Marciò intanto il valoroso Braccio alla volta di Perugia sua patria con quattromila cavalli e molta fanteria, per rientrar colla forza in quella città. Molte battaglie, molti assalti succederono, avendo i Perugini della fazion contraria fatto ogni sforzo per la loro difesa. Gian-Antonio Campano vescovo di Teramo diffusamente, ma non senza adulazione, lasciò scritte tutte le imprese di questo celebre capitano [Campanus, in Vita Brachii, tom. 19 Rer. Italic.], col difetto ancora comune a molti altri storici di quel secolo, cioè di non accennar gli anni: cosa di molta importanza per la storia. Si trovavano alle strette i Perugini; e conoscendo di non poter oramai più resistere a sì feroce nemico, misero le loro speranze in Carlo Malatesta signor di Rimini, accreditato condottier d'armi di questi tempi. L'offerta di molto danaro, e molto più l'avergli fatto credere che il prenderebbono per loro signore, cagion fu che egli s'impegnò a sostenerli contro del loro concittadino. Raunata dunque la maggior copia di cavalli e fanti che potè, si mosse a quella volta, avendo seco Angelo dalla Pergola con altri capitani, ed aspettando ancora che Paolo Orsino con altra gente venisse ad unirsi con lui. Era giunto su quel d'Assisi, e in vicinanza del Tevere, quando Braccio, sotto di cui militava Tartaglia, rinomato condottier d'armi, premendogli non poco che il Malatesta non arrivasse a darsi mano coi Perugini, gli andò incontro a bandiere spiegate, e nel dì 7 di luglio (il Bonincontro scrive [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] nel dì 15) gli presentò la battaglia. Durò questa sette ore con bravura memorabile d'entrambe le parti; ma perchè, secondo alcuni, era inferiore, non già di coraggio, ma di gente l'armata di Carlo Malatesta, ad essa toccò di soccombere. Rimase prigione lo stesso Carlo, con Galeazzo suo nipote e molti altri nobili [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. Il Campano scrive che circa tre mila cavalieri prigionieri vennero alle mani di Braccio. Dio sa se neppure tanti ne avea condotti in campo il Malatesta, al quale fu imposta la taglia di cento mila fiorini d'oro, e trenta mila a suo nipote. Dopo molti mesi, a nulla avendo servito le raccomandazioni dei Veneziani, si riscattò Carlo con pagarne settanta mila. Il Sanuto scrive solamente trenta mila [Sanuto, Istor. Venet., tom. eod.]. Ma egli trovò la maniera di far danaro, con apporre a Martino da Faenza, uomo ricchissimo e che militava per lui, un reato di tradimento, per cui lo spogliò non solo del contante, ma anche della vita. Pandolfo Malatesta signor di Brescia suo fratello, giacchè era seguita tregua fra lui e il duca di Milano, con quattro mila cavalli e molti pedoni si portò a Rimini; ma a nulla giovò il suo arrivo colà, se non ad impedire che Braccio non occupasse più castella ai Malatesti di quel che fece.

