Leone Augusto per la seconda volta, Libio Severo Augusto.

Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] non mette per consoli di quest'anno, se non Leone Augusto, Leone Augusto II consule. Segno è questo che in Oriente non dovette essere approvata da esso Leone imperadore l'elezion di Severo in imperador d'Occidente; e però egli non fu riconosciuto neppure per console dagli scrittori orientali. E trovandosi in una lettera di papa Ilario, scritta nel dicembre, commemorato il solo Severo console, anco questo ci fa conoscere che egli solo prese il consolato in Italia, e ci dà qualche indicio che non dovea per anche passare buona armonia fra Leone e Severo. Sembra poi che al presente anno possa appartenere ciò che abbiamo da Prisco istorico di que' tempi [Priscus, tom. 1 Histor. Byz., pag. 42.]. Scrive egli che dopo la morte di Majoriano gli affari dell'Italia andavano alla peggio, perchè dall'un canto Genserico re de' Vandali continuamente or qua or là colle sue flotte portava l'eccidio; e dall'altro nelle Gallie era Nigidio (di lui parleremo più fondatamente nell'anno susseguente), il quale, raccolto un grande esercito di que' Galli che avevano militato sotto Majoriano, allorchè egli passò in Ispagna, minacciava all'Italia (cioè a Severo e Ricimere) il gastigo dovuto alla loro iniquità, per aver tolto sì crudelmente dal mondo l'infelice Majoriano Augusto. La buona fortuna volle che mentre egli s'accingeva a venire in Italia, i Visigoti nell'Aquitania fecero delle novità ai confini delle provincie romane, da esso Nigidio governate, ed egli fu obbligato far loro guerra, con dare un gran saggio del suo valore in varii cimenti contro quei Barbari. Ora ritrovandosi in mezzo a questi danni e pericoli il senato romano, ossia Severo imperadore, fu spedito all'imperador Leone in Oriente per aver dei soccorsi; ma nulla si potè ottenere. Fu eziandio inviato Filarco per ambasciatore a Marcellino, per esortarlo a non muovere l'armi contra l'imperio d'Occidente. Questi non par diverso da quel Marcelliano, di cui parla Procopio [Procop., de Bell. Vand., lib. 1, cap. 6.], con dire ch'egli era persona nobile, e familiare una volta di Aezio. Ma, ucciso che fu Aezio nell'anno 454, cominciò a negar l'ubbidienza all'imperadore, e a poco a poco formato un gran partito, e guadagnati gli animi de' popoli, aveva usurpata la signoria della Dalmazia, senza che alcuno osasse di disturbarlo, non che di dargli battaglia. Seguita a dire Procopio, che riuscì a Leone imperadore d'Oriente d'indurre questo Marcelliano, ossia Marcellino, ad assalire la Sardegna, in cui dominavano allora i Vandali. Ed in fatti egli s'impadronì di quell'isola con cacciarne quei Barbari. Ciò non potè eseguirsi se non con una poderosa flotta condotta dall'Adriatico nel Mediterraneo. Passò dipoi il sopra mentovato Filarco ambasciatore in Africa per far cessare il re Genserico da tante ostilità; ma ebbe un bel dire; gli convenne tornarsene indietro senz'alcuna buona risposta. Imperciocchè Genserico minacciò di non desistere mai dalla guerra, finchè non gli fossero consegnati i beni di Valentiniano Augusto e di Aezio, amendue già morti.

