Per conto del regno di Napoli, appena coll'arrivo della primavera poterono uscire in campagna gli emuli principi, che tutti furono in armi. In quattro luoghi era nell'anno presente la guerra. Sigismondo Malatesta, acconciatosi con Giovanni duca d'Angiò, facea guerra al papa. Era questi tenuto in briglia da Lodovico Malvezzo e da Pier Paolo de' Nardini [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 5.]. Furono amendue assaliti nel dì 2 di luglio a Castello Leone dal Malatesta, e durò la zuffa ben cinque ore. Ebbero la peggio le truppe pontifizie, e vi morì il Nardini; il Malvezzo vi perdè tutto il credito, perchè non avea la gente che era obbligato a tenere, e Sigismondo rimase padrone del campo. Se non fuggiva Bartolomeo vescovo di Corneto, commissario del papa con quattro squadre di genti d'armi a Rocca Contrada, forse era differente il fine di quella battaglia. Misesi poi Sigismondo a' dì 19 di luglio in viaggio per passare in Abbruzzo ed unirsi col conte Jacopo Piccinino; ma, udito che il papa mandava Napolione Orsino con assai gente nella Marca, se ne tornò indietro alla difesa del proprio paese. Intanto non si può esprimere che sdegno ed odio concepisse il pontefice Pio contra d'esso Sigismondo; e però diede mano alle scomuniche, e sottopose all'interdetto tutte le di lui città e terre, e il fece dipignere qual traditore per gli Stati della Chiesa. Altra guerra fu nella Sabina, perchè s'erano ribellati i Savelli. Ma inviato ai loro danni Federigo conte d'Urbino colle milizie pontifizie, ridusse nel mese di luglio Jacopo Savello alla necessità di chiedere accordo, e l'ottenne. Guerreggiava nei medesimi tempi in Abbruzzo Jacopo Piccinino, ed avea messo il campo ad un castello. Accorsero in quelle parti Alessandro Sforza e Matteo da Capoa per dargli soccorso, e scontratisi per accidente in viaggio con Antonio Caldora, che colle sue genti andava ad unirsi al Piccinino gli diedero una rotta: lo che fu cagione, che esso Piccinino, levatosi da quell'assedio, cavalcasse verso il contado dell'Aquila. Ma tenendogli dietro Alessandro e Matteo, tanto fecero che il ridussero ad uscire d'Abbruzzo. Se n'andò egli a trovare il duca d'Angiò e il principe di Taranto, che allora si trovavano in Puglia. Poco mancò che non prendesse piede la discordia insorta fra il pontefice Pio e il re Ferdinando in questi tempi. La città di Terracina era allora sotto il dominio di Ferdinando. Fece rumore quel popolo, e Pio II mandò a prenderne il possesso. Acquistò ancora il conte d'Urbino molte terre nel regno di Napoli; e strano parve che le prendesse a nome del papa, il quale veramente le ritenne in suo potere. Fece il re Ferdinando molte doglianze per questi atti; ma sì grave era il bisogno che egli avea dell'assistenza papale nel lubrico suo stato, che gli convenne sagrificar questi piccioli interessi al maggiore. Infatti Pio II gl'inviò un possente soccorso di gente sotto il comando di Antonio suo nipote, figliuolo d'una sua sorella, adottato nella casa Piccolomini. E perciocchè esso Pio non volea essere da meno degli altri papi che aveano già cominciato, e seguitarono poi lungo tempo, a tenere per uno dei lor principali pensieri e desiderii quello d'ingrandire a dismisura i lor nipoti, dopo aver egli investito di varie terre della Chiesa questo suo nipote, procurò che anche il re Ferdinando il promovesse a gradi più alti [Istor. di Napoli, tom. 23 Rer. Ital.]. Ora, dopo avergli data esso re in moglie Maria sua figliuola bastarda, nel dì 27 di maggio il dichiarò ancora duca d'Amalfi e gran giustiziere del regno; e cavalcando per Napoli il tenne a' fianchi, con far portare davanti a lui un'insegna e un pennone. A lui parimente nell'anno 1465 donò la contea di Celano.

