Dopo aver preso Forlimpopoli, il conte Francesco sen venne pel Ferrarese con sette mila cavalli e quattro mila fanti ben in punto, e sul principio di luglio giunse sul Padovano [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.]. Unitosi poi coll'esercito del Gattamelata, in pochi giorni ebbe tutto il Vicentino in sua balia. Avea fatto in questo mentre il Piccinino a Soave e ad altri luoghi scavare di grandi fosse e tagliate; laonde fu forzato il conte a tenersi per la montagna, se volle andare innanzi, e gli convenne ancora urtar più d'una volta nei nemici. S'andò ritirando il Piccinino, e passò anche di qua dall'Adige: con che diede campo al conte di ricuperar tutto il di là. Pertanto si ridusse la guerra sul lago di Garda, dove a Torbola era la flotta veneta, contra la quale anche il duca di Milano si premunì con un'altra fabbricata a Desenzano. Trovavasi la veneta a Maderno sul lago con Taddeo marchese d'Este e con altri capitani, e parte delle soldatesche era in terra [Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Arrivò loro addosso nel dì 26 di settembre Niccolò Piccinino tanto coi legni milanesi fabbricati sullo stesso lago di Garda, quanto colle soldatesche per terra, avendo seco il marchese di Mantova e Taliano Furlano; e tutta quella flotta pose in rotta colla presa de' legni, e con far prigione Taddeo marchese, i provveditori veneti ed altre persone da taglia. Inestimabile fu il danno che ne riportarono i Veneziani. Ma senza punto sgomentarsi s'accinse tosto la potenza veneta a formare una nuova flotta, non perdonando a spesa veruna. Respirava bensì Brescia, perchè ne era levato l'assedio; ma sprovveduta di vettovaglie, ne facea continue istanze alla repubblica veneta. Prese dunque il conte Francesco la risoluzione d'incamminarsi colà per le montagne e per la valle di Lodrone. Con disegno d'impedirgli il passo, si postarono il Piccinino e il marchese di Mantova al castello di Ten; ma eccoti nel dì 9 di novembre si veggono assaliti in quei passi stretti dal conte, e sono astretti alla fuga. Vi restarono prigionieri Carlo figliuolo del marchese di Mantova, Cesare da Martinengo, ed altri condottieri con cento uomini d'armi, e molti fanti e cernide. Ebbe fatica lo stesso Piccinino a salvarsi, e sulle spalle d'uomini si fece portare (fu detto in un sacco) a riva di Lago. Ma non mai comparve l'arditezza di esso Piccinino, come questa volta. Dopo la rotta suddetta non si sapea dove egli fosse. Da lì a pochi giorni giugne avviso al conte Francesco, come egli col marchese di Mantova avea data la scalata a Verona; ed, entratovi, se n'era quasi interamente impadronito, non restando più in mano de' Veneziani se non il Castel Vecchio e quello di San Felice, ed una delle porte. Parve cosa da non credere un sì inaspettato colpo. Era il conte all'assedio del soprannominato castello di Ten, e, ricevuta questa così stravagante nuova, non tardò nel dì 17 del predetto mese di novembre a mettersi frettolosamente colla sua armata in viaggio alla volta di Verona. Nella notte precedente al dì 20 essendo passato per le vie scabrose della montagna, entrò egli nel castello di San Felice, contra di cui già s'erano alzate le batterie, e che poco potea durare, perchè sprovveduto di gente e di viveri [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.]. Fatto dì, piombò il conte colle sue valorose squadre addosso agli assedianti, e, trovandoli in parte attenti a bottinare, gli sbaragliò. Tal fu la calca de' fuggitivi sul ponte dell'Adige, che questo si ruppe, laonde moltissimi si annegarono, e da due mila persone rimasero prigioniere. Con sì fatta velocità liberò il conte la città di Verona. Venne poscia il Piccinino sul Bresciano, dove diede gran sacco e danno, e maggiormente affamò quella città. Andò il conte Francesco all'assedio d'Arco, ma nol potè avere; e però, tornato sul Veronese, mise quivi a quartiere pel verno le sue affaticate schiere. Con tali prodezze terminò la campagna di quest'anno in Lombardia, avendo il conte Francesco lasciata a' Veneziani una perenne memoria del suo valore e della sua fedeltà. E di qui potè conoscere Filippo Maria duca di Milano il bel frutto delle sregolate sue risoluzioni. S'egli avesse avuto dalla sua, e non già nemico, lo Sforza, correa manifesto pericolo la repubblica veneta di perdere tutta la terra ferma, giacchè al solo Sforza si potè attribuire l'averla conservata, e con tanto decoro. In quest'anno [S. Antonin., Par. III, tit. 22. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] il patriarca Vitellesco capitano del papa mise il campo a Foligno, ed entratovi per tradimento sul fine dell'anno, fece prigione Corrado de' Trinci signore di quella città con due suoi figliuoli; e condottolo a Soriano, da quell'uomo crudele che era, gli fece mozzare il capo: con che la famiglia dei Trinci, che per più d'un secolo avea tenuta la signoria di Foligno, ne restò priva, e se n'andò dispersa. Nè si dee tacere che il duca di Milano, per tirare nel suo partito Guidantonio de' Manfredi signore di Faenza [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], gli donò, nell'aprile dell'anno presente, Imola, Bagnacavallo e la Massa de' Lombardi.
