In quest'anno ancora mi sia lecito il riferire quali principi d'Italia tenessero in favore del re Arrigo, secretamente nondimeno; credendo io che il solo Ottone marchese di Verona e duca di Carintia si dichiarasse apertamente contra di Ardoino. Trovavasi tuttavia in viaggio, tornando dall'ambasciata di Costantinopoli, Arnolfo II arcivescovo di Milano, allorchè venne a morte Ottone III Augusto, e seguì l'elezione e coronazione d'esso Ardoino. Dovette egli aversi a male che senza di lui, primo fra' principi della Lombardia, e in possesso di coronare i re d'Italia, si fosse dato il regno e conferita la corona al marchese d'Ivrea. Perciò Ardoino, secondochè s'ha da Arnolfo storico [Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 19.], cognito jam dicti praesulis reditu, occurrit in itinere obvius, securitate, quanta valuit, sibi illum applicare procurans. Gli diede, a mio credere, il prelato delle buone parole, ma internamente seguitò ad essergli contrario. Anzi, se si volesse credere a Landolfo seniore [Landulf. Senior, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 14.], da lì a pochi giorni questo arcivescovo in Rochalia cum omnibus Italiae primatibus colloquium habuit, ubi quum diverse de regni negotiis tractassent, Arduini spreto dominio, quod malis artibus usurpaverat, Henricum I theutonicum scientia illustrem, armis fortissimum militumque copiis abundantem, et divitiis affluentem elegit. Ma non presti qui fede il lettore a Landolfo, autore solito a vendere delle fanfaluche. Non è credibile questa dieta tenuta in Roncaglia (io non so come il Sigonio la metta in Lodi), allorchè Ardoino era tuttavia forte, nè avea competitore in Italia. Arnolfo, storico di maggior credito, sotto l'antecedente anno scrive con più apparenza di verità, che insorta la lite del regno fra Arrigo e Ardoino, in medio principes regni (italici) fraudulenter incedentes, Ardoino palam militabant, Henrico latenter favebant, avaritiae lucra sectantes. Adelboldo [Abelboldus, in Vita S. Henrici.], autore contemporaneo, ci viene annoverando quai fossero i fautori del re Arrigo in Italia, che nell'anno precedente l'invitarono in Italia. In voluntate hujusmodi, dice egli, aliqui manifesti, aliqui erant occulti. Tieboldus namque marchio et archiepiscopus ravennas, et episcopus mutinensis, veronensis, et vercellensis, aperte in regis Henrici fidelitate manebant. Archiepiscopus autem mediolanensis, et episcopi cremonensis, placentinus, papiensis, brixiensis, comensis, quod volebant, manifestabant. Omnes tamen in commune regem Henricum desiderabant, precibus per legatos et literas invitabant. Fra quei che camminavano con più riguardo, v'era l'arcivescovo di Milano. Veggasi dunque se regga la sparata di Landolfo storico milanese. Quel Tieboldo marchese, siccome già accennai, altro non è che Teodaldo o Tedaldo, avolo della contessa Matilda, e figliuolo di quell'Adalberto Azzo conte, oppure marchese, da noi veduto a' tempi di Ottone I Augusto. Di esso Tedaldo parla anche Benzone vescovo d'Alba in quel suo scomunicato panegirico di Arrigo III fra gl'imperadori, con dire [Benzo, Panegyr. lib. 1, cap. 16. tom. 1 Rer. German. Menchen.]: De Tadone vero, qui propter metum Ardoini pedester legatus marchionis Teodaldi, atque episcopi Leonis (di Vercelli) quid fecit venerabilis clementia magni Henrici serenissimi imperatoris? Certe uni filio ejus dedit Veronae episcopatum; alteri comitatum; patri vero Gardam, et totum Benacum. Volle il padre Pagi [Pagius, in Crit. Baron. ad ann. 1002.] darci informazione di questo principe, con dire ch'egli sposò Willa ossia Guilla, sorella di Ugo duca e marchese di Toscana. Certo che una Willa fu moglie di esso Tedaldo; ma un sogno è del padre Pagi, perchè senza pruova alcuna dell'antichità, il darle per fratello il marchese Ugo. Soggiugne francamente che Tedaldo succedette al marchese Ugo nel ducato della Toscana: il che hanno creduto alcuni moderni, ed inclinò a crederlo anche l'accuratissimo Francesco Maria Fiorentini [Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.]