Anno diCristo mcclxxxiii. Indiz. XI.
Martino IV papa 3.
Ridolfo re de' Romani 11.

Non istette già colle mani alla cintola Pietro re d'Aragona, dacchè ebbe dato sesto alle cose della conquistata Sicilia, ma rivolse il pensiero anche alla vicina Calabria [Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.]. Già aveva egli nel dì 6 di novembre spedite quindici galee con alcune migliaia de' suoi bellicosi fanti catalani verso la Catona, dove era un presidio di due mila cavalli ed altrettanti fanti, postovi da Carlo principe di Salerno, primogenito del re Carlo, lasciato ivi dal padre per opporsi ai tentativi dei nemici. Nella notte del dì 6 di novembre i Catalani assalirono sì vigorosamente quella guarnigione, che parte ne uccisero, e il restante misero in fuga. Nel dì 11 seguente s'impadronirono ancora della Scalea, e vi fu posto un presidio di cinquecento Catalani, che cominciarono ad infestare i contorni di Reggio. Essendosi ritirato il principe Carlo nel piano di San Martino, per non restar troppo esposto agli attentati de' nemici, il popolo di Reggio si diede incontanente al re Pietro, il quale, nel dì 14 di febbraio, fece la sua solenne entrata in quella città. L'esempio di Reggio seco trasse anche la città di Gieraci. Avea il re Pietro già spedito ordine che la regina Costanza sua moglie co' figliuoli venissero in Sicilia. Vi arrivò essa nel dì 22 d'aprile; fu riconosciuta per legittima padrona della Sicilia; e l'infante don Giacomo suo secondogenito fu accettato per successore di quella corona, giacchè il re Pietro suo padre veniva obbligato da' suoi affari a tornarsene in Catalogna. Il motivo della sua partenza fu questo. Nell'anno precedente avea il re Carlo mandato a dire al re Pietro delle villane parole, trattandolo da traditore e fellone; e per mantenerglielo in buona forma, lo sfidò a combattere con lui a corpo a corpo. Più saporita nuova di questa non potea giugnere al re Pietro, che in coraggio e valore non cedeva punto al re Carlo, ma il superava di molto nell'accortezza. Si trovava egli con poca moneta; e se il re Carlo colle sue forze avesse continuata la guerra in Calabria e Sicilia, gran pericolo v'era di soccombere col tempo. Il meglio era di addormentarlo, di guadagnar tempo con accettare il proposto duello, e di farlo intanto uscire d'Italia [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 85.]. Diede dunque per risposta che manterrebbe in campo e in paese neutrale al re Carlo il suo legittimo diritto e possesso della Sicilia; e però fu concertato con solenne promessa e giuramento che da essi re e da novanta nove cavalieri eletti per cadauna delle parti si farebbe il combattimento in Bordeos di Guascogna, ottenutane prima licenza dal re d'Inghilterra, padrone allora di quella città. Chi restasse vincitore chetamente ancora sarebbe padrone della Sicilia, e chi mancasse alla promessa verrebbe dichiarato infame, e privato del titolo di re, con altre gravissime pene. Il dì primo di giugno fu destinato per questa insigne battaglia. Portato a papa Martino l'avviso di così strepitosa risoluzione, tanto è lungi che v'intervenisse l'approvazione sua, come scrive il Villani dopo il Malaspina [Giachetto Malaspina, cap. 217.], che anzi la detestò [Raynald., in Annal. Eccl.], e fece quanto potè per dissuadere il re Carlo, mostrandola contraria non meno alla politica che alla coscienza, ed intimando la scomunica contra chiunque passasse ad eseguirla. Non si fermò per questo il coraggioso re Carlo; scelti i suoi cavalieri tra Franzesi, Provenzali ed Italiani, che tutti fecero a gara per essere di quel numero, fu nel dì prefisso e Bordeos, passeggiò co' suoi armati il campo, ma finì la giornata, senza che si lasciasse vedere il re d'Aragona. Deluso in questa maniera il re Carlo, se ne tornò a Parigi, malcontento di non aver potuto combattere, e d'avere inutilmente perduto il tempo; ma contento per essere, secondo l'opinione sua, divenuto l'Aragonese spergiuro in faccia del mondo, e caduto nella infamia e nell'altre pene prescritte nella convenzione. Pubblicò pertanto un manifesto, dove esponeva le dislealtà e