S'erano rinforzati di molto gli Aretini col concorso di sì gran copia di Ghibellini non solo della Toscana, ma anche della Romagna, del ducato di Spoleti e della marca d'Ancona: il che dava molto da pensare ai Guelfi di Toscana. Perciò i Fiorentini, siccome caporioni della parte guelfa, determinarono di uscire in campagna contra di Arezzo [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 119.]; e messe insieme le lor forze, chiamate ancora le amistà di Lucca, Pistoia, Prato, Volterra e d'altre terre, con un'armata di due mila e secento cavalieri e di dodici mila pedoni fecero oste nel distretto d'Arezzo, con prendere le castella di Leona, Castiglione degli Ubertini, e quarant'altri luoghi. Posersi dipoi all'assedio di Laterina; e colà giunsero ancora i Sanesi con quattrocento cavalli e tre mila fanti. Si rendè Laterina; un gran guasto fu dato al paese, e nella festa di san Giovanni Batista, arrivato l'esercito fiorentino alle porte di Arezzo, quivi fece correre il pallio, come s'usa in Firenze quel dì, per far onta agli Aretini; e poi se ne tornarono a riposare a Firenze. Non vollero i Sanesi accompagnarsi con loro, ma baldanzosamente s'avviarono a casa per la loro via; ma i caporali aretini, sentendo ciò, misero in agguato trecento uomini d'armi e due mila pedoni al valico della Pieve al Toppo. Colà giunti i Sanesi sprovveduti e senza ordine, furono facilmente sconfitti, e vi restarono tra morti e prigioni più di trecento de' migliori cittadini di Siena e gentiluomini di Maremma [Chron. Senens., tom. 15 Rer. Ital.], fra' quali è da notare Ranuccio di Pepo Farnese, che era capitano di taglia della parte di Toscana. Questo avvenimento non poco aumentò la baldanza degli Aretini, e sbigottì non poco i Guelfi di Toscana.

Fecesi anche in Pisa gran novità. Avea il conte Ugolino de' Gherardeschi col mezzo di varie doppiezze ed iniquità occupato il dominio di quella città; s'era guadagnata l'amicizia de' Fiorentini e Lucchesi con rendere loro alcune castella del comune, e andava poi attraversando la pace co' Genovesi, desiderata da molti per riavere i lor prigioni. Trovavasi allora Pisa divisa in molte fazioni; quella dell'arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini era la più forte, ed egli appunto nudriva un odio intenso contra del conte, fra le altre cagioni, perchè gli avea bestialmente ucciso un nipote. Ordinò dunque il prelato una congiura, che ebbe il suo effetto nel dì 11 del mese di luglio [Caffari, Annal. Genuens., lib. 10.]; perchè, alzatosi a rumore il popolo con assai dei nobili, espugnò il palazzo, dove fece difesa, finchè potè, il conte Ugolino, ma in fine venne in mano degl'infuriati nemici. Fu egli cacciato nel fondo di una torre con due suoi piccioli figli e tre nipoti, figliuoli del figliuolo, e quivi chiuso, con essersi poi gittate le chiavi in Arno, per lasciarli morire ivi tutti di fame. Questa orrida scena si vede mirabilmente descritta da Dante nel suo Inferno; e quantunque alla malvagità del conte Ugolino stesse bene ogni gastigo, pure gran biasimo di crudeltà incorsero dappertutto i Pisani per la morte di quegl'innocenti fanciulli. Con ciò Pisa tornò a parte ghibellina, e ne furono cacciati tutti i parenti ed aderenti del conte, e con loro i Guelfi, capo de' quali essendo il giudice di Gallura Nino de' Visconti, questi, unito coi Lucchesi, occupò il castello d'Asciano, tre miglia vicino a Pisa. Abbiamo dagli Annali di Genova che in questo anno i comuni di Genova, Milano, Pavia, Cremona, Piacenza e Brescia fecero una lega contra di Guglielmo marchese di Monferrato. La Cronica d'Asti [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.] ci assicura che gli Astigiani entrarono anche essi in questa alleanza. Crescendo ogni dì più le animosità e gli odii fra i cittadini di Modena e di Reggio [Memoriale Potest. Regiens.] e i loro fuorusciti, i Reggiani, assistiti da cento cavalieri di Modena, si portarono all'assedio di Monte Calvoli; ma dopo due giorni nel dì 15 di giugno furono assaliti con tal bravura dagli usciti di Reggio, ragunati prima a Mozzadella, che della lor brigata moltissimi vi perirono, e molti più de' migliori cittadini di Reggio vi rimasero prigioni: il resto si salvò col favor delle gambe. Questa ed altre perdite fatte dal popolo di Reggio, e il veder massimamente assistiti i loro usciti dai signori di Mantova e di Verona, gli indusse a cercar la pace. Fatto dunque compromesso nel comune di Parma, seguì nell'ottobre l'accordo, ma ne restarono esclusi quei da Sesso e gli altri Ghibellini. Matteo da Correggio fu allora creato podestà di Reggio [Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Italic.]. Nel dì 28 dello stesso ottobre, i signori di Savignano cogli altri sbanditi di Modena, e con cinquecento cavalli, entrarono in Savignano, e si diedero a rifabbricarlo e fortificarlo in fretta. Accorse ben presto colà il popolo di Modena; ma, conosciuta l'impossibilità di scacciarli, dopo aver alzata una specie di fortezza in vicinanza di quel luogo, se ne tornarono a casa.