Imperciocchè Braccio dopo questa vittoria maggiormente s'ingagliardì; e i Perugini, presi da somma costernazione, altro ripiego non ebbero che quello di spedire a lui ambasciatori per offerirgli la signoria della città, e pregarlo di usar la clemenza verso de' concittadini suoi. Nel dì 19 di luglio fece egli armato la sua solenne entrata in quella città, trattò amorevolmente i nuovi sudditi, e cominciò un plausibil governo in quel popolo. Avea testa da far tutto. E perciocchè seppe che Paolo Orsino colle sue truppe era giunto a Colle Fiorito, mandò innanzi Tartaglia con un corpo d'armati, e con un altro gli tenne dietro [Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. L'Orsino nel dì 5 d'agosto attorniato, quando men sel pensava, dai nemici, lasciò la vita sotto le spade di Lodovico Colonna, di Tartaglia e di altri, che gli voleano gran male. Pure ne avrebbono fatta aspra vendetta i suoi soldati, che corsero alle armi, ed aveano già ridotto Tartaglia in male stato, se non fosse sopravvenuto il rinforzo di Braccio, per cui rimasero disfatti e quasi tutti presi. S'impadronì poscia Braccio di Rieti, di Narni e di alcune castella dei Malatesti: tutte imprese che consolarono non poco i Perugini, per avere acquistato, benchè loro malgrado, un signore che accresceva lo splendore e dominio della loro città. Venne a morte nel dì 20 di settembre Malatesta signor di Cesena, e fratello di Carlo e di Pandolfo. E circa lo stesso tempo, se abbiamo da credere agli Annali di Forlì [Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], terminò i suoi giorni Gian-Galeazzo de' Manfredi signor di Faenza, a cui nella signoria succedette Guidazzo suo figliuolo. Ma, secondo altra Cronica, egli mancò di vita solamente nell'anno seguente. Benchè il Corio [Corio, Istoria di Milano.], siccome accennai, metta nell'anno precedente la tregua maneggiata dagli oratori veneti fra il duca di Milano e i collegati, cioè Pandolfo e Carlo Malatesti, il marchese di Ferrara e i signori ossia tiranni di Lodi, Cremona, Piacenza e Como; pure il Sanuto [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.] la riferisce all'anno presente. L'anno poi fu questo che Filippo Maria duca suddetto, avendo con belle parole fatto venire a Milano Giovanni da Vignate signor di Lodi, ordinò, nel dì 19 d'agosto, che fosse preso e messo in una gabbia di ferro nella città di Pavia, dove nel dì 28 d'esso mese fu ritrovato morto, e si fece spargere voce che, percotendo il capo nei ferri, si era ucciso, senza averne obbligazione al boia. Intanto, spedito l'esercito a Lodi, tornò quella città all'ubbidienza del duca. La morte di costui mise a partito il cervello di Lottieri Rusca occupator di Como, in maniera che mandò a trattare di rendere al duca quest'altra città, purchè gli lasciasse Lugano con titolo di contea, e ne ricevesse quindici mila fiorini d'oro in dono. Così fu fatto, e Como ubbidì da lì innanzi al duca. Aggiugne il Sanuto che nel novembre di questo medesimo anno esso duca spedì le sue genti all'assedio di Trezzo: per le quali novità i Veneziani, mediatori della tregua fatta, pretesero ch'egli l'avesse rotta, e fosse incorso nella pena di trenta mila fiorini d'oro; e per questo gli spedirono ambasciatori. Ma il duca non lasciò di continuar la sua impresa. Nè sussiste, come scrive il Sanuto, che egli occupasse Bergamo in quest'anno. Ciò succedette nel 1419.

Pagò in quest'anno Jacopo dalla Marca re di Napoli la pena dell'ingratitudine sua verso la regina Giovanna sua moglie [Giornal. Napolit., tom. 21 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. eod.]