Fra i popoli d'Italia portarono sempre mai i Bresciani il vanto d'essere uomini di gran valore e costanza, e questa volta ancora ne diedero un illustre saggio. Trattavasi dell'ultimo eccidio della lor patria e di sè stessi; però, dopo aver dianzi ben provveduta la città del bisognevole, senza far caso d'oste sì sterminata, si accinsero animosamente alla difesa, risoluti, se così avesse portato il caso, di vendere almeno caro le loro vite. Fece Federigo mettere in esercizio contra della città tutte le macchine allora usate per espugnar fortezze, cioè torri di legno, mangani, manganelle, trabucchi ed altre specie di petriere. Ma di queste ancora non penuriavano i Bresciani. Per buona ventura aveano essi colto un ingegnere spagnuolo, uomo di gran perizia in fabbricar macchine da guerra, che veniva di Alemagna al servigio dell'imperadore. Scoperto il suo mestiere, ed intimatagli la morte, se non soccorreva esattamente ai bisogni della città, servì loro di tutto punto. Non ignorando Federigo l'esecrabil trovato dell'avolo suo Federigo I all'assedio di Crema, anche egli, fatti venir da Cremona i prigioni bresciani, di mano in mano lifacea legare davanti alle sue macchine, affinchè gli assediati, per pietà de' lor cittadini e parenti, non osassero di tirar contra di quelle per romperle. Non restarono per questo i Bresciani di far giocare le lor macchine, nulla badando se uccidevano i propri attinenti, purchè spezzassero le macchine nemiche, od ammazzassero chi le maneggiava. Nondimeno la Cronica di Reggio [Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.], cioè più antica della Bresciana del Malvezzi, ci assicura che niun male fecero a quei miseri lor concittadini; anzi, per rendere la pariglia all'imperadore, anch'essi attaccavano pe' piedi i prigioni cesarei fuori del palancato, esponendogli ai colpi delle macchine tedesche. Nè lasciavano i coraggiosi Bresciani di dare di quando in quando delle sortite con grave danno del campo imperiale. Massimamente nella notte del dì 9 d'ottobre, allorchè men se l'aspettavano i Tedeschi, s'inoltrarono tanto ferendo ed uccidendo, che lo stesso imperadore corse pericolo di restar preso. Durò questo assedio due mesi e sei giorni. Scorgendo finalmente Federigo ch'egli gittava il tempo e le fatiche, dopo aver dato il fuoco a tutte le sue macchine, si ritirò coll'armata a Cremona: avvenimento, che, quanto fu di gloria al popolo bresciano, altrettanto riuscì di vergogna all'imperadore, il cui credito cominciò a calare per questo. Secondo le Croniche di Milano [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.], si fecero nel presente anno i Milanesi rendere conto dai Pavesi della fede rotta con darsi all'imperadore. Uscirono con grandi forze addosso al territorio, guastando e bruciando; di maniera che il comune di Pavia implorò misericordia, e tornò a giurar fedeltà a quel di Milano. Non ci resta alcuna storia antica di Pavia che possa assicurarci di questo fatto. Nè ciò s'accorda con quello che fra poco dirò. Rivolsero poscia i Milanesi i loro sdegni e l'armi contra al distretto di Bergamo, dove diedero un terribil guasto. Non lasciarono di recar quel soccorso che poterono a Brescia. Anche i Piacentini [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] inviarono mille de' lor cavalieri in aiuto de' Milanesi, e nel distretto di Lodi presero il castello d'Orio, che appresso fu distrutto. Quivi succedette una battaglia svantaggiosa ad esso popolo di Piacenza. Forse è quella che viene accennata da Alberico Monaco [Alberic. Monachus, in Chron.], con dire che Guglielmo eletto vescovo di Valenza, e poi di Liegi, trovandosi di presidio in Cremona per parte dell'imperadore, co' suoi Borgognoni diede una sconfitta ai Piacentini, con ucciderne molti, e farne prigioni più di mille. In questo medesimo anno, se pure non fu nel seguente, i Pavesi colle lor milizie, e con quelle di Vercelli, Novara, Tortona ed Asti, e col marchese Lancia, vennero per terra ed acqua al Ponte Nuovo, fabbricato da' Piacentini, per distruggerlo; nel qual tempo anche i Cremonesi co' Bergamaschi si portarono a Lodi, affine, credo io, d'impedire il passo ai Milanesi. Per quanto sforzo facessero que' collegati contra d'esso ponte, avendo anche spinto barche incendiarie alla volta d'esso, a nulla servì, perciocchè i Piacentini con altre barche presero que' brulotti, e ne schivarono il danno: sicchè colle mani vote se ne tornarono i lor nemici a casa. Eransi già accorti i Padovani [Roland., lib. 4, cap. 5. Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.] che il lupo era venuto alla guardia delle pecore. Eccelino ogni dì facea delle novità, imprigionando or questo or quello, e principalmente gli amici di Azzo VII, marchese d'Este. Perciò tutti i buoni cominciarono a spronar lo stesso marchese che volesse torre di mano ad Eccelino quella città, promettendo di dargli l'entrata per la porta delle Torreselle. Al marchese non fu discaro l'avviso, trovandosi anch'egli maltrattato nei suoi Stati da Eccelino.
