MCLII
| Anno di | Cristo MCLII. Indizione XV. |
| Eugenio III papa 8. | |
| Federigo I re di Germania e d'Italia 1. |
Nel dì 9 di giugno dell'anno presente era papa Eugenio in Spagna, come costa da una sua bolla data in favore di Richilda badessa dell'insigne monistero di santa Giulia di Brescia, da me data alla luce [Antiquit. Ital., Dissert. LXX.]. E fin qui era durata la discordia de' Romani con esso pontefice, il quale per lo più a motivo di maggior quiete e sicurezza era dimorato fuori di Roma. San Bernardo scrivendo in questi tempi al medesimo papa il quarto libro de Consideratione, parve che predicesse il fine di questa briga [San Bernard., lib. 4, cap. 2 de Consideratione.]: Quid tam notum saeculis, dice egli, quam protervia et fastus Romanorum? Gens insueta paci, tumultui assueta; gens immitis et intractabilis usque adhuc, subdi nescia, nisi quum non valet resistere. En plaga: tibi incumbit cura haec, dissimulare non licet. Ridens me forsitan, fore incurabilem persuasus. Noli diffidere. In fatti per attestato dell'Anonimo Casinense [Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.], il cui anno 1151 si dee intendere per l'anno presente, papa Eugenio, stabilito un accordo coi Romani, rientrò pacificamente in Roma nel dì 11 d'ottobre. Anche Roberto del Monte [Robertus de Monte, Append. ad Sigebert.] in quest'anno scrive: Eugenius papa cum Romanis pace facta urbem ingreditur, ibique cum eis hoc anno primitus commoratur. Giovanni da Ceccano [Johann. de Ceccano, Chron. Fossae Novae.] aggiugne, ch'egli entrò in Roma nel dì 6 di settembre. Lo stesso abbiamo da Romoaldo Salernitano [Romualdus Salern., in Chron.], il quale attesta che Eugenio fu con sommo onore ricevuto dai senatori e da tutto il popolo romano. Poscia con tante limosine e benefizii si guadagnò il cuore d'esso popolo, che quasi comandava a bacchetta nella maggior parte della città: Et nisi esset mors aemula quae illum cito de medio rapuit, senatores noviter procreatos populi adminiculo usurpata dignitate privasset. Era nell'anno addietro cominciata una gran guerra fra i re dell'Africa. Seppe bene profittarne il re Ruggieri [Anonymus Casinensis. Robertus de Monte.]. Inviò egli colà nel presente anno, se pur non fu nel susseguente, la sua armata navale, a cui venne fatto d'insignorirsi della città d'Ippona, oggidì Bona, e di altre terre in quella costa di Barberia. Ch'egli ancora prendesse Tunisi, lo attesta Roberto del Monte, secondo l'edizione del padre Dachery nello Spicilegio. Ma è da dolersi perchè la storia non ci abbia dato un più distinto ragguaglio di tali imprese. Certo è, che avendo poco prima i Mori Naassamoniti, abitanti verso Fez e Marocco, strangolato il re loro, s'impadronirono delle due Mauritanie: e poscia stendendo le conquiste verso Oriente, distrussero il regno de' Zeridi colla presa della città di Bugia, minacciando con ciò la Sicilia, Puglia e Calabria. Ma fece vedere a costoro il re Ruggieri che non gli metteano paura le loro bravate. Abbiamo dagli Annali Piacentini [Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.], che in questo anno il popolo di Piacenza prese a' Parmigiani il castello di Medesana, e lo distrusse: e perciocchè dovette seguir qualche accordo fra loro, in cui ebbero i Cremonesi gran mano, affinchè Parma restituisse i prigioni di Piacenza, in segno di gratitudine i Piacentini cedettero ad essi Cremonesi Castelnuovo di Bocca d'Adda. Un fiero incendio devastò tutto Borgo S. Donnino, a riserva della chiesa maggiore. Maggiori avventure furono quelle della Germania nell'anno presente. Già si preparava il re Corrado per venire in Italia a prendere la corona imperiale [Otto Frisingensis, de Gestis Friderici I, lib. 1, cap. 63. Dodechinus, in Append.], risoluto insieme di far guerra al re Ruggieri in vigor della lega e del concerto fatto coll'imperador de' Greci suo cognato. S'era egli trasferito a Bamberga con pensiero di tenere ivi una gran dieta, quando venne a battere alle sue porte l'inesorabil morte. Mancò egli di vita nel dì 15 di febbraio dell'anno corrente. Scrive Ottone da Frisinga, essere corsa allora voce, ch'egli fosse stato aiutato ad uscire del mondo da alcuni medici del re Ruggieri, che, fingendo d'aver paura di quel re, s'erano rifugiati in Germania. Erano allora veramente in gran credito i medici della scuola di Salerno, e consultati da varie parti. Nè già è inverisimile che l'accorto Ruggieri avesse tentato per