| Anno di | Cristo MXIV. Indizione XII. |
| Benedetto VIII papa 3. | |
| Arrigo II re di Germania 13, imperadore 1. | |
| Ardoino re d'Italia 13. |
Da Pavia, non ostante il verno, passò il re Arrigo a Ravenna, dove, per attestato dell'Annalista sassone [Annalista Saxo.], raunato un concilio, fece eleggere arcivescovo (se pur non era prima eletto) Arnoldo ossia Arnaldo suo fratello. Dacchè in quella città mancò di vita Federigo arcivescovo (probabilmente nell'anno 1004), un certo Adelberto avea senza legittima elezione e con male arti occupata quella sedia archiepiscopale, e detenuta finora. Poscia in Roma fece il re Arrigo consacrare da papa Benedetto VIII questo suo fratello [Ditmarus, Chronic. lib. 7.]. Volle anche far degradare il suddetto Adalberto; ma alle preghiere di molte persone pie alteri praefecit ecclesiae, nomine Aricia. L'Annalista sassone dice: Arecinae praefecit ecclesiae. Crede il padre Mabillone ch'egli fosse creato vescovo d'Arezzo, ma presso l'Ughelli nulla si trova di lui. Sarebbe mai qui mentovata la Riccia, che in questi tempi godesse l'onore del vescovato? Poscia continuò il re Arrigo alla volta di Roma il suo viaggio. Secondo la testimonianza di Glabro Rodolfo [Glaber, Hist. lib. 1, in fine.], papa Benedetto VIII gli venne incontro: il che ci fa intendere che esso papa era già rimesso sul trono pontifizio. Ditmaro scrive che il papa l'aspettò a san Pietro: e questo era il costume. Abbiamo poi nei testi d'esso Ditmaro e dell'Annalista sassone che si fece la solenne coronazione imperiale di Arrigo e di Cunegonda sua moglie VI kalendas martii, cioè nel dì 24 di febbraio, die dominica. Ma non essendo caduto quel dì in domenica nell'anno presente, il padre Pagi con ragione pretende [Pagius, in Crit. Baron.] che la magnifica funzione si facesse XVI kalendas martii, cioè nel dì 14 di febbraio, giorno veramente di domenica. Abbiamo da Ditmaro che in quella solennità l'Augusto Arrigo, secondo fra i re, e primo fra gl'imperadori, comparve a senatoribus duodecim vallatus, quorum sex rasi barba, alii prolixa, mystice incedebant cum baculis. Prima di entrar nella basilica vaticana, secondo il costume, fu interrogato se voleva essere avvocato e difensore della Chiesa romana, e fedele al papa e ai suoi successori. Rispose con gran divozione di sì. Dopo di che ricevette colla moglie l'unzione e la corona imperiale. Nota il medesimo Ditmaro, e dopo lui l'Annalista sassone, che Giovanni figliuolo di Crescenzio, apostolicae sedis destructor, muneribus suis et promissionibus phaleratis regem palam honoravit; sed imperatoriae dignitatis fastigium eum ascendere multum timuit, omnimodisque id prohibere clam tentavit. Abbiam trovato di sopra all'anno 1012 a Giovanni duca e marchese, sospettato da me duca di Spoleti, fratello di Crescenzio conte. Forse qui si parla di lui. Non amavano i Romani in que' tempi di avere sopra di sè un imperadore, perchè senza questo freno faceano ballare i papi come loro piaceva. Ed è anche da osservare ciò che il suddetto Ditmaro scrive [Ditmarus, lib. 6, in fine.]: Rex Henricus a papa Benedicto, qui tunc prae ceteris antecessoribus suis maxime dominabatur, mense februario in urbe Rumulea cum ineffabili honore suscipitur. A mio credere, vuol dire che i Romani aveano per molti anni addietro ritagliata di molto l'autorità temporale dei papi in Roma. Ma dacchè papa Benedetto ebbe fatto ricorso al re Arrigo, e se ne tornò a Roma, per paura d'esso re i potenti romani dovettero cedergli, in guisa che egli esercitava più di molti suoi antecessori la temporal signoria. Oppure gli Ottoni Augusti, e massimamente (per quanto vo io sospettando) il terzo, aveano accorciato non poco il temporale dominio dei romani pontefici, con averlo poi ricuperato il suddetto papa Benedetto VIII dal piissimo imperadore Arrigo regnante. A quest'anno rapporta il cardinal Baronio [Baron., Annal. Eccles.] il diploma che si pretende dato dall'Augusto Arrigo alla Chiesa romana, per confermare ad essa i suoi Stati temporali; e veramente ad altro anno che a questo non dee appartenere. Ma esso è una copia informe senza l'anno in cui fu dato, e senza gli anni del regno dell'imperio. Contiene eziandio varie notizie che patiscono difficoltà, siccome prima d'ora ho io altrove accennato [Piena Esposizione per la Controversia di Comacchio.]. Conviene aggiugnere qui ciò che osservò il padre Mabillone colle seguenti parole [Mabill., Annal. Benedict. ad ann. 1014.]: Baronius ad hoc tempus revocat privilegium romanae Ecclesiae ab eodem imperatore concessum. At subscriptiones quaedam satis ostendunt, hoc esse posterioris temporis, quippe cui subscribit Richardus abbas fuldensis, qui vix ante annum MXXII hanc praefecturam iniit. Così colla sua solita modestia quell'insigne letterato, volendo anch'egli significare che il privilegio suddetto è finto, oppure interpolato.
