Anno diCristo MCCXXXV. Indiz. VIII.
Gregorio IX papa 9.
Federigo II imperadore 16.

Per provvedere alla ribellione del re Arrigo suo figliuolo, imprese l'imperador Federigo in quest'anno il viaggio di Germania insieme col suo secondogenito Corrado [Richardus de S. Germano, in Chron. Godefridus Monachus, in Chron.]. Dopo Pasqua si mosse di Puglia coll'accompagnamento di tre arcivescovi e d'altri nobili, ch'egli poi, giunto a Fano, licenziò e lasciò ritornare alle lor contrade. Seco portava lettere del sommo pontefice [Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], esortatrici della fedeltà a lui dovuta, indirizzate ai vescovi e principi della Germania. A riserva delle sue guardie, niuna soldatesca condusse egli seco, ben sapendo che a chi ha danaro non manca gente, e che l'oro è il più potente strumento per superar tutte le difficoltà. A questo fine egli andò ben provveduto di tesoro nei suoi bauli. Nel mese di maggio, imbarcatosi a Rimini, passò ad Aquileia, e di là continuò il cammino sino in Germania, dove senza opposizione alcuna arrivò, e fu accolto con tutto onore dai principi e popoli. Allora il giovane re Arrigo, al vedere che niuno alzava un dito in suo favore, prese la risoluzione di andar a gittarsi ai piedi del padre, e chiedergli misericordia. Tritemio, autore assai lontano da quei tempi, scrive [Trithemius, Chron. Hirsaug.] che si presentò a lui nel dì 2 di luglio in Vormazia, e che Federigo, al mirarlo, ardente di sdegno, comandò tosto che fosse cacciato in prigione; nè bastarono le preghiere di quanti erano astanti ad ammollire l'implacabil suo cuore. Per lo contrario da Godifredo Monaco di San Pantaleone, storico contemporaneo, abbiamo [Godefridus Monachus, in Chron. Alberic. Monachus, in Chron] che Arrigo, benchè convinto della congiura suddetta, pure in gratiam patris recipitur. Sed non persolvens, quae promiserat, nec resignans castrum Drivels, quod habuit in sua potestate, jussu patris est custodiae mancipatus. Ch'egli ancora fosse rimesso in grazia del padre, lo attestano le lettere di papa Gregorio IX riferite dal Rinaldi [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Alcuni poscia per questo accusarono di crudeltà Federigo; ed altri credettero ch'egli non si potesse esentare dall'assicurarsi di un figliuolo, sì feroce anche dopo un così nero delitto, e che dava indizii di voler essere un secondo Assalonne. Era vedovo l'imperador Federigo. Conchiuse in questi tempi con dispensa pontificia il matrimonio con Isabella sorella di Arrigo re d'Inghilterra. In Vormazia con gran solennità furono celebrate le nozze. Nota il suddetto Godifredo Monaco [Godefridus Monachus, in Chron.] una particolarità degna di osservazione. Cioè che imperator suadet principibus, ne histrionibus dona solito more prodigaliter effundant, judicans maximam dementiam, si quis bona sua mimis vel histrionibus fatue largiatur. Ho io trattato altrove di questa ridicolosa usanza de' secoli barbari [Antiquit. Ital., Dissert. XXIX.]. Non si faceano nozze, o altre feste grandiose di principi tanto in Italia che in Germania, e probabilmente anche in altri paesi, che non vi concorressero le centinaia di buffoni, giocolieri, commedianti, cantambanchi ed altri simili inventori di giuochi e divertimenti della corte e del pubblico. I regali che lor si faceano non solamente dal principe autor della festa, ma dagli altri ancora che vi intervenivano, o di vesti o di danaro, o altre cose di valore, erano immensi. Gli esempli presso gli scrittori sono frequenti. E durò quest'uso od abuso anche nel secolo susseguente 1300. Federigo fece conoscere in tal congiuntura il saggio suo discernimento col non volere scialacquar donativi in gente sì fatta, siccome appunto avea praticato anche l'imperadore Arrigo II nell'anno 1043, allorchè solennizzò le sue nozze con Agnese figliuola di Guglielmo principe del Poitù. Tenne poscia Federigo [Otto Frisingensis, Chron., lib. 6, cap. 32.] una gran dieta in Magonza, dove espose i reati del figliuolo, per giustificar la propria condotta, e insieme per farlo conoscere indegno della corona. Crebbe intanto il suo odio e sdegno contra de' Milanesi e degli altri Lombardi, che sempre più andava egli scoprendo uniti e risoluti di difendere la lor libertà contra il lui mal animo. Ora il pontefice, che ben prevedeva in qual fiera guerra avesse a terminar questa discordia, nell'anno presente ancora si affaticò per estinguerla, se era possibile; e tanto più, perchè ne veniva frastornato il soccorso di Terra santa. Scrisse ai Lombardi, affinchè spedissero i lor deputati a Perugia. Scrisse a tutti i prelati che si trovavano alla corte in Germania, incaricandoli di interporre i loro uffizii per indurre Federigo a far compromesso di quelle differenze nel papa, padre comune. Ne fu contento Federigo, ma prescrisse un corto tempo al laudo, cioè fino al prossimo Natale del Signore.