. L'avea ella posto sul trono, ed egli la trattava come una fantesca, con averla privata non solo di ogni autorità, ma anche della libertà, tenendola ristretta nel palazzo. Ne fecero rispettose doglianze i Napoletani, ma senza frutto. Giulio Cesare di Capua, uno dei primi baroni, si esibì alla regina di uccidere il re [Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]. Credendo ella d'acquistarsi la grazia del marito, gli rivelò il fatto, per cui l'infelice barone fu decapitato. Dovea quest'atto di amore ispirare al re sentimenti di più umanità verso della consorte; pure non si mutò registro con lei. Parve ai Napoletani che fosse oramai tempo d'insegnar le leggi dell'onore e le creanze a questo ambizioso ed ingrato principe. Avendo dunque la regina ottenuto per grazia speciale di potere, nel dì 13 di settembre, uscire per andare a pranzo ad un giardino di un Fiorentino, allorchè si fu condotta colà, fu levato rumore, e il popolo in armi cominciò a gridare: Viva la regina Giovanna. Ottino Caracciolo, che era il maggior favorito d'essa regina, con altri baroni, la menò al castello di Capuana. Il re Jacopo si trovava allora senza le sue genti d'armi, perchè le aveva inviate in Abbruzzo contro ai ribelli; e però se ne fuggì nel castello dell'Uovo. Fece la regina assediar questo castello, e parimente Castello nuovo. Si interposero persone per accordo, e questo seguì con restare obbligato il re a deporre il titolo di re, contentandosi di quello di principe di Taranto e di vicario del regno; e ch'egli mandasse fuori d'esso regno tutti i Franzesi, soldati o cortigiani, a riserva di quaranta; e che liberasse Sforza dalla prigione. Si eseguì il trattato. Sforza, messo in libertà, ripigliò il grado di gran contestabile; e Ser-Gianni Caracciolo dipoi ottenne quello di gran siniscalco. Universal credenza fu che a Sforza salvasse la vita un atto coraggioso di Margherita sua sorella, maritata con Michele da Cotignola. Trovavasi essa a Tricarico col marito, e con varii altri parenti di Sforza, che tutti militavano con gran riputazione nel corpo delle di lui truppe, e cominciarono a far guerra al regno, dacchè ebbero intesa la prigionia di Sforza amato loro capo. Mandò il re Jacopo alcuni nobili a trattar con essi d'accordo, minacciando di far morire Sforza, se non rendeano Tricarico. Margherita comandò che s'imprigionassero gli ambasciatori: il che cagionò che i lor parenti facessero istanza al re di non incrudelir contro di Sforza, per non vedere condannati alla pena del taglione i loro congiunti. Furono ancora liberati dalle carceri alcuni altri parenti di Sforza, ma non già per allora Francesco di lui figliuolo, che Jacopo volle ritener come ostaggio della fede del padre. Era stato questo valoroso giovane paggio in corte di Niccolò marchese di Ferrara, ed allorchè Sforza suo padre passò al servigio del re Ladislao, fu chiamato colà, dove attese a fare il noviziato della milizia, ed avea già conseguite in dono alcune castella. Non si fermò qui la fortuna di Sforza; perchè la regina, affine di maggiormente unirlo ai di lei interessi, gli donò Troia con assai altre terre, e a Francesco suo figliuolo, in vece di Tricarico, concedette Ariano ed altri luoghi. Nel dì primo di aprile dell'anno presente mancò di vita Ferdinando re d'Aragona, Sardegna e Sicilia [Theodoricus de Niem, in Johanne XXIII. Surita, Marian., et alii.], ed ebbe per successore Alfonso suo figliuolo, le cui imprese occuperanno da qui innanzi molti anni di questa storia. Mostrò egli non minore zelo del padre per rendere la pace ed unione alla Chiesa di Dio. Nel dì 26 di febbraio di quest'anno [Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], passando Sigismondo re de' Romani per Sciamberì, eresse in ducato la contea di Savoia; laonde Amedeo, signor di quelle contrade e di parte del Piemonte, cominciò ad usare il titolo di duca, che s'è poi continuato nei successori suoi colla giunta ai dì nostri del regale.


MCCCCXVII

Anno diCristo mccccxvii. Indizione X.
Martino V papa 1.
Sigismondo re de' Romani 8.

