volere se non Costanzo per imperadore [Socrat., lib. 2, cap. 28. Zonar., in Annal.], che a lui solo servirebbono, per lui solo spenderebbono sangue e vita. Accortosi allora troppo tardi il vecchio Vetranione della rete, in cui era caduto, altro scampo non ebbe che di gittarsi ai piedi dell'Augusto, e di deporre la porpora e il diadema. Costanzo, senza lasciarsi vincere in cortesia, l'abbracciò, chiamollo suo padre, e gli diede volentieri la mano a scendere dal trono. Succedette questo fatto nel dì 25 di dicembre dell'anno presente, e non già del seguente, come ha Idazio [Idacius, in Fastis.]; imperciocchè la Cronica Alessandrina [Chronic. Alexandrinum.] ed anche Aurelio Vittore [Aurel. Vict., de Caesarib.] non danno più di dieci mesi d'imperio a Vetranione. Che in Naisso, città della Dacia novella, si trovasse allora Costanzo, l'abbiamo da san Girolamo [Hieron., in Chron.], ma Socrate e Sozomeno dicono in Sirmio. Dan qui nelle trombe Giuliano [Julian., Orat. I.] e Temistio [Themistius, Orat. III.], esaltando con lodi magnifiche Costanzo, per essersi egli con tanta animosità, eloquenza e destrezza sbrigato di questo competitore, ed aver con sì poca fatica guadagnate tante e sì fertili provincie, piene di popoli bellicosi, ed insieme un'armata di venti mila cavalli, e d'una copiosissima fanteria. Quello che indubitatamente ognun riconoscerà per lodevole in Costanzo è il trattamento ch'egli fece al deposto Vetranione. Gli avrebbono fra poco tempo i tiranni sotto qualche pretesto tolta la vita, acciocchè non potesse risorgere. Ma Costanzo [Chron. Alex. Philostorg. Zosimus. Julianus et alii.], senza permettere che gli fosse fatto alcun torto, il tenne seco a tavola, poscia il mandò ad abitare in Prusa di Bitinia, con ordine che gli fosse fatto un trattamento onorevole ed anche delizioso. Quivi, secondo Zonara [Zonar., in Annal.], egli tranquillamente campò anche sei anni, esercitandosi in opere di cristiana pietà e in limosine ai poveri, con trovar più dolce quella vita, siccome libera dalle spine dei gran governi. Sovente ancora [Socrat., lib. 2, cap. 28.] scrisse a Costanzo, ringraziandolo del bene fattogli, con liberar la sua vecchiaia dalle inquietudini del principato, ed esortandolo ad abbracciar anch'egli un eguale stato di felicità. Il testo di Socrate pare che dica ciò scritto da Costanzo a Vetranione; ma han creduto il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] e il Fleury [Fleury, Hist. Eccl., lib. 13.] che colla mutazion sola d'una parola più naturale sia il primo senso, e al loro parere par giusto l'attenersi.


CCCLI

Anno diCristo CCCLI. Indizione IX.
Giulio papa 15.
Costanzo imperadore 15.

Dopo il consolato di Sergio e Negriniano.