E allora fu che i Modenesi, oramai scorgendo la pazzia, e gli immensi danni e le continue inquietudini prodotte dalla discordia e fazioni, presero il sano consiglio di ottener la quiete, con darsi ad Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara. Però nel dì 15 di dicembre [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] spedirono il loro vescovo, cioè Filippo dei Boschetti, Lanfranco de' Rangoni, Guido de' Guidoni con altri ambasciatori a Ferrara, dove presentarono al marchese le chiavi della città, e la elezione di lui fatta in signore perpetuo di Modena. Mandò egli il conte Anello suo cognato con cento cinquanta cavalieri a prenderne il possesso, con promessa di venir egli in persona fra pochi giorni. In questi tempi Armanno de' Monaldeschi da Orvieto fu mandato da papa Niccolò IV per conte della Romagna [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], e nel dì 7 di maggio entrò nel governo di quella provincia, e tenne un parlamento generale nella città di Forlì. Fu cacciato nello stesso mese fuor di Rimini Malatesta da Verucchio, che andò tosto a trovar esso conte. Ma da li a qualche tempo, avendo Giovanni soprannominato Zotto, cioè Zoppo, figliuolo del medesimo Malatesta, occupato il Poggio di Monte Sant'Arcangelo del distretto di Rimini, corsero ad assediarlo i Riminesi: laonde il conte Armanno fece proclamare un general esercito di tutta la Romagna, e andò a quel castello, per quanto pare, in aiuto del Malatesta. Anche Malatestino, altro figliuolo del suddetto Malatesta, s'impadronì del castello di Monte Scutolo, che fu poi assediato e ricuperato dai Riminesi [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], non ostante che il conte Armanno minacciasse di soccorrerlo, con restarvi prigione esso Malatestino e tutti i suoi.


MCCLXXXIX

Anno diCristo mcclxxxix. Indiz. II.
Niccolò IV papa 2.
Ridolfo re de' Romani 17.

