Famosissimo divenne quest'anno, perchè in esso finalmente venne fatto all'imperador Federigo di vedere a' suoi piedi il popolo di Milano, e di potere sfogare contra della loro città il suo barbarico sdegno [Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.]. Il guasto dato a tutti i contorni di Milano avea privato di viveri quel valoroso popolo, nè restava speranza nè maniera di cavarne dai vicini, perchè tutti all'incontro erano lor nemici e collegati per rovina di quell'illustre città. La sola città di Piacenza avrebbe potuto o voluto soccorrere; ma n'era impedita dall'armi di Federigo, acquartierato apposta a Lodi, che facea battere le strade, e tagliar crudelmente la mano destra a chiunque era colto portante vettovaglia a Milano. Però si cominciò stranamente a penuriare in essa città, e alla penuria tenne dietro una grave discordia tra i cittadini, cioè tra i padri e i figliuoli, i mariti e le mogli e i fratelli, gridando alcuni che s'aveva a rendere la città, ed altri sostenendo che no: laonde accadevano continue risse fra loro [Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.]. Si aggiunse che i principali formarono una segreta congiura di dar fine a tanti guai, in guisa che prevalse il sentimento accompagnato da minaccie di chi proponeva la resa, e fu preso il partito d'inviare a trattar di pace. Iti gli ambasciatori a Lodi, proposero di spianare per onor dell'imperadore in sei luoghi le mura e le fosse delle città. Federigo col parere de' suoi principi, e de' Pavesi, Cremonesi, Comaschi ed altri popoli nemici di Milano, stette fisso in volerli a sua discrezione senza patto alcuno. Durissima parve tal condizione, ma il timore di peggio indusse i Milanesi ad accomodarsi al fierissimo rovescio della lor fortuna. Pertanto nel primo giorno di marzo vennero a Lodi i consoli di Milano, cioè Ottone Visconte, Amizone da porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo dall'Orto, con altri; e colle spade nude in mano, siccome nobili, giurarono di fare quello che piacesse all'imperadore, e che lo stesso giuramento si presterebbe da tutto il loro popolo. Nella seguente mattina comparvero trecento soldati a cavallo milanesi, che rassegnarono a Federigo le lor bandiere, e insieme le chiavi della città. Nel martedì vennero circa mille fanti da Milano col carroccio, che giurarono come i precedenti. Volle Federigo quattrocento ostaggi, e spedì sei Tedeschi e sei Lombardi, fra i quali fu Acerbo Morena, allora podestà di Lodi, continuatore della storia cominciata da Ottone suo padre, acciocchè esigessero il giuramento di totale ubbidienza da tutto il popolo milanese. Andò l'imperadore a Pavia con tutta la corte, e nel dì 19 d'esso mese di marzo mandò ordine ai consoli milanesi [Acerbus Morena. Sire Raul. Otto de Sancto Blasio.] che in termine di otto giorni tutti i cittadini maschi e femmine evacuassero la città con quel che poteano portar seco. Spettacolo sommamente lagrimevole fu nel dì 25 il vedere lo sfortunato popolo piangente abbandonar la cara patria co' piccoli lor figliuoli, cogl'infermi e coi lor fardelli, portando quel poco che poterono, e lasciando il resto in preda agli stranieri. Alcuni giorni prima, cioè nel dì 18, se n'era già partito l'arcivescovo Oberto coll'arciprete Milone, Galdino arcidiacono ed Alchisio cimeliarca, ed ito per trovar papa Alessandro che tuttavia dimorava in Genova. Chi potè, se ne andò a Pavia, a Lodi, a Bergamo, a Como, e ad altre città; ma l'infelice plebe si fermò fuori della città ne' monisteri di san Vincenzo, di san Celso, di san Dionisio e di san Vittore, sperando pure che non fosse estinta affatto nel cuore dell'imperadore la clemenza, e ch'egli, soddisfatto dell'ubbidienza, permetterebbe il ritorno alle lor case. Non poteva essere più vana una sì fatta lusinga. Comparve nel dì seguente Federigo accompagnato da tutti i suoi principi e soldati, e da' Cremonesi, Pavesi, Novaresi, Lodigiani e Cremaschi, e da quei del Seprio e della Martesana; ed, entrato in Milano, l'abbandonò all'avidità militare. Nel sacco neppure alcun riguardo s'ebbe alle chiese. Furono asportati i lor tesori, i sacri arredi e le reliquie. Ed allora dicono, che trovati i corpi creduti dei tre re magi, e donati a Rinaldo arcicancelliere ed arcivescovo eletto di Colonia, furono portati alla di lui città, dove di presente la popolar credenza li venera. Scrissero alcuni che anche i corpi dei santi Gervasio e Protasio furono portati a Brisacco; ma il Puricelli e il signor Sassi, bibliotecario dell'Ambrosiana, hanno già convinta di falso una tale opinione. Sire Raul, autore di questi tempi, scrive seguito solamente nell'anno 1164 questo pio ladroneccio.