Così è notato in tutti i Fasti, perchè nei paesi dipendenti da Costanzo Augusto non furono riconosciuti i consoli che Magnenzio elesse per quest'anno in Roma. Per altro abbiamo la testimonianza dell'Anonimo [Cuspinianus. Bucherius.] Autore de' prefetti di Roma che Magnenzio e Gaisone (lo stesso che tolse di vita Costante Augusto) furono consoli in Roma nell'anno presente. Un frammento nondimeno d'antica iscrizione, da me dato alla luce [Thes. Novus Inscript., pag. 380.], parla di Magnenzio e Decenzio consoli, e parrebbe che appartenesse a questo anno. Quanto alla prefettura di Roma, v'ebbe più volte cangiamento di ministri nell'anno corrente [Cuspinianus. Panvinius. Bucherius.]. Fabio Tiziano la tenne per i due primi mesi. Nel primo dì di marzo a lui succedette Aurelio Celsino. Nel dì 12 di maggio Celio Probato, al quale nel dì 7 di giugno fu sostituito Clodia Adelfio; e nel dì 18 di dicembre surrogato gli fu Valerio Procolo. Fra gli altri Adelfio fu sospettato di nudrir pensieri pregiudiziali contra di Magnenzio, come s'ha da Ammiano Marcellino [Ammianus, lib. 16, cap. 6.]. Passò l'Augusto Costanzo il verno in Sirmio della Pannonia, dove andò facendo le necessarie disposizioni per procedere ostilmente al primo addolcirsi della stagione contra del tiranno Magnenzio. Ma eccoti novelle che il re Sapore di Persia [Philost., lib. 3, cap. 23. Zonar., in Annal.] con formidabile armata minacciava di nuovo la Mesopotamia, e corse anche voce che entratovi dopo fieri saccheggi fosse ritornato indietro. Conobbe allora Costanzo di non poter solo accudire a due diverse guerre, e che per acquistar l'Occidente, correva pericolo di perder l'Oriente; e però venne alla risoluzione di eleggersi un collega, il quale mentr'egli guerreggiava nell'una parte, avesse l'occhio alla difesa dell'altra. Niuna prole maschile fin qui gli aveva dato Iddio, e nè pur gliene diede dipoi. Rivolse dunque il guardo a Gallo suo cugino, figliuolo di Giulio Costanzo, cioè di un fratello del gran Costantino. Avea Gallo col fratello suo Giuliano, che fu poi Apostata, quasi miracolosamente scappata la morte nell'anno 337, allorchè Costante Augusto fece quell'orrido macello di tanti suoi parenti, e fra gli altri del padre d'esso Gallo. Tornato poi in sè stesso, non solo lasciò di perseguitare i due giovanetti cugini [Julian., in Epist. ad Athen.], ma ebbe cura di farli signorilmente educare, con restituire a Gallo buona parte de' beni paterni e a Giuliano quei della madre, tenendoli nondimeno amendue come in una specie d'esilio in varii luoghi, e specialmente in una terra della Cappadocia. L'occasione suddetta portò che gli affari di Costanzo abbisognassero d'un braccio fedele per costodir l'Oriente dai continuati insulti de' Persiani. Costanzo adunque, chiamato a sè Gallo, gli conferì il titolo e la dignità di Cesare nel dì 15 di marzo [Idacius, in Fast. Zonar., in Annal. Socrat., Hist., lib. 2, cap. 28.], e nel medesimo tempo volle ch'egli sposasse sua sorella, chiamata da alcuni Costanza, ma che, per attestato di Ammiano, fu veramente Costantina, vedova del già re Annibaliano. Poscia il mandò alla difesa dell'Oriente, dandogli per generale dell'armi Lucilliano. Benchè Gallo prendesse allora il nome di Costanzo, o per onorare il benefattore Augusto, o pure per ricreare suo padre Giulio Costanzo, nientedimeno gli scrittori continuarono a chiamarlo Gallo, per non confondere il nome di lui con quello del regnante imperadore. Il Gotofredo [Gothofred., in Chron. Cod. Theodos.] fu di parere che Gallo assumesse il nome non di Costanzo, ma di Costante, citando in prova di ciò Idazio [Idacius, in Fastis.] e l'autore della Cronica Alessandrina [Chron. Alexand.], ma il Tillemont [Tillemont, Mémoires des Empereurs.] con più fondamento sostenne la precedente opinione; e pur troppo si trovano nelle memorie antiche sovente confusi e cambiati questi nomi per la loro vicinità, o per le abbreviature. Dovrebbono servire a decidere questa per altro poco importante quistione le medaglie [Mediobarbus, Numismat. Imper.] rapportate da varii autori col CONSTANTIVS GALLVS, se noi fossimo certi della loro legittimità. In passando esso Gallo per Nicomedia [Liban., Orat. XII.], visitò Giuliano suo fratello, ivi dimorante sotto la disciplina di Eusebio vescovo ariano di quella città.