Fatto dunque segretamente il preparamento convenevole di gente tanto dei suoi sudditi, quanto dei fuorusciti Padovani, e degli altri suoi amici, nel dì 13 di luglio (Rolandino, forse persuaso di queste inezie, avverte che era giorno egiziaco) all'improvviso arrivò al Prato della valle ne' borghi di Padova, credendo che gli sarebbe, secondo il concerto, aperta la porta. Gran rumore tosto si alzò nella città alla di lui comparsa; tutte le porte furono chiuse, ed Eccelino comandò che tutto il popolo fosse in armi. Intanto le milizie estensi faceano ogni sforzo per atterrar la porta delle Torreselle; ma più possa mostravano que' di dentro a difenderla. Avvisato il marchese da alcuni, che occultamente uscirono di città, qualmente fallita la speranza di corrispondenti nella città, meglio era il retrocedere, e che in essa si dava campana a martello contra di lui, non volle muoversi, e seguitò ad animare la gente all'assalto. Intanto Eccelino co' suoi Tedeschi e col popolo armato venne fuori della città ad assalire i nemici. Non vi fu bisogno di menar le mani. La gente del marchese, senza poterla ritenere, diede tosto alle gambe. Beato chi le avea migliori. Altro partito allora non seppe prendere il marchese, che di raccomandarsi al suo cavallo, il quale bravamente il cavò fuori di pericolo. Molti vi restarono presi, e fra gli altri Jacopo da Carrara, uno de' principali fuorusciti di Padova. Se volle liberarsi, gli convenne cedere il suo castello di Carrara al comune di Padova, ossia ad Eccelino, e riacquistò la sua grazia. Imparò da questa mala condotta, oppure disgrazia, il marchese di Este ad andare più cauto in avvenire. Ma Eccelino, tornato trionfalmente in Padova, ebbe il contento di udire da lì innanzi la gente, chi per timore, chi per adulazione, trattar lui col nome di signore. Per vendicarsi poi del marchese, raunò l'esercito, volendo procedere contra la nobil terra d'Este. Avvertitone dagli amici, esso marchese si ritirò alla sua terra di Rovigo, lasciando tutto in pianti il popolo d'Este. Venne poi Eccelino nel dì 22 di luglio. Se gli arrendè pacificamente la terra senza che ne patissero gli abitanti. Da lì ad alquanti giorni anche la rocca ossia il castello capitolò, e quivi pose in guarnigione un corpo di Saraceni e di Padovani. Colla speranza d'avere a sì buon mercato anche Montagnana, terra del marchese, di non minor popolazione che quella di alcune città, passò colà coll'armata, e vi chiamò anche la milizia di Verona, in cui più confidava che in altri. Virilmente si difesero quegli abitanti, e gli bruciarono anche di bel mezzo giorno il Bilfredo, cioè una torre di legno fatta fabbricare da lui. Sotto v'era egli stesso in quel punto; ma, avvertito, scampò. Gli convenne dunque levar l'assedio; e natogli sospetto che Jacopo da Carrara e l'avvocato di Padova avessero tenuta intelligenza co' nemici, ordinò loro di presentarsi al podestà di Padova: il che allegramente risposero amendue di fare. Ma dacchè si videro in libertà, fuggirono ad Anguillara, che tuttavia teneva la parte del marchese, ed era di Jacopino Pappa-fava, figliuolo di Albertino da Carrara, cioè d'un fratello d'esso Jacopo. Nel mese poi d'agosto il marchese Azzo, tornato ad Este, ricuperò quella