finzioni di Pietro, e le pene da lui incorse. Ma Pietro anche egli ne divolgò un altro in sua difesa. E qui non s'accordano gli scrittori. Vi ha chi tiene, non essere egli punto andato a Bordeos; ed altri ch'egli vi andò travestito, e segretamente si lasciò vedere al siniscalco del re d'Inghilterra, con protestare d'essere pronto a combattere, ma che non potea farlo, non trovandosi sicuro in quel luogo, dacchè Filippo re di Francia s'era postato con più di tre mila cavalieri una sola giornata lungi da Bordeos [Bartholom. de Neocastro, cap. 68, tom. 13 Rer. Ital.], e nella stessa città era concorsa troppa copia di Franzesi. Preso pertanto un attestato di sua comparsa dall'uffiziale del re inglese, rimontato a cavallo, frettolosamente se ne tornò in Aragona. Se ciò sia finzione o verità, nol so dire. Quand'anche sussistesse la segreta sua andata a Bordeos, giacchè scrive l'autore della Cronica di Reggio [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.] ch'egli fu veduto nel dì 30 di giugno in vicinanza di quella città; tuttavia non si sa ch'egli menasse seco i cavalieri che dovea condurre, e però sembra potersi conchiudere che questa scena fu fatta per deludere il re Carlo, e non già per decidere con un duello, cioè con poco cervello, la controversia della Sicilia da lui posseduta, quantunque anch'egli avesse già scelti i suoi cavalieri, per dare un bel colore all'inganno. Ho io rapportato altrove [Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX.] alcuni atti pubblici spettanti a questa tragedia, oppure illusione fatta al re Carlo dallo scaltro re d'Aragona, apparendo da essi che fra le condizioni v'era che il re d'Inghilterra dovesse essere presente al combattimento, ed è certo ch'egli non venne a Bordeos, nè mai consentì a dare il campo, nè ad assicurarlo: il che solo bastava ad iscusare e discolpare il re Pietro.

Qui nondimeno non terminò la faccenda. Il pontefice Martino prese di qui motivo per aggravar le censure contra del re Pietro, e passò a dichiararlo non solamente ingiusto usurpatore del regno della Sicilia, ma anche decaduto da quelli d'Aragona, Valenza e Catalogna [Raynald., in Annal. Ecclesiast.], con appresso conferirli a Carlo di Valois, secondo figliuolo del re Filippo di Francia, il quale doveva in avvenire riconoscerli in feudo, e prenderne l'investitura dal romano pontefice. Come fosse creduto giusto e lodevole questo papal decreto, lo lascierò io decidere ad altri. Ben so che i signori franzesi, i quali specialmente in questi ultimi tempi hanno impugnata l'autorità che si attribuiscono i sommi pontefici di deporre i re e di trasferire i regni, allora a man baciata riceverono questo regalo degli altrui Stati, loro fatto da papa Martino, e tentarono in vigor d'esso di occuparli, siccome vedremo. Abbiamo da Bartolommeo di Neocastro che furono in quest'anno spedite dal re Carlo verso Puglia venti galee di Provenzali. Dirizzò questa flotta le vele verso Malta, dove quel castello tuttavia si tenea fedele ad esso re, benchè assediato dai Siciliani, per dargli soccorso [Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 1, cap. 26, tom. 10 Rer. Ital.]. N'ebbe contezza il valente ammiraglio di Sicilia Ruggieri di Loria, e tutto allegro con dieciotto galee ben armate sciolse da Messina per andare a trovarlo. Arrivato al porto di Malta, attaccò la zuffa, e fu questa terribile di più ore; ma infine dieci d'esse galee provenzali furono prese dai Siciliani e condotte a Messina; l'altre dieci maltrattate se ne tornarono con indicibil fretta al loro paese. Miglior fortuna ebbero in Romagna l'armi del pontefice, che avea fatto venir grossa gente di Francia, ed unita colle milizie delle città guelfe di Romagna e di Lombardia. Capitano di questa possente armata fu creato [Annal. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] Guido conte di Montefeltro, già rimesso in grazia della Sede apostolica, con ordine di domare i Forlivesi, ricettatori ostinati degli usciti ghibellini. Ma, scorgendo quel popolo di non potere alla lunga sostenere il peso della guerra contra di tanti nemici, massimamente dappoichè il paese era sprovveduto di viveri, mandò ambasciatori al papa, ed altrettanto fece il conte Guido di Montefeltro, ad esibir la loro sommessione a quanto la santità sua avesse ordinato. Accettata L'offerta, furono cacciati da quella città tutti i Lambertazzi con gli altri Ghibellini, che andarono dispersi colle lor misere famiglie per l'Italia; e Guido da Montefeltro fu mandato a' confini, cioè in luogo disegnato dal papa. Venuto poscia a Forlì un legato pontificio, in gastigo della strage dianzi fatta de' Franzesi, fece demolir le mura, le torri ed ogni fortezza di quella città, e spianarne le fosse [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Anche Cesena, Forlimpopoli, Bertinoro, Meldola e le castella di Montefeltro vennero all'ubbidienza del papa, e quivi ancora fu fatto lo stesso scempio di mura e fortezze. Oltre a ciò, in tutti que' luoghi furono cavati dai sepolcri i morti nel tempo della guerra, e seppelliti come scomunicati fuori della città. Secondo Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 320.] e gli Annali Milanesi [Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.], in quest'anno Ottone Visconte si liberò da Guglielmo marchese di Monferrato, e per questo ho io differito a parlarne qui, benchè la Cronica di Parma metta il fatto nell'anno precedente. Anzi, dicendo il Fiamma, essere ciò succeduto nella festa di san Giovanni Evangelista, se l'anno milanese avea allora principio nel Natale del Signore, ancora, secondo lui, si dee riferir questo fatto all'antecedente anno, come appunto accuratamente notò anche il Corio [Corio, Istoria di Milano.]. Era il marchese Guglielmo principe di fina politica e destrezza, e di non minor ambizione provveduto. Mirava egli a farsi signore di tutta la Lombardia. E già gli era riuscito di farsi proclamare a poco a poco signor di Como, Alba, Crema, Novara, Alessandria, Vercelli [Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Non so ben dire se anche Pavia. Gli restava Milano; egli ne era già capitano, vi avea un gran partito, e andava disponendo le cose per abbattere la signoria dell'arcivescovo Ottone, e prender egli le redini, del governo. Ottone, che a lui non cedeva in avvedutezza, aspettato il tempo propizio che il marchese fosse ito per suoi affari a Vercelli, nel dì 27 di dicembre dell'anno precedente, montato a cavallo con tutti i suoi aderenti, prese il Broletto e il palazzo pubblico, e ne scacciò Giovanni dal Poggio podestà e vicario del marchese, mettendovi in suo luogo Jacopo da Sommariva Lodigiano. Fece appresso intendere al marchese che non osasse più di ritornare a Milano: dal che si accese una mortale nemicizia fra loro. Cercò immantenente Ottone di fortificarsi nel ricuperato pieno dominio di Milano coll'amicizia de' vicini, e però stabilì pace e lega coi Cremonesi, Piacentini e Bresciani. Fiera guerra continuò in quest'anno fra i Genovesi e Pisani per mare, avendo l'uno e l'altro popolo fatto un formidabil armamento di galee e d'altri legni. Presero i Genovesi e saccheggiarono l'isola della Pianosa, e sottomisero alcune navi de' Pisani, e gli altri parimente fecero quegl'insulti che poterono ai Genovesi. Minutamente si veggono descritti i lor fatti negli Annali di Genova [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]; tali nondimeno non sono che meritino d'esserne qui fatta particolar menzione. Succederono delle novità anche in Trivigi [Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], città al pari dell'altre divisa in due fazioni. Gherardo della nobil famiglia da Camino seppe far tanto, che ne scacciò fuori Gherardo de' Castelli capo della parte contraria, e prese la signoria di quella città. Tollerabile riuscì dipoi il suo governo, perchè era amatore della giustizia. Ebbe principio nel marzo di quest'anno la guerra dei Veneziani col patriarca d'Aquileia per le giurisdizioni dell'Istria, come s'ha dalle Vite di que' patriarchi, da me date alla luce [Vitae Pontific. Aquilejens., tom. 4 Anecdot. Latin.]. Durò questa quasi undici anni, e in fine fu costretto il patriarca ad accomodarsi, come potè, con chi era superiore di forze.


