Si credeva l'imperador Corrado di avere in pugno il regno della Borgogna, chiamato anche arelatense, perchè Arles era una delle città primarie d'esso. Ma Odone duca di Sciampagna, mancando alle promesse, seguitò a signoreggiarne una parte, e ad inquietare il rimanente [Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chronic. Sigebertus, in Chronico.]. Videsi dunque l'Augusto Corrado forzato a ripigliar le armi, e per non avervi più a tornare, raunò una potente armata in Germania, e un'altra d'Italiani ordinò che marciasse a quella volta. Exspeditis Teutonicis et Italicis, Burgundiam acute adiit. Teutones ex una parte, ex altera archiepiscopus mediolanensis Heribertus, et ceteri Italici, ductu Huperti comitis de Burgundia, usque Rhodanum fluvium convenerunt. Parla qui nominatamente Wippone di Eriberto arcivescovodi Milano, che andò come capitano di quella spedizione secondo gli abusi di questi tempi. A tale impegno si può attribuire l'aver egli in quest'anno mense martii, Indictione II, provveduto a' suoi temporali affari per tutte le disgrazie che potessero avvenire, con fare l'ultimo suo testamento. Leggesi questo dato alla luce dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 6 in Episcop. Mediolanens.] e dal Puricelli [Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.], dove egli fece una gran quantità di legati pii alle principali chiese, e a tutti i monisteri di Milano sì di monaci che di monache. Convien ora aggiugnere, che, oltre ad Eriberto, si distinse in quell'impresa Bonifazio duca e marchese di Toscana, padre della contessa Matilda. Arnolfo [Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 2.], storico milanese, allora vivente, così ne parla: E vicino autem Italiae cum optimatibus ceteris electi duces incedunt, scilicet praesul Heribertus, et egregius marchio Bonifacius, duo lumina regni. Ducentes Langobardorum exercitum, Jovii montis ardua juga transcendunt, sicque vehementi irruptione terram ingredientes, ad Caesarem usque perveniunt. Si dovea tuttavia preparare per questa spedizione il marchese Bonifazio nel dì 17 di marzo, decimosexto kalendas aprilis dell'anno presente; imperciocchè, stando in Mantova, ivi fece una permuta di varie castella e poderi con un certo Magifredo. Hassi questa nelle Antichità Italiche [Antiq. Ital., Dissert. XI.]. Ora l'imperador Corrado con tanto sforzo di gente prese la città di Ginevra, e in essa Geroldo principe di quel paese, siccome ancora Burcardo arcivescovo di Lione, uomo scellerato e sacrilego, se crediamo ad Ermanno Contratto. In somma tal terrore portò in quelle contrade, che non vi restò persona che non si rendesse a lui, o non fosse esterminata da lui, con venire alle sue mani tutto quel regno. Dopo di che per l'Alsazia se ne tornò in Germania. Appartiene all'anno presente un diploma di Corrado Augusto, inserito da Girolamo Rossi nella sua Storia di Ravenna [Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.], con cui concede alla chiesa di essa città e al suo arcivescovo Gebeardo (andato anche egli, come si può immaginare, colle sue genti alla guerra) comitatum faventinum cum omni districtu suo, et regali placito et judicio, omnibusque publicis functionibus, angariis, ec. hactenus juri regis legaliter attinentibus. Fu esso dato pridie kalendas maii, Indictione II, anno dominicae Incarnationis MXXXIV, anno autem domni Chuonradi secundi, regni decimo, imperii vero octavo. Actum Ratisponae. Era allora in possesso del contado di Faenza Ugo conte di Bologna. Per cagione dunque del privilegio suddetto, esso Ugo conte nel dì 25 di giugno dell'anno presente cedette pubblicamente all'arcivescovo Gebeardo il suddetto intero contado di Faenza, con riceverne poi l'investitura della metà dal medesimo prelato. Questi son segni chiarissimi che l'esarcato di Ravenna era in questi tempi, come anche l'abbiam veduto per tanti anni addietro, sotto il dominio immediato dei re d'Italia, senza che apparisca che più vi avessero dominio o vi pretendessero i romani pontefici. Non meno dell'Augusto suo padre si segnalò il giovanetto re Arrigo, suo figliuolo in quest'anno, con avere riportate due vittorie contro i Boemi, e messo al dovere Olderico duca di quella provincia, ed altri ribelli all'imperador suo padre. Seguì nell'anno presente, oppure nell'antecedente, uno strumento fra Ingone vescovo di Modena [Antiquit. Ital., Dissert. 1.] e Bonifazio chiaramente appellato marchio et dux Tusciae. il vescovo dà a Bonifazio e a Richilda sua moglie due castella, cioè Clagnano e Savignano, a titolo di livello; e i due consorti cedono al vescovato di Modena le due corti di Bajoaria (oggidì Bazovara) e del fossato del re colle loro castella. Confermò l'Augusto Corrado, non so se in questo o in altro anno, i suoi beni alla badia di Firenze con diploma, pubblicato dal padre Puccinelli [Puccinelli, Cron. della Badia Fiorent.], e dato II nonas maii, Indictione II, anno dominicae Incarnationis MXXXIV, anno autem domni Chuonradi secundi regnantis X, imperii vero VIII. Actum Radesbonae. Queste note cronologiche sono scorrette.