Poscia uscì della bocca imperiale il crudele editto pella total distruzione della città di Milano. Se fosse vero ciò che racconta Romoaldo arcivescovo in questi tempi di Salerno [Romualdus Salernitanus, in Chron.], Federigo nella concordia avea promesso civitatem integram, et cives cum rebus suis permanere illaesos; poi mancò alla parola. Ma non s'accorda questa particolarità con quanto ne scrivono il Morena e Sire Raul, storici più informati di questi fatti. Furono deputati i Cremonesi ad atterrare il sestiere di porta Romana, i Lodigiani a quel di porta Renza, i Pavesi a quel di porta Ticinese, i Novaresi a quel di porta Vercellina, i Comaschi a quel di porta Comacina, e il popolo del Seprio e della Martesana a quello di porta Nuova. L'odio e lo spirito della vendetta animò sì forte questi popoli, che si diedero un'incredibil fretta alla rovina dell'infelice città. Gran somma di danaro aveano anche sborsato a Federigo per ottenerne la permissione. Il fuoco attaccato alle case ne distrusse buona parte; il resto fu diroccato a forza di martelli e picconi, ed anche in pochi giorni si vide smantellata la maggior parte delle mura. Pare che Acerbo Morena si contraddica, perchè, dopo avere scritto, che usque ad dominicam Olivarum tot de moenibus civitatis consternaverunt, quod ab initio a nemine credebatur in duobus mensibus posse dissipari, soggiugne appresso, che remansit tamen fere totus murus civitatem circumdans (forse manca dissipatus), qui adeo bonis et magnis lapidibus confectus fuerat, et quasi centum turribus decoratus, quod, ut existimo, numquam tam bonus fuit visus in Italia. Certo è da credere che, se non prima, lo dirupassero almeno dopo la domenica dell'ulivo, perchè lasciando in piedi un sì forte muro, nulla avrebbono fatto. E Sire Raul scrive che Federigo destruxit domos, et turres, et murum civitatis. Così ha l'Abbate Urspergense [Abbas Urspergensis, in Chron.], Elmoldo, Gotifredo monaco ed altri. Il campanile della metropolitana, mirabile a vedere per la sua vaghezza ed incredibil altezza, venne per comandamento dell'imperadore abbassato. Ma rovesciato sopra la chiesa, ne atterrò la maggior parte. La fama accrebbe poi questa calamità di Milano, essendo giunti alcuni a scrivere [Ptolom. Lucens., in Annalib.] che Federigo vi fece condurre sopra l'aratro, e la seminò di sale: tutte fandonie. Per attestato di Duodechino [Dodech., in Append. ad Marian.] populus expulsus fuit; murus in circuitu dejectus; aedes, exceptis Sanctorum templis, solo tenus destructae. Reservatis tantummodo matrice Ecclesia, et quibusdam aliis, scrive Roberto dal Monte [Robert. de Monte, in Append. ad Sigebert.]. Ordine ancora fu dato che mai più non si potesse rifabbricare, nè abitar quella nobilissima città, a spianar le cui fosse concorse quasi tutta la Lombardia. Io qui niuna menzione farò delle favole della Cronica de' conti di Anghiera, mentovate ancora da Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, Manipul. Flor.], perchè il confutarle sarebbe tempo mal impiegato. Nella domenica delle Palme assistè Federigo Augusto ai divini uffizii nella basilica di santo Ambrosio [Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.] fuori della desolata città milanese, e prese l'ulivo benedetto; e nello stesso giorno s'inviò a Pavia. Celebrò egli in essa città la santa Pasqua, col concorso della maggior parte dei vescovi, marchesi, conti ed altri baroni d'Italia. Alla messa e dopo la messa, ad un lauto convito, a cui s'assisero i suddetti principi, e i vescovi colla