Tenne poscia il re un parlamento in Ariano, dove proibì con rigorose pene lo spendere nel regno suo le romesine, cioè, a mio credere, la moneta battuta in Roma; e ne sustituì dell'altra battuta da lui di lega molto inferiore, a cui diede il nome di ducato; e danari di rame, tre de' quali valeano una romesina: il che recò un incredibil danno a tutto il suo dominio, e fece universalmente desiderare la di lui morte. E perciocchè avea comandato anche ai Beneventani di ricever quella moneta, se ne alterò forte il papa, e loro ordinò di non ubbidirlo. Appresso andò il re a Napoli per la prima volta. Fu con immenso onore incontrato da quella nobiltà e popolo fuori di porta Capuana, e alla porta ricevuto dal clero con bella processione. L'addestrarono varii nobili fino alla chiesa maggiore, dove l'aspettava l'arcivescovo Marino. Non mancò di far carezze e regali a quella nobiltà, di visitar tutta la città, e in una notte fece misurare il circuito della medesima, il quale si trovò allora di due mila e trecento settantatrè passi. Nel dì seguente dimandò ai Napoletani, quanto fosse il giro della lor città, e non sapendolo dire alcuno, lo disse egli con ammirazione di tutti. Sul principio poscia di ottobre se ne tornò in Sicilia, lasciando in Puglia il duca Ruggieri, e in Capoa il principe Anfuso. Ci vien meno qui la narrativa di Falcone Beneventano con grave danno della storia di que' paesi. Intenti i Genovesi, al pari d'altre città libere di Italia, ad ingrandire la lor signoria [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.], nell'anno presente con grande esercito per mare e per terra andarono addosso alla città di Ventimiglia, e costrinsero tanto essa come tutte le castella di quel contado a sottomettersi al loro dominio. Ma non sussiste già ciò che sotto questo anno è scritto negli Annali Pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], cioè che quel popolo ebbe guerra con Ruggieri re di Sicilia, e tenne in suo potere Napoli per sette anni: favola troppo grossolana. Fu bensì in questi tempi, per attestato del Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], rottura fra il popolo di Fano dall'un canto, e quei di Ravenna, Pesaro e Sinigaglia dall'altro. Non potendo i Fanesi resistere soli a tanti nemici, fecero i loro consoli ricorso ai Veneziani, con promettere fedeltà e censo a Pietro Polano doge, e concedere loro varii privilegii ed esenzioni nella loro città: dal che mossi i Veneziani, con una possente flotta andarono contro ai nemici di quel popolo, e li fecero desistere dalle offese. Intanto non mancava neppure in Germania la guerra. Il duca Guelfo VI, dacchè cessò di vivere Arrigo IV, duca di Baviera e Sassonia suo fratello, mosse le pretensioni sue sopra la Baviera, siccome ducato paterno ed avito, e susseguentemente la guerra a Leopoldo, che n'era stato investito dal re Corrado [Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 25. Abbas Urspergensis, in Chron.]. Mentre questi faceva l'assedio di Falea, eccoti all'improvviso comparire il duca Guelfo colle sue schiere, che gli diede una rotta e l'astrinse alla fuga nel dì 3 d'agosto. Ma avendo voluto lo stesso Guelfo dar battaglia anche al re Corrado, che assediava Winsperg, rimase sbaragliato, e dovette fuggire. Questo ho voluto riferire, perchè si tratta d'un principe della linea germanica de' principi estensi, il quale non lasciò dormire per questo esso re Corrado, con successivamente continuar la guerra contra di lui. Confermò in quest'anno esso re ai Piacentini il privilegio di battere moneta, come costa dal suo diploma riferito da Umberto Locati [Locatus, de Orig. Placent., Chron. Placent., tom. 16 Rerum Italicarum.].


MCXLI

Anno diCristo MCXLI. Indizione IV.
Innocenzo II papa 12.
Corrado III re di Germania e d'Italia 4.

In questi tempi resta quasi affatto al buio la storia d'Italia, per mancanza di scrittori, o, per meglio dire, delle antiche croniche perite. Scrive il cardinal Baronio [Baronius, in Annal. Ecclesiast. ad hunc annum.] che le città d'Italia ostinatamente faceano guerra l'una contro l'altra: Lucenses adversus Pisanos in Tuscia, in Longobardia Patavini adversus Veronenses, Mediolanenses implacabili odio Comenses perdere conabantur. Abbiam veduto già quanti anni prima fosse cessata la guerra fra i Milanesi e Comaschi, col totale abbassamento degli ultimi. La guerra de' Pisani e Lucchesi si ravvivò molto più tardi, siccome vedremo. Crede il cardinale suddetto che a questo anno appartenga quella del popolo romano contra del popolo di Tivoli, narrata da Ottone Frisingense [Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 27.]. Ma, per attestato di Sicardo, succedè essa [Sicard. Cremonens., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.] nell'anno seguente. Non si sa il perchè la città di Tivoli da gran tempo si manteneva disubbidiente e ribelle al pontefice: forse per gare e discordie insorte a cagion de' confini e d'ingiurie e danni fra quel popolo e i Romani. Non potendo Innocenzo II colle buone ridurli alla conoscenza del loro dovere, avea fulminato molto prima d'ora la scomunica contra d'essi. Jam per multum temporis Tyburtinos excommunicaverat, ac aliis modis presserat; sono parole del suddetto Frisingense. Però non aspettò il papa a quest'anno a scomunicarli, come pretese il Sigonio. Ora i Romani indussero il buon Innocenzo a mettere l'assedio a Tivoli, e v'andarono con grande sforzo, già persuasi di divorar quel popolo. Ma i Romani d'allora erano ben diversi da quelli del tempo antico. Poco dianzi voleano muover guerra di nuovo al re Ruggieri, se il papa più saggio di loro avesse acconsentito. Neppur tennero saldo contra il solo popolo di Tivoli. Uscito questo animosamente della città, ed attaccata la mischia cogli assedianti, li caricò sì forte, che gli astrinse a voltar vergognosamente le spalle, e a lasciare indietro un ricco bottino. Per questo accidente sinistro implacabili divennero i Romani contra di quel popolo. Da gran tempo ancora bolliva discordia fra i Veronesi e Padovani [Otto Frisingensis, in Chron.]; e perciocchè i primi aveano divertito dal suo alveo il fiume Adige con pregiudizio degli altri, si venne circa questi medesimi tempi ad una sanguinosa battaglia fra loro. Si dichiarò la fortuna in favore de' Veronesi. Sul campo restò gran copia di Padovani, moltissimi furono i prigioni, ma costò questa vittoria assai caro agli stessi vincitori. Abbiamo dall'Anonimo Casinense [Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.], che in quest'anno ancora il re Ruggieri venne in Puglia, e si portò al monistero di Monte Casino; e giacchè Dio avea restituita la pace in tutti i suoi dominii, attese a farvi esercitar la giustizia, e a levarne le prepotenze e gli abusi. Vien ciò asserito da Romoaldo Salernitano colle seguenti parole [Romualdus Salernitan., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]: Rex autem Rogerius in regno suo perfectae pacis tranquillitate potitus, pro conservanda pace camerarios et justiciarios per totam terram instituit; malas consuetudines de medio abstulit.