Sotto il presente anno tanto Rolandino [Roland., lib. 3, cap. 9.] che il Monaco Padovano [Monachus Patavinus, in Chron.] parlano delle nozze di Andrea II re di Ungheria con Beatrice figliuola del defunto Aldrovandino marchese d'Este; e scrivono che essa con grandioso accompagnamento di nobili della marca trivisana, e di Guidotto vescovo di Mantova, fu inviata dal marchese Azzo VII suo zio paterno in Ungheria. Ma lo strumento dotale, dato da me alla luce [Antichità Estensi, P. I, cap. 41.], ce la fa conoscere già pervenuta nel maggio dell'anno precedente ad Alba Reale. Andrea già avanzato in età, secondo i conti di Alberico Monaco e d'altri, finì di vivere nell'anno presente, con lasciar gravida la moglie. Allora fu che Bela, figliuolo d'esso re di una precedente moglie, il quale di mal occhio avea veduto ammogliato di nuovo il padre, sfogò l'odio suo contro la regina matrigna, e la tenne come in prigione, pascendola del pane di dolore. Beatrice, donna di gran coraggio e d'animo virile, capitati per buona ventura alla corte di Ungheria gli ambasciatori dell'imperador Federigo, se l'intese con loro, e travestita da uomo ebbe la fortuna di salvarsi, e di tornare in Italia alla casa paterna [Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.]. Partorì ella, non so se in Germania oppure in Italia, un figliuolo appellato Stefano. Questi poi in età competente prese per moglie una nipote di Pietro Traversara, potente signore in Ravenna, che gli portò l'ampia eredità di quella nobil casa, e passato poi per la morte d'essa alle seconde nozze con Tommasina de' Morosini, nobile veneta, n'ebbe un figliuolo, appellato Andrea III, il quale fu poi re d'Ungheria. Era in questi tempi anche la Romagna tutta sossopra per la guerra che l'una all'altra si facevano quelle città. Girolamo Rossi [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.] ne parla all'anno precedente. Nel presente abbiamo da esso storico e dagli Annali di Cesena [Annales Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] che i popoli di Ravenna, Forlì, Bertinoro e Forlimpopoli ostilmente vennero a dare il guasto al distretto di Cesena. Come se costoro se ne stessero a mietere il grano nelle proprie campagne, niuna guardia faceano. Ma eccoti il popolo di Cesena che armato e ben in ordine arriva loro addosso, ne fa molta strage, e prende il fiore della nemica milizia, che fu condotto nelle carceri di Cesena. Anche i Faentini coll'aiuto di due quartieri di Bologna [Matth. de Griffonibus, Memor. Histor., tom. 18 Rer. Ital.] fecero una scorreria nel territorio di Forlì, con arrivar sino alle porte di Forlimpopoli, lasciando quivi e poscia nel Ravegnano funesti segni della lor nemicizia. Del pari i Bolognesi [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] continuarono la guerra co' Modenesi. Aveano già corrotti con danaro i capitani del Frignano, i quali, ribellatisi a Modena, sottomisero al dominio loro ventitrè castella di quelle montagne. Con grandi forze ancora in quest'anno entrarono nelle pianure di Modena con giugnere fino al fiume Secchia, e recar que' danni che erano allora in uso, e poi se ne tornarono indietro. Siccome accennammo di sopra, pensando i Modenesi [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] d'innondar le campagne de' Bolognesi, fecero a Savignano un taglio del fiume Scultenna, o sia Panaro, e ne rovesciarono l'acque addosso al loro distretto; ma il Cronista di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.] scrive che questa invenzione tornò piuttosto in utile d'essi Bolognesi. Nè lieve dovette essere quell'impresa, perchè, per attestato della Cronica di Reggio [Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], iverunt Parmenses et Cremonenses, Placentini et Pontremolenses in servitio Mutinae ad cavandum Scultennam super Bononiam. Assediarono anche i Modenesi il castello di Monzone, uno di quelli che loro s'era ribellato nel Frignano, e vi presero dentro sei capitani ribelli.