MXXXV

Anno diCristo MXXXV. Indizione III.
Benedetto IX papa 3.
Corrado II re di Germania 12, imperadore 9.

Secondochè s'ha da Ermanno Contratto [Ermannus Contractus, in Chron. edition. Canisii.], nell'anno presente Adelbero dux Carentani et Histriae (marchese ancora della Marca di Verona) amissa imperatoris gratia, ducatu quoque privatus est. Wippone [Wippo, in Vit. Conradi Salici.] parla di questo fatto all'anno 1028, e scrive che esso Adalberone fu mandato in esilio. Diede poscia l'imperadore nell'anno seguente, per attestato del medesimo Ermanno Contratto, il ducato di Carintia e d'Istria, e per conseguente anche la Marca veronese, a Corrado duca di Franconia suo cugino, cioè a quel medesimo ch'era stato suo concorrente alla corona, ed avea poscia portate le armi contra di lui. Corrado, padre di questo Corrado, avea anch'egli, per quanto altrove s'è detto, dianzi goduto questi medesimi Stati. Nota inoltre il suddetto Wippone che in questa maniera, cioè colla giunta di un tal regalo, dux Chuno (lo stesso è che Corrado) fidus et bene militans imperatori, et filio ejus Heinrico, regi, quousque vixit permansit. Dagli Annali pisani [Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.] abbiamo che in questo anno Pisani fecerunt stolum magnum (cioè un'armata navale, onde la voce italiana stuolo), et vicerunt civitatem Bonam in Africa, et coronam regis imperatori dederunt. Scrisse inoltre il Sigonio [Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.] nell'anno 1050 che dai medesimi Pisani fu fatta una spedizione in Africa, e presa la città di Cartagine, del che si può dubitare, quantunque il Tronci [Tronci, Annal. Pisani.] con altri moderni sotto quell'anno parli di tale impresa, con descriverla come s'egli vi si fosse trovato presente. A quest'anno poi il prefatto Tronci racconta che i Pisani ebbero per assedio la città di Lipari, con aver fatto un grosso bottino in quell'isola. Questo nol dovettero sapere i suddetti antichi Annali pisani, perchè neppure una parola ne dicono. Poscia, secondo il medesimo Tronci, accadde nell'anno 1036 la conquista di Bona: il che per conto del tempo non s'accorda co' suddetti Annali pisani, e piuttosto sarebbe da credere che ciò avvenisse nell'anno 1035, perchè i Pisani di nove mesi anticipano l'anno nostro volgare. Del resto Bona, città dell'Africa, è l'antica Hippona, di cui fu vescovo il glorioso sant'Agostino dottore della Chiesa. Si turbò gravemente in quest'anno la quiete della Lombardia. Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] ne parla con queste parole così: In Italia minores milites contra dominos suos insurgentes, et suis legibus vivere, eosque opprimere volentes, validam conjurationem fecere. Medesimamente Wippone scrive che in questi tempi seguì una confusione non prima udita in Italia, perchè congiurarono tutti i valvassori d'Italia e i militi gregarii contra de' loro signori, e tutti i minori contra de' maggiori, col non lasciare senza vendetta, se dai signori veniva lor fatta cosa ch'essi riputassero di loro aggravio; e diceano: Si imperator eorum nollet venire, ipsi per se legem sibimet facerent. Dovette il Sigonio leggere in qualche testo, o autore, regem in vece di legem, perchè scrive, che conjurarunt, se non passuros quemquam regnare, qui aliud, quam quod ipsis luberet, sibi imponeret. È confusa nell'edizion d'Epidanno, fatta del Goldasto, la cronologia di questi tempi, veggendosi ivi posticipati i fatti di sei anni. Però sotto l'anno 1041 egli [Epidannus, in Annal. tom. 1 Rer. Alamann.] parla di questa cospirazione de' militi inferiori contra dei lor signori, e de' servi contra de' loro padroni. Ma nell'edizion del Du-Chesne troviamo ciò riferito all'anno presente.