MCCCCXL
| Anno di | Cristo mccccxl. Indizione III. |
| Eugenio IV papa 10. | |
| Federigo III re de' Romani 1. |
Dopo la morte di Alberto II duca di Austria e re de' Romani, Federigo Austriaco, figliuolo duca Ernesto e conte del Tirolo [Nauclerus, Cuspinian., et alii.], prese il governo del ducato dell'Austria e degli altri Stati della sua potente casa, e poscia nella festa della Purificazione della beata Vergine fu eletto in Francoforte re de' Romani di comune consenso degli elettori: principe piissimo, mansueto ed amator della pace. Il resto delle sue azioni lo lascio alla storia germanica. Fu sul principio disapprovato il suo contegno, perchè nello scisma cominciato dai pochi prelati di Basilea, egli insinuò alla nazione germanica la neutralità ed indifferenza, quando quasi tutti gli altri monarchi e principi [Blondus Stefanus Infessura, P. II, tom. 3 Rer. Ital. S. Antoninus, et alii.] tenevano, come ragion voleva, la parte del vero e legittimo papa Eugenio IV. Fin qui Giovanni Vitellesco da Corneto, patriarca d'Alessandria e cardinale, s'era acquistato credito di gran capitano di guerra presso gli uomini, ma non già presso a Dio, siccome uomo più di mondo che di Chiesa. Più saggi avea egli dato della sua smoderata ambizione, crudeltà e lussuria nel corso delle sue bravure, ed ultimamente avea ricuperata la rocca di Spoleti, con far prigione l'abbate di Monte Casino [Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.]. Da sì fatto uomo volle Dio liberare gli stati della Chiesa, e permise che papa Eugenio (non ben sappiamo se con veri o falsi fondamenti) prendesse gagliardo sospetto di lui, quasichè egli macchinasse d'impadronirsi delle città pontificie, e tenesse segreta intelligenza col duca di Milano e con Niccolò Piccinino, dicendosi che furono intercette alcune sue lettere scritte in cifra [Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 21.]. Andò dunque ordine del papa ad Antonio Redo, castellano di castello Sant'Angelo, di farlo prigione, per poscia formare il suo processo. Ma diversamente passò la faccenda, perchè, volendo esso cardinale nel dì 18 di marzo partirsi da Roma, nel passare in vicinanza del suddetto castello, allorchè vide chi volea fermarlo, si mise alla difesa, e guadagnate alcune mortali ferite, fu portato là entro [Bonincont., Annal., tom. 21 Rer. Ital.], dove nel dì 2 di aprile finì i suoi giorni o per veleno o in altra guisa, e vilmente venne dipoi seppellito. Ostia, Soriano, Cività Vecchia ed altri luoghi ch'egli teneva, tornarono senza gran fatica in potere del papa.