. Per provarlo, adduce esso Pagi la fondazione da lui fatta del monistero di Polirone, dove s'intitola: Ego in Dei nomine Teudaldus marchio, filius quondam Adelberti itemque marchio. Stima eziandio che Adalberto suo padre sia stato marchese di Toscana. Ma è da dire che la storia della Toscana per questi tempi è involta in molte tenebre. Per conto di Adalberto, tale è l'error del Pagi, che non occorre confutarlo. Abbiam già veduto a cui finora sia stato appoggiato il governo della Toscana. Che poi Tedaldo suo figliuolo succedesse ad Ugo marchese, nulla serve a provarlo il titolo di marchese. Altri v'erano in que' tempi di questo titolo decorati, e fra gli altri anche gli antenati della casa d'Este, senza che si possa dire che governassero la Toscana. Nè perchè si truovi in Toscana un marchese, ci è lecito il tosto inferirne che egli fosse ancora marchese di Toscana. Altrimenti con più ragione si avrebbe ad asserire marchese di quella contrada [Antichità Estensi, P. I, cap. 21.] Adalberto marchese, figliuolo di Oberto marchese e nipote di Oberto marchese, uno degli antenati della suddetta casa d'Este, che poco più di due mesi dopo la morte di Ugo, potente marchese di Toscana, fa una vendita di beni [Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 3.] anno ab Incarnatione millesimo secundo, et tertio idus martii, Indictione XV, infra Burgo de Luca prope portam sancti Fridiani. Ma io non mi sono arrischiato per questo solo documento a crederlo e chiamarlo marchese di Toscana. Tornando dunque al marchese Tedaldo suddetto, altro io non so dire, se non che egli era conte di Reggio e di Modena, come altrove ho provato. Di lui scrisse ancora Donizone Monaco [Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 3.] nella vita della contessa Matilda sua nipote, che il papa l'investì di Ferrara.
Regibus exsistit carus, notissimus illis,
Romanus papa quem sincere peramabat,
Et sibi concessit, quod ei Ferrarea servit.
Inclino parimente a credere ch'egli governasse Mantova, perchè nel seguente anno truovo Bonifazio suo figliuolo con titolo di marchese in quella città. Ed ancorchè non sappia io ben dire se il soprammentovato monistero di Polirone fosse allora situato nel contado di Mantova, oppure di Reggio; pure di qui ancora scorgiamo che la potenza di Tedaldo marchese si stendeva per queste parti, senza che resti memoria alcuna comprovante ch'egli fosse marchese di Toscana. Perchè Arrigo re di Germania niun possesso e dominio godeva per anche in Italia, potrebbe sembrare alquanto strano un suo diploma riferito dall'Ughelli [Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Parmens.], dato II kalendas martii, anno Incarnationis Domini MIII, Indictione I, anno vero domni Henrici regis primo. Actum Noviomagi, in cui esso re Arrigo, interventu nostri fidelis Teodaldi marchionis (così abbiamo veduto che era appellato dai Tedeschi il suddetto Tedaldo), concede a Sigefredo vescovo di Parma la pingue badia di Nonantola sul modenese: parendo poco verisimile che Tedaldo marchese e il vescovo si portassero a Nimega, senza timore d'incontrar la disgrazia del regnante Ardoino. Ma questo broglio e l'aggraffamento di questa insigne badia sarà seguito per lettere e raccomandazioni segrete. E il buon re Arrigo non avea allora scrupolo a guadagnarsi de' partigiani in Italia, facendo il liberale coi beni ancora della chiesa. Quatenus (Sigefredus) firmatus in fide acriter deserviret nobis, lo dice chiaramente lo stesso Arrigo. Nè vo' lasciare di dire avere Lupo Protospata [Lupus Protospata, in Chron.] scritto sotto quest'anno: Sarraceni obsederunt montem Scaviosum mense martii, sed nihil profecerunt.