Dopo avere il concilio di Costanza compiuti tutti gli atti del processo contro di Pietro di Luna, che appellato Benedetto XIII s'era ostinato in voler sostenere il suo preteso pontificato, benchè l'Aragona, Castiglia ed altri popoli della Spagna si fossero sottratti dalla di lui ubbidienza [Labbe, Concil., tom. 12.]: finalmente nel dì 26 di luglio que' padri fulminarono contra di lui la sentenza, dichiarandolo spergiuro, decaduto da ogni dignità ed uffizio, scismatico ed eretico. Trattossi dipoi dell'elezione di un legittimo ed indubitato pontefice, e l'affare fu condotto sino al dì 11 di novembre, festa di san Martino vescovo, in cui concorsero i voti de' cardinali nella persona di Ottone cardinal diacono di San Giorgio al velo d'Oro, di nazione Romano, e di una delle più illustri famiglie d'Italia, cioè di casa Colonna. A cagion della festa che correa, egli prese il nome di Martino V, con portare al pontificato delle eccellenti doti d'animo e d'ingegno, e nel dì 21 d'esso mese fu coronato. Portata questa nuova in Italia, e per tutte le altre parti della cristianità d'Occidente, riempiè ognuno di consolazione ed allegrezza, per vedere dopo tanti anni estinto lo scandaloso e lagrimevole scisma, onde era stata sì malamente lacerata la Chiesa di Dio. Mancò eziandio in quest'anno nel dì 18 ossia 19 d'ottobre in Recanati il cardinale Angelo Corrario [Chron. Foroliviens., tom. 19 Rer. Ital.], da noi veduto in addietro papa Gregorio XII, a cui nel dì 26 di novembre furono celebrate nel concilio di Costanza solenni esequie. Era in questi tempi governata la città di Roma a nome della Chiesa da Jacopo Isolani cardinale di Sant'Eustachio legato, assistito anche da Pietro degli Stefanacci Romano cardinale di Sant'Angelo. Quantunque castello Sant'Angelo tuttavia fosse all'ubbidienza di Giovanna regina di Napoli, non apparisce che facesse guerra alla città, anzi, secondo alcuni, ne era divenuto padrone il suddetto cardinale legato. Ma eccoti nel dì 3 di giugno venir Braccio da Montone con tutte le sue genti d'armi a turbar la pace dei Romani. L'ambizione di questo prode capitano dopo l'acquisto di Perugia e di altre piccole città, e dopo la vittoria riportata contra Carlo de' Malatesti, non conosceva più limite, e però gli venne in pensiero di conquistare la stessa Roma [Campanus, Vit. Brachii, lib. 9, tom. 19 Rer. Ital.]. E non mancava qualche Romano traditor della patria d'animarlo all'impresa e di promettergli assistenza. Restò bensì sbigottito il popolo romano alla comparsa di questo inaspettato nemico; pure unito col cardinale legato si preparò alla difesa. Andarono gli stessi porporati a trovar Braccio per sapere la di lui intenzione; ed egli francamente rispose loro di voler entrare in Roma, solamente per conservarla al pontefice che si dovea creare. Stavasene egli accampato a Sant'Agnese, e conoscendo che i Romani non erano d'umore d'aprirgli le porte, cominciò a fare scorrere per li contorni le sue genti, che ben tosto condussero centinaia di prigioni. Tale ostilità, e il timore di non poter fare l'imminente raccolta de' grani, indusse i Romani a capitolare e a ricever Braccio come lor signore in città. Con detestazione de' buoni si scoprì che lo stesso cardinale di Sant'Angelo tenea mano ai disegni di Braccio, il quale nel dì 16 di giugno entrò in Roma trionfalmente, e preso solamente il nome di difensore della città, vi creò un nuovo senatore, essendosi ritirato il cardinale legato in castello Sant'Angelo. Diede poi principio nel dì 16 di luglio all'assedio d'esso castello, e venne a rinforzare la sua armata con grosso corpo di cavalleria e fanteria Tartaglia.

Allorchè si fu accertato il cardinale legato delle ambiziose idee di Braccio contra di Roma, avea già spedito a Napoli, pregando la regina Giovanna di soccorso di gente [Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]. Non andò a voto la richiesta, perchè la regina, bramosa di acquistarsi merito col papa futuro, assunse volentieri la difesa di Roma. Scelto fu per tale impresa il gran contestabile Sforza. Nè migliore si potea scegliere, perocchè egli sospirava le occasioni di vendicarsi di Braccio, il quale dianzi, per tirare al soldo suo Tartaglia da Lavello, l'avea aiutato ad occupar molte castella che appartenevano al medesimo Sforza nel Patrimonio. Trovandosi uniti, siccome dicemmo, Braccio e Tartaglia, contra d'amendue con grande ardore procedeva Sforza, seco conducendo il conte da Carrara, Gian-Antonio Orsino conte di Tagliacozzo, ed altri baroni romani. Giunto nel dì 10 d'agosto sino alle mura di Roma, mandò il guanto sanguinoso a Braccio in segno di sfida della battaglia [Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. Ma