Per quanto scrive Galvano Fiamma [Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor., cap. 268.], i Cremonesi appresso Rivaruolo presero ducento cavalieri bresciani nel mese di maggio; ma riuscì poi ai Bresciani di farne prigionieri trecento altri de' Cremonesi. Jacopo Malvezzi [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.], probabilmente descrivendo questi avvenimenti, solamente ci fa sapere, secondo il rito degli storici parziali alla sua patria, che i Bresciani, avendo raggiunti i Cremonesi al ponte d'Alfiano, diedero loro una memorabil rotta, con uccisione d'innumerabili, e con far prigionieri ottanta cavalieri e cinquecento fanti. Tornò in quest'anno il popolo di Piacenza [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] a cozzare coi nobili di tal maniera, che essi furono forzati ad abbandonar la città. Ad essi nobili ancora fu dai popolari tolta la terra di Fiorenzuola. Erano infievoliti forte i Sanesi [Ricordan. Malaspina, cap. 122.], nè poteano tener forte contra la potenza de' Fiorentini: il perchè dimandarono pace, e vi frappose anche i suoi autorevoli uffizii, per commissione del papa, il vescovo di Palestrina. Si conchiuse l'accordo, con restar obbligati i Sanesi [Annales Senenses, tom. 15 Rer. Ital.] a rifar le mura di Montepulciano, e furono restituiti i prigioni. Studiossi parimente il pontefice Gregorio di ridurre la concordia nella città di Verona [Paris, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.]. Per questo inviò colà Niccolò vescovo di Reggio e Tisone vescovo di Trivigi, di cui non truovo menzione presso l'Ughelli. Corrisposero amendue all'espettazione del santo Padre, coll'indurre nel dì 18 d'aprile le due fazioni contrarie, cioè la guelfa del conte Ricciardo da San Bonifazio, e la ghibellina dei Montecchi, a darsi il bacio di pace [Gerard. Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Ital.], e a giurare di star ai comandamenti del papa, a nome del quale misero ivi il podestà. Non piaceva un tale stato di cose ad Eccelino da Romano, e però con lettere e messi [Rolandinus, lib. 3, cap. 9.] andò sollecitando l'imperador Federigo a calare in Italia con potente esercito, promettendogli dal suo canto di gran cose. Fu eziandio creduto ch'egli in persona si portasse alla città d'Augusta ad aggiugnere sproni a chi già correva. Fu in quest'anno crudelmente ucciso nel monistero di Santo Andrea, in un dì delle Rogazioni, Guidotto da Correggio, vescovo di Mantova, dalla famiglia degli Avvocati [Monachus Patavinus, in Chron.]. Levossi per questo a rumore tutto il popolo di Mantova, distrusse le lor case e torri, e gli obbligò ad uscire di città. Si ridussero costoro a Verona da Eccelino, rifugio di tutti gli scellerati.


MCCXXXVI

Anno diCristo MCCXXXVI. Indiz. IX.
Gregorio IX papa 10.
Federigo II imperadore 17.