MCCLXXXIV

Anno diCristo mcclxxxiv. Indiz. XII.
Martino IV papa 4.
Ridolfo re de' Romani 12.

Gran preparamento di gente e di legni avea fatto Carlo, primogenito del re Carlo e principe di Salerno, per portare la guerra in Sicilia, quando venne la mala fortuna a visitarlo, e a dargli una ben disgustosa lezione delle umane vicende. Era già corsa sicura voce che il re Carlo suo padre veniva di Provenza con forte armata per unirla coll'altra di Puglia, e procedere poi contra de' Siciliani [Giachetto Malaspina, cap. 222. Ptolom. Lucens. et alii.]. Prima ch'egli venisse, il valente Ruggieri di Loria, ammiraglio del re d'Aragona, volle tentare, se gli veniva fatto, di tirare a battaglia il figliuolo. A questo fine con quarantacinque tra galee ed altri legni armati di Catalani e Siciliani uscì in corso sul principio di giugno, e cominciò ad infestare le coste del regno di Napoli. Nel lunedì, giorno quinto di esso mese (e non già nel dì 23, come ha il testo di Bartolommeo da Neocastro [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 76, tom. 13 Rer. Ital.]), fu a Castello di San Salvatore a Mare e a vista di Napoli, e le sue ciurme cominciarono con alte grida a villaneggiare il re Carlo, suo figliuolo, e tutti i Franzesi chiamandoli poltroni e conigli, che non'ardivano di venire a battaglia, e dileggiandoli in altre sconcie maniere. A queste ingiurie non potendo reggere il principe Carlo, badando più alla collera sua che ai consigli del cardinal legato, co' furiosi suoi Franzesi e coll'altre ubbidienti sue truppe disordinatamente si imbarcò nei preparati suoi legni, e tutti, come se andassero a nozze, fecero vela contra de' Siciliani. Scrive Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 92.] che il principe Carlo avea ordine preciso dal re Carlo suo padre di non venire a battaglia alcuna, e che aspettasse l'arrivo suo; ma egli, senza farne caso, si lasciò trasportare dall'empito suo giovanile, credendosi di far qualche prodezza. Diversamente Niccolò Speciale [Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Italic.] lasciò scritto: cioè che una barca spedita con questo ordine dal re Carlo cadde in mano di Ruggieri di Loria, nè arrivò a Napoli: il che forse avrebbe fermata la bizzarria del principe Carlo. Baldanzosamente procedeva l'armata franzese contro ai nemici; e Ruggieri gran maestro di guerra, fingendo paura, si andava ritirando in alto mare. Ma quando se la vide bella, animati prima i suoi, venne impetuosamente a ferire addosso alla contraria armata. Stettero poco a fuggire le galee di Soriento e di altri Pugliesi. Fecero quella resistenza che poterono i Franzesi; ma siccome gente allora non avvezza a battaglie di mare, poco potè operare contra dei Catalani e Siciliani, i quali, arditamente saltando nelle galee nemiche, dieci ne sottomisero. La mira principale dell'accorto Ruggieri di Loria era alla galea capitana, distinta dallo stendardo regale, dove stava il principe Carlo colla principal sua baronia, nè potendola prendere per la gagliarda opposizion di que' nobili, gridò ai suoi che la forassero in più luoghi. Entrava l'acqua a furia; e però il principe dimandò di rendersi a qualche cavaliere. S'affacciò tosto l'ammiraglio Ruggieri con darsi a conoscere chi egli era, e il raccolse nelle sue galee con Rinaldo Gagliardo ammiraglio di Provenza, e coi conti di Cerra, Brenna, Monopello, ed assaissimi altri nobili e copia grande d'altri prigionieri. Dopo la sconfitta accadde una piacevol avventura. In