Fin qui avea papa Eugenio tenuta la sua residenza in Firenze, onorato e rispettato da quel popolo, a cui non poco tornava il conto d'aver presso di sè la corte pontificia. I Romani, all'incontro, che dopo la fuga del medesimo papa, oltre al provare un cattivo governo, miravano crescere ogni di più la lor povertà [Petroni, Istor., ubi supra.], perchè privi delle rugiade papali, gli spedirono nel gennaio di quest'anno ambasciatori, pregandolo con tutta la sommessione a ritornarsene alla sua sede. Ma il pontefice, troppo ricordevole del recente affronto a lui fatto, li mandò in pace senza volerli consolare. All'incontro, considerando più convenevole alla sua dignità l'abitare in una città propria, che in casa altrui, prese la risoluzione di trasferirsi a Bologna. Si mosse dunque da Firenze nel dì 18 d'aprile [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e nel dì 22 fece la sua solenne entrata in essa città di Bologna. Qualche dissapore poi dovette insorgere fra esso pontefice e il conte Francesco Sforza, il quale colle sue genti era in Romagna. Per ordine del medesimo Eugenio [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.] avea questi fatto l'assedio di Forlì, e costretto Antonio degli Ordelaffi a dimettere quella città, che tornò all'ubbidienza pontificia nel dì 24 di luglio. Perciò andavano tutte le cose a seconda dei desiderii d'Eugenio, se non che gli stava sul cuore la marca d'Ancona posseduta da esso conte, e cominciò a pentirsi d'avergliene conceduto il vicariato. Questo fu creduto il motivo per cui si diede a cercar da lì innanzi le vie di abbatterlo. Fece in questo mentre guerra ai conti di Cunio, e, tolta loro la nobil terra di Lugo, la donò a Lionello figliuolo di Niccolò Estense marchese di Ferrara. Baldassare da Offida podestà di Bologna, uomo scelleratissimo, fu il suo generale oppur commessario a tale impresa; nè il conte vi fu invitato. Solamente egli vi mandò parte delle sue truppe senza poi poterle riavere. Se l'intendeva costui con Niccolò Piccinino, generale del duca di Milano, emulo, anzi nemico del conte, il quale si trovava allora a Parma con gran gente, sollecitandolo affinchè venisse contra del medesimo conte. Andava allora anche il papa d'accordo col duca di Milano. Nè questo gli bastò. Avendo saputo che esso conte dimorava senza sospetto e guardie a Ponte Polledrano, perchè gli erano ignoti i pensieri del papa, si mise in procinto di sorprenderlo quivi, e di farlo prigione nel dì 24 di settembre [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Fu per buona ventura segretamente avvisato il conte da Niccolò cardinale di Capoa di quel che si tramava contra di lui; nè tardò a muoversi di là, e a deludere il disegno di chi gli volea male. Ma intercette poi lettere dell'Offida al Piccinino, tendenti alla propria rovina, senza potersi più contenere, segretamente messe in marcia le sue truppe, gli fu all'improvviso addosso, lo sconfisse, e spogliò quanti erano con lui. Se ne fuggì l'Offida a Budria; ma, colà portatosi il conte, l'ebbe nelle mani, e il mandò poi prigione nel girone di Fermo, dove lo scellerato fece quel fine che avea meritata la sua vita. Non mancò papa Eugenio di mandar persone al conte per certificarlo che senza sua contezza l'Offida gli avea tramute quelle insidie; ma Francesco credette quello che a lui parve.