Nulla potè conchiudere papa Gregorio del progettato accomodamento delle controversie vertenti fra l'imperador Federigo e le città di Lombardia, a cagione della strettezza del tempo a lui prefisso da esso Augusto. Però si diede principio in quest'anno alle tragiche guerre e rivoluzioni che per tanto tempo dappoi afflissero questo sconvolto regno. Qual fosse allora il sistema d'Italia, conviene ora avvertirlo. Non negavano già le città confederate di riconoscere anche esse la superiorità ed autorità dell'imperadore; ma paventavano di molto un imperador tale, quale fu Federigo II. Gelosissime della lor libertà, e ricordevoli di quanto avesse operato Federigo I per abbatterla e sradicarla, non sapeano indursi a credere di poter conservarla sotto Federigo II, principe, la cui mente era grande, ma maggiore l'ambizione, e che avea ereditato i vizii dell'avolo, ma non già le virtù. Sapeano come egli scorticava i suoi sudditi di Sicilia e di Puglia; che il perdonar di cuore a chi l'avea offeso, era cosa straniera nell'animo suo; che egli prendeva le leggi del mantener la fede e parola, non mai dall'onesto, ma solamente dall'utile o dalla necessità. Però, se gli concedevano poco, temevano ch'egli vorrebbe poi tutto. Erano anche assai persuasi che sì interessato e pieno d'ambiziosi e smisurati pensieri, come era, altra mira non avesse che di ridurre l'Italia tutta sotto un obbrobrioso giogo, e di mutar la Lombardia in una nuova Puglia. Di qui venne che le città più forti, come Milano, Brescia, Mantova, Piacenza, Bologna, Padova ed altre minori determinarono piuttosto di avventurar tutto, che di sottomettersi a chi dall'essere di principe troppo facilmente passava a quel di tiranno. Non mancavano altre città che teneano per l'imperadore, come Cremona, Bergamo, Parma, Reggio, Modena ed altre. Il principal motivo di questo attaccamento era il bisogno e la speranza dell'aiuto di lui per mantenersi in libertà, dacchè le più forti città vicine tutto dì si studiavano di assorbire i lor territorii, e di assoggettarle ancora, se veniva lor fatto, al loro dominio. Che non faceano i Bolognesi contra di Modena, i Piacentini contra di Parma, i Milanesi e Bresciani contra di Cremona? Pavia umiliata dal popolo di Milano stava allora col capo chino, mostrandosi ubbidiente ed unita coi Milanesi, che le aveano date tante percosse; ma non sì tosto cessò la paura del flagello, che, cavatasi la maschera, tornò anch'essa ad abbracciare il partito di Cesare. Erano in egual pericolo, e forse in peggiore stato, gli affari del sommo pontefice. Se riusciva a Federigo di mettere il piede sul collo de' Lombardi, e di soggiogar tutta l'Italia, che scampo restava a quella sacra corte contra di un principe, il quale già avea fomentato le usurpazioni del senato e popolo romano in pregiudizio della legittima ed inveterata autorità e sovranità dei papi? Potevasi fondatamente temere, ch'egli ridurrebbe il papa a portare il piviale di bambagina, stante la disordinata sua voglia di signoreggiare; e vieppiù perch'egli era in concetto di fina politica, simulatore e dissimulator mirabile, e, quel che è peggio, di poca, se non anche di niuna, religione: del che, se è vero, sarà Iddio giudice un giorno. Allorchè papa Alessandro III tanta costanza mostrò contra di Federigo I, a lui non mancava un forte appoggio alle spalle, cioè il re di Sicilia e Puglia, della schiatta de' Normanni. Ora che Federigo II possedeva ancora quegli Stati, se cadeva a terra l'opposizion de' Lombardi, restava il romano pontefice Gregorio IX tra le forbici, ed esposto alla discrezione ossia indiscrezione d'un imperadore che avrebbe potuto tutto ciò che avesse voluto. Il perchè papa Gregorio riguardava come suo grande interesse la lega di Lombardia, ben conoscendo che essa sola potea tenere in briglia un Augusto, di cui non permettea la prudenza che alcun si fidasse. All'incontro Federigo II odiava a morte questa lega, benchè solennemente permessa ed approvata dall'avolo suo Federigo I, considerandola come ingiuriosa a' suoi sovrani diritti, e trattava da ribelli i Lombardi, declamando dappertutto, esigere il suo decoro ch'egli passasse a domarli. E perciocchè il papa, spinto dal suo zelo paterno, spediva in tutte le città, siccome abbiam veduto, i frati predicatori e minori a predicar la pace e la concordia, tutto interpretava fatto in danno suo, stante il praticarsi di far giurare i popoli di ubbidire a quanto avesse loro comandato il papa. E maggiormente si risentì egli per quello che avvenne in Piacenza nell'anno