passando la vittoriosa flotta in vicinanza di Soriento [Giachetto Malaspina, Giovanni Villani.], quel popolo mandò a regalar di fichi e fiori e di ducento agostari (monete d'oro), l'ammiraglio siciliano. Entrati gli ambasciatori nella galea capitana, dove era preso il principe Carlo, veggendo lui riccamente armato e attorniato da baroni, e credendolo l'ammiraglio, inginocchiati a' suoi piedi, gli presentarono quel regalo, dicendo: Messer l'ammiraglio, goditi questo picciolo presente del comune di Soriento; e piacesse a Dio che come hai preso il figlio, avessi anche preso il padre. E sappi che noi fummo i primi a voltare. Il principe Carlo, contuttochè poca voglia n'avesse, pure non potè contenersi dal ridere, e disse all'ammiraglio: Per Dio, che costoro sono ben fedeli a monsignore il re. Si prevalse Ruggieri di Loria di questa congiuntura per cavar dalle carceri di Castello a Mare Beatrice figliuola del re Manfredi, e sorella della regina Costanza, con altri prigioni [Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.], avendola richiesta al principe, che la fece venire, e con essa e co' prigioni franzesi se ne tornò a Messina, dove con indicibil plauso fu accolto. Il principe Carlo fu rinserrato nel castello di Mattagriffone con buone guardie.

Veniva il re Carlo alla volta di Napoli con cinquantacinque galee e tre navi grosse, tutte cariche di nobiltà franzese, di gente, cavalli ed armi. S'era egli dianzi rattristato forte in Marsilia per la percossa data ai suoi sotto Malta. Quando fu nel mare di Pisa, oppure a Gaeta, due dì dopo il suddetto conflitto, intese l'altra disavventura del figliuolo, che gli passò il cuore, e dicono che gridò: Ah fosse egli morto, dacchè ha trasgredito il mio comandamento! Altri scrivono [Jordanus, in Chron.] che fece il disinvolto, e, chiamati i suoi baroni, disse loro che si rallegrassero seco, perchè s'era perduto un prete, atto solamente ad impedire il suo governo, mostrando così di nulla stimare il figlio. Raccontano altri [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], aver egli detto: Nulla perde chi perde un pazzo. A questa doglia s'aggiunse l'altra di avere scoperta la poca fede dei regnicoli e di Napoli stessa, dove in quest'ultima congiuntura alcuni, correndo per la terra, aveano gridato: Muoia il re Carlo, e viva Ruggieri di Loria. Aggiugne la Cronica di Reggio che si fecero di molte ruberie, e furono anche uccisi alcuni Franzesi, con durar due giorni quella commozion di plebei. Arrivato esso re Carlo a Napoli, non volle smontare al porto, ma furibondo sbarcò in altro sito con intendimento di mettere fuoco a tutta la città; ed avrebbe forse eseguilo il barbarico pensiero, se non era il cardinal Gherardo da Parma legato apostolico, il quale s'interpose, mostrandogli che il reato di pochi vili e pazzi non era da gastigare colla pena dell'innocente pubblico. Tuttavia ne fece ben impiccare da centocinquanta, e poi mosse alla volta di Brindisi, dove, fatta la massa di tutte le sue forze, si trovò avere dieci mila cavalli e quaranta mila fanti, con cento dieci galee, oltre a gran quantità di legni da trasporto. Con questa potente armata nel dì 7 di luglio passò in Calabria, e misesi per terra e per mare all'assedio di Reggio. Intanto due cardinali legati trattavano di liberare il principe Carlo. La lontananza del re Pietro, le cui risposte conveniva aspettare, e il saper egli tener in parole chiunque negoziava con lui, fecero perdere il tempo al re Carlo, senza