Per la perdita di Genova non si sapea dar pace Filippo Maria duca di Milano [Giustiniani, Istor. di Genova.]. Subito che la stagion lo permise, spedì Niccolò Piccinino a quella volta coll'armata, sperando di ricuperar la città, giacchè si sosteneva tuttavia in mano delle sue genti il Castelletto. Ma Niccolò non giunse a tempo; il Castelletto assediato, e con più assalti tentato dal popolo di Genova, prima ch'egli giugnesse, capitolò la resa, con che svanirono tutte le speranze del duca. Voltò il Piccinino le armi contro la riviera d'occidente, con saccheggiar tutto il paese; assediò la città d'Albenga, ma non gli riuscì di mettervi dentro i piedi. In questo mentre i Genovesi aveano creato loro doge Isnardo Guarco, che non durò se non sette giorni in quella dignità, perchè Tommaso da Campofregoso il cacciò di sedia, e si fece di nuovo proclamar doge. Entrarono poscia i Genovesi in lega co' Veneziani e Fiorentini. Veduto che ebbe Niccolò Piccinino che nulla di sodo si potea conquistare nel Genovesato, passò, d'ordine del duca, in Toscana, giacchè i fuorusciti di Firenze con lusinghiere speranze gli faceano credere sicuri molti vantaggi. Ma non dormivano i Fiorentini [Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 20.]. Presero essi al loro soldo, e con titolo di generale, il conte Francesco Sforza, il quale non tardò a comparire colà colle sue soldatesche, e andò a postarsi a Santa Gonda per impedire il passaggio dell'Arno al Piccinino, arrivato sul Lucchese. Niun tentativo fu fatto da esso Piccinino, eccettochè contro la terra di Barga, che egli assediò durante il verno. Ma avendo i Fiorentini dato ordine al conte Francesco di darle soccorso [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano.], egli spedì colà Niccolò da Pisa, Pietro Brunoro e Ciarpellione con due mila e cinquecento uomini, che nel dì 8 di febbraio dell'anno seguente misero in rotta Piccinino, e fra gli altri fecero prigione Lodovico Gonzaga, figliuolo di Gian-Francesco marchese di Mantova, il qual poscia volle militare sotto le bandiere sforzesche. Imbarcatosi intanto il re Alfonso nelle galee speditegli da don Pietro suo fratello, con esse giunse nel dì 2 di febbraio a Gaeta [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Quivi s'andò disponendo per far guerra nel regno. Jacopo Caldora duca di Bari era il solo, in cui avessero speranza i Napoletani. Ma costui, avvezzo a pensare più a' proprii che agli altrui vantaggi, ito in Abbruzzo per raunar gente, sì fattamente disgustò quei popoli, che Sulmona, Cività di Penna ed altre terre alzarono le insegne del re di Aragona. Tornò poi Sulmona all'ubbidienza del re Renato, e Cività di Penna presa dal Caldora fu messa a sacco. Portò esso Caldora la guerra dipoi in Puglia contro del principe di Taranto, con assediar Barletta e Venosa, ma senza profitto. Menicuccio dall'Aquila, che avea preso soldo nell'esercito del re d'Aragona, prese Pescara: lo che fu cagione che anche la città di Chieti si ribellasse; e, quantunque il Caldora mettesse il campo a questa città, pure altro non potè fare che saccheggiar il paese d'intorno. Giovanni dei Vitelleschi patriarca di Alessandria in questi tempi, dimentico della cherica, la facea da generale d'armata pel sommo pontefice. Essendochè i Colonnesi e Savelli inquietavano forte Roma [Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], portò loro addosso nel mese di marzo la guerra, con prendere e disfare Savello, Albano ed altre loro terre. Assediò Palestrina; nè di quella sola s'impadronì, ma anche di Zagarolo, e d'altre terre di Lorenzo Colonna, costringendolo a ricoverarsi a Terracina. Quel che è più, il conte Antonio da Pontadera, condottier d'armi, che teneva in ischiavitù la Campagna di Roma, nel dì 15 di maggio restò dalle genti d'esso patriarca sbaragliato e preso. Fu condotto a Piperno, dove, per ordine del patriarca, gli fu mozzato il capo. Queste prodezze del Vitellesco, e molte altre terre da lui prese e saccomanate, tuttochè non molto convenevoli a persona di chiesa, pure portarono la pace e quiete a Roma, e ai suoi contorni; di modo che, essendo egli andato a Roma nel dì 29 d'agosto, dal popolo romano fu ricevuto come in trionfo, e gli furono anche donati mille e ducento fiorini in una coppa d'oro. Per questo andò crescendo la di lui superbia, con divenir non di meno maggiore la sua crudeltà.