presente [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Non mancava in quella città il suo partito a Federigo, sostenuto specialmente dalla nobiltà, di cui capo era Guglielmo de Andito (oggidì quella nobil famiglia è chiamata de' Landi) con Oberto Pelavicino (oggidì Pallavicino) marchese. Ma era tutta sfasciata quella città per l'antica discordia di que' popolari con essi nobili, la maggior parte de' quali fuoruscita facea guerra dalle sue castella alla città. Trattossi in quest'anno di accordar queste fazioni, e da amendue fu fatto compromesso in Jacopo da Pecorara cardinale della Chiesa romana, con esserne dipoi seguita un'amichevol unione, ed aver egli dato per podestà a tutti Rinieri Zeno nobile veneziano. Exinde Placentini, dice la Cronica, imperatori fuerunt rebelles. Et ipse potestas fecit destrui domos dicti domini Guilielmi de Andito, el bannivit eum, et dominum Obertum Pelavicinum, et certos de populo, quia tenebant cum imperatore contra Ecclesiam. Lagnossi forte di quest'operato dal legato pontificio l'imperador Federigo con papa Gregorio, quasichè anch'egli si desse è divedere congiurato coi Lombardi contra di lui. Ciò che gli rispondesse in tal proposito il papa, si può leggere negli Annali ecclesiastici del Rinaldi [Raynald., in Annal. Eccles.]. La conchiusione si è, che ogni di più andavano crescendo le differenze del papa e di Federigo, ed ognun lavorava di politica. Arrivò il pontefice a comandargli [Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.] che non movesse l'armi contra de' Lombardi, perchè non era per anche spirata la tregua accordata per la spedizione di Terra santa: il che fece maggiormente credere a Federigo che fra il pontefice e i Lombardi vi fossero de' forti legami contra di lui; e perciò, senza badare ad altro, determinò la sua venuta in Italia con una competente armata di Tedeschi. Lasciò ordine [Godefrid. Monachus, in Chronico.] al re di Boemia e al duca di Baviera di far guerra a Federigo duca d'Austria, incolpato di varii delitti; ed essi il servirono bene. Aveva egli già spedito innanzi cinquecento cavalli e cento balestrieri, con ordine di aspettarlo a Verona, città che l'accorto Eccelino da Romano avea già ridotta all'ubbidienza sua con iscacciarne il conte Ricciardo da San Bonifazio e i suoi aderenti [Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Giunsero costoro nel dì 16 di maggio, e presero la guardia di Verona a nome dell'imperadore, il quale nel precedente gennaio aveva anche mandato in Italia il figliuolo Arrigo ne' ceppi [Richardus de S. Germano, in Chron.], con una buona scorta sotto il comando del marchese Lancia. Questo infelice principe condotto in Puglia, e confinato nella rocca di San Felice, e trasportato poscia a quella di Martorano, quivi nell'anno 1242, come s'ha da Riccardo da San Germano, e non già nel presente, come scrisse il Monaco Padovano [Monac. Patavinus, in Chron.], terminò fra gli affanni della carcere i suoi giorni: del che mostrò Federigo pubblicamente un sommo dolore, non so se vero o finto. Intanto il conte Ricciardo suddetto, scacciato da Verona, si impossessò della forte rocca di Garda, colla morte del presidio ivi posto da Eccelino. Per lo contrario, venne alle mani d'esso Eccelino l'importante castello di Peschiera, e inoltre gli venne fatto di espugnar quello di Bagolio. Finalmente nel dì 16 d'agosto arrivò l'imperador Federigo a Verona con tre mila cavalli, accolto a braccia aperte e con tutta riverenza dal suo fedel partigiano Eccelino e dai Ghibellini Montecchi rettori della città. Andò poscia coll'esercito a Vacaldo, e vi si fermò ben quindici giorni, concertando intanto le imprese che doveano farsi [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.]. Passato poscia il Mincio, trovò i Cremonesi, Parmigiani, Reggiani e Modenesi che colle lor milizie vennero ad incontrarlo. Rinforzata che ebbe con tali aiuti la sua armata, cominciò a scaricare i primi colpi del suo furore contra il distretto di Mantova, mettendolo a ferro e a fuoco. Prese Marcheria, e dopo il sacco la distrusse; ma poi, conoscendola sito importante pel passaggio del fiume Oglio, ordinò che tosto si rifabbricasse, e la diede in guardia ai Cremonesi. S'impadronì di Ponte Vico e d'altri luoghi, siccome ancora di Mosio sul Bresciano, al qual territorio fece similmente quanto danno potè. Anche il popolo di Gonzaga di qua dal Po si diede ai ministri d'esso imperadore. Passò egli dipoi a Cremona per consolar quella città tanto a sè fedele, e vi si fermò per alquanti giorni.

