| Anno di | Cristo MLXVII. Indizione V. |
| Alessandro II papa 7. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 12. |
Non men che Milano era in confusione la città di Firenze in questi giorni a cagion de' monaci vallombrosani, che sosteneano aver Pietro da Pavia vescovo conseguita quella chiesa coll'aiuto della regina pecunia. Per mettere fine a sì lunga dissensione che avea già partorito varii scandali, ebbero le parti ricorso a san Giovanni Gualberto. Fece egli quanto fu in sua mano per indurre il vescovo a confessare il suo fallo; ma indarno. Propose dunque la sperienza ossia il giudizio del fuoco: che allora simili modi di tentar Dio non erano vietati, anzi parea talvolta che Dio gli autenticasse coi miracoli. Questa sregolata pruova nondimeno non avea voluto concedere nell'anno antecedente papa Alessandro II in occasione di visitar la Toscana. Comandò dunque l'abbate san Giovanni Gualberto che un suo monaco dabbene, appellato Giovanni, passasse pel fuoco, e con tal pruova chiarisse se Pietro era simoniaco sì o no. A due cataste di legna preparate per tal funzione fu attaccato il fuoco, ed allorchè era ben formato ed alto il fuoco, animosamente vi passò per mezzo il monaco Giovanni, co' piedi nudi senza nocumento alcuno, e senza che neppur restasse bruciato un pelo del suo corpo. Il fatto prodigioso si vede descritto del popolo fiorentino in una lettera [Epistol. Populi Florentini ad Alexandr. Papam, in Vita S. Johannis Gualberti.] a papa Alessandro, riferita anche dal cardinal Baronio [Baron., in Annal. Eccl.], il quale giudicollo accaduto nell'anno 1063. Ma il padre Mabillone [Mabill., Annal. Benedict. ad hunc annum.] scoprì con altre memorie che tal pruova accadde nel mese di febbraio nel mercordì della prima settimana di quaresima dell'anno presente, in cui la Pasqua cadde nel dì 8 di aprile. Il vescovo Pietro si sa che, preso l'abito monastico, in quello piamente terminò i suoi giorni; e che il monaco Giovanni fu dipoi creato cardinale e vescovo d'Albano, appellato da lì innanzi Giovanni igneo, quasi uomo di fuoco, e adoperato dalla santa Sede in ambascerie di grande importanza.
Tuttavia durava l'ostinazion dell'antipapa Cadaloo, e se non potea far più guerra coll'armi al legittimo pontefice Alessandro II, gliela facea colla disunione delle chiese, seguitando alcuni vescovi, spezialmente Arrigo arcivescovo di Ravenna, a sostenere la di lui fazione. Per terminare questa abbominevol gara, e per salvare con qualche apparenza il decoro della corte germanica, fu data l'incumbenza ad Annone arcivescovo di Colonia di venire in Italia [Nicol. Cardinal. de Aragon., in Vita Alexandri II, Part. I, tom. 3 Rer. Italicar.]. Passò egli por Lombardia e Toscana a Roma senza fermarsi, e quivi ammesso all'udienza del papa, in presenza de' cardinali, con aria mansueta e modesta disse: Come mai, o confratello Alessandro, avete voi ricevuto il papato senza ordine e consentimento del re mio signore? Lungo tempo è che tale licenza s'ottiene dai re e principi. E qui cominciando dai patrizii dei Romani e dagl'imperadori, alcuni ne nominò, per ordine e consenso de' quali erano saliti gli eletti sulla sedia di san Pietro. Allora saltò su il cardinal Ildebrando arcidiacono coi vescovi e cardinali, e disse all'arcivescovo, che, secondo i canoni, non era permesso ai re d'aver mano nell'elezione de' romani pontefici, e addusse molti testi dei santi Padri, e massimamente l'ultimo decreto di papa Niccolò II sottoscritto da cento tredici vescovi, di maniera che l'arcivescovo restò, o mostrò di restar soddisfatto: benchè veramente neppur fosse stato osservato il decreto d'esso Niccolò pontefice. Dopo di che pregò il papa di voler tenere per questa causa un concilio in Lombardia, per quivi giustificar pienamente l'elezione sua. Il che, quantunque paresse contro il costume, e contrario al decoro d'un romano pontefice, tuttavia, considerata la cattiva costituzion de' tempi, e per desiderio di dar la pace alla Chiesa, fu accordata e scelta la città di Mantova per celebrarvi il concilio. Che in quest'anno fosse il medesimo celebrato, e non già nel 1064, come altri ha creduto, l'hanno già dimostrato Francesco Maria Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.] e il padre Pagi [Pagius, in Crit. ad Annal. Baron.] coll'autorità di Sigeberto e di Landolfo juniore storico milanese. Egli è da dolersi che non sieno giunti fino a' dì nostri gli atti di quel concilio. Pure sappiamo che v'intervennero tutti i vescovi di Lombardia, eccettochè Cadaloo, il quale, benchè