mitra, e i consoli delle città, si fece vedere colla corona in capo, insieme coll'Augusta Beatrice, giacchè due anni innanzi avea fatto proponimento di non portar più corona, se prima non soggiogava il popolo di Milano. Grande fu allora il giubilo e il plauso del popolo di Pavia per le fortune dell'imperadore; e gli scrittori tedeschi si sciolgono in sonori elogi del suo gran valore e della sua costanza, per aver sottomessa una sì riguardevol città. Ma resterebbe da vedere se gloria vera s'abbia a riputare per un monarca cristiano il portare l'eccidio ad un'intera insigne città, con distruggere e seppellir tante belle fabbriche e memorie dell'antichità, che fino a' tempi di Ausonio quivi si conservavano. Che in pena della ribellione si dirocchino tutte le mura ed ogni fortificazione, ciò cammina; ma poi tutto, chi può mai lodarlo, e non attribuirlo piuttosto ad un genio barbarico? A mio credere, i buoni principi fabbricano le città, e i cattivi le distruggono. Certo intanto è che la caduta e rovina di Milano sparse il terrore per tutta l'Italia, ed ognuno tremava al nome di Federigo Barbarossa. Però non è da stupire se i Bresciani spedirono nella seconda domenica dopo Pasqua i loro consoli, accompagnati da molta nobiltà, a Pavia, per sottomettersi ai di lui voleri. Fu accettata la lor sommessione, con patto di dover demolire tutte le torri e mura della lor città, di spianar le fosse, di ricevere un podestà dall'imperadore, di pagar una buona somma di danaro, e di consegnare ad esso Augusto tutte le rocche e fortezze del loro contado, e di militare con lui, occorrendo, anche a Roma e in Puglia. Sapea ben Federigo nella buona ventura mettere i piedi addosso a chiunque gli cadeva sotto le mani.

Vi restavano i soli Piacentini da mettere in dovere. Già si sapeva che era giurato l'assedio della lor città. Ma conoscendo essi la necessità di prevenir la tempesta, trattarono di pace, e colla mediazione di Corrado conte palatino del Reno, fratello dell'imperadore, l'ottennero. Però i lor consoli colle spade nude si presentarono a Federigo nel dì 11 di maggio, mentre egli era a San Salvatore fuori di Pavia, e se gli sottomisero con promessa di pagargli sei mila marche d'argento, di distruggere le mura e le fosse della lor città, di ricevere un podestà, di restituir tutte le regalie, e di cedere tutte quelle castella del lor territorio che volesse l'imperadore; il che era poco men che perdere tutto l'essere di repubblica. Ciò fatto, mandò Federigo per podestà de' Milanesi il vescovo di Liegi; a Brescia Marquardo di Grumbac; a Piacenza Aginolfo, e poscia Arnaldo Barbavara; a Ferrara il conte Corrado di Ballanuce; a Como maestro Pagano; e così ad altre città. Per grazia speciale permise ai Cremonesi, Parmigiani, Lodigiani ed altri popoli fedeli il governarsi co' proprii consoli. Rapporta il Sigonio [Sigon., de Regno Ital., lib. 13.] l'investitura data ai Cremonesi, molto vantaggiosa per loro. Nel mese di giugno passò Federigo alla volta di Bologna, che era tuttavia restia ai comandamenti di lui. Seguì parimente accordo con quel popolo, obbligato anch'esso a diroccar le mura, a guastar le fosse della città, a fare lo sborso di molta pecunia, e a ricevere pel suo governo il cesareo podestà. Andò poscia ad Imola e Faenza, e ad altri luoghi. In somma non vi restò città dell'Italia di qua da Roma che non piegasse il collo sotto i piedi del formidabil Augusto, a riserva della rocca di Garda, che occupata da Turisendo veronese, e assediata quasi per un anno dal conte Marquardo e