questa esecrabil via di liberarsi da un dichiarato nemico, la cui possanza quella sola era che dava a lui una fondata apprensione. Tuttavia in simili casi i sospetti e le dicerie del popolo sono a buon mercato. Allorchè Corrado vide in pericolo la sua vita, trattò coi principi di chi gli dovesse succedere. Gli restava bensì un figliuolo per nome Federigo, ma di età picciola, nè atta al governo. Però saggiamente consigliò che eleggessero Federigo, appellato poscia Barbarossa a cagion del colore della sua barba, figliuolo di Federigo il Guercio duca di Suevia suo fratello; al quale consegnò le insigne reali, e vivamente raccomandò il tenero suo figliuolo. Fu data sepoltura al di lui corpo in Bamberga, vicino alla tomba del santo imperadore Arrigo. Tenutasi poi la gran dieta del regno nel dì 4 di marzo in Francoforte, quivi restò a comuni voti eletto re ed imperadore futuro il suddetto Federigo. Degno è di osservazione, che a tale elezione ebbero parte tutti i principi della Germania, per attestato di Ottone vescovo di Frisinga, che uno fu di que' principi; il che fa conoscere quanto sia mal appoggiata l'opinione di chi pensa tanto prima istituito il collegio de' sette elettori; del che ho parlalo anche io altrove [Antiquit. Ital., Dissert. III.]. Nè a quella dieta mancarono principi e baroni italiani. Non sine quibusdam ex Italia baronibus, scrive il suddetto Frisingense. E Amando [Amand., de prim. Act. Frider.] segretario del medesimo Federigo racconta, che multi illustres heroes ex Lombardia, Tuscia, Januensi, et aliis Italiae dominiis, etc. convenerunt in urbe francofurtensi, etc., per eleggere il nuovo re. Più importante ancora è un'altra osservazione fatta dal medesimo Frisingense [Otto Frisingensis, de Gestis Frider., lib. 2, cap. 2.], zio dello stesso Federigo, cioè che il motivo principale per cui convennero i voti di tutti i principi nella persona di Federigo, fu quello di pacificare ed unire insieme le due potenti e famose famiglie di Germania, cioè la ghibellina e la guelfa. Della prima era erede e capo lo stesso Federigo Barbarossa; dell'altra il duca Guelfo VI, e Arrigo Leone duca di Sassonia, suo nipote.
Era nato Federigo, siccome ho detto, da Federigo duca di Suevia, e da Giuditta figliuola d'Arrigo il Nero estense-guelfo, padre del suddetto Guelfo VI duca: per conseguente veniva ad esser Guelfo zio materno del re Federigo, e il duca di Sassonia Arrigo Leone suo cugino. Unendosi dunque in un solo principe il sangue d'amendue le sopraddette insigni famiglie, si credette che cesserebbe da lì innanzi la nemicizia ed animosità mantenuta fra loro tanti anni addietro. Ecco le parole del Frisingense: Duae in romano orbe apud Galliae Germaniaeve fines famosae familiae hactenus fuere: una Henricorum de Guibelinga, alia Guelforum de Altdorfio: altera imperatores, altera magnos duces producere solita. Istae, ut inter viros magnos, gloriaeque avidos assolet fieri, frequenter se se invicem aemulantes, reipublicae quietem multotiens perturbarunt. Nutu vero Dei, ut creditur, paci populi sui in posterum providentis, sub Henrico V factum est, ut Fridericus dux, pater hujus (di Federigo Barbarossa), qui de altera, idest de regum familia descenderat, de altera, Henrici scilicet Noricorum ducis filiam in uxorem acciperet, ex eaque Fridericum, qui in praesentiarum est et regnat, generaret. Principes ergo non solum industriam, ac saepe dicti juvenis virtutem, sed etiam hoc, quod utriusque sanguinis consors, tamquam angularis lapis, utrorumque horum parietum dissidentiam unire posset, considerantes, caput regni eum constituere adjudicaverunt: plurimum reipublicae profuturum praecogitantes, si tam gravis et diutina inter maximos imperii viros, ob privatum emolumentum simultas, hac demum occasione, Deo cooperante, sopiretur. Ho voluto rapportar intero questo passo, perchè esso è la chiave dell'origine delle famose fazioni ghibellina e guelfa, che recarono ne' secoli susseguenti tanti travagli e guai all'Italia. A questo lume svaniscono varie favole intorno a tale origine, spacciate dai poco informati storici, essendo certo che per le nimistà passate in Germania fra i re ghibellini e la linea dei duchi estense-guelfa di Germania (le quali poi si rinnovarono, siccome vedremo a suo tempo) presero piede in Italia queste maledette fazioni. Adunque il nuovo re Federigo portatosi ad Aquisgrana, nel dì 9 di marzo fu ivi solennemente coronato, e diede