Voce corse ch'egli morisse attossicato dalla moglie, a cui si attribuiscono tutte le traversie patite dal marito; ma Corrado abbate Urspergense la giustifica di tal taccia con dire: Quod tamen non est verisimile. Et qui cum ipso (Augusto) eo tempore erant familiarissimi, hoc inficiabantur. Audivi ego id ipsum a domno Conrado, qui postmodum fuit abbas praemonstratensis, et tunc in saeculari habitu constitutus, in camera imperatoris exstitit familiarissimus [Abbas Urspergensis, in Chron.]. Non so io qual fede meriti l'Hovedeno, allorchè scrive che Arrigo morì scomunicato da papa Celestino III per non avere restituito il danaro indebitamente estorto a Riccardo re d'Inghilterra, e perciò proibì il papa che se gli desse sepoltura in luogo sacro, tuttochè l'arcivescovo di Messina molto si adoperasse per ottenerlo. Aggiugne che lo stesso arcivescovo venne da Roma per questo, e di tre cose fece istanza. La prima, che fosse permesso il seppellire esso Augusto: al che rispose papa Celestino di non poterlo concedere senza consentimento del re d'Inghilterra, e restituito prima il maltolto. La seconda, che facesse ritirare i Romani che aveano assediato Marquardo nella marca di Guarnieri, cioè d'Ancona: il che dovette succedere dopo la morte dell'imperadore. E la terza, che permettesse la coronazione del piccolo Federigo in re di Sicilia. Sono sospetti gli scrittori inglesi in parlando di questo imperadore. Nondimeno anche Galvano Fiamma [Gualvanus Flamma, in Manipul. Flor.] lasciò scritto che egli morì scomunicato. Quel ch'è più, vedremo che anche papa Innocenzo III il pretese scomunicato da esso papa Celestino. Forse implicitamente si pretendea incorso Arrigo nella scomunica per la violenza usata al re d'Inghilterra; ma che espressamente fossero fulminate contra di lui le censure, non si truova in altre memorie d'allora. All'incontro Ottone da san Biagio, dopo aver notata la morte d'Arrigo in Messina, soggiugne: Ibidem cum maximo totius exercitus lamento cultu regio sepelitur [Otto de S. Blasio, in Chron.]. Sono ancora di Sicardo storico e vescovo, allora vivente, le seguenti parole: Anno Domini MCXVCII reversus imperator in Italiam, in Sicilia mortuus est et sepultus [Sicard., in Chron.]. E l'Abbate Urspergense discorda bensì nel luogo della sepoltura, ma questa ce la dà per certa, scrivendo [Abbas Urspergens., in Chron.]: Henricus imperator obiit in Sicilia, et in ecclesia panormitana magnifice est sepultus; nè alcun di essi parla di scomunica. Comunque sia, la morte di questo Augusto fu sommamente compianta dai Tedeschi, che l'esaltano forte, per avere stesi i confini dell'imperio, e portati dalla Sicilia in Germania immensi tesori; ma all'incontro essa riempiè d'allegrezza tutti i popoli della Sicilia, e d'altri paesi d'Italia, che l'aveano provato principe crudele e sanguinario, nè gli davano altro nome che di tiranno. Odasi Giovanni da Ceccano [Johann, de Ceccano, Chron. Fossaenovae.]:

Omnia cum papa gaudent de morte tyranni.

Mors necat, et cuncti gaudent de morte sepulti,

Apulus, et Calaber, Siculus, Tuscusque, Ligurque.