ne avesse ordine dall'arcivescovo di Colonia, non ardì di presentarsi a quella sacra assemblea, dove il pontefice Alessandro II talmente provò la legittimità della sua elezione e rispose alle calunnie inventate dai malevoli contra di lui, che i vescovi di Lombardia, di suoi avversari che erano prima, gli diventarono amici ed ubbidienti. Fra le altre cose, quei che veramente in Lombardia erano rei di simonia, aveano opposto il medesimo vizio all'elezione di lui. Lo attesta anche Landolfo seniore [Landulphus Senior, Histor. Mediolan., lib. 3, cap. 18.], ma con una man di favole, che non occorre confutare, perchè smentite dall'evidenza. Il papa, secondo il costume dei suoi predecessori, si purgò di questa taccia col giuramento; e bisogno neppur ve n'era, perchè egli fu papa di somma virtù e di raro zelo contro la simonia, ed eletto spezialmente per cura del cardinale Ildebrando, cioè del maggior nemico che si avesse mai quell'esecrabil vizio. Restò dunque atterrato Cadaloo, il quale nondimeno, per testimonianza di Lamberto [Lambertus Schafnaburgensis, in Chronico.], finchè visse, non volle mai cedere all'empie sue pretensioni.
Da Mantova passò papa Alessandro alla sua patria Milano, dove si studiò di riformar gli abusi per quanto potè, e di metter pace fra il clero e popolo. A tal fine quivi lasciò, oppure mandò due cardinali [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 3, cap. 19.], cioè Mainardo vescovo di Selva Candida e Giovanni, che fecero nel dì primo d'agosto alcune utili e savie costituzioni contra de' simoniaci e cherici concubinarii, e promossero la pace e concordia fra i cittadini. Leggonsi tali costituzioni negli Annali del cardinal Baronio e nelle annotazioni alla storia di Arnolfo milanese [Rer. Ital. tom. 4, pag. 32.]. La pace nondimeno prese piede in Milano. Erlembardo Cotta, uomo nobile e potente, assistito dal braccio di Roma, seguitò a far aspra guerra all'arcivescovo Guido, con pretenderlo simoniaco ed illegittimo pastore: il che continuò gli sconcerti, descritti da Arnolfo e da Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, ma parziali, come già abbiam detto, de' preti concubinarii, e massimamente il secondo, ne' cui scritti la bugia e l'insolenza trionfano. Questi fra l'altre cose scrive [Landulf. Senior., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 29.] che Erlembaldo sibimet vexillum, milites (cavalleria) et pedites, exinde qui scalas ad capiendas domos, machinasque diversas ordinavit; praeterea balistas ac fundibularios, ec. Questi avvenimenti ci fanno assai conoscere che allora Milano non dovea lasciarsi regolare da ministro alcuno del re, e che a poco a poco il popolo s'incamminava a quella libertà che vedremo andar crescendo negli anni seguenti. Nella vita di papa Alessandro II, a noi conservata da Niccolò cardinale d'Aragona [Rerum Italicar., P. I., tom. 3.], si legge che dopo il concilio di Mantova esso pontefice se ne ritornò tutto lieto a Roma, e che nello stesso tempo i Normanni occuparono la città di Capoa, e che Ildebrando cardinale chiamò in aiuto Goffredo duca di Toscana, il quale accorso con un immenso esercito, e colla contessa Matilda sua figliastra, ricuperò essa città di Capoa, e la restituì alla Chiesa romana. Potrebbe ciò far credere tenuto il concilio di Mantova prima dell'anno presente, giacchè abbiam veduto succeduta nel presente anno la guerra della Campania. Ma non è sicuro in questo il racconto di quello scrittore, dacchè egli fa ricuperata Capoa, quando è fuor di dubbio che Riccardo principe di quelle contrade seguitò ivi a tener sua signoria; nè l'Ostiense, scrittore di questi tempi, dà alcun segno che Capoa venisse in potere della Chiesa romana. Forse vuol dire che Riccardo di nuovo si accordò col papa, e gli giurò omaggio anche per la città di Capoa. In fatti si legge una bolla d'esso papa in favore di Alfano arcivescovo di Salerno, pubblicata dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 7 in Archiepisc. Salernit.], e data Capuae IV idus octobris, per manus Petri sanctae romanae Ecclesiae subdiaconi et bibliothecarii, anno VII pontificatus domni Alexandri papae, Indictione VII. Credette il Sigonio che tal documento appartenesse all'anno seguente 1068, ma io lo credo scritto nell'ottobre dell'anno presente. Ora da esso apparisce che il papa entrò in Capoa, e pacificamente vi dimorò; ma quivi continuò anche Riccardo il suo dominio. La guerra fatta dal duca Gotifredo in terra di Lavoro, abbiam veduto di sopra che è riferita nella Cronichetta amalfitana all'anno 1058. Fin qui la città di Bari, capitale della Puglia, anzi degli Stati che aveano già in Italia gl'imperadori d'Oriente, città forte e città piena di ricchezze, avea fuggito il giogo de' Normanni. Ma da gran tempo vi facea l'amore Roberto Guiscardo duca, e l'anno fu questo ch'egli ne determinò la conquista. Però con un copioso esercito per terra e con una flotta navale per mare si portò ad assediarla. Non concordano gli autori nell'assegnar l'anno in cui egli diede principio a quest'assedio. Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] e l'Anonimo barense [Anonymus Barensis, in Chron.] di ciò parlano all'anno seguente, e per quello che andremo vedendo, dee preponderare l'asserzion loro a quella di Gaufredo Malaterra [Malaterra, lib. 2, cap. 40.] e di Romoaldo salernitano [Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.], che lo mettono in quest'anno. Leone ostiense [Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 16.] scrive che Roberto prima di mettersi a così difficile impresa, s'era impadronito della città d'Otranto. Si risero a tutta prima i Baritani della venuta dell'esercito nemico; e con ingiurie e col far mostra delle lor cose più preziose si faceano beffe dei Normanni. Ma Roberto, senza curarsene punto, attendeva a preparar tutto quanto parea più spediente per vincere una sì orgogliosa città. In quest'anno [Annal. Saxon. Berthold. Constantinensis. Alber. Monan. et alii.] il re Arrigo IV celebrò le sue nozze in Triburia con Berta figliuola del già Oddone e della celebre Adelaide marchesi di Susa. Pietro marchese, fratello d'essa Berta, per quanto s'ha da un documento rapportato dal Guichenon [Guichenon, Histor. Genealog. de la Maison de Savoye, tom. 3.], tenne un placito nell'anno 1064 nella villa di Cambiana. Ma riuscì ben infelice il matrimonio suddetto, perchè troppo era già alterato da' vizii l'animo di questo re.
MLXVIII
| Anno di | Cristo MLXVIII. Indizione VI. |
| Alessandro II papa 8. | |
| Arrigo IV re di Germania e d'Italia 13. |
Non avea di buona voglia il re Arrigo presa per moglie la regina Berta, e ne cominciò ben presto a far conoscere a lei, anzi al pubblico tutto, l'avversione. Se si ha a credere a Brunone scrittore della guerra sassonica [Hist. Belli Saxon. apud Freherum.], autore contemporaneo, ma nemico d'esso re e parziale de' Sassoni, da cui non discorda Bertoldo da Costanza [Bertholdus Constantinensis, in Chron.], già Arrigo era arrivato ad una strana sfrenatezza di costumi, e perduto nella libidine, senza curarsi più della moglie, tuttochè giovane, bella e savia, e cercando in tutt'altre parti pastura alle sue voglie impudiche. Cominciò pertanto a desiderare di liberarsi da questo legame, e gli cadde in pensiero di far tentare da un suo confidente l'onestà di essa regina. Con tale audacia e costanza costui ne parlò a Berta, ch'ella s'avvide non poter egli senza consentimento del marito tenerle di sì fatti ragionamenti. Mostrò dunque d'arrendersi, e concertò di ammetterlo nel buio della notte. Ciò riferito ad Arrigo, all'ora prefissa venne con costui o per sorprendere la moglie ed aver legittimo motivo di separarsene, ovvero con pensier di levarle la vita. Per paura che appena introdotto nella camera il compagno, si serrasse l'uscio, volle egli essere il primo ad entrare, e fu ben riconosciuto da Berta, che tosto diede il catenaccio alla porta ed escluse l'altro, infingendosi di non conoscere il marito. Erano preparate tutte le sue damigelle con bastoni e scanni, che se gli avventarono addosso, gridando la regina: Ah figliuolo di rea femmina, come hai avuto tanto ardire di entrar qua? Fioccavano le bastonate; e benchè egli dicesse d'essere il re, Berta replicava ch'egli mentiva, perchè suo marito non aveva bisogno di cercar furtivamente ciò che gli era dovuto di ragione. Insomma tante gliene diedero, che il lasciarono mezzo morto: ed egli senza palesare ad alcuno questo accidente, e fingendone altra cagione, per un mese attese a guarire in letto. Così operava, o almen si dicea che operasse lo sconsigliato re, il quale, oltre gli eccessi della sua libidine, commetteva ancora di quando in quando delle crudeltà, e fece quanto potè per disgustar i popoli della Turingia e Sassonia: il che fu principio d'aspre guerre in quelle contrade. Ciò nondimeno che maggiormente dispiaceva al romano pontefice e a tutti i buoni, era il vender egli pubblicamente i vescovati e le badie a chi più offeriva, e più a d'uno lo stesso benefizio, e a gente anche per altro indegna del sacro ministero.