da' Bergamaschi, Bresciani, Veronesi e Mantovani, lungo tempo si difese, e finalmente si rendè con onesta capitolazione. Anche i Genovesi, chiamati da Federigo a Pavia, per attestato di Caffaro [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.], vennero all'ubbidienza, ed ottennero buoni patti, con ritener tutte le regalie, perchè s'obbligarono di servire a Federigo nelle spedizioni ch'egli meditava contro il re di Sicilia. Il privilegio conceduto da esso imperadore ai Genovesi può leggersi nelle mie Antichità italiane [Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII et LXXII.]. Affinchè restasse memoria della sua crudeltà contra de' Milanesi; quel diploma si vede dato Papiae apud sanctum Salvatorem in palatio imperatoris post destructionem Mediolani, et deditionem Brixiae, et Placentiae, V junii, anno dominicae Incarnationis MCLXII, Indictione X. Altri diplomi segnati in questa forma ci restano. Curiosa cosa è il vedere con che generosità Federigo diede allora in feudo al popolo genovese siracusanam civitatem cum pertinentiis suis, et ducentas quinquaginta caballarias terrae in valle Nothi, ec. et in unaquaque civitate maritima, quae propitia divinitate a nobis capta fuerit, rugam unam (una rua, una contrada) eorum negotiatoribus convenientem cum ecclesia, balneo, fundico, et furno, con altre liberalità. Ma il proverbio dice che il fare i conti sulla pelle dell'orso vivo non sempre riesce.

Nella domenica di passione imbarcatosi di nuovo a Genova papa Alessandro III [Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], di colà passò a Magalona in Francia, e poscia a Mompellieri, dove mandò il re Lodovico VII a visitarlo e a rendergli l'onore dovuto. Nel giugno si inviò a Chiaramonte. Alle glorie dell'Augusto Federigo mancava quella solamente di terminar la lite del pontificato romano a voglia sua. Mostrando egli in apparenza grande zelo per l'unione della Chiesa, subito che intese l'arrivo in Francia di papa Alessandro, scrisse al re Lodovico, proponendo un abboccamento con lui per dar fine a questo importantissimo affare; e che a San Giovanni di Laune, oppure a Besanzone si tenesse un concilio, dove si presentassero i due contendenti, per esser ivi esaminate le ragioni d'ambedue le parti. Covava nondimeno l'astuto imperadore il pensiero di burlar non meno l'odiato Alessandro che l'antipapa Ottaviano. Apud se cogitavit (lo abbiamo dalla vita di papa Alessandro), sicut homo hujus saeculi prudentissimus, sagax, et callidus, qualiter posset Alexandrum, et idolum suum judicio universalis Ecclesiae pariter dejicere, atque personam tertiam in romanum pontificem ordinare. Trovaronsi insieme papa Alessandro e il re Lodovico a Souvignì, e il re, principe che non andava molto alla malizia, volle persuadere al papa di venir al progettato congresso; ma Alessandro tenne il piè fermo, allegando che non conveniva alla dignità della Sede apostolica il sottoporsi a quel giudizio; e che giusto motivo avea di sospettar artifizii e superchierie dalla parte di Federigo, che già era apposta passato in Borgogna. Di grandi negoziati si fecero dipoi; ma volle Dio che scoperti in fine i raggiri d'esso imperadore, il re di Francia si ritirasse dal contratto impegno: perlochè fu quasi per nascere rottura di guerra fra que' due monarchi, se non fosse accorso in aiuto del re Lodovico il re d'Inghilterra: il che mise freno a Federigo, che oramai si credea di potere dar legge a tutti, e pretendea che ai soli vescovi del suo imperio appartenesse il giudicar dell'elezione del romano pontefice. In somma esso Augusto, mal contento di tanti maneggi inutilmente fatti, fu forzato dalla mancanza de' viveri a tornarsene coll'esercito in Germania; e l'antipapa, veggendosi mal ricevuto in quelle parti, se ne tornò in Italia. Rimandò poco dappoi Federigo in Italia l'eletto arcivescovo di Colonia Rinaldo, principal arnese, ma arnese pessimo della sua corte [Acerbus Morena, Histor. Lauden., tom. 6 Rer. Ital. Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.], che fatto un viaggio per la Lombardia, Romagna, marca di Verona e Toscana, si studiò di assodar tutte le città e principi nell'ossequio verso l'imperadore. Intanto il miserabil popolo di Milano [Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.] escluso dalla sua patria, senza tetto dove ricoverarsi, fu ripartito dal vescovo di Liegi in quattro siti, alcune miglia lungi dalla città, con permissione di fabbricar ivi de' borghi per loro alloggio. Tornò in Germania quel vescovo, e lasciò al governo d'esso popolo Pietro di Cunin, che cominciò a far delle estorsioni in varie maniere. Terminò in quest'anno il re di Sicilia la guerra di Puglia [ Romualdus Salernit., in Chron. Johann de Ceccano, Chron. Fossaenovae.] colla presa di Taverna e di Monte Arcano; e, passato a Salerno, senza volervi entrare, s'accampò sotto quella città. Era inviperito contra di quel popolo, perchè esso dianzi avea consentito alla congiura che divampò contro di lui. Pretese il re una gran somma di danaro da que' cittadini; nè potendo eglino colla puntualità ricercata soddisfare al pagamento, con questo pretesto minacciò Guglielmo l'ultimo eccidio alla città. Ed era disposto ad eseguir la parola, quando sul bel mezzo giorno e a ciel sereno, insorto un impetuoso turbine, seguitato poi da una furiosa pioggia, schiantò quasi tutte le tende, e specialmente la regale, in maniera che Guglielmo, il quale allora dormiva, corse pericolo di riportarne gran danno. Se ne fuggì egli in una picciola tenda che era rimasta in piedi, con raccomandarsi a san Matteo apostolo, il cui corpo si pretende conservato in quella città. Fu questo in fatti creduto un miracoloso ripiego del santo Apostolo, per liberar da quel rischio il suo popolo; e però impaurito il re, nel dì seguente sciolse le vele verso Palermo, nè altro male fece a quella magnifica città. Insorse in quest'anno discordia fra i Pisani e i Genovesi nella città di Costantinopoli. Avendo prevaluto i primi, diedero il sacco al fondaco dei Genovesi, con asportarne il valore di trenta mila perperi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.]. Portatene le querele a Genova, il popolo in furia spedì a Pisa, chiedendo soddisfazione, altrimenti intimavano la guerra. Non essendo venuta alcuna buona risposta, i Genovesi con dodici galere volarono a Porto Pisano a farne vendetta. Vi distrussero la torre del porto, e presero molte navi coll'avere e cogli uomini. Accadde che arrivò a Pisa il suddetto Rinaldo arcicancelliere ed arcivescovo eletto in Colonia, che, informato di questa briga, mandò tosto a Genova ordine che cessassero le offese, ed ottenne la liberazion de' prigioni. Ma avendo dipoi i Pisani presi due legni dei Genovesi, si riaccese la guerra che era per andare innanzi, se, interpostosi di nuovo l'arcicancelliere, non avesse rimessa all'imperadore, che era a Torino, la cognizion di questa controversia. Stabilì esso Augusto dipoi una tregua fra loro. Di una tal discordia parlano gli Annali pisani all'anno seguente.


MCLXIII

Anno diCristo MCLXIII. Indizione XI.