Solamente in quest'anno fu, per attestato di Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 45.] e di Zonara [Zonaras, in Annalib.], che il tiranno Magnenzio, trovandosi in Milano, diede il titolo di Cesare a Decenzio suo fratello, inviandolo poscia alla difesa delle Gallie, che in questi tempi più che mai rimasero esposte alla rabbia ed avidità dei Franchi, Sassoni, Alemanni ed altri popoli della Germania. Libanio [Liban., Orat. XII.] non ebbe difficoltà di scrivere che Costanzo Augusto, considerando più la ragion di stato, fiera turbatrice del riposo de' popoli, che ogni altro riguardo; e pensando solo a vincere, senza mettersi pensiero, se legittimi o no fossero i mezzi, quegli fu che mosse con sue lettere e con danaro i Barbari a far guerra a Magnenzio nelle Gallie, per facilitare maggiormente a sè stesso la maniera di atterrarlo. Di simili esempli volesse Dio che le susseguenti età, ed anche la nostra, non ne avessero mai veduto, ed insieme deploratane l'iniquità. Certo è che que' Barbari recarono incredibili danni alle Gallie, posero a sacco molte ricche città, e scorrendo dappertutto senza trovare resistenza alcuna, talmente fissarono ivi il piede, che solamente si poterono far isloggiare di là ai tempi di Giuliano Cesare, siccome diremo. Le tante estorsioni di Magnenzio, accennate di sopra, per adunare il nerbo quasi principal delle guerre, cioè il danaro e le diligenze da lui fin qui usate, aveano servito a metter insieme una sì sterminata copia d'armati non solo suoi sudditi, ma anche Sassoni, Franchi e di altre nazioni germaniche [Julian., Orat. I.], prese al suo soldo, che pareva con tante forze atto ad annientare l'Augusto Costanzo, e ad assorbire il rimanente dell'imperio. Per maggiormente ancora animar le sue genti, promise loro la libertà dei saccheggi. In questo mentre Costanzo, stando nella Pannonia, niun movimento faceva; mostrava anzi paura, con disegno di tirare il nimico nel paese piano d'essa Pannonia, perchè, quantunque inferiore di fanteria, sperava di far meglio giuocare la sua cavalleria, superiore di numero a quella di Magnenzio [Zosimus, lib. 2, cap. 45 e 46. Zon., in Ann.]. In fatti dalla Italia pel Norico s'inoltrò la possente armata del tiranno alla volta della Pannonia, e mandò innanzi a sfidare Costanzo, con dire che nelle campagne larghe di Sciscia al fiume Savo verrebbe a trovarlo, per chiarire chi sapesse più bravamente menar le mani. E perciocchè intese che Costanzo avea spedite innanzi alcune schiere per contrastargli qualche passo, in un'imboscata che loro tese, le mise a filo di spada. Or mentre egli insuperbito per questo primo vantaggio si andava disponendo per passare il Savo, ecco giugnere Filippo, uno de' primi uffiziali della corte di Costanzo, perchè prefetto del pretorio, e personaggio di sperimentata prudenza, spedito dall'Augusto padrone in apparenza, secondo la opinione d'alcuni, per trattare di pace, ma in sostanza per iscoprire le forze e i disegni di Magnenzio, e studiarsi di mettere sedizione nella di lui armata. Diedegli udienza Magnenzio alla presenza di tutte le sue milizie, e seppe ben valersi l'accorto ambasciatore dell'occasione, mostrando di parlare al solo tiranno, per fare un'aringa anche alle ascoltatrici truppe di lui, con rappresentare come cosa vergognosa a gente romana il portar l'armi contra d'altri Romani, e massimamente contra de' figliuoli del gran Costantino, principe, a cui tutti aveano tante obbligazioni. Aggiunse, che se Magnenzio volea cedere a Costanzo l'Italia, consentirebbe Costanzo a lui la signoria delle Gallie; sotto il qual nome sembra verisimile che fosse compresa anche la Spagna e Bretagna. Zosimo e Zonara furono d'avviso che Costanzo veramente desiderasse la pace, per ischivare lo spargimento inevitabile del sangue di tanti popoli. Fece tal impressione nel cuore degli ascoltanti il discorso di Filippo, che durò fatica Magnenzio a far intendere la sua risposta, consistente in dire ch'egli di buon cuore accettava la proposizion di pace, ma che gli bisognava un po' di tempo per maturarne le condizioni. Con tale scappata rimise lo affare al giorno seguente, nel quale aringò la sua armata, e tanto disse dei mancamenti ed eccessi dell'estinto Costante, che smorzò in cuore dei più d'essi la inclinazione alla pace.