Secondo gli Annali di Milano [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], ebbe disegno di passare anche a Pavia, città che segretamente teneva per lui; ma usciti in campagna i Milanesi gl'impedirono l'inoltrarsi. Certo è che vennero sino a Montechiaro con tutte le lor forze, e furono quasi sull'orlo di affrontarsi coll'esercito nemico di Federigo, ma infine giudicarono meglio di star sulla difesa, che di azzardarsi alle offese [Mattheus Paris, Histor. Angl.]. Che Federigo venisse anche a Parma, s'ha dagli Annali vecchi di Modena. Era per questo anno stato eletto podestà e rettore di Vicenza Azzo VII marchese d'Este, il più appassionato di tutti per la parte guelfa e per la lega di Lombardia [Gerard. Maurisius, Histor. Rolandinus, lib. 3, cap. 9. Monachus Patavinus, in Chron. Godius, in Chron.]. Mandò egli un bando che niuno osasse di nominar l'imperadore, ed avendo esso Augusto inviati a Vicenza i suoi messi con lettere, nè quelli nè queste volle ricevere. Avea il marchese, prima che calasse Federigo in Italia, tentato col conte di San Bonifazio di scacciar da Verona la parte di Eccelino; ma costui più accorto di lui, siccome già accennai, prevenne il colpo, e spinse fuori di Verona il conte coi suoi parziali. Ciò saputosi in Padova, Vicenza e Trivigi, que' popoli in armi diedero un terribil guasto alle terre e ville di Eccelino. Ora mentre l'imperadore dimorava in Cremona, minacciando i Milanesi e Piacentini, non vollero star colle mani alla cintola il marchese d'Este, i Padovani, Trivisani e Vicentini. Col maggior loro sforzo, nel dì 3 di ottobre, che Rolandino [Roland., lib. 3, cap. 9.] osservò essere stato giorno egiziaco, cioè di mal augurio, si portarono all'assedio di Rivalta, castello dei Veronesi, con fare nello stesso tempo delle scorrerie nel distretto di Verona, e guastare il paese [Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Eccelino uscì in campagna con quella gente che potè raunare, e per quindici dì si fermò nella villa della Tomba dall'altra parte dell'Adige, osservando i nemici che poco profitto faceano sotto Rivalta, valorosamente difesa da quel presidio. Tuttavia, veggendo il pericolo del castello, e crescer il guasto del Veronese, scrisse all'imperador caldamente dimandando soccorso. Allora Federigo, montato a cavallo, mosse la sua cavalleria con una marcia sì sforzata, che in un dì e in una notte arrivò da Cremona sin vicino al castello di San Bonifazio. Dato ivi un poco di rinfresco alla gente e ai cavalli, sollecitamente continuò il suo viaggio. L'avviso dell'improvvisa ed inaspettata venuta dell'imperadore mise tale spavento negli assediatori di Rivalta, che se ne ritirarono in fretta, con lasciar ivi parte delle tende e dell'equipaggio, e le macchine da guerra. Lo esercito imperiale venendo per la più corta, prima che arrivasse quel di Padova, giunse alle porte di Vicenza. Non avendo voluto rendersi i Vicentini alla chiamata dell'imperadore, con tal furore, e verisimilmente coll'aiuto di qualche traditore, la sua gente co' Veronesi venne all'assalto: entrati per le mura, ed aperta una porta, diedero immantinente un orrido sacco alla misera città, commettendo, senza perdonare a sesso o grado, tutte quelle crudeltà ed iniquità che in tali occasioni si possono facilmente immaginare. Entrarono in Vicenza gli imperiali nella notte avanti la festa dell'Ognisanti, e tutto il dì seguente si sfogò la lor rabbia, avarizia e libidine nell'infelice città, a cui in fine diedero fuoco.