Nell'ottavo giorno dopo la coronazione insorse una strepitosa rissa fra i Romani e Tedeschi sul ponte del Tevere, e molti caddero estinti dall'una parte e dall'altra. Si trovò essere stati autori di tale sconcerto germani tres, Hug, Hecil, Ecilin, non so se tre Tedeschi o tre fratelli. Furono presi, incarcerati, e poi condotti fra le catene in Germania. Che anche Arrigo, primo di questo nome fra gl'imperadori, godesse al pari de' suoi predecessori la sovranità in Roma, si raccoglie dal suo nome, enunziato con quello de' papi nelle monete e negli atti pubblici di Roma, e dall'avere anch'egli amministrata pubblicamente giustizia in essa città. Pubblicò il padre Mabillone [Idem, ibidem.] un insigne placito del medesimo Augusto, in cui per ordine suo fu decretato il possesso del castello di Bucciniano ad Ugo abate di Farfa. Igitur (quivi si legge) quum memoratus Heinricus Romam venisset, et intra basilicam beati Petri apostoli resideret ad legem et justitiam faciendam, ec. Da Roma s'incamminò l'Augusto Arrigo alla volta di Pavia. Ch'egli venisse per la Toscana, lo raccolgo da due diplomi da me pubblicati [Antiquit. Italic., Dissert. XVIII et LXII.], e dati nel medesimo luogo del contado di Pisa, il primo in favore del monistero antichissimo delle monache oggidì appellate di santa Giustina di Lucca, e l'altro in favore de' canonici d'Arezzo. Le note cronologiche son queste: Datum anno dominicae Incarnat. MXV, Indictione XII, anno domni Heinrici imperatoris Augusti regnorum XII, imperii ejus I. Actum in comitatu pisano in villa, quae dicitur Fasiano. Io, nel pubblicar tali diplomi, li rapportai all'anno 1015, senza esaminare se in quell'anno Arrigo potesse soggiornare in Toscana. Ora veggo che appartengono al presente anno, ed essere quivi usato l'anno pisano, che nove mesi prima del nostro ha il suo principio. Dalla Toscana passò Arrigo a Ravenna, dove lasciò il fratello, cioè Arnolfo arcivescovo, il quale [Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepiscop. Ravenn.] quartodecimo anno post millesimum divinitus mortalitatis assumtae, sub imperio clementissimi Augusti domni Henrici in tertio (si dee scrivere primo) anno, pridie kalendarum majarum, tenne un concilio provinciale in Ravenna, in cui annullò varii atti dell'usurpatore Adalberto. In passando poi per Piacenza l'imperadore confermò i suoi beni alla badia di Tolla con un diploma [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], dato anno dominicae Incarnationis MXIV, indictione XII, anno vero domni Heinrici regni ejus XIII, imperii autem primo. Actum Placentiae. Ancor qui, come in tanti altri d'esso Arrigo, manca il giorno e il mese. Giunto a Pavia, celebrò ivi la santa Pasqua, e diede un diploma in favore del monistero di san Salvatore. Actum Papiae [Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXVIII.]. Quivi ancora, septimo die mensis madii, davanti a lui tenne un placito Ottone conte del palazzo, da me dato alla luce [Antichità Estensi, P. I, cap. 14.] coll'intervento di Oberto ed Anselmo fratelli marchesi. Poscia s'inviò verso la Germania, e passando per Verona, confermò i suoi privilegii alle monache di santa Giulia di Brescia [Antiquit. Italic., Dissert. XXVIII.]