MCXLII

Anno diCristo MCXLII. Indizione V.
Innocenzo II papa 13.
Corrado III re di Germania e d'Italia 5.

Continuando nella lor contumacia i cittadini di Tivoli, per testimonianza di Sicardo [Sicardus Cremonens., in Chron.], assediò il pontefice in quest'anno coi Romani la loro città. Nulla dice dell'esito di quell'impresa lo storico suddetto, lasciando in dubbio se questo sia l'assedio infelice di cui si è parlato nell'anno precedente, oppure un altro. Abbiamo di certo da Ottone Frisingense che furono forzati a capitolare e sottomettersi, ma non so se nel presente oppure nel susseguente anno. Ho io prodotto il giuramento prestato ad esso pontefice da quel popolo, in cui si legge [Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.]: Civitatem tiburtinam, donnicaturas, et regalia, quae romani pontifices ibidem habuerunt, et munitionem Pontis Lucani, Vicovarum, sanctum Polum, castellum Boverani, Cantalupum, Burdellum, Cicilianum, et alia regalia beati Petri, quae habet, adjutor erit ad retinendum, ec. Comitatum quoque et rectoriam ejusdem civitatis tiburtinae in potestatem domni papae Innocentii, et successorum ejus, libere dimittam, ec. Di gravi disordini produsse un tale aggiustamento, siccome vedremo all'anno seguente. Non poteano digerire i Modenesi che la terra e badia di Nonantola, posta nel loro contado, si fosse data ai Bolognesi. Però nel presente andarono a campo sotto quella terra [Cron. di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Annal. veter. Mutinens., tom. 9 Rer Italic.], malmettendo tutti i suoi contorni. A tale avviso, uscì in campagna l'esercito de' Bolognesi; il che fu cagione che i Modenesi, lasciato l'assedio, marciarono contra di essi. In Valle di Reno, oppure in Valle di Lavino s'affrontarono le due armate, e sconfitta rimase la modenese. Gran quantità di prigioni fu condotta a Bologna. Dopo la Pasqua dell'anno presente il re Corrado tenne una gran dieta in Francoforte [Dodech., Append. ad Marian. Scot.], dove si trovarono quasi tutti i principi della Germania, e vennero anche i Sassoni ad umiliarsi a lei, che li ricevette in sua grazia. Allora fu ch'egli confermò il ducato della Sassonia al giovinetto duca Arrigo soprannominato Leone estense-guelfo, e indusse la di lui madre Geltruda, figliuola del fu imperador Lottario, a passare alle seconde nozze con Arrigo, fratello del duca Leopoldo; e a questo Arrigo concedè il ducato della Baviera [Abbas Urspergens., in Chron.]: il che fu un seminario di discordie. Imperocchè Guelfo VI, duca, zio paterno del suddetto Arrigo Leone, pretendendo indebitamente tolta la Baviera alla sua casa, continuò la guerra contra di questo novello duca, e sugli occhi suoi entrato in quella provincia, le diede un gran guasto. Arrigo il bavaro anche egli per vendicarsi passò a distruggere le ville e fortezze degli aderenti al duca Guelfo; e così andò seguitando per qualche anno la guerra con varie vicende. Stava da lungi osservando questo fuoco il re Ruggieri [Godefridus Viterbiensis, in Pantheo.], e temendo che, cessata tal guerra, il re Corrado potesse calare in Italia armato a' suoi danni, seppe animare il duca Guelfo a continuar la gara, singulisque annis mille marcas se ob hoc daturum juramento confirmavit. Anche il re d'Ungheria, per paura di Corrado, invitò alla sua corte esso duca Guelfo VI, dataque pecunia non modica, ac deinceps omni anno dandam pollicens, ad rebellandum nihilominus instigat. Con tal vigore, senza mai stancarsi, proseguì di poi esso duca Guelfo ad infestare tanto il re, quanto il duca di Baviera, che Corrado non potè mai trovar tempo ed agio per passare in Italia a prendere la corona.