terra, ma non già il castello. Ed Eccelino scrisse contra di lui all'imperadore, esortandolo a menar le sue forze addosso a questo principe suo gran nemico, con aggiugnere [Roland., lib. 4, cap. 7.]: Feriendus est serpens in capite, ut corpus facilius devincatur. La risposta di Federigo, data nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, vien riferita da Rolandino. In essa egli si maraviglia, come avendo il marchese Azzo (da noi chiamato il Sesto) a' suoi tempi tanto operato in aiuto suo, di maniera che si potè nominar suo balio ed aio, ora il di lui figliuolo Azzo degeneri sì sconciamente dalle azioni del padre, con promettere poi ad Eccelino la sua venula in quelle parti verso il fine del gennaio seguente. Ribellaronsi in questo anno ai Genovesi [Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.] i popoli di Savona, Albenga, Porto Maurizio e Ventimiglia; e però convenne far guerra contra di loro. Comparvero a Genova due ambasciatori dell'imperador Federigo, che fecero istanza del giuramento di fedeltà. La risposta de' Genovesi fu che invierebbono alla corte d'esso Augusto i loro ambasciatori, siccome fecero in effetto, dappoichè videro ritornata Ventimiglia in loro potere. Prestato che questi ebbero il giuramento di fedeltà a Federigo, se ne tornarono a casa. Quando ecco sopraggiunsero a Genova due altri ambasciatori del medesimo Augusto, che presentarono lettere contenenti, come l'imperadore chiedeva giuramento di fedeltà e di dominio. Furono esse lette in un pieno parlamento del popolo, in cui gran rumore fu fatto all'udir quella parola dominio. Il podestà che era Paolo da Soresina, nobile milanese, prese il tempo, e spiegò con bolla descrizione gli aspri trattamenti (e diceva ben la verità) che faceva Federigo dei suoi sudditi in Sicilia e Puglia, e degli altri luoghi dov'egli comandava. Di più non occorse. Gli ambasciatori furono mandati in pace, e i Genovesi intavolarono tosto un trattato con papa Gregorio IX e coi Veneziani contra dell'imperadore, che fu senza gran fatica conchiuso nella corte pontificia. Allora il pontefice prese sotto la sua protezione Venezia e Genova. Faenza fu occupata nel dì 5 di luglio in quest'anno da Acarisio [Chron. Caesen., tom. 14 Re. Ital.]. A lui dopo un mese fu ritolta da Paolo Traversara potente Ravennate. Ma venula l'armata de' Bolognesi cacciò lui fuori con istrage non lieve de' suoi, e difese anche la medesima città contro gli sforzi del conte Aghinolfo di Modigliana, con farlo prigione, e mettere in fuga quei del suo partito. Ciò accadde nell'anno seguente, secondo altre Croniche. Scrive il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.], avere Federigo imperadore, nello stesso tempo che assediò Brescia, con un'altra parte della sua grande armata fatto l'assedio d'Alessandria, e che questa venne in suo potere. Non ne truovo io parola ne' vecchi storici, anzi veggo in contrario una lettera di papa Gregorio [Raynald., in Annal. Eccles., num. 20 ad ann. 1240.] scritta nel 1240, nel dì 10 di maggio, agli Alessandrini, coi quali si rallegra della lor costanza nella divozion verso la Chiesa contro gli attentati di Federigo. Ma nello stesso 1240, siccome vedremo, si suggellarono poi ad esso imperadore.