Aveva egli già ottenuto dall'imperadore d'Oriente una parte d'essi beni a nome di Eudocia, figliuola d'esso Valentiniano, ch'era maritata ad Unnerico suo figliuolo. Con tal pretensione o pretesto il re barbaro non lasciava anno che non approdasse colle sue flotte ai lidi d'Italia, e vi commettesse un mondo di mali. Aggiugne Prisco istorico [Priscus, tom. 1, Hist. Byz., pag. 74.] che Genserico non volendo più stare ai patti già fatti con Majoriano imperadore (parole che indicano lui già morto) mandò un'armata di Vandali e Mori a devastar la Sicilia. E potè ben farlo, perchè Marcellino (ossia Marcelliano, di cui abbiam parlato poco fa) il quale comandava in quell'isola, e probabilmente se n'era impadronito, e forse non senza intelligenza di Leone imperadore d'Oriente, se n'era ritirato, dappoichè Ricimere gli aveva fatto desertare la maggior parte de' suoi soldati col tirarli al suo servigio, nè pareva restar sicuro dalle insidie d'esso Ricimere in Sicilia. Fu dunque (seguita a dire Prisco) inviata a Genserico un'ambasciata da Ricimere, con fargli istanza che non violasse i patti. Ed un'altra pure gli venne dall'imperadore d'Oriente con premura, perchè non molestasse l'Italia e la Sicilia, e perchè restituisse le auguste principesse. Genserico mosso da queste e da altre ambasciate a lui pervenute da più bande, finalmente si contentò di rimettere in libertà la vedova imperadrice Eudossia colla figliuola Placidia, già maritata con Olibrio senatore romano, ritenendo Eudocia, figliuola primogenita d'essa imperadrice, e divenuta moglie di Unnerico suo figliuolo. Perciò sembra più probabile che non già nell'anno 457, come vuole il padre Pagi, fondato sulla asserzion di Teofane, ma sì bene nel presente seguisse la liberazion di queste due principesse, le quali passarono a Costantinopoli. Anche Idacio [Idacius, in Chron.] storico contemporaneo scrive all'anno presente, se pure non parla del susseguente, essendo imbrogliati i numeri della sua Cronica, che Genserico rimandò a Costantinopoli la vedova di Valentiniano, delle cui figliuole l'una fu maritata con Gentone figliuolo di Genserico, e l'altra ad Olibrio senatore romano. Certo è che Gentone era figliuolo minore d'esso re Genserico. Non a lui però, ma ad Unnerico primogenito fu congiunta in matrimonio Eudocia, per attestato di tutti gli altri storici. Quel solo che si può opporre, si è ciò che lo stesso Prisco [Priscus, tom. 1 Hist. Byz., pag. 76.] nel fine de' suoi Estratti racconta, con dire che Leone imperadore fece sapere a Genserico l'assunzione di Antemio all'imperio d'Occidente, con intimargli la guerra, se non lasciava in pace l'Italia, e non restituiva la libertà alle regine. Se ne tornò il messo, e riferì che Genserico, in vece di far caso di tale intimazione, faceva più vigorosamente che mai preparamenti di guerra, adducendo per iscusa che i giovani romani aveano contravvenuto ai patti. Se questo è, bisogna rimettere a qualche anno ancora più tardi la libertà renduta ad esse Auguste.


CDLXIII

Anno diCristo CDLXIII. Indizione I.
Ilario papa 3.
Leone imperadore 7.
Severo imperadore 3.

Consoli

Flavio Cecina Basilio e Viliano.