Fu accolto con dimostrazioni grandi d'onore e d'amore Carlo II re di Napoli, appellato Zoppo, oppure Sciancato (perchè difettoso in un'anca o gamba), già liberato dalle carceri di Catalogna, da Filippo il Bello, re di Francia, e dagli altri principi della casa reale. Ma quando si venne a far premura perchè Carlo di Valois, fratello d'esso Filippo, rinunziasse al privilegio dell'Aragona, a lui conceduto dal papa, non si trovò mai conclusione alcuna. Carlo di Valois, che non possedeva Stati, mirava quel boccone, benchè difficile a prendersi, con troppa avidità. Però il re Carlo, perduta la speranza di ottener lo intento, sen venne in Italia. Nel dì 2 di maggio arrivò a Firenze [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.]. Onor grande e grandi regali gli furono fatti dai Fiorentini. Passò dipoi a Rieti, dove era la corte pontificia, e dal pontefice Niccolò IV e da' suoi cardinali onorevolmente ricevuto; poi nella festa della Pentecoste, cioè nel dì 29 di maggio, e non già in Roma, come scrive Giovanni Villani, ma nella stessa città di Rieti, come ha l'autore della Cronica di Reggio [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.], che vi era presente, fu solennemente coronato colla regina Maria sua moglie dal papa in re della Sicilia, Puglia e Gerusalemme, ed investito di quanto avea posseduto il re Carlo I suo padre, per cui anch'egli fece l'omaggio e il dovuto giuramento alla Chiesa romana [Raynaldus, in Annal. Eccles.]. In suo favore ancora cassò il pontefice tutti i patti e le convenzioni da lui fatte con Alfonso re di Aragona, per uscire di carcere: con cattivo esempio ai posteri di non fidarsi più di simili atti; al che poi non badò Carlo V imperadore nella liberazione di Francesco I re di Francia. Dopo di che, ben regalato dal papa esso Carlo II si trasferì a Napoli, dove fu con indicibil festa accolto, perchè principe di buon cuore, clemente e liberale, e non erede del genio rigido e superbo del padre. Da lì innanzi egli attese a riformar gli abusi, e a ben regolare il nuovo suo governo, e insieme a difendersi da Giacomo re di Sicilia, il quale, veggendosi escluso dalla capitolazione fatta dal re Alfonso suo fratello, cominciò a far guerra al re Carlo. Venuto dunque a Reggio in Calabria, nel dì 15 di maggio, colla sua armata navale, comandata da Ruggieri di Loria, prese varie terre di quella provincia; ma, accorso il conte d'Artois colle sue genti, mise freno alle conquiste de' Siciliani ed Aragonesi, minutamente descritte da Bartolommeo da Neocastro [Bartholom. de Neocastro, cap. 112, tom. 13 Rer. Ital.]. Scrive Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 133.] che esso conte assediò Catanzaro, e sconfisse il soccorso inviato da Ruggieri di Loria, con far prigioni ducento cavalieri Catalani. Imbarcatosi di nuovo il re Giacomo, visitò la Scalea, il castello dell'Abbate, e le isole di Capri, Procida ed Ischia, che ubbidivano alla sua corona; e perciocchè da alcuni della città di Gaeta gli era stata data speranza che, s'egli fosse venuto, gli avrebbono aperte le porte, fece vela colà, e andò ad accamparsi sotto la città [Nicol. Specialis, lib. 2, cap. 13, tom. 10 Rer. Ital.]. Ma, o s'erano cangiati gli animi de' Gaetani, oppure mancò lor la maniera di compiere quanto aveano promesso. Ostinossi allora il re Giacomo a voler colla forza ciò che non potea conseguir per amore; e vigorosamente assediò e cominciò a tormentar la città, dove trovò una gagliarda difesa fatta dal conte d'Avellino e da que' cittadini. Peggio gli avvenne fra pochi giorni; perciocchè il re Carlo e il conte d'Artois con immenso esercito raccolto dalla Puglia e dagli Stati della Chiesa, e coi Saraceni di Nocera, venne ad assediare lo stesso assediator di Gaeta. Erano crocesignati tutti i combattenti cristiani di quell'esercito, e guadagnavano di grandi indulgenze; giacchè, siccome abbiam più volte accennato, secondo la condizion delle cose umane, molte delle quali nate con lodevoli principii, vanno col tempo degenerando, un pezzo era che le crociate, istituite contro i nemici del nome cristiano, facilmente si bandivano contra degli stessi cristiani e cattolici, e per interessi temporali; e a questo bel mestiere concorrevano fin le donne, per acquistarsi del merito in paradiso. Stettero un pezzo le due armate a vista, senza che potessero i Siciliani espugnar quella città, ed il re Carlo forzare a battaglia i Siciliani per cagion della situazione e de' buoni trincieramenti, e tanto più perchè non avea flotta in mare. A lungo andar nondimeno pareva che sarebbe restato al di sotto il re Giacomo, se il re d'Inghilterra e il re di Aragona, intesa questa pericolosa briga, non avessero spedito in tutta fretta i lor messi al papa, pregandolo d'interporsi unitamente con loro per un accordo. Inviò il pontefice con essi un cardinale legato, e tutti poi così felicemente maneggiarono l'affare, che si conchiuse fra i due re litiganti una tregua di due anni, esclusa nondimeno la Calabria. Fu il primo a ritirarsi il re Carlo; da lì a due giorni s'imbarcò parimente il re Giacomo, e nel dì 30 d'agosto arrivò a Messina. Tanto dispiacque al conte d'Artois e agli altri baroni franzesi la tregua suddetta, che, dopo aver biasimato forte il re Carlo, se ne tornarono sdegnati in Francia. Il Rinaldi negli Annali Ecclesiastici mette questo fatto sotto l'anno seguente ma, a mio credere, non battono bene i suoi conti.