MCCXXXIX
| Anno di | Cristo MCCXXXIX. Indizione XII. |
| Gregorio IX papa 13. | |
| Federigo II imperadore 20. |
Crescevano di dì in dì i motivi per li quali era papa Gregorio scontento dell'imperador Federigo. Gli spedì egli più lettere ed ambasciate, affinchè si correggesse [Raynaldus, in Annal. ad hunc annum.]; il citò ancora; ma vedendo che le parole, preghiere e minaccie erano gettate al vento, rotta la pazienza, venne finalmente ai fatti. O la continuazion della guerra ch'egli faceva ai Lombardi, per la conservazion de' quali era forte impegnato il papa, ovvero l'occupazion della Sardegna, pretesa dalla Chiesa romana come incontrastabil suo diritto, oppure i segreti maneggi di lui per incitare i Romani alla ribellione contra di esso papa legittimo lor sovrano, furono, a mio credere, gl'impulsi più efficaci perchè il pontefice Gregorio fulminasse pubblicamente nel dì delle Palme la scomunica contra di Federigo II, ed assolvesse i sudditi di lui dal giuramento di fedeltà. Altri non pochi reati d'esso imperadore vengono espressi nella bolla di essa scomunica, che si legge nella Storia di Matteo Paris [Matth. Paris, Hist. Anglic.], e presso il Rinaldi ed altri autori. Confermò dipoi papa Gregorio nel Laterano queste censure nel giovedì santo seguente, nè lasciò indietro cosa alcuna per iscreditare e rendere odioso Federigo con tacciarlo insino di pubblico ateista. Diede nelle smanie l'imperadore all'avviso di tal novità; e, fatto stendere da Pietro delle Vigne un manifesto in sua giustificazione, lo spedì a tutte le corti della cristianità, con dolersi acerbamente del papa, e caricarlo di varie ingiustizie, ch'egli pretendea fatte a sè stesso e ad altri. Passò a fiere minaccie contra del medesimo e de' cardinali, con altre scene e querele descritte dal Rinaldi negli Annali Ecclesiastici, e più diffusamente rapportate da Matteo Paris. Scacciò poscia dal regno di Sicilia e di Puglia i frati predicatori e minori non nativi del paese; occupò l'insigne monistero di Monte Casino [Richardus de S. Germano, in Chron.]; richiamò da Roma tutti i suoi sudditi; impose nuove taglie e contribuzioni agli ecclesiastici: tutto per far onta e dispetto al pontefice, e tutto in varii tempi dell'anno presente. Lodovico IX re di Francia, che fu poi santo, per attestato di Alberico Monaco [Albericus Monachus, in Chron.], inviò i suoi ambasciatori a Roma per mitigar l'animo del papa verso di Federigo; ma il pontefice, uomo di petto forte, nulla si mosse per questo. E neppur volle ascoltare due vescovi inviati a Roma da Federigo. Anzi fece predicar la crociata contra di lui. Vegniamo allo storico Rolandino [Roland., Chron., lib. 4, cap. 9.], da cui abbiamo gli andamenti d'esso Federigo Augusto. Portossi egli sul fine di gennaio con sontuoso accompagnamento di milizie e di nobiltà a Padova. L'incontro magnifico fattogli da tutto il popolo di quella città gli fu cagione di non poco piacere e insieme di maraviglia. Circa due mesi si fermò egli nell'insigne monistero di Santa Giustina, ben corteggiato da Eccelino, divertendosi alla caccia e in far buone passeggiate. Seco era l'imperadrice, che amava piuttosto d'esser chiamata regina. Portossi anche alla visita di Monselice, e vi ordinò alcune fortificazioni. Stando nell'alto di quel monte vagheggiò più volte il bell'aspetto delle terre e castella del marchese di Este, sparse per la ricca sottoposta pianura, e conobbe la di lui potenza. Fece anche venir lo stesso marchese con salvo condotto alla corte, e tenne con lui un segreto colloquio. Era ben contento il popolo di Padova del buon volto e delle carezze dell'imperadore, e dappertutto si mirava allegrezza, e massimamente nel dì di Pasqua, in cui Federigo comparve colla corona in capo. Ma fra pochi giorni così bel sereno si cambiò in un melanconico nuvolo, perchè giunsero le nuove ch'egli era stato scomunicato dal papa. Fece ben Federigo in un gran parlamento esporre da Pietro delle Vigne, uomo dottissimo in questi tempi, le ragioni per le quali teneva per ingiuste e nulle quelle censure: tuttavia nel popolo restò non poco di confusione, e in lui cominciarono a crescere e a lacerarlo le diffidenze e i sospetti. Perciò, fatto venire a Padova Azzo marchese d'Este con tutti coloro che aderivano al di lui partito, gli affidò; e intanto l'iniquo Eccelino mise delle spie per sapere chi dei Padovani trattava col marchese, e tutti i lor nomi ebbe in iscritto. Di frequenti segreti consigli si faceano in Santa Giustina. Non bastò a Federigo d'aver messe guardie in tutte le castella d'esso marchese; volle anche per ostaggio il principe Rinaldo di lui figliuolo, e con belle parole il mandò a stare in Puglia insieme con Adelasia figliuola di Alberico da Romano, con cui Rinaldo avea contratto gli sponsali. Per non poter di meno, il marchese accomodò la sua pazienza a queste avanie, che si stesero appresso ad assaissimi nobili de' principali di Padova suoi amici, i quali chi ad un luogo, chi ad un altro furono mandati a' confini: consigli tutti del maligno Eccelino, nemico dichiarato del marchese.