tentar impresa più grande; e intanto la flotta fu sbattuta da una tempesta [Bartholomaeus de Neocastro, cap. 79, tom. 13 Rer. Ital.]; la stagione pericolosa per chi è in mare si accostò, e vennero meno i foraggi e le vettovaglie, di maniera che il re Carlo fu costretto a ritirarsi a Brindisi e a disarmare. Passò dipoi, ma pieno di rammarico e di tristi pensieri, a Napoli. Mentre era esso re in Calabria, avea il re Pietro spedito in soccorso della Sicilia quattordici galee, che arditamente in faccia dell'armata franzese entrarono nel porto di Messina. E partito appena fu il re Carlo, che Ruggieri di Loria s'impadronì di Nicotera, Cassano, Cotrone, Loria, Martorano, Squillace, Tropea, Neocastro ed altre terre in Calabria e Basilicata. In questo medesimo anno nel dì 12 di settembre arrivò il suddetto ammiraglio colla sua flotta all'isola delle Gerbe nel mare di Tunisi, abitata dai Maomettani, e la prese e spogliò, con asportarne gran copia di ricchezze e più di sei mila schiavi. Come potesse egli in tal tempo, cioè allorchè era minacciata sì da vicino la Sicilia, non si sa ben intendere. Fece egli quivi poscia fabbricare una fortezza, e vi mise un presidio di cristiani. Probabilmente è da riferire ad alcun altro anno sì fatta impresa. In questi tempi Ottone Visconte arcivescovo di Milano, essendosi inimicato Guglielmo marchese di Monferrato [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 321.], e ben prevedendo che i Torriani coll'aiuto di lui tenterebbono di risorgere, siccome infatti avvenne, spedì ambasciatori a Ridolfo re de' Romani, sì per distorlo di favorire essi Torriani, il che avea egli praticato in addietro, come ancora per ottenere il suo patrocinio. Ed appunto l'ottenne, con avergli Ridolfo mandate cento lancie tedesche e cinquanta balestrieri con balestre di corno. Maritò in quest'anno il suddetto marchese di Monferrato Jolanta o sia Violante, sua figliuola [Memorial. Potest. Regiens.], con Andronico Paleologo imperadore di Costantinopoli, e diedele in dote il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, da cui poco utile ricavava in questi tempi il marchese. Dal che apparisce che fin qui i marchesi di Monferrato doveano tuttavia ritenere qualche dominio in quelle contrade. Oltre di avere il greco Augusto pagate molte migliaia di bisanti al suocero suo, si obbligò ancora di mantener al di lui servigio in Lombardia cinquecento cavalieri alle sue spese, durante la vita del medesimo marchese. Fu poi cagione questo maritaggio, siccome vedremo, che il Monferrato pervenne ad un figliuolo d'essa imperatrice [Du-Cange, in Famil. Byzantin.], alla quale, secondo il loro costume, i Greci mutarono il proprio nome in quello di Irene. Ora il marchese Guglielmo col suddetto rinforzo di moneta cominciò nuove tele per l'ingrandimento suo. Ebbe maniera di entrare un dì per tradimento nella città di Tortona verso l'aurora; nella qual congiuntura molti cittadini furono uccisi, altri spogliati, altri carcerati. Uno de' rimasti prigionieri fu il vescovo Melchiore, il quale sempre si era opposto ai tentativi del marchese sopra quella città, sua patria. Fu egli inviato con guardie, acciocchè inducesse i castellani delle sue terre a rendersi al marchese: il che essi ricusarono di fare. Però, nel tornare a Tortona, i capitani del marchese con sacrilega barbarie ammazzarono l'infelice prelato. In quest'orrido misfatto protestò poi il marchese di non avere avuta parte alcuna; ma forse da pochi gli fu creduto.