principio al suo governo con ispedire i suoi legati a papa Eugenio III e a tutta l'Italia, per notificare ad ognuno la sua elezione, che fu accettata e lodata da tutti. Una delle principali applicazioni ch'egli ebbe in questi principii, fu quella di terminare amichevolmente la lite mossa da Arrigo Leone estense-guelfo duca di Sassonia, che pretendeva il ducato della Baviera, siccome figliuolo ed erede del duca Arrigo il Superbo, contra del re Arrigo figliuolo di san Leopoldo, che ne era in possesso per concessione del fu re Corrado III. Ad amendue fu assegnato il termine per addurre le loro ragioni nel mese d'ottobre in Erbipoli, ossia in Wirtzburg. Presentaronsi ancora a' piedi del novello re con assai lagrime Roberto già principe di Capoa, Andrea conte di Rupecanina, ed altri signori della Puglia, spogliati dal re Ruggieri de' loro Stati, chiedendo giustizia ed aiuto. La determinazione di Federigo fu, che pazientassero finchè egli calasse in Italia per venire a prendere la corona imperiale: spedizione che restò fissata per l'anno 1154, e che, siccome vedremo, diede principio ad infiniti sconcerti e guerre nella misera Italia. Rapporta il cardinal Baronio [Baron., Annal. Ecclesiast., ad hunc annum.] la concordia stabilita in questo anno fra papa Eugenio e il re Federigo per mezzo de' lor deputati. Federigo si obbliga di non far pace nè tregua col popolo romano, nè con Ruggieri re di Sicilia, senza il consentimento di esso Eugenio e de' pontefici suoi successori, e di conservare e difendere tutte le regalie di san Pietro; e all'incontro il papa promette di coronarlo imperadore, e di aiutarlo secondo la giustizia. Ho riferito anch'io un diploma d'esso re Federigo in conferma de' privilegii de' canonici di Vercelli [Antiquit. Ital., Dissert. LXII.], spedito in Wirtzburg XV kalendas novembris anno Domini MCLII, Indictione XV. In quest'anno scrive il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 12.] che ebbe principio la guerra fra i Parmigiani e Reggiani. Vennero i primi saccheggiando fino al fiume Secchia. Accorsero i Reggiani, ma rimasero sconfitti colla prigionia di molti, che nel dì dell'Assunzion della Vergine furono poi rilasciati in camiciuola con un bastone in mano e uno scopazzone. Passarono appresso i vittoriosi Parmigiani nel settembre fino a Borgo San Donnino, e, presolo, ne fecero un dono alle fiamme. Di questi fatti non veggo parola nei vecchi autori. Ma il Sigonio forse li prese da qualche Cronica manoscritta esistente allora, e smarrita oggidì.
MCLIII
| Anno di | Cristo MCLIII. Indizione I. |
| Anastasio IV papa 1. | |
| Federigo I re di Germania e d'Italia 2. |
Meritava bene il piissimo ed ottimo pontefice Eugenio III di vivere più lungamente. Egli s'era già cattivato colle sue liberalità e dolci maniere il popolo di Roma, di modo che già si trovava in istato di abolire il senato, onde era venuta tanta turbazione a lui e ai tre suoi predecessori. Avea fabbricato un palazzo presso san Pietro e un altro a Segna [Cardinal. de Arag., in Vit. Eugenii III.]; avea ricuperata Terracina, Sezza, Normia e la rocca di Fumone, alienate un pezzo fa dal dominio di San Pietro. Le sue rare virtù il facevano venerabile ed ubbidito dappertutto. Ma Iddio il volle chiamare a sè con immenso dolore di tutto quel clero e popolo. Succedette la morte sua nel dì 7 di luglio del presente anno, mentre egli dimorava in Tivoli, e fu il suo sepolcro nella basilica vaticana onorato da Dio con varie miracolose guarigioni. Da lì a due giorni fu promosso al pontificato Romano Corrado vescovo di Sabina, romano di nazione, che prese il nome di Anastasio IV. In quest'anno ancora l'immortal servo del Signore san Bernardo, fondatore di tanti monisteri, andò a ricevere in cielo il frutto delle insigni sue virtù e gloriose fatiche. Tanto angustiarono in questi tempi i potenti Bolognesi uniti co' Faentini la città d'Imola, troppo inferiore di forze [Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], che, dopo una rotta data a quel popolo, il costrinsero ad una svantaggiosa pace, e a dipendere da lì innanzi dai loro cenni. Scrive ancora il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 12.] che i Piacentini uniti ai Cremonesi nel dì 26 di giugno vennero alle mani coll'esercito de' Parmigiani a Casalecchio, e restarono sconfitti, e, per la maggior parte presi, furono condotti nelle carceri di Parma. Onde si abbia egli tratte queste notizie nol so io