Ma poco stette Federigo, la cui fortuna già si scopriva retrograda, a provar gli effetti della sua politica troppo tirannica. Era egli dianzi stato a Trivigi, ben accolto ed onorato da quel popolo. Alberico da Romano, fratello d'Eccelino, irritato contra di lui pel cattivo trattamento da lui fatto a sua figliuola Adelasia, e a Rinaldo Estense suo genero, subito che intese come l'imperadore s'era messo in cammino verso la Lombardia, unitosi con Biachino e Guezzelo da Camino, occupò la città di Trivigi, con farvi prigioni tutti gli ufiziali e soldati postivi dall'imperadore, a riserva di Jacopo da Morra Pugliese podestà, che ebbe la buona sorte di fuggirsene. Probabilmente Alberico non fece un passo sì ardito senza consiglio ed intelligenza de' vicini Veneziani. A questo avviso, Federigo, battendo i denti se ne tornò a Padova, e tosto ordinò un grande esercito contra di Trivigi. Nel mese di maggio, dopo aver fatto prendere l'oroscopo a mastro Teodoro suo strologo sulla torre del comune di Padova, mosse l'armata, e andò ad accamparsi intorno a Castelfranco, dove citò i Trivisani a rendersi nel termine di otto giorni. Passato il tempo prefisso senza che venissero a' suoi piedi, fece una donazione al comune di Padova della città di Trivigi con un privilegio munito di un bel sigillone d'oro. In quello stesso giorno andando il marchese d'Este Azzo VII al campo con cento cavalieri, si incontrò in Eccelino, che con circa venti de' suoi veniva a Cittadella. Portavano amendue l'aquila nelle loro bandiere. Vi fu chi crede che quivi avesse a succedere qualche scena fra questi due rivali. Ma avendo il marchese mandato innanzi a pregar cortesemente Eccelino di ritirarsi alla diritta o alla sinistra, egli si ritirò, e non ne fu altro. Essendo poi accaduto nel dì 3 di giugno una grande ecclissi del sole, che durò per due ore, Federigo, benchè ne sapesse la cagione, pure se ne mostrò turbato, e determinò di ritirarsi da Castelfranco per andare in Lombardia; e dopo aver tenuto un colloquio col marchese d'Este, con Eccelino ed altri de' principali della marca trivisana, si mise in viaggio co' suoi Tedeschi e Pugliesi, de' quali maggiormente si fidava. Allorchè pervenne nelle vicinanze del castello di San Bonifazio, dicono che il marchese fu avvertito con cenni da un cortigiano dell'imperadore, amico suo, come si trattava di fargli tagliare il capo. Bastò questo al marchese perchè co' suoi aderenti si mettesse in salvo nel suddetto castello, e quantunque Federigo gli spedisse Pietro dalle Vigne per affidarlo con mille belle promesse, il marchese non si sentì più voglia di dimorar presso d'un principe che punto non si piccava di mantener la parola, e tanto più perchè prevaleva nel suo consiglio il furbo e nemico suo Eccelino. Passato che fu lo imperadore in Lombardia [Rolandinus, lib. 4, cap. 14.], il marchese d'Este, messa la sua speranza in Dio, e raunato un buon esercito, coraggiosamente nel mese d'agosto andò ad Este. Ricuperò la terra senza fatica; quella rocca e il castello di Baone a forza di armi; quello di Lucio colla fame; l'altro di Calaone col terror de' trabucchi. Assediò dipoi Cerro, dove era un presidio di Saraceni; venne Eccelino per soccorrerlo, ma non si attentò; e però tornò alle mani del marchese, il quale non permise che fosse fatto insulto alcuno a quegli infedeli. Queste sue prosperità tornarono in danno di molti Padovani suoi amici, o creduti tali, perchè Eccelino crudelmente li levò dal mondo.