Coll'esercito suo uscì bensì Ferdinando in campagna, ma non avrebbe forse potuto resistere al duca d'Angiò e al principe di Taranto, che, colla giunta delle truppe del Piccinino, già erano superiori di forze, e il tennero anche come assediato in Barletta per alquanti giorni, se Alessandro Sforza non fosse anche egli arrivato colla sua gente a rinforzarlo. In oltre eccoti all'improvviso sbarcare a Trani, ed impadronirsi di quella città Giorgio Castriota appellato Scanderbech, potente signore in Albania, e celebre per le vittorie riportate contro ai Turchi, che con circa ottocento bravi cavalieri venne in aiuto del re Ferdinando. La venuta di questo principe, che lasciava la guerra contro il comune nemico, allora minacciante i suoi Stati, per correre a quella del regno di Napoli, diede occasione a molti di sparlare di papa Pio: quasi che tutti i suoi movimenti per incitare i cristiani a militare in Oriente, e per raccogliere tanta copia di danaro con decime ed indulgenze da tutta la cristianità, andassero poi a finire in una guerra contra dei Franzesi, per sostenere la corona sul capo a Ferdinando. Certamente l'autore della Cronica di Bologna [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] con poco vantaggio parla del danaro ammassato per far guerra ai Turchi, che fu poi dissipato in altro uso. Coi rinforzi suddetti il re Ferdinando campeggiò per qualche tempo; assediò Gesualdo, e, dopo non so quanti giorni, in faccia ai nemici se ne impadronì; e andato anche sotto Nola, non solamente l'ebbe a patti, ma condusse anche ai suoi servigii il conte Orso Orsino, che v'era di guarnigione, e con esso lui la sua gente ancora, con che terminò la campagna [Raynald., Annal. Eccles.]. Avea il papa scomunicato chiunque seguitava il partito angioino. Nè si dee tacere che il medesimo pontefice, oltre all'aver canonizzata in quest'anno santa Caterina da Siena, fece anche nel dicembre una promozione di cardinali, tutti persone di merito, fra i quali merita d'essere menzionato Jacopo Ammanati Lucchese, appellato il cardinal di Pavia, perchè vescovo di quella città, uomo di rara letteratura e di singolar prudenza, come ne fan fede le sue lettere stampate.


MCCCCLXII

Anno diCristo mcccclxii. Indizione X.
Pio II papa 5.
Federigo III imperadore 11.

S'era incominciato nell'anno precedente a scomporre la sanità di Francesco Sforza duca di Milano [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital.], e i più dubitavano che già si fosse formata l'idropisia, da cui non potesse guarire. Andò, come suol avvenire, tanto innanzi la fama di sua malattia, che sul principio di questo anno si spacciò come accaduta la sua morte, o almeno che fosse vicino a quell'ultimo passo. Corse questa diceria per tutta l'Europa, e a distruggerla vi volle ben molto. Fu essa cagione che i contadini del Piacentino, pretendendosi smoderatamente aggravati di taglie e d'imposte dal duca, e credendolo già morto, si sollevarono nel dì 25 di gennaio [Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Circa sette mila d'essi nel dì 29 entrarono nella città, e con esso loro si unì la plebe della medesima Piacenza. Era ivi governator dell'armi Corrado Fogliano, fratello uterino del duca, il quale addormentò e burlò quei forsennati, con sottoscrivere tutti quanti i capitoli ch'essi addimandarono, cosicchè li fece desistere dal ribellare la città contro del duca. Venute poi alcune squadre di genti d'armi a Piacenza, maggiormente fermarono l'empito d'essi villani. Tuttavia, continuando essi nel loro ammutinamento, nel dì 5 di maggio giunse Donato Milanese colle genti del duca, e, data loro battaglia, li disfece, colla morte e prigionia di moltissimi, de' quali furono impiccati i più colpevoli. Fu preso il conte Onofrio Anguissola, che s'era fatto lor capo, e condannato a perpetua carcere. Per questa rivoluzione gran gente si partì da quel territorio, che perciò rimase in cattivissimo stato. Anche il conte Tiberto Brandolino, che era stato mandato a Piacenza per que' rumori nel dì 2 di febbraio, chiamato poi a Milano, fu messo in dura prigione per ordine del duca, imputato d'aver tenuta mano coi contadini sollevati, e che essendo già in accordo col duca d'Angiò e con Jacopo Piccinino, fosse per fuggirsene alla lor parte. Era valentissimo condottier d'armi, ma dicono ancora che non avea pari nella crudeltà. Questi poi nel dì 12 di settembre per disperazione si tagliò nelle carceri la gola, seppure altri non l'aiutò a terminare la vita. Intanto il duca Francesco per la sua buona complessione si riebbe dalla temuta idropisia, in maniera nondimeno che non riacquistò più il solito buon colore del volto, nè la primiera agilità delle membra. Si applicò poi col vigore di prima a sostener gl'interessi del re Ferdinando, che si trovavano tuttavia in mala positura, per mancanza spezialmente di pecunia, quantunque sì il papa che il duca pagassero puntualmente le rate pattuite.