Alessandro III papa 5.
Federigo I re 12, imper. 9.

Dopo avere papa Alessandro celebrata la festa del santo Natale nella città di Tours [Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], venuta la domenica di settuagesima, passò a Parigi per una conferenza con Lodovico VII re di Francia. Gli venne incontro il piissimo re coi baroni e colle sue guardie due leghe lungi dalla città, e alla vista di lui smontato, corse a baciargli i piedi. Dopo di che amendue continuarono il viaggio fino a Parigi, dove la processione del clero col vescovo l'accolse. Dimorò ivi il pontefice per tutta la quaresima, e vi solennizzò la Pasqua. Poscia, avvicinandosi il tempo della celebrazion del concilio da lui intimato nella città di Tours, colà si trasferì. Riguardevole fu quella sacra adunanza, a cui fu dato principio nel dì 19 di maggio, perchè v'intervennero diciassette cardinali, cento ventiquattro vescovi, quattrocento quattordici abbati, e una copiosa moltitudine di clerici e laici. Furono ivi pubblicati varii canoni di disciplina ecclesiastica, da' quali apparisce che era già insorta nelle parti di Tolosa, e si andava dilatando, una setta d'eretici, i quali, siccome accenneremo, infettarono in fine tutte quelle contrade. Era anche passato in Francia lo studio delle leggi civili, e molti monaci e canonici regolari, col pretesto d'insegnarle nelle scuole, oppur di spiegare la fisica, o di praticar la medicina, abbandonavano i loro chiostri. Questo fu proibito, e dichiarate nulle e sacrileghe tutte le ordinazioni fatte e da farsi dall'antipapa e dagli altri scismatici. E perciocchè l'andar girando il papa dovea riuscire di non lieve aggravio alle chiese, gli fu fatto sapere che se volea più lungamente fermarsi in Francia, eleggesse una dimora stabile nella città che più gli fosse in grado: laonde egli scelse la città di Sens, dove si trattenne dal principio d'ottobre fino alla Pasqua dell'anno 1165. Circa questi tempi avendo Ulrico, novello patriarca di Aquileia, fatta un'invasione nell'isola di Grado [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], vi accorsero i Veneziani con uno stuolo di galee, e il fecero prigione con assai nobili del Friuli nell'ultimo giovedì del carnevale, e tutti li misero nelle carceri di Venezia. Per liberarsi, egli si obbligò di mandare ogni anno da lì innanzi nell'ultimo mercordì del carnevale al doge dodici porci grassi, e dodici pani grossi in memoria della vittoria de' Veneti e della sua liberazione. Allora fu fatto in Venezia uno statuto, che nel giovedì suddetto in avvenire ad un toro e ad altri simili porci nella pubblica piazza si dovesse tagliar la testa, il qual uso per conto del toro dura tuttavia in essa città. Credevasi dalla plebe ciò istituito per denotare che si tagliava il capo al suddetto arcivescovo e a dodici de' suoi canonici; ma i saggi sapeano che pel solo fine suddetto si facea quello spettacolo.

