| Anno di | Cristo MXCI. Indizione XIV. |
| Urbano II papa 4. | |
| Arrigo IV re 36, imperad. 8. |
Continuò l'imperadore Arrigo ostinatamente per tutto il verno l'assedio, ovvero il blocco di Mantova. Trovò egli in fine il segreto di espugnare una così forte ed importante città con adoperar la potente mediazion dell'oro, e sovvertire il cuore di que' cittadini. Contra d'essi perciò Donizone scaricò la sua bile, chiamandoli traditori. Nè gli mancava ragione, perciocchè provvedendoli il duca Guelfo e la contessa Matilda di mano in mano del bisognevole, avrebbono potuto, volendo, sostener più anni l'assedio, e mantener la promessa fatta di non aderir mai ad Arrigo. Entrarono dunque l'armi tedesche in quella città, non già nel sabbato santo a dì 12 d'aprile, come scrisse taluno, ma nel giorno precedente, come si ricava dal suddetto Donizone, che così parla [Donizo, in Vita Mathildis, lib. 2.]:
Nam qua nocte Deum Judas mercator Iesum
Tradidit, hac ipsa fuit haec urbs Mantua dicta
Tradita.
Ebbe la guarnigion di Matilde tanto tempo che potè, uscendo pel lago in barche, salvar le persone e l'equipaggio. Il cattolico vescovo Ubaldo se ne fuggì anch'egli, ricoverandosi presso la medesima contessa, rifugio allora di tutti i cattolici italiani perseguitati. Arrigo dipoi intronizzò nella chiesa di Mantova Conone, cioè Corrado vescovo scismatico. Stese inoltre le sue conquiste coll'impadronirsi di tutte le terre di là dal Po, dianzi ubbidienti alla suddetta contessa, eccettochè di Piadena, patria nel secolo decimoquinto di Bartolommeo detto il Platina, scrittore celebre; e di Nogara, oggidì terra del Veronese, che tennero forte contra lo sforzo de' Tedeschi. Nella state ancora avendo assediata la forte terra di Manerbio, oggidì posta nel distretto di Brescia, colla fame in fine la costrinse alla resa. Dopo la presa di Mantova, scrive il Sigonio [Sigon., de Regno Ital. lib. 9.] che la città di Ferrara, situata allora oltre Po, senza aspettar la forza, si sottopose ad Arrigo. Onde s'abbia egli tratta questa notizia non l'ho scoperto finora. Certo è che quella città si levò dalla divozione della contessa Matilda, e a suo tempo vedremo ch'essa valorosamente la ricuperò; e perciò non è improbabile la sua ribellione in quest'anno, favorevole anno assai ad Arrigo. Tenne papa Urbano un concilio nell'anno presente in Benevento, dove stabilì molti punti di disciplina ecclesiastica, e confermò le censure contra dell'antipapa Guiberto. Ma mentre egli dimorava in quelle parti, essendo cresciuta la baldanza degli scismatici per le prosperità d'Arrigo, i Romani, che mutavano facilmente vela ad ogni vento [Bertholdus Constantiens., in Chron.], con frode s'impossessarono della torre di Crescenzio, cioè di castello Sant'Angelo, e venne anche loro in pensiero di diroccarlo. Lasciarono, oltre a ciò, entrare in Roma il suddetto antipapa, che forse questa volta si credette di stabilir ivi per sempre il suo trono, ma gli andò fallita, siccome vedremo. Veggendo intanto Guelfo IV duca di Baviera la cattiva piega che aveano presa in Italia gli interessi di Guelfo V suo figliuolo, e della contessa Matilde, sua nuora, nel mese d'agosto calò in Italia, e trattò di pace verisimilmente per via di mediatori coll'Augusto Arrigo, con condizione che questi abbandonasse l'antipapa, e riconoscesse Urbano II papa legittimo, e restituisse tutti i beni ingiustamente tolti ad esso duca Guelfo suo figliuolo e agli altri aderenti tutti. Arrigo, insuperbito della fortuna presente, rigettò ogni proposizion di accordo, dimodochè il duca se ne tornò in Alemagna; e contuttochè molti di quelle contrade in questi tempi si dichiarassero del partito di Arrigo, pure Guelfo risvegliò molti altri ancora contra di lui, e propose ancora di creare un nuovo re: cosa che non ebbe effetto per la pigrizia e malevolenza d'alcuni.