MCCCCXXXVII
| Anno di | Cristo mccccxxxvii. Indiz. XV. |
| Eugenio IV papa 7. | |
| Sigismondo imperadore 5. |
S'andarono sempre più imbrogliando gli affari del papa col concilio di Basilea. Pretendeano que' Padri non solamente di riformar la Chiesa, che ne abbisognava allora non poco, e i papi medesimi, ma voleano in tutto e per tutto farla da papi, anzi da più dei papi: cosa che Eugenio non volea sofferire. Andò sì innanzi il riscaldamento degli animi, che il concilio giunse a citare il papa a rispondere a varie accuse proposte contra di lui per cagion delle riserve dei benefizii, delle annate, del non ammettere le elezioni, di praticare apertamente, come essi diceano, la simonia, e sopra altri punti [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Dal che irritato Eugenio pubblicò una bolla, con cui dichiarò sciolto il concilio in Basilea, e determinò Ferrara pel luogo, dove si avea da tenere da lì innanzi il concilio, al quale ancora invitò i Greci. Intanto il patriarca Vitellesco, che nel precedente anno avea tolto Palestrina a Lorenzo Colonna, nel dì 20 di marzo mandò colà guastatori che interamente la diroccarono e spianarono, sicchè rimase affatto disabitata e un mucchio di pietre. E di questo ancora, perchè creduto ordinato dal papa, fu fatto a lui un reato dai Padri del suddetto concilio. Tenea mano a questa discordia Alfonso re d'Aragona. Non avendo papa Eugenio voluto accordargli l'investitura del regno di Napoli, richiesta da lui parte colle preghiere e parte colle minaccie, siccome quegli che già favoriva il partito del re Renato d'Angiò: Alfonso si voltò apertamente contra d'esso Eugenio, e fece di grandi offerte al concilio per torre Roma al pontefice. Parea intanto che prosperassero gli affari d'esso Alfonso nel regno di Napoli [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], perchè i conti di Nola e di Caserta seguirono le di lui bandiere. Il perchè la regina Isabella, conosciuta vana per allora la speranza di veder liberato il re Renato suo marito dalla prigionia, ricorse per aiuto al papa; e questi ordinò al patriarca di passar colà con tutte le sue forze. Nel mese d'agosto entrò egli nel regno, e, dopo avere preso Capperano, s'impadronì di Venafro, di Santo Angelo, Rupecanina e Piedimonte, e poscia se ne andò a Napoli a visitar la regina, da cui ricevette grande onore e danaro per pagar le truppe. Partitosi di colà senza perdere tempo, ridusse all'ubbidienza della regina il conte di Caserta, e poi prese Montesarchio. Alle istanze del re Alfonso si mosse in questi tempi Gian Antonio Orsino principe di Taranto con un corpo di truppe, e il concerto era di prendere in mezzo il patriarca; ma questi, più astuto di loro, andò a trovare il principe a Monte Fuscolo, gli diede una rotta, e il fece prigione con assai altri baroni. L'onore e le carezze usate dal papa all'Orsino prestarono motivo a molti di credere che prima d'allora fossero d'accordo insieme [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Si staccò il principe infatti dal re Alfonso, e si unì col patriarca, il quale in premio della sua bravura meritò in quest'anno la porpora cardinalizia da papa Eugenio. Ma non andò molto, che nacquero disgusti fra esso patriarca e la regina; nè fra il principe di Taranto e Jacopo Caldora si rimise buona amicizia, di maniera che niun d'essi si fidava dell'altro; e fu anzi creduto che il patriarca e il Caldora apertamente fossero divenuti nemici. Ma avendo il re Alfonso assediata e quasi ridotta all'agonia la città d'Aversa, la regina scrisse lettere calde al patriarca e al Caldora, acciocchè la soccorressero. Allora fu che questi due personaggi comparvero anima e corpo insieme, e tutti e due nella vigilia di Natale mossero le lor armi alla volta d'Aversa. Tuttochè il re Alfonso da più di uno fosse avvertito che frettolosamente costoro marciavano contra di lui, nol sapea credere; e tanto indugiò, che quasi il sorpresero a tavola. Ebbe tempo da fuggire a Capua; ma andò in rotta tutta la sua gente; molti ne furono presi, ed interamente il bagaglio restò preda dei ben venuti e degli Aversani. Contuttociò essendo divampata la nemicizia fra il principe di Taranto e il Caldora, e non potendo il patriarca ricevere rinforzo nè dall'uno nè dall'altro, fu ridotto a mal partito, in guisa che, presa una picciola barca, in quella s'imbarcò e passò a Venezia, e di là poi a Ferrara, dove vedremo che si trasferì anche papa Eugenio. Quasi tutta la sua gente abbandonata prese soldo nell'armata di Jacopo Caldora, grande imbroglione, e di fede sempre incerta in quello sconvolgimento del regno.