Attesta il Fiorentini, fondato su molte carte esistenti nell'archivio archiepiscopale di Lucca [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.], che il pontefice Alessandro II si trattenne in Lucca, cioè nell'antico suo diletto vescovato, che egli tuttavia governava, sul principio di luglio fino al principio di dicembre. In un continuo allarme erano in questi tempi i Saraceni e i popoli restati loro sudditi in Sicilia, perchè l'indefesso conte Ruggieri ora in questa ora in quella parte faceva delle scorrerie, e metteva tutto il paese in contribuzione. Non sapendo essi come più vivere in mezzo a tanti affanni, secondochè lasciò scritto Gaufredo Malaterra [Malaterra, Hist., lib. 2, cap. 41.], misero insieme un grosso esercito, ed in quest'anno allorchè Ruggieri comparve verso Palermo a bottinare, gli furono addosso all'improvviso nel luogo di Michelmir, e il serrarono da tutte le parti. Alla vista di costoro, il conte, animata con breve ragionamento e schierata la sua picciola armata, la spinse contro ai nemici, e tal macello ne fece, che (se pur si ha in ciò da credere alla esagerazione di quello storico) non vi restò chi potesse portarne la nuova a Palermo. Trovaronsi fra il bottino dei colombi chiusi in alcune sportelle, e Ruggeri chiestone conto, venne a sapere, essere uso de' Mori il portar seco tali uccelli, per potere, allorchè il bisogno lo richiedeva, informar la città degli avvenimenti, con legare al collo o sotto l'ali d'essi un polizzino, e dar loro la libertà. Dura tuttavia quest'uso in alcune parti del Levante, e celebre fu fra i Romani nell'assedio di Modena. Fece il conte scrivere in arabico in un poco di carta il successo infelice de' Mori, e i colombi sciolti ne portarono tosto a Palermo la nuova, che empiè di terrore e pianto tutta quella cittadinanza. Abbiamo da Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chronico.] che Roberto Guiscardo duca di Puglia in quest'anno assediò la città di Montepeloso, e veggendo che indarno vi spendeva il tempo, andò con pochi sotto Obbiano ossia Ojano, e l'ebbe in suo potere. Romoaldo Salernitano [Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.] lo chiama Ariano. Poscia per tradimento di un certo Gotifredo s'impadronì da lì a non molto anche di Montepeloso. Osserva il Malaterra [Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 39.] che quella città era di Goffredo da Conversano, nipote dello stesso Roberto, perchè figliuolo di una sua sorella, il quale valorosamente l'avea con altre castella conquistato senza aiuto del duca, e però non si credeva obbligato a servirgli, come il duca esigeva. Ma l'ambizion di Roberto non solea guardare in faccia nè a parenti nè ad amici, e però gli tolse quella città, benchè dipoi gliela rendesse con giuramento di omaggio. Si può nondimeno dubitare che per conto del tempo si sia ingannato il Protospata; imperocchè tanto il Malaterra quanto Guglielmo Pugliese [Guillelmus Apulus, lib. 3.] rapportano questo fatto prima che Roberto imprenda l'assedio di Bari, a cui, siccome abbiam veduto, egli diede principio nell'anno precedente, e continuollo ancora nel presente. Tuttavia anche Romoaldo salernitano sotto quest'anno riferisce la presa di Montepeloso nel dì 6 di febbraio, correndo l'indizione sesta.