Sul principio della state del presente anno [Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 29, tom. 21 Rer. Ital.] il principe di Taranto e Jacopo Piccinino assediarono Giovenazzo, e colla artiglieria forzarono alla resa quella terra. Coll'uso della stessa forza conquistarono Trani e Barletta. Non poterono già vincere Ariano; e intanto s'impossessò il duca Giovanni di Manfredonia e de' luoghi circonvicini, per lo che le di lui genti continuarono le scorrerie e i saccheggi per la Puglia, finattantochè unitosi il re Ferdinando con Alessandro Sforza condottiere delle armi sforzesche, andò coll'esercito suo ad accamparsi un miglio lungi da Troia. Quivi ancora, stando a fronte le armate nemiche, nel dì 18 d'agosto si venne ad un general fatto d'armi. Dalle tredici ore sino alle diciannove durò l'aspro combattimento, e in fine, rovesciati, gli Angioini si diedero precipitosamente alla fuga. Per loro fu un gran sussidio la vicina città di Troia, dove i più si rifugiarono. Non si potè frenare la cupidigia dei vincitori soldati, che non si sbandassero e corressero a spogliare il campo e i tesori delle tende nemiche; lo che osservato dal Piccinino, che stava sulle mura di Troia, prese animo per uscir di nuovo contro i dispersi bottinatori, riuscendogli di ricuperar molti dei prigioni, e di uccidere o mettere in fuga assaissimi de' nemici. Più avrebbe fatto, se il re Ferdinando ed Alessandro, raunate alcune squadre di cavalleria, non l'avessero respinto entro la città. Tuttavia restò così indebolito per questa rotta l'esercito angioino, che Giovanni d'Angiò e il Piccinino nella seguente notte, lasciato un buon presidio in Troia, si ritirarono a Nocera, Manfredonia e Trani. Venne poscia in potere di Ferdinando Orsara; e la città di Troia per ripiego trovato si diede ad Ippolita, e non già ad Isotta, come ha il Gobellino [Gobel., Comment., lib. 10.], figliuola del duca di Milano, destinata moglie d'Alfonso figlio del re. Trovossi in essa abbondante massa di roba, lasciata dai fuggitivi nemici, e furono presi cinquecento cavalli. Foggia, San Severo, Ascoli ed altre terre tornarono all'ubbidienza del re. Maggiormente ancora si abbassò da lì innanzi lo stato del duca d'Angiò [Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]; imperocchè l'accorto re Ferdinando poco stette a spedir messi al vecchio principe di Taranto suo zio, cioè a Gian-Antonio Orsino, che con umili parole e proteste di non mai interrotto affetto il pregarono di pace, ben conoscendo il re, che se si staccava dal duca d'Angiò, questo potente signore, il qual solo co' suoi danari tenea in buona lena il contrario partito, non poteano durarla lungo tempo i suoi nemici. Tanto seppero dire quei messi, che si ridusse il principe nel dì 13 di settembre [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.] ad abbracciare dal canto suo la pace col papa, col re e col duca di Milano. Rapportati si veggono dal Gobellino gli articoli di quella capitolazione. Per essa quanto migliorò la fortuna e crebbe l'allegrezza del re Ferdinando, altrettanto rimasero sbigottiti il duca d'Angiò, Jacopo Piccinino e Sigismondo Malatesta.