Era in questi tempi straziato l'infelice popolo milanese dai ministri tedeschi, che tutti aveano nell'ossa il morbo dell'avarizia. Tanta era la parte che il loro vice-governatore Pietro di Cunin esigeva dalle rendite de' poderi [Sire Raul, in Hist., tom. 6 Rer. Ital.], che quasi nulla ne restava ai miseri padroni e ai loro rustici. Oltre di che, da que' poderi che aveano i Milanesi sul Lodigiano e Cremasco, nel Seprio, nella Martesana e in altri luoghi, nulla poteano ricavare. Tutto sel divorano gli uffiziali dell'imperadore. Fabbricarono costoro nel borgo di Noseta una gran torre per far quivi la zecca, e guardarvi il danaro dell'imperatore. Ad un magnifico palagio ancora per servigio d'esso Augusto fu dato principio in Monza; e tutto il dì erano in volta gli strapazzati contadini colle lor carra e buoi per condurre i materiali. Altrettanto si facea per la fabbrica del castello di Landriano, e di un palazzo a Vigiantino. Per queste e per altre doglianze della gente, il vescovo di Liegi richiamò il Cunin, e mandò al governo un Federigo cherico, appellato mastro delle scuole: che così era chiamata una dignità nelle cattedrali. La sperienza mostrò che costui avea l'unghie anche più arrampinate che quelle del precedente ministro. Arrivò poi a Lodi nel dì 29 d'agosto, di ritorno dalla Germania l'imperador Federigo coll'augusta sua consorte Beatrice [Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.] e con gran comitiva di baroni. Da lì a quattro giorni vi giunse ancora l'antipapa, il quale nel dì 4 di novembre fece la traslazione del corpo di san Bassiano da Lodi vecchio a Lodi nuovo. Lo stesso Ottaviano, ed anche l'imperadore col patriarca d'Aquileia e coll'abbate di Clugnì, ed altri vescovi ed arcivescovi portarono sulle loro spalle la sacra cassa. Nel dì 16 d'esso mese essendosi trasferito a Pavia esso Federigo, allora fu che i Pavesi fecero tante istanze, avvalorate dal rinforzo di una buona somma di danaro, che ottennero di potere smantellar le mura di Tortona, con rappresentare riedificata quella città in obbrobrio dell'imperadore e di Pavia. Corsero dunque all'esecuzion del decreto; nè contenti d'aver diroccato il muro, vi distrussero ancora con fretta incredibile tutte le case, riducendo quella sventurata città in un monte di pietre. Un alto di clemenza esercitò poco appresso l'imperadore coi Milanesi, perchè rimise in libertà i quattrocento loro ostaggi. Passando poi egli da Pavia a Monza nel dì 5 di dicembre, il popolo milanese, confinato in uno dei borghi nuovi, maschi e femmine gli andarono incontro sulla via. Era di notte, e forte piovea. Prostrati a terra in mezzo al fango, gridavano misericordia; e Federigo lasciò ivi Rinaldo arcivescovo eletto di Colonia, acciocchè gli ascoltasse. Questi ordinò che alcuni d'essi nel dì seguente andassero a Monza, dove darebbe loro udienza. Fece anche venir colà dodici di cadaun borgo, e udito che richiedevano la restituzion de' loro poderi più colle lagrime che colla voce, dimandò, cosa offerissero all'imperadore per ricuperarli. Si scusarono essi per la somma loro povertà e per le tante miserie: il che fece montar in collera l'iniquo arcivescovo, e intimar loro di pagare per tutto gennaio prossimo venturo una somma di danaro, e bisognò sborsarla. Nel precedente anno aveano i Pisani inviata un'ambasceria all'imperador Federigo [Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], che ne mostrò molto piacere, e fece di molte carezze ai loro ambasciatori. Nell'anno presente poi investì egli di tutte le regalie quel popolo, che si obbligò di armare sessanta galee in aiuto del medesimo Augusto per la guerra che si andava meditando contro il re di Sicilia. Ma questo lor palese attaccamento a Federigo fu cagione che non si poterono accordare coll'imperador de' Greci Manuello Comneno, pretendente ch'essi rinunziassero all'amicizia di Federigo: al che mai non vollero acconsentire. Ma peggio loro avvenne negli Stati del re di Sicilia, perchè considerandoli il re Guglielmo come nemici della sua corona, benchè avesse pace con loro, pure all'improvviso fece prendere quanti Pisani si trovarono nelle sue contrade, ed occupar tutte le loro mercatanzie. Corse un gran pericolo in quest'anno esso re Guglielmo in Palermo [Hugo Falcandus, Histor, Sicul.]. Folto era il numero de' prigionieri di Stato in quelle carceri. Ebbero costoro maniera di uscire, ed usciti assalirono il palazzo regale con disegno e gran voglia di trucidare il re. Fecero così bene il loro uffizio le guardie, che andò fallito il colpo, e restarono i più d'essi tagliati a pezzi.