Raimondo dalla Torre patriarca di Aquileia cogli altri Torriani liberi strinse lega nell'anno presente con esso marchese [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], dopo aver fatto un deposito di grossa somma d'oro da pagarsi al medesimo marchese, dacchè fossero eseguiti i patti. In vigore di questo accordo furono rilasciati dalle carceri di Monte Baradello dai Comaschi, ubbidienti tuttavia al marchese, Antonio, Arenchio e Mosca dalla Torre. Ne era dianzi fuggito Guido dalla Torre, che poi divenne signor di Milano. Ma quivi aveano miseramente terminati i lor giorni Napo ossia Napoleone, Carnevale e Lombardo, tutti dalla Torre. Cominciarono, oltre a ciò, i Comaschi dal canto loro guerra a Milano, e presero alcune castella nella riviera di Lecco. Ma avendo l'arcivescovo eletto per suo vicario generale nel temporale Matteo Visconte suo nipote, questi valorosamente ricuperò quelle terre, cominciando con questa impresa a farsi strada alla somma esaltazione, a cui egli e la sua famiglia dipoi arrivò. Benchè nella Cronica di Parma si legga che nell'anno 1282 si sconciò la buona armonia fra i cittadini di Modena, pure abbiamo dalla stessa che nell'anno presente ebbe principio questa diavoleria, che ridusse poi in cattivo stato essa città, e tornò in grave pregiudizio della parte guelfa di Lombardia. Ne parlano appunto a quest'anno anche gli Annali vecchi di Modena [Annales Veteres Mutinenes, tom. 11 Rer. Ital.] e la Cronica di Reggio [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. In occasione che da uno della nobil casa dei Guidotti fu ucciso un altro nobile della famiglia da Savignano, si formarono due fazioni. Il podestà fece mozzare il capo all'uccisore, e distruggere da' fondamenti due torri, con altre non poche condannagioni. Il popolo fremente atterrò molte altre case; e finalmente la parte de' Boschetti, co' quali andavano uniti i Rangoni e Guidoni, scacciò fuori della città la fazione de' Savignani e Grassoni, la quale, ritiratasi a Sassuolo, a Savignano e ad altre terre, si diede a far guerra ai Boschetti e alla città, distruggendo e bruciando. Fecero i Boschetti col popolo di Modena un buon esercito contra de' fuorusciti, e s'inviarono alla volta di Sassuolo. Manfredino dalla Rosa signor di quella terra cogli usciti venne ad incontrarli, e li sconfisse con istrage e prigionia di molte persone. Mandarono i Parmigiani dodici ambasciatori per trattar di pace; i Boschetti non vollero dar loro ascolto. Erano allora in lega Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Bologna, Ferrara e Brescia, tutte città di parte guelfa, e, loro dispiacendo la pazza discordia de' Modenesi, tutte spedirono a Reggio i loro ambasciatori, per tener quivi un parlamento, e trattare di levar questo scandalo. Chiamati v'intervennero i deputati delle due fazioni della città di Modena; tuttavia, per quanto si affaticassero i mediatori, le teste dure dei Boschetti e de' lor partigiani ricusarono ogni proposizion d'accordo, di maniera che fu risoluto di lasciarli in preda al loro capriccio, e che si rompessero pazzamente fra loro il capo, giacchè così loro piaceva. Il perchè i Modenesi dominanti mandarono in Toscana ad assoldare gran gente, e tornati in campagna, essendo al Montale nel dì 19 di settembre, vennero di nuovo alle mani coi fuorusciti, e di nuovo ancora furono rotti colla mortalità e prigionia di molti. Per compassione mandarono gli amici Parmigiani nuova ambasceria a Modena con varie esortazioni alla pace; ma neppur questa ebbe miglior esito della prima: tanto erano esacerbati e infelloniti gli animi de' nobili e popolari contra de' lor concittadini. Adoperossi ancora un cardinale legato, per introdurre trattato di aggiustamento, e fu rigettata del pari l'interposizione sua. Fecero di peggio inoltre i Modenesi. Per servigio de' Parmigiani veniva un convoglio di sale da Bologna, per essere impedita la via del Po. Quando fu nel territorio di Bazzano, che era allora del distretto di Modena, i Modenesi lo presero colle carra e trentadue paia di buoi, e condussero tutto alla città, e nulla vollero mai restituire, tuttochè si trattasse d'un popolo sì amico e fedele, qual era quello di Parma. Allora fu che i Bolognesi caritativamente proposero ai Parmigiani una lega, per espugnare concordemente Modena; ma il popolo di Parma, ricordevole dell'antica amicizia con quel di Modena, elesse piuttosto di sofferir con pazienza il danno, e di compatir le spropositate risoluzioni dei Modenesi, che di abbracciar le maligne insinuazioni degli antichi nemici di Modena. Nell'anno seguente poi si ravvidero i Modenesi, e soddisfecero al loro dovere.