Che significasse il nome di valvassori si raccoglie facilmente dai libri de' Feudi. I più nobili una volta tra i vassalli erano i duchi, marchesi, conti, arcivescovi, vescovi ed abbati, i quali a dirittura riconoscevano dai re ed imperadori i loro feudi e le loro dignità temporali. Questi poi solevano concedere in feudo castella o altri beni ai cospicui nobili privati, per avere alle occorrenze il loro servigio nelle guerre e nelle comparse onorevoli. E a questi nobili si dava il nome di valvassori maggiori e di capitanei. Similmente poi questi nobili infeudavano corti e poderi ad altri men nobili, per aver anche eglino dei seguaci e aderenti ne' lor bisogni. E questi ultimi venivano distinti col nome di valvassori minori, ossia di valvassini. Ora insorsero dissapori, e poscia aperta dissensione e rottura fra i signori e i lor vassalli subordinati, pretendendo gli ultimi d'essere oltre al dovere aggravati dai primi. E tal briga aprì il campo anche ai servi (da noi ora chiamati schiavi) di rivoltarsi contra de' lor padroni, quasichè troppo aspramente fossero da loro trattati. L'origine nondimeno di questi disordini pare che si debba attribuire ad Eriberto arcivescovo di Milano. Non mancavano a lui molte virtù, ma queste si miravano contaminate dalla superbia, talmente che egli puzzava alquanto di tiranno. Tutto voleva a suo modo, nè a lui mettevano freno o paura le leggi. Lo confessa lo stesso Arnolfo [Arnulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 10.], storico milanese, che potè forse conoscerlo, con dire che multis prosperatus successibus praesul Heribertus, immoderate paululum dominabatur omnium, suum considerans, non alienum animum. Unde factum est, ut quidam urbis milites, vulgo walvassores nominati, clanculo illius insidiarentur operibus; adversus ipsum assidue conspirantes. Comperta autem occasione, cujusdam potentis beneficio (così tuttavia si nominavano quei che ora appelliamo feudi) privati: subito proruunt in apertam rebellandi audaciam, plures jam facti. Si studiò a tutta prima l'arcivescovo colle buone di quetare l'insorto tumulto; ma nulla con ciò profittando, mise mano alle brusche con dar di piglio alle armi. Seguì entro la stessa città di Milano un conflitto, in cui le genti dell'arcivescovo restarono superiori, e convenne ai vinti di ritirarsi colla testa bassa, ma col cuore pregno d'ira, fuori della città. Allora fu che con costoro si unirono i popoli della Martesana e del Seprio, fecesi anche in altri contadi cospirazione ed unione; ma sopra tutti trasse a questo rumore il popolo di Lodi, troppo esacerbato per la violenza lor fatta dall'arcivescovo stesso in volere dar loro un vescovo, siccome abbiam detto di sopra. Ciò che partorisse una tal discordia lo vedremo fra poco. Crede il Sigonio [Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.] che l'esempio de' valvassori milanesi servisse di stimolo anche al popolo di Cremona per rivoltarsi in questo anno contra di Landolfo loro vescovo, cacciar lui di città, dirupare il di lui palazzo, che era ridotto in forma di fortezza, e per maltrattare alla peggio i di lui canonici. Ma nulla ebbero che fare coi movimenti de' Milanesi quei di Cremona; erano anzi accaduti molti anni prima; e, se crediamo all'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.], il vescovo Landolfo cessò di vivere nell'anno 1030. Di questo Landolfo così scrive Sicardo [Sicardus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.], vescovo anch'egli di Cremona: Temporibus Henrici Claudi, capellanus ejus nomine Landolphus Cremonae fuit episcopus, qui monasterii sancti Laurentii, et cremonensis populi fuit acerrimus persequutor. Quocirca populus ipsum de civitate ejecit, et palatium (non già oppidum, come ha il Sigonio), turribus et duplici muro munitum, destruxit. Proinde licei episcopio multa conquisierit, tamen multa per superbiam, multa per inertiam perdidit. Nomina poscia Sicardo per successore di Landolfo nel vescovato Baldo, cioè Ubaldo, ai tempi di Corrado Augusto, qui quoque monasterium sancti Laurentii persequutus est, et apud Lacum obscurum impugnatus est.