Nel luglio dell'anno presente tolta fu Ravenna all'imperadore da Paolo Traversara [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.] coll'aiuto de' Bolognesi e Veneziani, che poi la rinforzarono [Richardus de S. Germano, in Chron.]. Per questa cagione l'imperador Federigo col re Enzio suo figliuolo naturale venne verso il Bolognese, ed imprese coi Modenesi, Reggiani, Parmigiani e Cremonesi l'assedio del castello di Piumazzo, intorno a cui consumò gran tempo. L'ebbe infine per forza, e lo distrusse col fuoco, facendovi prigioni cinquecento persone. Di là passò ad assediar Crevalcuore, e avutolo con grande stento, del pari lo atterrò. Il vedere un sì glorioso imperadore perdersi dietro a tali bicocche [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], e l'impadronirsene anche con somma difficoltà, gli accrebbe il discredito; e massimamente perchè nello stesso tempo i Bolognesi [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] vennero fin vicino a Modena, e vi bruciarono il borgo di San Pietro. Presero anche i Modenesi [Annal. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] il castello di Marano di Campiglio, e Monte Tortore nel Frignano. Dopo sì segnalate imprese Federigo, che tenea delle segrete corrispondenze con molti nobili milanesi [Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.], rivolse l'armi sue a quella volta. Passò per Merignano, Landriano e Bascapè sino alla Pieve di Locate [Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor.], saccheggiando e bruciando il paese. Fu disputa in Milano, se si avea da uscire in campagna, oppur da aspettare in città il nemico. Ma prevalse il parere di Gregorio da Montelungo legato pontificio, che fece armare anche cherici e frati; e però venne l'esercito milanese a postarsi a Camporgnano contra di quello di Federigo. Una parte de' nobili passò nel campo dell'imperadore; altrettanto fecero i Comaschi. Ciò non ostante, se s'ha da credere a Galvano dalla Fiamma, l'armata milanese stette a fronte del nemico, rovesciò varie acque addosso al campo imperiale, ed anche in un combattimento prese il carroccio de' Cremonesi, e mise quel popolo e i Pavesi in rotta. I Piacentini anch'essi dal canto loro respinsero gli sforzi dei cesarei. Chiaritosi Federigo che non facea buon vento in quelle parti, se ne venne in Toscana [Richardus de S. Germano, in Chron.]; fu ben ricevuto dai Lucchesi, e in Pisa celebrò la festa del santo Natale. Aveva egli spedito il figliuolo Arrigo, ossia Enzo re di Sardegna nella Marca d'Ancona, acciocchè incominciasse a far guerra al papa [Card. de Aragon., in Vit. Greg. IX, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Non tardò egli a farvi delle conquiste nel mese d'ottobre. Contra di lui ebbe ordine Giovanni dalla Colonna cardinale di portarsi colla gente che potè adunare. E il pontefice Gregorio IX, dacchè fu ritornato a Roma dalla villeggiatura d'Anagni, ben ricevuto dal popolo, dopo aver nell'ottava di san Martino confermata la scomunica contra di Federigo, alla medesima censura sottomise il suddetto re Enzo con tutti i suoi aderenti per l'invasione fatta nella marca anconitana, spettante alla Chiesa romana. Dappoichè l'imperador Federigo [Chron. Bononiense, tom. 16 Rer. Ital. Annales Veter. Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.] si fu ritirato dal distretto di Bologna, quel popolo con tutte le sue forze si portò all'assedio di Vignola, forte castello del distretto di Modena; e già con briccole, mangani, gatti ed altre militari macchine aveano atterrata buona parte del muro; quando nel dì 4 d'ottobre sopraggiunsero i Modenesi, Ferraresi e Parmigiani con Simone conte di Chieti Pugliese, e diedero battaglia. Fu sanguinosa e dura, ma infine voltarono le spalle i Bolognesi, ed, oltre ad assaissimi o morti o annegati nel fiume Scultenna, ne restarono, secondo la Cronica di Parma [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], circa due mila e secento prigioni. Minor numero si legge ne' vecchi Annali di Modena. Strinsero in quest'anno i Veneziani [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] una forte lega con papa Gregorio ad oggetto di torre, se veniva lor fatto, la Sicilia a Federigo, con obbligarsi al mantenimento di una buona squadra di galee. Non solamente per l'indegna morte del figliuolo del doge Tiepolo erano disgustati i Veneziani dell'imperadore, ma eziandio perchè avea tolte loro quattordici galee, e quattro navi cariche di merci e di frumento, che venivano dalla Puglia nella marca d'Ancona. O per guadagnare, o per tener più unito al suo partito Bonifazio marchese di Monferrato, Federigo Augusto gli fece una cessione di molte sue ragioni e pretensioni, e gli confermò alcune castella con diploma dato nel campo presso Pizzighettone nel dì ultimo d'agosto dell'anno presente, che disteso si legge nella Storia del Monferrato [Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato.].