Certo è che la morte di questo principe portò una somma confusione nella Germania, e si tirò dietro un fiero sconvolgimento e una gran mutazione di cose anche in Italia, siccome andremo vedendo. Per lume intanto di quel che poscia avvenne, considerabile è una notizia a noi conservata dall'autore della vita di Innocenzo III papa [Vita Innocentii III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]. Scrive egli che dopo la rotta data, siccome vedremo, nell'anno 1200 a Marquardo marchese di Ancona, si trovò fra' suoi scrigni il testamento del suddetto imperadore Arrigo VI, con bolla d'oro, che ora si legge stampato da me e da altri. In esso ordinava egli che Federigo Ruggieri suo figliuolo riconoscesse dal papa il regno di Sicilia; e mancando la moglie e il figliuolo senza erede, esso regno tornasse alla Chiesa romana. Che se il papa confermasse al figliuolo Federigo l'imperio, in ricompensa si restituisse alla Chiesa stessa tutta la terra della contessa Matilda, a riserva di Medicina e di Argelata sul Bolognese. Ordinò ancora a Marquardo, ut ducatum ravennatem, terram Brictinori, marchiam Anconae recipiat a domino papa, et romana Ecclesia, et recognoscat etiam ab eis Medisinam et Argelata. E mancando egli senza eredi, vuole che quegli Stati restino in dominio della suddetta Chiesa. Una parola non vi si legge del ducato di Spoleti. Solamente vi si dice che sia restituita al papa tutta la terra da Monte Paile sino a Ceperano, siccome ancora Monte Fiascone. Secondochè abbiamo da Parisio da Cereta [Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.], i Veronesi in questo anno attaccarono battaglia coi Padovani, assistiti da Eccelino da Romano, e da Azzo marchese d'Este, e li sconfissero colla morte di molti. Questo Eccelino, per soprannome il Monaco, fu padre del crudele Eccelino da Romano. Di questo fatto parla ancora Gherardo Maurisio [Mauris., Hist., tom. 8 Rer. Ital.], con dire che i Vicentini dopo una gran rotta loro data dai Padovani e dal suddetto Eccelino, per cui restarono prigionieri più di due mila d'essi, ricorsero per aiuto ai Veronesi, i quali con sì formidabil armata entrarono nel Padovano, guastando e bruciando sino alle porte di Padova, che atterriti i Padovani, altro ripiego non ebbero per liberarsi da questo turbine, che di restituire tutti i prigioni: il che fatto, ebbe fine la guerra. Ma questo avvenimento da Rolandino vien riferito all'anno seguente, e in altri testi all'anno 1199. Un documento da me prodotto nelle Antichità italiane forse ci fa vedere tuttavia duca di Toscana Filippo fratello dell'imperadore Arrigo. Esso fu scritto nell'anno 1196 nel dì 30 d'agosto, correndo l'Indizione XV. Ma perchè tale indizione spetta all'anno presente, però, o ivi dovette essere l'anno 1197, ovvero s'ha da scrivere Indictione XIV, e sarà veramente l'anno 1196.


MCXCVIII

Anno diCristo MCXCVIII. Indizione I.
Innocenzo III papa 1.
Vacante l'imperio.

Venne a morte papa Celestino III nel dì 8 di gennaio, VI idus januarii dell'anno presente, e fu seppellito il corpo suo nella basilica lateranense. A lui succedette nella cattedra di san Pietro Lottario, figliuolo di Trasmondo conte di Segna, cardinale de' santi Sergio e Bacco, che prese il nome d'Innocenzo III, e riuscì uno de' più insigni e gloriosi pontefici che s'abbia mai avuto la Chiesa di Dio; e al quale eterne obbligazioni professa specialmente la romana, al cui ingrandimento non meno nel temporale che nello spirituale egli assaissimo contribuì mercè delle prospere congiunture, e più ancora dell'elevatezza dell'ingegno suo [In Vita Innocentii III, num. 5.]. Era egli allora in età di soli trentasette anni, ma maturo di senno e ornato delle scienze, studiate in Roma, in Parigi e in Bologna. Nella di lui vita è scritto che fu eletto nel dì 8 di gennaio, sexto idus januarii. Ma, o papa Celestino dovette morire un giorno prima, o egli esser eletto un giorno dopo; perciocchè sappiamo che non si veniva all'elezione se non dappoichè era stata data sepoltura all'antecessore; e questo pio cardinale apud basilicam constantinianam voluit decessoris exequiis interesse. Fu poi consecrato papa nella festa della cattedra di san Pietro, cioè nel dì 22 di febbraio. Trovò egli smantellato il patrimonio della Chiesa romana, perchè il poco fa defunto imperadore Arrigo avea occupato tutto quasi fino alle porte di Roma, a riserva della Campania, in cui nondimeno era esso Augusto più temuto che il papa. Trovò ancora che niun ostacolo restava alla sua autorità dalla parte degl'imperadori per le ragioni che addurrò fra poco. Una delle sue prime imprese dopo la consecrazione fu questa: Petrum urbis praefectum ad ligiam fidelitatem recepit, et per mantum, quod illi donavit, de praefectura eum publice investivit, qui usque ad id tempus juramento fidelitatis imperatori fuerat obligatus, et ab eo praefecturae tenebat honorem. Leggesi il di lui giuramento fra le lettere d'esso papa Innocenzo [Innocent. III, lib. 1, Epist. 577.]: notizia degna di osservazione per la conoscenza de' tempi addietro e di quelli che succederono, perchè spirò qui l'ultimo fiato l'autorità degli Augusti in Roma, e da lì innanzi i prefetti di Roma, il senato e gli altri magistrati giurarono fedeltà al solo romano pontefice.