Pensava seriamente Filippo Maria duca di Milano a levarsi di dosso il suo gran flagello, cioè il conte Francesco Sforza; e perchè sapea che i Fiorentini si trovavano allora mal provveduti per la guerra, determinò di portarla colà, immaginandosi che essi richiamerebbono incontanente in Toscana il conte alla loro difesa [Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.]. Gli andarono per la maggior parte falliti i suoi disegni. Spedì egli adunque nel febbraio Niccolò Piccinino in Romagna con sei mila cavalli, che, giunto a Bologna nel dì 4 di marzo [Cronica di Bologna, tom. eod.], continuò poi il suo viaggio, e fece tal paura a Sigismondo Malatesta signor di Rimini, e agli altri suoi consorti, già stipendiati da' Veneziani, che presero accordo con lui. Impadronitosi poscia di Oriolo e di Modigliana, per la via di Maradi passò in Toscana, e penetrò nel Casentino, dove ebbe Romena e Bibbiena. Con tutta diligenza fecero i Fiorentini quella massa di gente d'armi che poterono, e soprattutto ebbero Micheletto Attendolo lor generale, e Pietro Giampaolo Orsino con altri condottieri d'armi. Ordinò anche il papa che marciassero in loro aiuto tre mila e cinquecento fanti di sua gente. Ma, per quanto i Fiorentini desiderassero e pregassero, non poterono impetrar da' Veneziani il conte Francesco Sforza, perchè troppo ne abbisognava quel senato per dar soccorso a Brescia. Andossene dipoi il Piccinino fino a Perugia sua patria con soli quattrocento cavalli, con pensiero di farsi signore di quella città. Avea, oltre a ciò, de' trattati in Cortona; ma si sciolsero in fumo tutti i suoi disegni. Ritornato perciò indietro, venne colla sua armata al già da lui occupato Borgo di Santo Sepolcro, mettendosi a fronte dell'esercito fiorentino, il quale s'era posto ad Anghiari [Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21. S. Antoninus, Poggius, Blondus, et alii.]. Poca stima faceva egli delle soldatesche nemiche, molta delle sue; e, venendo a battaglia, si tenea la vittoria in pugno. Volle farne la pruova nel dì 29 di giugno, festa solenne de' principi degli Apostoli, con attaccar la zuffa. Valorosamente si combattè da ambe le parti per quattro ore, e finalmente toccò al prode Piccinino d'andare in rotta, perchè i suoi vennero stanchi alla pugna, e si perderono anche a bottinare. Poco umano sangue vi si sparse; contuttociò gli scrittori fiorentini fanno ascendere a circa tre mila i cavalli presi, e si contarono fra i prigioni Astorre de' Manfredi, Sagramoro Visconte ed altri capitani del Piccinino. Di questa vittoria nondimeno poco seppero profittare i Fiorentini; il papa solo ricuperò in tal congiuntura Borgo Santo Sepolcro, ch'egli vendè poscia a' Fiorentini per bisogno di danaro. Andato intanto il Piccinino verso Perugia, sen venne poi pel paese d'Urbino alla volta della Lombardia, e però anche buona parte dell'armata Fiorentina calò di qua dall'Apennino in Romagna. Nel dì 15 di settembre tentò con breve assedio e con alcuni assalti la città di Forlì, nè potè averla. Prese bensì Bagnacavallo e Massa de' Lombardi, terre che per bisogno di pecunia il papa poco appresso vendè a Niccolò Estense marchese di Ferrara.
Non si stette colle mani alla cintola neppure la Lombardia. Per la somma carestia si trovava tuttavia in pericolo la città di Brescia, nè cessavano le premure ed istanze de' Veneziani per portarle soccorso [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.]. Perchè il passaggio del Mincio era guardato dal nemico marchese di Mantova, pativa molte difficoltà. Il solo lago di Garda parea piuttosto il varco per cui potesse passare un grosso convoglio di genti e di vettovaglie. A questo fine avea il senato veneto preparata una flotta di varie navi a Torbole, con far condurre colà per terra infin le galere: il che costò immense spese [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. In fatti nel dì 10 di aprile riuscì ad essa flotta di sconfiggere quella del duca di Milano, comandata da Taliano Furlano, e poscia di assediare e prendere Riva di Trento. Allora, senza badare a difficoltà, nel dì 3 di giugno [Cristoforo da Soldo, Istor., tom. 21 Rer. Italic.] passò il conte Francesco animosamente colle sue genti il Mincio, ricuperò Rivoltella, Lonato, Salò, Calcinato ed assaissimi altri luoghi. Più non militava con esso lui il Gattamelata da Narni, perchè, colpito da un accidente apopletico, diede poi fine alla sua vita nell'anno 1445 in Padova, dove tuttavia sulla piazza del Santo si mira la di lui statua equestre di bronzo alzatagli dalla repubblica veneta. Quanto più poi s'inoltrava l'armata veneta, tanto più si ritirava indietro la duchesca, siccome inferiore di forze, talchè le convenne ridursi al fiume Oglio. Ma anche lo Sforza comparve colà nel dì 14 di giugno [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.], e, venuto alle mani coll'esercito del duca tra gli Orci e Soncino, ne riportò vittoria con prendere tutto il carriaggio, e circa mille e cinquecento cavalli ducheschi. Buona parte d'essi era di Borso Estense figliuolo di Niccolò marchese di Este, il qual con mille cavalli era passato come venturiere al servigio del duca di Milano. Non solamente restò allora liberata Brescia da' nemici e dalla fame con ricco trasporto di biade, ma in poco tempo tornò alla divozione della veneta repubblica la maggior parte delle sue terre e castella colle altre perdute nel distretto di Bergamo: tutto per la valorosa condotta del conte Francesco Sforza. Nè queste furono le sole azioni sue. Si spinse egli più innanzi, e s'impadronì di Caravaggio e, in una parola, di tutta Geradadda, prima che terminasse il mese di giugno. Nei seguenti mesi continuò egli le sue conquiste sì in ricuperar le restanti terre perdute nel Bresciano e Veronese, che in prenderne altre sul Cremonese, e in togliere Peschiera ed altri luoghi al marchese di Mantova: tanto che, giunte le pioggie autunnali, ed accostandosi il verno, le soldatesche piene di bottino se l'andarono a goder ne' quartieri. In somma nuove occasioni al certo ebbe il duca di Milano di pentirsi di aver beffato ed abbandonato Francesco Sforza, che sarebbe stato, s'egli avesse voluto, il suo braccio diritto.