Nel verno dell'anno presente [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.] Niccolò Piccinino s'era impadronito di Sarzana e d'altre terre della Lunigiana; ma uscito in campagna nell'aprile il conte Francesco Sforza generale de' Fiorentini con cinque mila cavalli e tre mila fanti, poco stette a ricuperar que' luoghi. Mossero in quest'anno anche i Veneziani guerra al duca di Milano, e cominciarono a far delle istanze ai Fiorentini per avere al comando della loro armata il suddetto conte Francesco, giacchè Gian-Francesco (e non già Lodovico, come vuole il Sanuto) marchese di Mantova lor generale, sdegnato perchè s'avvide d'essere in sospetto la sua fedeltà presso quel senato, proponeva di rinunziare il bastone. Ma anche ai Fiorentini premeva di ritenere in Toscana questo gran capitano per la voglia e speranza che nudrivano dell'acquisto di Lucca, città come abbandonata, per essere stato richiamato dal duca in Lombardia il Piccinino [Poggius, Histor., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.]. Cominciò per questo ad alterarsi la buona armonia fra essi Veneziani e Fiorentini. Presa non di meno che ebbe il conte Francesco la maggior parte delle castella del Lucchese [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.], e piantate alcune bastie intorno a Lucca, sen venne di qua dall'Apennino sul Reggiano colle sue truppe per accudire al servigio de' Veneziani; ma perchè essi nol poterono smuovere dal suo proponimento di non voler passare oltre Po, così portando i capitoli della sua condotta, disgustato di loro, perchè nol voleano pagare, se ne tornò in Toscana, dove passò il rimanente dell'anno. Poca felicità ebbero in quest'anno l'armi venete contra del duca di Milano. Niccolò Piccinino li travagliò assaissimo sul Bergamasco, dove prese alcune castella. E nel dì 20 di marzo diede una fiera spelazzata all'esercito loro presso il fiume Adda, dove, secondo gli Annali di Forlì [Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], circa tre mila soldati veneziani restarono o annegati o presi. Similmente nel dì 20 di settembre [Sanuto, Istor. Ven., tom. eod. Cron. di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] riuscì ad esso Piccinino di sconfiggere la loro armata con prendere molti uomini di taglia, e buona parte del bagaglio e delle artiglierie. Questi furono i motivi per li quali il senato veneto mise in dubbio la fede del marchese di Mantova. Ma non fu per ora accettata la rinunzia del marchese di Mantova; e perch'egli se ne andò a casa, fu eletto da' Veneziani per vicegenerale il Gattamelata. Mancò di vita nel dì 8 di dicembre dell'anno presente [Bonincontrus, Annal., tom. eod.] Sigismondo imperadore, lasciando dopo di sè una gloriosa memoria d'essere stato principe piissimo, prudentissimo, e di liberalità che s'accostava all'eccesso, massimamente verso de' poveri. Fu non di meno notata da Enea Silvio [Æneas Sylvius, Histor. Bohem. Krantzius, Thrithem., et alii.] la di lui incontinenza; del qual vizio macchiò sopra modo la propria fama anche Barbara Augusta di lui moglie. Lasciò erede de' suoi regni di Boemia ed Ungheria Alberto duca d'Austria genero suo. Se crediamo al Rinaldi [Raynaldus, Annal. Eccles.], ribellatosi in quest'anno a papa Eugenio Pirro abbate casinense, castellano della fortezza di Spoleti, fu quivi assediato dagli Spoletini. In aiuto di lui chiamato nel mese di maggio Francesco figliuolo di Niccolò Piccinino, costui, a tradimento entrato nella città, la mise a sacco, colla morte ancora di molti di que' cittadini. Ma il Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.] riferisce questo fatto all'anno seguente, e con più ragione.
MCCCCXXXVIII
| Anno di | Cristo mccccxxxviii. Indiz. I. |
| Eugenio IV papa 8. | |
| Alberto re de' Romani 1. |