Non tardò il generoso papa, giacchè più non v'era ostacolo, a ripigliare il dominio della Marca d'Ancona, nulla badando alle offerte, preghiere e larghe promesse che fece fargli Marquardo, già investito di quelle contrade dal predefunto Arrigo. A riserva d'Ascoli, vennero alle di lui mani Ancona, Fermo, Osimo, Camerino, Fano, Jesi, Sinigaglia e Pesaro: il che ci fa intendere di quale estensione fosse allora la marca d'Ancona, chiamata in altri tempi, ora di Camerino ed ora di Fermo. In breve ancora ricuperò dalle mani di Corrado Suevo, dianzi duca di Spoleti e conte d'Assisi, tutte quelle contrade; cioè il ducato di Spoleti, che abbracciava le città di Rieti, Spoleti, Assisi, Foligno e Nocera. E poscia tornarono in suo potere le città di Perugia, Gubbio, Todi e Città di Castello. Tentò ancora di ridurre sotto il suo dominio l'esarcato di Ravenna, Bertinoro e la terra del conte Cavalcaconte, con ispedir colà lettere e legati; ma non gli venne fatto, perchè l'arcivescovo di Ravenna tenne forte, allegando e mostrando le investiture imperiali, da lungo tempo addietro date di quel paese a' suoi antecessori e alla chiesa sua: il che fermò i passi alle pretensioni del papa. Nè lasciò indietro papa Innocenzo la ricerca e la ricuperazione dei beni della contessa Matilda; nel che provò non pochi intoppi e contraddizioni. Erano da un gran tempo malcontente degl'imperadori suevi le città della Toscana, cioè Firenze, Lucca, Pistoia, Siena ed altre; perchè laddove tante altre città di Lombardia godevano una piena libertà, nè sopra di loro aveano marchese o duca che esercitasse giurisdizione, elleno sole si trovavano maltrattate, prima da Federigo Barbarossa, poi da Arrigo suo figliuolo, ed ultimamente da Filippo già dichiarato duca di Toscana, figliuolo anche esso del medesimo Federigo. Però, giacchè il vento era propizio coll'essere mancato l'imperadore Arrigo, la cui crudeltà e potenza facea star tutti col capo chino, si misero al forte, per non voler più sopra di loro ministro alcuno imperiale, senza pregiudizio nondimeno della sovranità cesarea. Strinsero dunque una lega collo stesso pontefice Innocenzo per sostenersi colle forze unite contro chiunque in avvenire volesse pregiudicare alla lor libertà. Simile era questa alla lega di Lombardia. I Pisani, siccome quei soli che in Toscana godevano di tutte le regalie, nè poteano guadagnar di più, essendo già attaccatissimi agl'imperadori, non vollero entrare in essa lega, che noi riguarderemo da qui innanzi per lega guelfa. Imperciocchè questo nome di Guelfi e Ghibellini originato, siccome accennai di sopra, dalle gare continue della casa de' duchi ed imperadori di Suevia discendenti dalla casa ghibellina degli Arrighi Augusti per via di donne, colla casa degli Estensi di Germania, duchi di Sassonia e Baviera, discendenti per via di donne dagli antichi Guelfi; questo nome, dissi, cominciò a prendere gran voga in Italia. Chi era aderente de' papi, per custodire la sua libertà, nè essere più conculcato dagli uffiziali cesarei, si dicea seguitar la parte o fazione guelfa. E chi aderiva all'imperadore, si chiamava di parte o fazion ghibellina. In quest'ultima si contavano per lo più que' marchesi, conti, castellani, ed altri nobili, che godeano feudi dell'imperio, per mantenersi liberi dal giogo delle città libere, le quali tuttodì cercavano di sottomettersi alla lor giurisdizione. Vi entravano ancora alcune città, che, oltre all'essere ben trattate dagli Augusti, aveano bisogno della lor protezione, per non essere ingoiate dalle vicine più potenti città. Tali furono Pavia, Cremona, Pisa ed altre. E massimamente presero piede, siccome andremo vedendo, queste due fazioni negli anni susseguenti, perchè risvegliossi più che mai la discordia fra le case suddette de' Guelfi e Ghibellini in Germania, a cagione dei due re che vedremo fra poco eletti, cioè di Filippo duca di Suevia di sangue ghibellino, e di Ottone IV procedente dai Guelfi. Ai quali poi succedette Federigo II figliuolo di Arrigo VI, e perciò d'origine ghibellina, fra i quali e i romani pontefici e varie città d'Italia passarono sanguinose discordie; e chiunque a lui si oppose si gloriava d'essere del partito de' Guelfi. Che sconcerti, che guerre civili, che rovine producessero col tempo queste lagrimevoli e diaboliche fazioni, l'andrò accennando nella continuazion della storia: giacchè penetrò a poco a poco questo veleno nel cuore delle stesse città, rompendo la concordia de' cittadini e delle famiglie; dal che derivarono infiniti mali.