Braccio, che non si volea azzardare con un sì potente nemico, massimamente perchè non si vedea sicure le spalle dai Romani stessi, elesse il partito di battere la ritirata; e però nel dì 26 del suddetto mese uscì di Roma, e si inviò alla volta di Perugia. Nel giorno seguente Sforza co' suoi entrò nel palazzo del Vaticano colle bandiere della Chiesa e della regina; creò, di consenso del cardinale legato, nuovi uffiziali in Roma, e nel dì 3 di settembre fece condur prigione in castello il cardinale di Sant'Angelo, colpevole d'intelligenza con Braccio. Questi non vide più la luce, nè altro si seppe di lui. Niccolò Piccinino da Perugia, che, militando nell'armata di Braccio, avea già incominciato ad acquistarsi nome di valente capitano, e divenne poi sì celebre col tempo, era rimasto a Palestrina e a Zagaruolo con quattrocento cavalli. Le scorrerie e i saccheggi, ch'egli andava facendo sino alle porte di Roma, incitarono Sforza a liberar la città anche da questo nemico. Fu sconfitto il Piccinino e fatto prigione con altri de' suoi, e solamente dopo quattro mesi rilasciato col cambio d'altri prigionieri di Braccio e di Tartaglia. Erasi fermato a Toscanella lo stesso Tartaglia con un grosso corpo d'armati. Moriva di voglia Sforza di fare a questo suo nemico un brutto giuoco: all'improvviso si portò colà con isquadre scelte d'armati, mandò innanzi assai saccomani per tirarlo fuori della terra, nè andò fallito il suo pensiero. Tartaglia uscì co' suoi, e si mise ad inseguire i fuggitivi, quando ecco si vide venire incontro le schiere di Sforza. Caldo fu il combattimento, in cui Francesco figliuolo di Sforza, giovane allora di dodici anni, diede il primo saggio del suo valore, come se fosse stato veterano nel mestiere dell'armi. La peggio toccò a Tartaglia, che corse pericolo di essere preso, ed ebbe la fortuna di salvarsi nella terra. Svernò poscia l'invitto Sforza in Roma, e, lasciato un buon presidio sotto il comando di Foschino suo parente, nella primavera se ne tornò a Napoli. Intanto Braccio, ritornato a Perugia [Campanus, Vita Brachii, lib. 4, tom. 19 Rer. Ital.], attese a conquistare o a rendere tributarie varie terre della Chiesa, cioè Todi, Orvieto, Terni, Jesi, Spello, oltre a Narni e Rieti, dianzi occupate: il che sempre più gli conciliò l'affetto e la stima de' Perugini, che miravano crescere per opera di lui ogni dì più la lor potenza e riputazione. Obbligò ancora Lodovico Migliorati signor di Fermo [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], a redimersi dalle di lui vessazioni con una somma d'oro.

Per quanto abbiamo dal Corio [Corio, Istoria di Milano.] avendo il conte Carmagnola, generale di Filippo Maria duca di Milano, continuato anche pel verno l'assedio del forte castello di Trezzo sull'Adda, occupato dai Coleoni di Bergamo, finalmente nel dì 11 di gennaio se ne rendè padrone. Se crediamo al Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom 22 Rer. Ital.], quattordici mila fiorini quelli furono che finalmente espugnarono quella fortezza. Rivolse dipoi le armi sue il vittorioso Carmagnola, secondochè scrivono il Rivalta [Ripalta, Chron. Placent., tom. 20 Rer. Ital.] e il Sanuto, contra Piacenza. Era questa occupata da Filippo Arcelli, personaggio valoroso sì nelle armi, ma insieme crudele. Andò il Carmagnola ad accamparsi alla porta di Borgo Nuovo, e gli riuscì con un aguato di far prigione Bartolomeo Arcelli fratello d'esso Filippo, nel mentre che passava a Genova per chiedere soccorso a quella repubblica. Seco si trovò Giovanni figliuolo del medesimo Filippo, giovane di mirabil espettazione. Tutti e due questi miseri furono un dì guidati davanti a quella porta coll'intimazion della morte, se la città non si rendeva. Volle piuttosto l'Arcelli vedere eseguita così barbara e da tutti detestata sentenza, che cedere il possesso di Piacenza. Pure non corse gran tempo che la città fu presa, ed egli si ridusse nel castello. Ma, convinto dell'impossibilità di sostenersi, se ne fuggì; oppur, fatto accordo per alcune migliaia di fiorini, se ne andò con Dio, lasciando interamente in potere del Carmagnola col castello