. Lo stesso fece in favore della badia di san Zenone di Verona con diploma dato XII kalendas junii (si osservi qui il giorno e mese) anno dominicae Incarnationis MXIIII, Indictione XII, anno domni Heinrici imperatoris Augusti regnantis XII, imperii vero ejus I. Actum Veronae. Un altro suo diploma [Antiq. Italic., Dissert. XIX.] in favore del monistero veronese di santa Maria all'Organo è dato VIIII kalendas junii, Indictione XII, ec. Actum Liciana. Leggesi parimente un placito tenuto in quest'anno [Ibidem, Dissert. VIII.], quarto die mensis madii, in Pavia da Ottone conte del palazzo. Papa Benedetto VIII anch'egli in questo anno confermò al monistero di Farfa il castello di Bucciniano con bolla data [Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.] XV kalendas augusti, anno domni Benedicti papae octavi tertio, imperante domno Henrico, anno ejus primo. Se così era nell'originale, abbiamo di qui che questo pontefice dovette ottenere il papato prima del dì 18 di luglio dell'anno 1012. Ma non è cosa certa, perchè di sopra si legge scriptum in mense augusti. In fatti tenne questo papa un bel placito nel dì 2 di agosto dell'anno presente, per ricuperare il castello suddetto; e tal documento si legge presso il padre Mabillone e nella suddetta Cronica di Farfa. Ci somministra ancora la medesima Cronica un placito senza data, ma probabilmente circa quest'anno tenuto da Rainerius marchio, et dux in turri de Corgnito. Il trovarsi intorno a questi tempi Rinieri marchese di Toscana, fa ch'io il creda il medesimo enunciato in quella carta.
Arrivò felicemente l'Augusto Arrigo a Bamberga, e vi celebrò la festa di Pentecoste. Ma appena aveva egli messo il piede fuori d'Italia, che il re Ardoino più feroce che mai ripigliò l'armi, e ricominciò la guerra. È da sapere, per testimonianza di Ditmaro [Ditmarus, Chronic., lib. 6 et seq.], che esso Ardoino, all'avviso che Arrigo con gran potenza calava di nuovo in Italia, ben conoscendo di non poter cozzare con un re sì poderoso, gli spedì incontro degli ambasciatori, con esibirsi pronto a rinunziare la corona, purchè gli concedesse un certo contado. Il buon re, lasciatosi condurre da alcuni suoi consiglieri, rigettò l'offerta; ma egli ad magnum suis familiaribus provenire damnum id postea persensit. Racconta dipoi lo stesso storico, che uscito d'Italia l'imperadore, Ardoino, che dianzi era stato ritirato in un forte castello, vercellensem invasit civitatem, Leone ejusdem episcopo vix effugiente. Omnem quoque hanc civitatem comprehendens, iterum superbire coepit. Abbiam veduto di sopra, colla testimonianza di Arnolfo storico, ch'egli non solamente prese Vercelli, ma assediò anche Novara, Cumas invasit, multaque alia demolitus est loca sibi contraria. Prestarono aiuto in questa mossa d'armi ad Ardoino anche i marchesi, progenitori della casa d'Este, forse perchè parenti suoi, sapendo noi che Berta figliuola del marchese Oberto II fu maritata [Antichità Estensi, P. I, cap. 13.] con Odelrico Manfredi, marchese celebre di Susa, il qual, forse era della casa del re Ardoino. Dei danni inferiti da questa guerra ne toccò la sua parte alla chiesa di Pavia, quam ipsi in suis pertinentiis igne et rapinis vehementer devastaverunt; perciò quel vescovo o clero in quest'anno ricorse all'Augusto Arrigo in Germania, chiedendo giustizia e compenso. Egli dunque con suo diploma, dato anno Incarnationis dominicae MXIIII, Indictione XII, anno vero domni Henrici imperatoris Augusti regni XIII, imperii vero primo. Actum Solega (non so che luogo sia questo), dopo