MIV
| Anno di | Cristo MIV. Indizione II. |
| Giovanni XVIII papa 2. | |
| Ardoino re d'Italia 3. | |
| Arrigo II re di Germania 3, d'Italia 1. |
Fin qui era durato il regno di Ardoino in Italia senza essere turbato, per quanto si sappia, da guerre interne, ma colla fede vacillante di molti principi che inclinavano al re Arrigo, o erano da lui mossi colla speranza di maggiori vantaggi. Ho io pubblicato [Antiq. Ital., Dissert. XXXI, pag. 965.] un placito tenuto da Adelelmo qui et Azo, missus domni Arduini regis in Cremona, anno regni domni Arduini regis tercio. Quinto kalendas marcii, Indictione II, cioè nel febbraio nell'anno presente. Ma non andò molto che arrivò in Italia chi gli rovesciò il suo trono. Arrigo II, re di Germania, tra perchè gli stava a cuore l'Italia, e perchè da' suoi parziali gli veniva dipinta per assai facile la conquista di questo regno, sbrigato che fu da alcune guerre civili, e creato che ebbe duca di Baviera Arrigo fratello dell'Augusta Cunegonda, s'incamminò con un possente esercito a questa volta, e nel dì delle palme arrivò a Trento. Se crediamo all'Annalista sassone [Annalista Saxo apud Eccardum.], già erano iti a trovarlo fino in Germania il vescovo di Verona, et alii quidam italici primores regni cum regiis muneribus. Secondochè scrive Ditmaro, [Ditmarus, Chron., lib. 6.], la venuta d'esso Arrigo in Italia accadde nell'anno seguente 1005, consummata millenarii linea numeri et in quinto cardinalis ordinis loco. Però il cardinal Baronio [Baron., in Annal. Ecclesiast.], e dopo di lui il padre Pagi [Pagius, in Critic. Baronii.], rifiutando gli Annali d'Ildeseim [Annales Hildesheim.] che la mettono nell'anno presente, scrive: Henrici expeditionem italicam in annum sequentem MV, differt Ditmarus libro sexto, eique standum existimo. Ma il padre Pagi non colpì nel segno. Il testo di Ditmaro quivi è scorretto, e in vece di quinto vi si ha da scrivere quarto. L'Annalista sassone e il Cronografo sassone [Chronographus Saxo apud Leibnitium.], copiatori di esso Ditmaro, chiaramente scrivono che nell'anno presente il re Arrigo calò in Italia. Così ha Ermanno Contratto [Hermannus Contractus, in Chron.] con altri. E questa verità vien chiaramente confermata da Adelboldo [Adelboldus in Vita S. Henrici.], scrittore contemporaneo, e dai documenti che accennerò. Arrivato dunque a Trento il re germanico coll'esercito suo, trovò prese e ben fortificate da Ardoino le Chiuse dell'Adige, in maniera che gli era impossibile lo sforzare quel passo. Per consiglio de' suoi, rivolse le sue speranze al popolo della Carintia, il quale portossi ad occupare un'altra Chiusa verso la Brenta, non so se sul Vicentino o sul Trivisano, che non era custodita con tanta gelosia. Presa questa, Arrigo col fiore della sua armata per monti scoscesi e dirupi tanto fece, che da quella parte scese al piano d'Italia in vicinanza d'esso fiume Brenta. Quivi riposò le stanche soldatesche, e celebrò la santa Pasqua, che venne in quest'anno nel dì 17 d'aprile. Degno di considerazione è uno strumento dato alla luce dal padre Bacchini [Bacchini, Istoria del monistero di Polirone, Append., pag. 20.], in cui Bonifacio Marchio filius domni Teudaldi itemque Marchio, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum, fa un donativo di terre al monistero di Polirone. Tali sono le note di quella carta: Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus, Deo propitio, hic in Italia primo, mense martius, Indictione secunda. Actum in civitate Mantuae. Credette esso padre Bacchini spettante all'anno seguente 1005 questa donazione, non so se così persuaso dal padre Pagi, che ad esso anno mette la venuta del re Arrigo in Italia. Ma è fuor di dubbio che appartiene all'anno presente, dimostrandolo l'indizione seconda, corrente in quest'anno. Sicchè vegniamo ad intendere che Bonifazio marchese, padre della contessa Matilda, vivente ancora il marchese Tedaldo suo padre, portò il titolo di marchese, e signoreggiava in Mantova. Di esso Bonifacio appunto scrive Donizone:
Cui juravere, patre tunc vivente fideles