quella nobil città che per le passate sciagure era divenuta un deserto. Manca la città di Piacenza di autori di questi tempi che abbiano accuratamente descritte le sue calamità: anzi discordano gli storici nell'anno, in cui questa tornò alle mani del duca. Il Rivalta di ciò parla all'anno presente; il Corio e Giovanni Stella [Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] al seguente; e neppure il Campi [Campi, Istor. di Piacenza, tom. 3.], storico piacentino, sa decidere la quistione, con rapportar nondimeno il fatto a quest'anno. Tuttavia parmi che dal Sanuto [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.] e dal Biglia [Billius, Hist., tom. 19 Rer. Ital.] si possa ricavar tanto lume da diradar queste tenebre: cioè avere Filippo Arcelli ne' tempi addietro occupata Piacenza. Gliela ritolse il Carmagnola, ma senza poter espugnare il castello. E perchè Pandolfo Malatesta uscì in campagna per liberar quel castello dall'assedio, trovandosi allora il duca senza forze da potersegli opporre, ordinò che la città fosse evacuata da tutti gli abitanti, i quali piagnendo si ridussero parte a Pavia, parte a Lodi. Rimase Piacenza disabitata, ed, entrativi l'Arcelli e il Malatesta, non vi trovarono se non le mura delle case. In quest'anno poi il Carmagnola tornò ad impossessarsi di Piacenza, e mise l'assedio al castello: questo poi solamente nell'anno seguente, o per la fuga dell'Arcelli, o per patto fatto con lui, venne alle sue mani. Passò dipoi l'Arcelli al servigio de' Veneziani, per li quali fece di molte prodezze, e conquistò il Friuli, siccome andremo dicendo.

Tentò ancora nell'anno presente il Carmagnola Pizzeghettone e Castiglione di Giaradadda, ma senza frutto. Si rivolse dunque a Cremona, e vi mise il campo, risoluto di sterminare il tiranno Gabrino Fondolo. In questi progressi del Visconte, Pandolfo Malatesta signor di Brescia già mirava i preludii della sua caduta; e però, avendo il duca rotte le tregue, anch'egli prese l'armi per soccorrere Cremona, senza che apparisca dipoi che facesse impresa alcuna degna di menzione. Abbiamo in oltre da Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.] che nel dì 20 di marzo dell'anno presente esso duca acconciò le differenze che passavano tra lui e Teodoro marchese di Monferrato, avendo in tal congiuntura il duca ricuperata dalle mani di lui la città di Vercelli, e il marchese ottenute varie castella colla cession d'ogni ragione sopra Casale di Sant'Evasio. Tornossi in questo anno a sconcertare la quiete di Genova [Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.] per cagion de' Guarchi, de' Montaldi, di Teramo Adorno, e d'altri fuorusciti, che ricorsero a Filippo Maria Visconte per impetrar soccorso contro la patria, vogliosi di deporre Tommaso da Campofregoso doge. Sperando il duca di pescare in questo torbido, diede volentieri orecchio al trattato, e somministrò loro un corpo di soldatesche. Ma di ciò all'anno seguente. Mancò di vita per la peste nel presente anno, e non già nel precedente, siccome dicemmo, Gian-Galeazzo de' Manfredi signor di Faenza [Chron. Foroliv., tom. 19 Rer. Ital.]; e in questi tempi appunto faceva la pestilenza grande strage in Firenze e Toscana. Nè poca era la balordaggine delle genti d'allora, perchè fuggendo i benestanti dalle città infette, senza opposizione trovavano ricovero nelle città sane; maniera facile di maggiormente dilatare l'eccidio. Fecero guerra in questo anno [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] i Bolognesi alla terra di San Giovanni in Persiceto, che era raccomandata a Niccolò Estense marchese di Ferrara. Ma questi ne diede loro la tenuta per ventisette mila fiorini d'oro, nè volle mettersi all'impegno di sostenerla. Nell'anno presente [Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.] ancora ebbe principio la guerra dei Veneziani contra di Udine e del Friuli. Lodovico patriarca d'Aquileia, signore di quel paese, era in lega con Sigismondo re de' Romani e di Ungheria; ma non gli venivano i soccorsi occorrenti al bisogno: il perchè vedremo andar peggiorando i di lui interessi negli anni seguenti.