Furono nondimeno bagattelle questa rispetto all'aspra guerra che nell'anno presente seguì tra i Genovesi e Pisani [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]. Accaniti l'un contra l'altro erano questi due popoli. L'interesse e l'ambizione non lasciavano lor posa, ardendo tutti di voglia di procurare l'uno la rovina dell'altro. L'anno appunto fu questo che decise la lor contesa. Vennero a dura battaglia le lor flotte nel dì 22 d'aprile, e andarono in rotta i Pisani con perdere otto galee, che furono condotte a Genova, e con restarne una sommersa. Per questa sciagura, in vece di avvilirsi, maggiormente s'impegnò il popolo pisano a sostener la gara, ed armate settantadue galee con altri legni, pieni di tutto il fiore della nobiltà e de' popolari e forensi, fastosamente uscì in mare con tal galloria, che sembrava il loro stuolo incamminato ad un sicuro trionfo [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 91.]. Colto il tempo che l'armata de' Genovesi era ita in Sardegna, diedero i Pisani il guasto alla riviera di Genova: si presentarono anche al porto di quella città con balestrare, ingiuriare e richiedere di battaglia i Genovesi; e, dopo queste bravure, se ne ritornarono gloriosi a casa. Ma giunte dalla Sardegna a Genova le galee, fece il popolo genovese un armamento di ottantotto galee e otto panfili, e con questa flotta andò in traccia della pisana, e, trovatala in vicinanza della Melora, attaccò un'orribil battaglia nel dì 6 d'agosto. Da gran tempo non s'era veduto in mare un conflitto sì ostinato e sanguinoso come fu questo. La vittoria in fine si dichiarò per li Genovesi, siccome superiori di forze, che ventinove galee dei nemici menarono a Genova, e sette ne affondarono. Grande fu la mortalità dalla una parte e dall'altra; maggiore nondimeno, anzi sommo il danno de' Pisani, perchè circa undici mila d'essi (chi dice meno, e forse dirà più vero, e chi dice anche più, per ingrandimento di fama) rimasti prigionieri, furono condotti nelle carceri di Genova, dove la maggior parte per gli stenti a poco a poco andò terminando i suoi giorni. E di qui nacque il proverbio: Chi vuol veder Pisa vada a Genova. Gli speculativi de' segreti del cielo osservarono che in quelle stesse vicinanze della Melora nell'anno 1241 aveano i Pisani sacrilegamente presi i prelati che andavano al concilio, e credettero che Dio avesse aspettato per quarantatrè anni a gastigare il loro misfatto. Quel che è certo, Pisa da lì innanzi, per sì grave perdita di gente, non men popolare che nobile, non potè più alzare il capo, e andò tanto declinando che arrivò a perdere la propria libertà, siccome s'andrà vedendo. Io non so come l'autore della Cronica Reggiana [Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], che scriveva di mano in mano le avventure di questi tempi, metta il suddetto memorando fatto d'armi sotto il dì 15 d'agosto. Una spaventosa innondazione del mare, smisuratamente gonfiato nel dì 22 di dicembre in quest'anno, recò un incredibll danno a Venezia e Chioggia, essendovi perite molte navi e persone ed una esorbitante copia di merci. Bernardo cardinale legato in Bologna attribuiva questa loro disgrazia all'essere stati scomunicati da lui i Veneziani, perchè non voleano dar soccorso al re Carlo contra di Pietro re d'Aragona. Sicchè, secondo i suoi conti, Dio dovea essersi visibilmente dichiarato in favore del re Carlo. Se ciò si possa credere, lo vedremo all'anno seguente.