Tosto dunque fatto prendere l'armi, andò per passare il Savo in vicinanza di Sciscia; ma gli fu all'incontro la guarnigione di quella città, che diede una fiera percossa alle di lui genti, parte precipitandole nel fiume, e parte trucidandole colle spade. Allora Magnenzio, vedendo tanto scompiglio de' suoi, cacciata la punta dell'asta sua in terra, fece segno con la mano alle milizie di Costanzo, di voler parlare di pace; e ne parlò in fatti, mostrando di passare unicamente per trattarne con Costanzo; di modo che o i soldati di Costanzo, o Costanzo medesimo ch'era vicino, fecero cessar la battaglia, e permisero il passo a Magnenzio. Tale è il racconto di Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 48.], in cui nondimeno apparisce poca verisimiglianza. Quel che è certo, valicato ch'ebbe Magnenzio il Savo, stese il poderoso esercito suo nelle pianure poste tra il Savo e il Dravo, bramando intanto Costanzo di ridurlo a Cibala, per dargli battaglia in quel luogo, dove Costantino suo padre, ventisette anni prima, aveva sconfitto Licinio. Era appunto in Cibala Costanzo, e quivi teneva mirabilmente afforzato il suo campo, quando Tiziano, senator romano, creduto il medesimo che vedemmo poco fa prefetto di Roma, spedito da Magnenzio, venne a parlargli. Disse costui un'infinità d'insolenze contro la memoria del gran Costantino e de' suoi figliuoli, conchiudendo in fine che se a Costanzo era cara la vita, dimettesse l'imperio. Non altro gli rispose Costanzo, se non che rimetteva la sua causa alla giustizia di Dio, sperando che essa combatterebbe in suo favore, e vendicherebbe la morte indegna del fratello. Permise ancora a Tiziano di andarsene salvo, ancorchè i suoi cortigiani fossero in affanno, perchè Filippo, già inviato a Magnenzio, non era per anche tornato indietro dal campo, e nuova di lui non si sapeva. Accadde poscia che Silvano, il quale comandava un corpo di cavalleria di Magnenzio, con tutti i suoi disertando, passò ai servigi di Costanzo: azione, che quanto recò di giubilo all'esercito d'esso Costanzo, altrettanto di affanno portò a Magnenzio, il quale, per paura che altri imitassero quell'esempio [Zosim., lib. 2, cap. 49. Zonar., in Annal.], si affrettò per venire alla decision della lite con qualche combattimento. Assalì Sciscia, e, presala d'assalto, la desertò. Dopo aver dato il sacco al paese posto fra il Dravo e il Savo, piombò addosso alla città di Sirmio, capitale del paese, credendosi di entrarvi senza contrasto. Trovò che i cittadini e il presidio militare aveano sangue nelle vene e cuore in petto; e però, lasciata quell'impresa, rivolse i passi e l'armi contro la città di Mursa, situata alla riva del fiume Dravo, dove ora è il ponte di Essec; e poichè la trovò ben munita, e costò caro alle di lui genti un furioso assalto, per cui sperava di prenderla, si mise ad assediarla. Allora fu che Costanzo, per non lasciar cadere quella città in man del nemico, mosse il suo campo a quella volta. Avvisato nel cammino che Magnenzio gli avea tesa un'imboscata, ebbe maniera di far tagliare a pezzi quella nemica brigata.