dire. Negli antichi Annali di quella città non ne truovo vestigio. Erano già passati quarantadue anni che la città di Lodi stava sotto il giogo de' Milanesi, trattata non con quella piacevolezza che si cattiva il cuor de' sudditi, ma bensì con quell'asprezza che li fa gemere e sospirar tutto dì mutazion di governo. Accadde che due Lodigiani (siccome abbiamo da Ottone Morena [Otto Morena, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], storico diligente di questi tempi, e nativo di quella città), l'uno appellato Albernando Alamano, e maestro Omobuono, per proprii affari essendo iti alla città di Costanza, vi si trovarono nel tempo stesso che il nuovo re Federigo tenne ivi un parlamento. Osservato che molti sì ricchi che poveri ricorrevano ad esso per giustizia, e la ottenevano, saltò loro in pensiero di fare un passo forte, senza averne commissione e facoltà alcuna dalla loro città. Cioè prese in ispalla oppure in mano due grosse croci di legno (che tale era allora l'uso in Italia di chi aggravato portava le sue querele al trono de' principi), andarono a gittarsi a' piedi di Federigo nel dì 4 di marzo dell'anno presente, chiedendo con assai lagrime misericordia e giustizia contra de' Milanesi, come tiranni della lor patria Lodi, ed esponendo ad uno ad uno tutti gli aspri trattamenti che avea patito e tuttavia pativa questa infelice città.
Fra le rare doti che si univano in Federigo, principe di grande accortezza e mente, di petto forte e di valore impareggiabile, non era l'ultima l'amore della giustizia, ma inflessibile e congiunto, siccome vedremo, con tal severità, che andava al barbarico. Appena ebbe intese tali doglianze, che ordinò tosto al suo cancelliere di scrivere lettera vigorosa ai consoli e al popolo di Milano in favore e sollievo della città di Lodi, e deputò a portarla un uomo di sua corte appellato Sicherio. Tornati i due buoni Lodigiani a Lodi, notificarono ai consoli e al consiglio della Credenza di quella città quanto aveano operato. Siccome altrove ho io dimostrato, il consiglio della Credenza, nelle città libere d'Italia, non era composto della sola plebe, come ha creduto taluno. V'entravano anche i nobili, qualora aveano parte nel governo. Altro in somma non era che il consiglio segreto, a cui chi interveniva, prestava giuramento di non rivelar quello che ivi si trattava. In gran pena furono que' cittadini per tal novità, temendo, e con ragione, il risentimento e furore de' Milanesi; però in vece di ringraziamenti caricarono di villanie que' due semplici cittadini, e serrarono loro in petto queste novelle. Venne Sicherio a Lodi, credendosi di portar via grosso regalo; ma i consoli di Lodi, riprovando l'operato de' due lor cittadini, non altro fecero che scongiurarlo di tornarsene indietro senza presentar la lettera del re ai Milanesi. Ma egli arditamente ito a Milano, sfoderò gli ordini del re, ricevuti con sì mal garbo da que' consoli e dal loro consiglio, che dopo aver gittata in terra e pestata coi piedi la lettera, si avventarono addosso a Sicherio, ch'ebbe fatica a salvarsi; però se ne tornò egli assai brutto in Germania, ed espose al re e a' suoi baroni il grave affronto fattogli e il pericolo da lui corso. Sommo fu lo sdegno di Federigo e dei suoi principi, e se la legò al dito, per farne vendetta a suo tempo. Crebbe indicibilmente lo spavento ne' Lodigiani. Di dì in dì si aspettavano l'ultimo esterminio, minacciato loro da' Milanesi; e per isperanza di schivarlo, segretamente inviarono al re Federigo una chiave tutta d'oro per mezzo di Guglielmo marchese di Monferrato, raccomandandosi caldamente alla di lui protezione. Tornati in sè i Milanesi, per placare la collera del re, anch'essi gli mandarono una coppa d'oro piena di danaro, che non fu punto accettata da Federigo. Nello stesso tempo comparvero alla corte gli ambasciatori di Cremona e di Pavia con ricchi regali, e insieme con ordine d'esporre in segreto colloquio al re la superbia de' Milanesi, siccome quelli che erano dietro ad ingoiar tutti i loro vicini, e di far premure in favore dell'oppressa città di Lodi; e fu ben eseguita la commessione. Niega il padre Pagi la spedizione di questi ambasciatori, e la niega a torto. Ottone Morena ce ne assicura. Nè sussiste, come vuol esso Pagi, che i popoli di Puglia inviassero ambascerie a Federigo. Le doglianze furono fatte, come ho detto, da que' baroni cacciati dal re Ruggieri, che si trovavano in Germania.