avere esposto, Ubertum comitem filium Hildeprandi, Otbertum marchionem et filios ejus, et Albertum nepotem illius, postquam nos in regem et imperatorem elegerunt, et post manus nobis datas, et sacramenta nobis facta, cum Dei nostroque inimico Arduino regnum nostrum invasisse, rapinas, praedas, devastationes ubique fecisse, ec.: erano secondo le leggi incorsi nella pena della vita, e tutti i lor beni devoluti al fisco: assegna perciò alla chiesa di Pavia una tenuta di beni spettanti ad essi marchesi in San Martino in Strada e in altri siti. Succedette di più, benchè io non sappia se in questo oppure in alcuno dei susseguenti anni, cioè che [Arnulfus., Hist. Mediolanens., lib. 1, c. 18.] l'Augusto Arrigo marchiones Italiae quatuor, Ugonem, Azonem Adelbertum, et Obizonem captione una constrinxit. Nè dice già esso Arnolfo, come scrisse trecento anni dipoi Gualvano Fiamma [Flamma, in Manipulo Flor.], ch'egli facesse anche tagliar loro la testa. Solamente scrive che gli ebbe prigioni. Ma che per la sua innata clemenza lor poscia rendesse non solamente la libertà, ma anche gli Stati, l'abbiam di certo dal veder da lì innanzi fiorire in Italia questi medesimi principi, come costa dai documenti da me dati alla luce nella Antichità estensi. E ne resta inoltre la positiva asserzione dell'autore della Cronica novaliciense [Chron. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], che scrisse in questo secolo, laddove parlando di Arrigo primo imperadore, così favella: Marchiones autem italici regni sua calliditate capiens, et in custodia ponens, quorum nonnulli fuga lapsi, alios vero post correctionem ditatos muneribus dimisit. Si noti quest'ultima particolarità. Già abbiam veduto che i marchesi Ugo ed Alberto Azzo I erano figliuoli di Oberto II marchese, ed Alberto (lo stesso è che Adalberto) Azzo II fu figliuolo di Azzo I, tutti principi della casa d'Este, ma non per anche chiamati marchesi d'Este, quantunque anche allora possedessero la nobil terra d'Este, che negli antichi tempi fu città.
In quest'anno 1014 e poi nel 1016 in due strumenti di Rodolfo re di Borgogna, si comincia a vedere un Bertoldo conte, chiamato da altri Beroldo, da cui il Guichenone e gli altri storici del Piemonte fanno discendere la real casa di Savoia. Allora i conti, siccome perpetui governatori di qualche città, entravano nel ruolo dei principi. Però nel regno di Borgogna, ossia Arelatense, si hanno a cercare gli antenati del medesimo Bertoldo. Truovasi dipoi in quelle parti Umberto ossia Uberto conte, e questi è asserito figlio d'esso Beroldo. Dal medesimo Umberto discende la suddetta real famiglia. E questa, dappoichè con istendere ampiamente il suo dominio in Italia, qui da tanti secoli gloriosamente regna, ed ora maggiormente risplende per la saviezza e valore del regnante Carlo Emanuello re di Sardegna, duca di Savoia, e principe del Piemonte, meriterebbe bene che penna più sicura di quella del Guichenone diradasse le tenebre che tuttavia restano nella genealogia dei primi discendenti da esso conte Beroldo, e più accuratamente ne cercasse gli ascendenti, e mostrasse il vero tempo in cui passarono in essa gli ampii Stati della celebre casa dei marchesi di Susa. Si può certamente con ragion presumere che la nobiltà d'esso conte si stendesse anche nei secoli addietro, e non avesse già si corti principii, come ha preteso il tedesco Eccardo.