Neppure in quest'anno andò esente il regno di Napoli dalle dure pensioni della discordia, a cagion della guerra continuata fra i due re, cioè fra Alfonso re d'Aragona e Renato d'Angiò. Povero era Renato, e, mancandogli gente e pecunia [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], cioè i due maggiori requisiti a fare e sostenere la guerra, altra speranza non avea se non in Antonio Caldora duca di Bari. Ma questi a quanti messi gli mandava il re, affinchè cavalcasse in suo aiuto, adduceva per iscusa la mancanza del danaro, e il timore che in sua lontananza si ribellassero i popoli dell'Abbruzzo. Prese Renato allora l'ardita risoluzione di portarsi incognito in persona in quelle contrade, e l'eseguì con maraviglia d'ognuno. Raccolse in esso viaggio donativi, danaro e gente, e massimamente dagli Aquilani. Trovavasi egli nel dì 29 di giugno in faccia all'esercito aragonese, e mandò ad Alfonso la disfida della battaglia. La risposta dell'Aragonese fu, che, trovandosi egli padrone della maggior parte del regno, non si sentiva voglia di mettere a repentaglio tutta la sua fortuna in una giornata. Avrebbe nondimeno Renato assalito il campo nemico, e probabilmente con isperanza di vincerlo, perchè già si ritirava; ma l'infedele Caldora co' suoi ricusò di muoversi. Per questo esacerbato Renato il fece ritenere, e prese al suo soldo buona parte delle di lui milizie, lasciandolo poscia tornare in Abbruzzo con titolo di vicerè. Ma in vece di tornar colà il Caldora, cominciò a trattare accordo col re Alfonso. Dio punì la sua infedeltà, perchè in questo mentre Gian-Antonio Orsino principe di Taranto, già tornato alla divozione del re Alfonso, tenne trattato con Marino da Norcia governatore di Bari pel Caldora, ed entrò in possesso non solo di quella città, ma anche di Conversano e di tutte le altre terre dei Caldoreschi. Tornò poscia il re Alfonso colle sue genti all'assedio di Napoli, e però il re Renato, quantunque avesse ricuperato castello Sant'Ermo, tornò ad essere in disagio come prima, e ricorse a papa Eugenio per aiuto. Fin qui erano state rispettate le città e terre degli Sforzeschi in regno di Napoli, cioè quelle del conte Francesco e de' suoi fratelli. Il re Alfonso, secondo i Giornali di Napoli, le prese nell'anno presente, ancorchè fosse pace tra lui e il conte; e trovolle ricchissime per aver esse goduto finora e profittato della loro neutralità. Erano queste Benevento, Manfredonia, Bitonto ed altre non poche [Istor. Napolit., tom. 23 Rer. Ital.]: danno grave provenuto al conte Francesco per la sua lontananza, avendo egli perduto il proprio per sostenere l'altrui. Verisimilmente fu questo un sottomano del Visconte, che, per vendicarsi d'esso Sforza, segretamente attizzò contra di lui il re Alfonso. Il Simonetta [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.] differisce sino all'anno 1442 lo spoglio di tali città fatto al conte. In mano d'esso re venne anche la città d'Aversa col sua castello. Sigismondo Malatesta signore di Rimini [Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.], per interposizione di Niccolò marchese di Ferrara, si ritirò dall'amicizia del duca di Milano, e tornò a quella de' Veneziani: il che fu cagione [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] che anche Ravenna e i Polentani facessero lo stesso nel dì 14 d'agosto.