Ed appunto il Malatesta ci chiama ad accennar ciò che gli avvenne nell'anno corrente. Aveva egli raunato un bel corpo d'armata con pensiero di trasferirsi in Abbruzzo per le continue istanze del duca d'Angiò e del Piccinino [Gobellin., Simonetta, et alii.]. Si mise anche in viaggio, ed era pervenuto nella Marca a Monte Olmo, quando due nuove il fecero tornare indietro. L'una fu che Federigo conte di Montefeltro e d'Urbino, Napolione Orsino e Matteo da Capoa, capitani del papa, venivano con assai gente ai danni de' suoi Stati. L'altra che da alcuni traditori gli si prometteva l'acquisto di Sinigaglia, qualora si fosse presentato colla sua armata sotto quella città. In fatti corse egli a Sinigaglia [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e cominciò a batterla colle artiglierie; e quantunque colà giugnesse anche l'esercito pontificio, ed assicurasse que' cittadini del soccorso, pure per maneggio de' congiurati non meno la città che la rocca si diedero a Sigismondo. Ma non volendo egli essere quivi assediato, nella notte precedente al dì 14 d'agosto ne uscì colle sue genti per ridursi a Mondolfo sulle sue terre. Non fu sì occulto il suo movimento, che nol sapessero i capitani papalini, i quali, messe in armi le lor soldatesche, sul far del giorno gli diedero addosso e lo sconfissero, inseguendolo fin sulle porte di Mondolfo, e facendo prigionieri circa mille e cinquecento cavalli, e fra gli altri Gian-Francesco Pico dalla Mirandola, che era ito ad unirsi ad esso Malatesta con ottocento cavalli. Si prevalsero di questa vittoria i capitani del pontefice, perchè non passò il mese di settembre che presero l'intero vicariato di Fano, ossia Mondavio, Mondaino, Santo Arcangelo, Verucchio, ed altre assaissime terre; in una parola quasi tutto il contado di Rimini. Se ne andò Sigismondo per mare in Abbruzzo a chiedere soccorso al duca Giovanni e a Jacopo Piccinino; ma ritrovò che essi abbisognavano anche più di lui di soccorso; e però, beffato della espettazione sua, se ne ritornò a provvedere il meglio che potè ai proprii bisogni. In Venezia diede fine in quest'anno al vivere suo il doge Pasquale de' Malipieri nel dì 5 di maggio [Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], e venne da lì a pochi giorni, cioè nel dì 12, in sua vece eletto doge Cristoforo Moro, che era procurator di San Marco. Tra Corneto e Cività Vecchia in quest'anno nelle montagne della Tolfa fu scoperta una miniera di allume di rocca, da cui venne da lì innanzi un gran profitto alla camera pontificia. Vaghi sempre in addietro i Genovesi di mutar governo, e sempre fra loro discordi [Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.], ebbero nell'anno presente delle novità. Lodovico da Campofregoso doge fu cacciato dal trono e dalla città, e nel dì 14 di maggio Paolo Fregoso, ambizioso arcivescovo di quella città, si fece proclamar doge; ma non giunse al fine d'esso mese, che fu detronizzato. Per la terza volta nel dì 8 di giugno tornò ad essere doge Lodovico Fregoso. A tutti questi movimenti stava attento Francesco Sforza duca di Milano, uomo di fina accortezza; e siccome egli amoreggiava da gran tempo quella ricca e potente città, cominciò di buon'ora a preparare i mezzi per ottenerne il fine. Il primo passo fu quello di non irritare Luigi XI re di Francia, che manteneva le sue pretensioni sopra Genova. Tanto maneggiò che ottenne da esso re la rinunzia di quelle ragioni in favor suo: nella qual occasione si esibì di far prendere in moglie a Galeazzo Maria suo primogenito una principessa di soddisfazione del re [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Venuto a notizia di Lodovico Gonzaga marchese di Mantova questo trattato, se ne chiamò molto offeso, perchè, essendo già seguiti gli sponsali fra una sua figliuola ed esso Galeazzo Maria, si trovava aspramente burlato dal duca. Da ciò venne ch'egli s'unì co' Veneziani, dai quali fu preso per lor generale di Terra ferma.


MCCCCLXIII