MXV
| Anno di | Cristo MXV. Indizione XIII. |
| Benedetto VIII papa 4. | |
| Arrigo II re di Germania 14, imperadore 2. |
Terminarono in quest'anno tutte le bravure e le sconsigliate speranze del re Ardoino, non già come immaginò Gualvano Fiamma, e dopo lui il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.], perchè l'arcivescovo di Milano Arnolfo con un gagliardo esercito assediasse Asti, ed obbligasse Ardoino disperato a farsi monaco; ma perchè cadde gravemente infermo, e dovette finalmente intendere quanto sieno caduchi i regni della terra. Ad ultimum (scrive di lui Arnolfo storico milanese di questo secolo [Arnolf., Hist. Mediolan., lib. 1. cap. 16.]) labore confectus, et morbo, privatus regno, solo contentus est monasterio nomine Fructeria (ossia Fructuaria nella diocesi allora di Ivrea) ibique depositis regalibus super altare, sumtoque habitu paupere, suo dormivit in tempore. Ma una tal risoluzione fu da lui presa solamente allorchè ebbe perduta la speranza di poter più vivere: che così usavano allora anche i gran signori sul fine dei loro giorni, per comparire davanti a Dio diversi da quello che erano stati in vita. Il tempo della sua morte fu a noi conservato dall'Annalista sassone [Annalista Saxo.] con queste parole all'anno presente: Interim Hardwigus, nomine tantum rex, perdita urbe Vercelli, quam expulso Leone episcopo diu injuste tenuerat, infirmatur, radensque barbam (che tutti i secolari solevano allora portare) et monachus factus, tertio kalendas novembris obiit, sepultus in monasterio, cioè di Fruttuaria. Il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict., ad hunc ann.] avvertì che la morte di Ardoino vien registrata nel Necrologio di Dijon XIX kalendas januarii. Così restò libero da questo impaccio in Italia l'imperadore Arrigo, fra il quale e Boleslao duca di Polonia durava intanto la discordia e la guerra in Germania. Tenuto fu un bel placito in questo anno da papa Benedetto VIII in Roma, di cui ci arricchì il medesimo padre Mabillone. Ha le seguenti note [Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.]: Pontificatus domni nostri Benedicti summi pontificis et universalis octavi papae, ec. quarto, imperante domno nostro Heinrico piissimo imperatore Augusto, ec. anno II, Indictione XIV, quarto die decembris. La lite era di beni fra Ugo abbate di Farfa, et domnum Romanum consulem et ducem, et omnium Romanorum senatorem, atque germanum praenominati domni pontificis. Si veggono mentovati in esso placito Johannes domini gratia urbis Romae praefectus, Albericus consul germanus praedicti praesulis, ec. La dignità di prefetto della città di Roma, sì cospicua negli antichi secoli, pare che si rimettesse in piedi sotto gl'imperadori Ottoni. Anche a' tempi di Pippino e Carlo Magno patrizii di Roma la medesima illustre dignità ivi si osserva. Geroo proposto reicherspergense, scrittore del secolo susseguente [Apud Balozium, Miscellan., lib. 5, pag. 64.], in una lettera scritta ad Henricum presbyterum cardinalem, ci avvertì che dai senatori romani si conoscevano le cause civili solamente, e che grandiora urbis et orbis negotia longe superexcedunt eorum judicia, spectantque ad romanum pontificem, sive illius vicarios, Lino et Cleto consimiles; itemque ad romanum imperatorem, sive illius vicarium URBIS PRAEFECTUM, qui de sua dignitate respicit utrumque, videlicet domnum papam, cui facit hominium, et domnum imperatorem, a quo accipit suae potestatis insigne, scilicet exertum gladium. Sicut enim hi, quorum interest exercitum campo ductare, congrue investiuntur per vexillum, sic non indecenter ex longo usu praefectus urbis ab imperatoribus cognoscitur investitus per gladium contra malefactores urbis exertum. Praefectus vero urbis desuper sibi dato gladio tunc legitime utitur ad vindictam malorum, laudem vero bonorum, quando exinde tam domno papae, quam domno imperatori ad honorificandum sacerdotium et imperium famulatur, promissa vel jurata utrique fidelitate, ec. Tale era in quei tempi il governo di Roma e del suo ducato. Ho io pubblicato un bel placito [Rer. Ital. P. II, tom. 1, pag. 11.], che ci fa conoscere che Bonifazio marchese, padre della celebre contessa Matilda, non meno che del fu marchese Tedaldo suo padre, signoreggiava in Ferrara. Fu esso tenuto, pontificatus domni nostri Benedicti summi pontificis anno quarto, regni vero Henrici regis, qui antea regnabat, quam coronam imperii suscepisset, undecimo (questa è l'epoca del regno di Italia), sed postquam coronam imperii suscepisset, secundo, in Dei nomine, die XIV mensis decembris, Indictione XIV. Ferrariae. La lite era fra Martino abbate del monistero di san Genesio di Brescello ed Ugo vescovo di Ferrara, a cagione del monistero di san Michele Arcangelo, posto in essa città di Ferrara. Secondo l'abuso di quei tempi, si venne all'esibizion del duello, ma in fine il vescovo si diede per vinto.