Per attestato del medesimo Bertoldo, terminò in quest'anno i suoi giorni Adelaide marchesana di Susa e di Torino, celebre principessa, e già suocera d'Arrigo. Chi succedesse nella ricca eredità de' suoi Stati, lo vedremo all'anno seguente. Benchè il Pellegrini, siccome abbiam detto, metta la morte di Giordano I principe di Capoa verso il fine dell'anno precedente, affidato sull'autorità di Lupo Protospata, essendo assai confusi i testi di quello storico, non sembra assai sicura la di lui asserzione, da che più chiaramente Romoaldo Salernitano scrive che anno MXCI, Indictione XIV, mense februario, Jordanus Capuae defunctus est anno XIII principatus. Quel che è certo, dopo la morte di Giordano i Capuani si ribellarono, e cacciarono fuor di città Riccardo II, primogenito ed erede del defunto principe, con tutti i Normanni. Dal suddetto Bertoldo di Costanza è narrata sotto quest'anno quella ribellione, sembrando perciò che anch'egli differisca all'anno presente la morte di Giordano. Per attestato di Pietro Diacono [Pietrus Diacon., Chron. Casinen., lib. 4, cap. 10.], si ritirò Riccardo ad Aversa sua città con sua madre Gaitelgrima, sorella di Gisolfo II già principe di Salerno; ed implorato l'aiuto di Ruggieri duca di Puglia, venuta che fu la state, passò con un possente esercito sotto Capoa, mettendo a ferro e fuoco tutta la campagna. Seguita a dire esso Pietro Diacono: Et tamdiu eos expugnavit, usquequo Capuani, necessitate coacti, praedicto Richardo munitiones redderent, eumque recipientes, sibi in principem consecrarent: quasichè in questo medesimo anno Riccardo riacquistasse la signoria di Capoa. Ma quel tamdiu, confrontato colle storie di Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] e di Romoaldo Salernitano [Romualdus Salernit., in Chron., tom. 6 Rer. Ital.], vuol dire che Riccardo seguitò a far guerra a' Capuani, finchè dopo gran tempo, cioè nell'anno 1098, siccome vedremo, li ridusse all'ubbidienza sua. Erasi anche sollevata la città di Cosenza in Calabria contra del duca Ruggieri [Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 17.]. Chiamò questi in suo aiuto Ruggieri conte di Sicilia, che vi accorse con un buon corpo di Saraceni e delle sue vecchie truppe. Fu formato l'assedio, e v'intervenne col duca anche Boamondo suo fratello. Operò tanto colla sua destrezza il conte, che que' cittadini finalmente si riconciliarono col duca, il quale entrato nella città ordinò tosto che nel colle superiore si piantasse una fortezza, per impedir da lì innanzi una simil prosunzione di quegli abitanti. Il conte Ruggieri, che sempre sapea pescare nelle disgrazie del duca suo nipote, ottenne anche questa volta da lui per guiderdone di questa fatica il dominio nella metà di Palermo: il che ci fa conoscere che Roberto Guiscardo in conquistandola, tutta la ritenne in suo potere, nè già ne diede la metà al fratello, come pensò Leone ostiense. Migliorò di poi sì fattamente Palermo per opera del conte Ruggieri, che ne ricavava maggior profitto possedendola solo per metà, che quando interamente ne era signore il duca. Veggasi ancora all'anno 1122, dove si parla di questo. Se fossero ben corrette le Note cronologiche di un documento da me prodotto altrove [Antiquitat. Italic., Dissertat. XI.], noi sapremmo dove in questi tempi dimorasse la contessa Matilda. Nella copia a noi conservata da Pellegrino Prisciani quella carta si dice data anno ab Incarnatione Domini millesimo nonagesimo primo, die mensis madii, Indictione XII, cum esset domna Matilda, gratia Dei ducatrix et comitissa, marchionis Bonifatii filia, in loco sancti Cexarii, cioè in San Cesario, distretto di Modena. Ma quell'Indictione XII non conviene all'anno presente. E trovandosi allora colla contessa Ugo vescovo di Mantova, e Landolfo vescovo di Ferrara, questi due pastori, secondo l'Ughelli, molto dopo il presente anno furono promossi a quelle chiese. Però io nulla so accertare del tempo in cui quella carta fu scritta.
MXCII
| Anno di | Cristo MXCII. Indizione XV. |
| Urbano II papa 5. | |
| Arrigo IV re 37, imperad. 9. |