MXXXVI

Anno diCristo MXXXVI. Indizione IV.
Benedetto IX papa 4.
Corrado re di Germania 15, imperadore 10.

Bollivano più che mai le dissensioni, anzi le guerre fra Eriberto arcivescovo di Milano e i suoi valvassori ribelli: nella qual briga s'erano mischiati i valvassori di altri vescovi e principi, e il popolo di Lodi mal soddisfatto di Eriberto. Però ad un luogo fra Milano e Lodi appellato la Motta (si chiamavano così le fortezze fabbricate al piano sopra un'alzata di terra fatta a mano), oppure, come abbiamo da Arnolfo storico milanese [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 10.], nel Campo Malo, così anticamente chiamato, si venne fra l'una parte e l'altra ad una campale battaglia, che riuscì molto sanguinosa [Hermannus Contract., in Chron.]. Fra gli altri che tennero la parte dell'arcivescovo, non so se per proprio interesse, oppure per far servigio ad esso arcivescovo, si contò Alrico vescovo d'Asti, fratello di Maginfredo marchese di Susa. Nè solo egli intervenne a quel fatto d'armi, ma, come un san Giorgio dovette anch'egli volere far prova del suo valore con iscandalosa risoluzione, vietando i sacri canoni agli ecclesiastici, e massimamente ai vescovi, l'andare alla guerra per combattere. Gli costò nondimeno cara, perchè ne riportò una ferita, per cui da lì a non molto morì. La notte fece fine al furore delle spade. Soffersero molto amendue gli eserciti, ma la peggio fu dalla parte dell'arcivescovo. Questi torbidi di Lombardia tenevano in agitazione l'animo dell'Augusto Corrado: e ossia ch'egli conoscesse troppo necessaria la sua presenza per quetarli, oppure, come vuole Arnolfo, ch'egli ne fosse pregato e sollecitato dall'arcivescovo Eriberto, determinò di tornare in Italia. Pertanto, dopo aver data in moglie al re Arrigo suo figliuolo Cunichilda (Cunelinda è chiamata da Wippone [Wippo, in Vita Conradi Salici.], e negli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] Cunichild nomine, in benedictione Cunigund dicta), figliuola di Canuto re d'Inghilterra, con esso re Arrigo verso il fine dell'anno mosse alla volta d'Italia, seco menando una poderosa armata. Giunse a Verona per la festa del santo Natale, e quivi la solennizzò [Epidannus in Annal.]. Era esso imperadore nel dì 5 di luglio in Nimega, quando, a petizione dell'imperadrice Gisla, di Pilegrino arcivescovo di Colonia, ac Bonifatii nostri dilecti marchionis [Antiq. Ital., Dissert. LXX.], cioè del duca di Toscana, che dovea trovarsi in Germania, confermò i privilegii al monistero delle monache di san Sisto di Piacenza. Parimente l'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Clusin.] rapporta un diploma d'esso Augusto, dato in favore del monistero di san Salvatore di monte Amiato della diocesi di Chiusi, anno dominicae Incarnationis MXXXVI, regni vero domni Conradi II regnantis tertio, imperii ejus nono, Indictione IV. Actum in civitate Papia. In vece dell'anno III del regno si dee scrivere XIII. Ma che in quest'anno arrivasse l'Augusto Corrado a Pavia, ho io difficoltà a crederlo. Nè sul fine di quest'anno correva l'anno IX dell'imperio, ma bensì l'anno X. Però quel diploma ha bisogno di chi rimetta al suo sito l'ossa alquanto slogate.