Considerando poi Federigo che male era anche per li suoi interessi il perdere la popolazione di così nobil città, da lì a pochi giorni perdonò a tutti, rilasciò ad ognuno il possesso de' loro stabili, con ordinare ad Eccelino e al conte Gaboardo di Suevia, suo capitan generale, di trattar bene il popolo di Vicenza. Risoluta la sua partenza, racconta Antonio Godio [Antonius Godius, in Chron.] che Federigo, il qual sempre seco menava una mano di strologhi, e nulla facea senza il loro consiglio, diede ad indovinare ad uno d'essi, per qual porta egli uscirebbe la seguente mane. Il furbo strologo scrisse un biglietto, e sigillatolo pregò l'imperadore di non aprirlo, se non dappoichè fosse uscito di città. La notte Federigo fece rompere un pezzo del muro della città, e per quella breccia uscì dipoi. Aperto il biglietto, vi trovò queste parole: Il re uscirà per porta nuova. Non ci volle di più, perchè Federigo da lì innanzi si tenesse ben caro questo grande indovino. Passò poi coi suoi armati esso Augusto [Roland., lib. 3, cap. 10.] sul Padovano, facendo grave danno dovunque passava; distrusse la terra di Carturio; ed arrivato sul Trevisano, si fermò alquanti dì al luogo di Fontanella, sperando che Trivigi se gli rendesse. Ma dentro v'era per podestà Pietro Tiepolo, nobile veneziano, personaggio molto savio, che tenne in concordia il popolo, e massimamente perchè i Padovani aveano inviati dugento cavalieri in aiuto di quella città. Perciò defraudato delle sue speranze Federigo, dopo aver licenziato Eccelino, e lasciata a lui e al conte Gaboardo la maggior parte delle sue truppe, e la custodia di Verona e Vicenza, seguitò frettolosamente il suo viaggio alla volta della Germania, o perchè dubitava che vi si tramasse qualche congiura, di cui sempre incolpava il papa, oppure unicamente per atterrare il duca d'Austria, contra di cui fumava di sdegno. Nella vigilia del santo Natale di quest'anno [Gualvan. Flam., in Manip. Flor., cap. 269. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] Ricciardo conte di San Bonifazio, che s'era ritirato a Mantova, con quel popolo segretamente ito a Marcheria, ricuperò quella terra, con uccidervi molti Cremonesi che vi erano di guarnigione, e condurre il resto prigione a Mantova. I Padovani intanto, riflettendo all'incendio che s'andava appressando alla loro città, tuttodì erano in consiglio per cercarvi riparo, ma senza nulla conchiudere [Roland., lib. 3, cap. 11.]. Finalmente elessero sedici dei maggiori della città, con dar loro balìa per prendere quegli spedienti che si credessero più proprii. Fecero anche venire il marchese d'Este, al quale, perchè veniva considerato per la maggiore e più nobile persona della marca trivisana, nel pieno parlamento della città diedero il gonfalone, pregandolo di voler essere lo scudo della marca in quelle pericolose contingenze. Secondo gli Annali di Milano [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], in quest'anno i Pavesi, animati dalla venuta e dalle forze di Federigo Augusto, mettendosi sotto i piedi il giuramento di fedeltà prestato ai Milanesi, si dichiararono aderenti all'imperadore, nè solamente ricusarono di distruggere il ponte di Ticino, ma uscirono ancora in armi contra dei Milanesi, i quali ben presto li misero in fuga. Galvano Fiamma e il Corio nulla dicono di questo. Abbiamo anche da Riccardo da San Germano [Richardus de S. Germano, in Chron.] che nell'anno presente Pietro Frangipane in Roma, sostenendo il partito dell'imperadore contra del papa e contra del senatore, commosse ad una gran sedizione il popolo di quella città. E intanto moltiplicavano le querele del pontefice e dell'imperadore, lamentandosi l'uno dell'altro, come s'ha dagli Annali Ecclesiastici [Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Andarono ostilmente in quest'anno i Faentini ad infestare il territorio di Ravenna fin cinque miglia presso a quella città [Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]. Contra d'essi uscirono i Ravennati con rinforzo di gente ricevuto da Rimini, Forlì, e Bertinoro, credendosi d'ingoiare i nemici; ma ne riportarono una buona rotta, per cui restò prigioniera la maggior parte de' Forlivesi.