Basilio fu console per l'Occidente, e persona di singolari virtù, per le quali vien commendato da Sidonio Appollinare [Sidon., lib. 1, ep. 9.]. Ed essendo nominato egli solo in una legge di Severo imperadore, in una iscrizione riferita dal cardinal Noris e dal Fabretti, e nella lettera undecima di papa Ilario, di qua vien qualche indicio che non per anche fosse seguita buona armonia tra Leone imperadore d'Oriente e Severo imperador d'Occidente, se non che in una legge di esso imperador Leone [Tom. 6, tit. 1, in Append. Cod. Theod.], data in quest'anno, amendue i consoli si veggono nominati. Ma si osservi che nel titolo il solo Leone Augusto senza Severo fa quella legge, il che non si praticava quando gl'imperadori erano in concordia. Ed in oltre al console di chi faceva la legge si dava il primo luogo; e in essa legge vien mentovato prima Basilio. La legge suddetta di Severo Augusto [L. 12, Cod. Justin. de Advocat. divers. Judicior.] ordina che le vedove abbiano da godere l'usufrutto della donazion lor fatta per cagione delle nozze dal marito, ma con rimaner salva la proprietà in favor de' figliuoli. Quali altre imprese facesse questo imperadore, nol sappiamo, si perchè la storia ci lascia in questo al buio, oppure perchè egli nulla operò che meritasse di passare ai posteri. Nel presente anno (se pur non fu nel precedente) abbiamo da Idacio [Idacius, in Chron.] che Agrippino conte, nobil persona della Gallia, perchè passava nimicizia tra lui ed Egidio conte, uomo insigne, proditoriamente diede la città di Narbona sua patria a Teoderico, re de' Goti, ossia de' Visigoti, affinchè gli fossero in aiuto. Questo Egidio è quel medesimo che vedemmo di sopra all'anno 456 mentovato da Gregorio Turonense [Gregor. Turonensis, lib. 2, cap. 12.], inviato da Roma nelle Gallie per generale dell'armata romana, e che si era fatto cotanto amare dai Franchi, dappoichè ebbero cacciato il re loro Childerico, che l'aveano eletto per loro re. Abbiamo veduto nel precedente anno fatta menzione da Prisco istorico di un Nigidio valoroso generale d'armata, che fece di grandi prodezze contro i Goti. Quel nome è guasto, e si dee scrivere Egidio, così esigendo i tempi e le azioni. Seguita a scrivere Idacio, che essendosi inoltrato Federico, fratello del re Teoderico II, coll'esercito dei Goti contro ad Egidio conte dell'una e dell'altra milizia, commendato dalla fama per uomo caro a Dio a cagion delle sue buone opere, restò esso Federico ucciso coi suoi in una battaglia. Mario Aventicense [Marius Aventicens., in Chron.] anch'egli ci insegna sotto il presente anno che segui un combattimento fra Egidio e i Goti, tra il fiume Ligere (oggidì la Loire) e il Ligericino, presso Orleans in cui fu morto Federico re dei Goti. Non era veramente questo Federico re, ma solamente fratello di Teoderico re dei Goti. Per conto poi d'Agrippino conte, parla di lui l'autore [Rollandus, Act. Sanctor. ad diem 21 martii.] della vita di san Lupicino abate del monistero di Giura nella Borgogna, con dire che Egidio generale dell'armi romane nella Gallia maliziosamente lo screditò come traditore, e l'inviò a Roma, dove fu condannato a morte. Ma per miracolo fu liberato, ed assoluto se ne tornò nella Gallia. Se ciò è vero, non era già Egidio quell'uomo sì dabbene, che Idacio poco fa ci rappresentò. A quest'anno riferisce il Baronio [Baron., Annal. Eccl.] il concilio II arausicano (d'Oranges) tenuto da moltissimi santi vescovi delle Gallie, e celebre per la condanna dei semipelagiani: ma esso appartiene all'anno 529, come hanno già osservato il cardinal Noris [Noris, Hist. Pelagian., cap. 2, cap. 23.] ed altri eruditi. Marcellino conte [Marcell. Comes, in Chron.] nel presente anno fa menzione onorevole di san Prospero d'Aquitania non già vescovo di Ries nella Gallia, nè di Reggio in Lombardia, ma probabilmente prete, che doveva essere tuttavia vivente, scrittore riguardevole della Chiesa di Dio. Correa voce allora che egli avesse servito di segretario delle lettere a san Leone papa. Fiorì in questi medesimi tempi Vittorio d'Aquitania, prete anch'esso che non inverisimilmente vien creduto aggregato al clero romano, da cui formato un ciclo famoso d'anni 532, portò opinione il suddetto cardinal Baronio, che questo ciclo fosse composto in quest'anno ad istanza d'Illario papa; ma, secondochè hanno avvertito il Bucherio, l'Antemio, il Pagi ed altri, fu esso fabbricato nell'anno 457 a requisizione di san Leone papa, mentre era tuttavia arcidiacono della Chiesa romana Ilario, che fu poi papa.