Furono dunque a vista le due possenti armate, vogliose amendue di menar le mani, e nel dì 28 di settembre si schierarono per venire a battaglia. Stettero in ordinanza la maggior parte del dì, senza che alcuna d'esse cominciasse la danza: nel qual mentre, se vogliam credere a Zonara [Zonar., in Annal. Idacius, in Fastis.], Magnenzio, per consiglio d'una maga, fece un orrido sagrificio d'una fanciulla. Finalmente, accostandosi la sera, cominciò il terribil fatto d'armi, le cui particolarità, secondo il solito, son raccontate diversamente dagli scrittori. Giuliano [Julian., Orat. II.] pretende che la vittoria non tardasse a dichiararsi in favor di Costanzo, con rimanere rovesciato il corpo di battaglia di Magnenzio dall'ala sinistra; e dalla cavalleria d'esso Costanzo; e che Magnenzio non tardò a prendere la fuga; ma che le sue genti rimesse in ordinanza continuarono a far testa, animate dal coraggio de' loro uffiziali. Zosimo [Zosim., lib. 2, cap. 49.] e Zonara [Zonar., in Annalib.], per lo contrario, scrivono che il combattimento restò dubbioso fino alla nera notte, quando le genti di Costanzo, fatto uno sforzo, misero finalmente in rotta i nemici, buona parte de' quali o restò fredda sul campo, o andò a bere la morte nel fiume Dravo. Presi furono gli alloggiamenti dei vinti, che andarono a sacco; e Magnenzio, allorchè vide disperato il caso, e d'aver anche corso pericolo d'essere preso, come scrive Eutropio [Eutrop., in Breviar.], deposti gli abiti imperiali, e travestito si diede alla fuga, lasciando indietro il suo cavallo ben addobbato, acciocchè si credesse ucciso il padrone, e niuno gli tenesse dietro. Abbiamo da Sulpicio Severo [Sulpitius Severus, Hist., lib. 2.] che l'Augusto Costanzo nel tempo della zuffa stette aspettandone l'esito nella chiesa de' Martiri di Mursa. Certo egli non fu mai in concetto di gran guerriero, ed allora dovette raccomandarsi ben di cuore a Dio, ed implorar l'intercessione de' santi. Fu questa una delle più fiere e sanguinose battaglie che da gran tempo avesse veduta l'Europa, e vi perirono assaissimi uffiziali di raro valore dall'una parte e dall'altra, uno de' quali specialmente è rammemorato da Zosimo [Zosimus, lib. 2, cap. 52.], cioè Menelao capitano degli arcieri, il quale con tal forza e disinvoltura nel medesimo tempo scagliava tre freccie, che colpiva tre diverse persone. Con una d'esse avendo egli mortalmente ferito Romolo, generale dell'armata magnenziana, questi non volle desistere dal combattimento, finchè non ebbe tolta la vita al feritore, con lasciarvi appresso anch'egli la sua. Nuova più non si seppe di Marcellino, altro generale d'esso Magnenzio, e gran promotore della di lui ribellione; e però fu creduto ch'egli perisse nel Dravo. La mattina seguente [Zonar., in Annalib.] Costanzo Augusto si portò a mirare da un'eminenza il campo della battaglia; ed osservato il funesto spettacolo della innumerabil gente tanto sua che nemica estinta, non potè contener le lagrime, considerando come l'imperio romano fosse rimasto privo di sì gran copia di bravi uffiziali e forti soldati, che sarebbono stati il terror de' Barbari e il sostegno delle provincie romane. Eutropio [Eutrop., in Breviar.] anch'egli nota che di sommo pregiudizio all'imperio riuscì la perdita di sì valorose milizie. Non sembra poi credibile il dirsi da Zonara che Costanzo di ottanta mila combattenti, ch'egli avea, ne perdè trenta mila; e Magnenzio di trentasei mila ne lasciò sul campo ventiquattro mila. Vi sarà dell'error nel suo testo. Ordinò dunque Costanzo che si desse tosto sepoltura a tutti i cadaveri senza distinzion d'amici e di nemici, e che si curassero i feriti dell'una e dell'altra parte. Pubblicò ancora il perdono per chiunque avesse portate l'armi contra di lui, ed avuta parte nella morte del fratello Costante. Intanto il fuggitivo Magnenzio [Zosimus, lib. 2, cap. 53.] ebbe la fortuna per ora di scappare il meritato gastigo, e di salvarsi, con ripassar l'Alpi, tornandosene nelle Gallie, giacchè non si fidava de' Romani e degl'Italiani, a' quali sapeva d'essere in odio. Nè Costanzo si sentì voglia di fargli tener dietro, nè di proceder oltre, perchè trovò anche l'armata sua troppo affaticata ed infievolita di forze [Julian., Orat. II.]. La flotta sua, che s'era lasciata vedere sulle coste dell'Italia in questi medesimi tempi, senza aver operato cosa alcuna degna di memoria, solamente servì ad imbarcar molti che fuggivano la crudeltà di Magnenzio, e fra essi non pochi senatori e principali di Roma.