Fecero i Fiorentini nel presente anno risonar la fama della lor bravura e fortuna per un gran fatto d'armi fra loro e gli Aretini ed altri Ghibellini. Erano essi Fiorentini [Giovanni Villani, lib. 7, cap. 130. Ptolom. Lucens., Annales brev., tom. 11 Rer. Ital.] usciti in campagna con un potente esercito, accresciuto dalle taglie dell'altre città guelfe di Toscana, per dare il guasto al territorio d'Arezzo [Dino Compagni, Chron., tom. 9 Rer. Ital.]. Vennero a Bibiena, per fermar questo torrente, gli Aretini con ottocento cavalli e otto mila pedoni; e tuttochè la armata nemica fosse più del doppio superiore alla loro, pure dispregiandola, perchè dal loro canto aveano migliori capitani di guerra, vollero venire ad una giornata campale nel dì 11 di giugno, festa di san Barnaba. Se n'ebbero a pentire, perchè andarono sconfitti, lasciando estinte sul campo circa mille settecento persone, e prigioni più di mille de' lor combattenti. Fra i morti si contò il vescovo d'Arezzo Guglielmo degli Ubertini, fatto venire alla battaglia dagli Aretini stessi, per sospetto di un trattato ch'egli segretamente menava co' Fiorentini in danno del comune d'Arezzo. Morivvi ancora Buonconte figliuolo del conte Guido da Montefeltro con altri riguardevoli personaggi. Presero poscia i Fiorentini Bibiena ed altre terre; e, posto l'assedio ad Arezzo, vi manganarono dentro asini colla mitra in capo, per rimproverar loro la morte del loro vescovo. Ma infine, avendo gli Aretini messo il fuoco alle torri di legname ed altre macchine da guerra dei Fiorentini, presero questi la risoluzione di tornarsene a casa nel dì 23 di luglio, dopo aver disfatto quasi tutto il distretto d'Arezzo. Ancorchè i Pavesi fossero in lega coi Milanesi ed altre città contra di Bonifazio marchese di Monferrato [Chron. Astense, tom. 11 Rer. Italic. Gualvaneus Flamma, Manipol. Flor., cap. 328. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], pure seppe far tanto l'accorto marchese, che tirò segretamente nel suo partito molti di que' nobili. Fatto dipoi un esercito generale contra di Pavia, prese una terra grossa chiamata Rosaiano. Allora uscì contra di lui tutta la milizia di Pavia; ma o fosse perchè trovassero assai pericoloso il venire a battaglia, oppure che prendessero i congiurati il tempo propizio; un certo Capellino Zembaldo, alzata sopra una lancia una bandiera, ch'egli avea preparata, cominciò a gridare: Qua venga chi vuol pace. L'unione fu grande; il marchese entrò con essi in Pavia, e nel dì seguente fu creato capitano della città per dieci anni avvenire. Tutto ciò s'ha da Guglielmo Ventura nella Cronica d'Asti, il quale aggiugne che, essendosi fatto tutto questo maneggio senza saputa, anzi ad onta di Manfredino da Beccheria, uno de' più potenti di quella città, indispettito egli, per confondere gli emuli suoi, volle in un altro consiglio che il marchese fosse capitano e signore assoluto, sua vita natural durante. Ma finì presto l'allegrezza di queste nozze. Poco stettero i Pavesi a pentirsi dello strafalcione da loro commesso, non sapendo accomodare la lor testa sotto un padrone sì fatto; e però chiamarono segretamente i Milanesi, i quali entrarono nella stessa Pavia per lo spazio di due balestrate; ma, accorse le milizie del marchese co' suoi aderenti, li fecero retrocedere, e tornarsene con le pive nel sacco a casa. Manfredi da Beccheria, perchè a cagion di questo fatto insorsero dei sospetti contra di lui, uscì della città con alquanti suoi fidati, e si ridusse e Castello Acuto, che era suo, e quivi si fortificò. Fu egli per questo sbandito, ed atterrato il suo palagio. Venne anche il marchese ad assediarlo in quel castello, e vi fabbricò in vicinanza un bastia. Ma i Milanesi, Cremonesi, Piacentini e Bresciani, in un parlamento tenuto in Cremona, impresero la difesa del Beccheria, siccome popoli, ai quali dava troppo da pensare e da temere il soverchio ingrandimento del marchese, signore allora anche di Vercelli, Alessandria e Tortona. Infatti i Piacentini con tutte le lor forze iti a Monte Acuto, misero in rotta i Pavesi, e liberarono quel luogo. Racconta il Corio [Corio, Istor. di Milano.] molte altre particolarità spettanti a questa mutazion di Pavia, ed ai movimenti de' Milanesi contra del suddetto marchese.

Nuove scene di discordia nell'anno presente si videro in Reggio [Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]. Nel dì 7 di agosto il popolo si levò a rumore contra de' nobili e potenti, e, presine assaissimi, li mise nelle carceri. Corsero colà i Parmigiani colla lor cavalleria, e, fattasi dare la signoria della città, condussero a Parma tutti que' prigioni. Poscia, chiamati alla lor città i podestà e gli ambasciatori di Bologna e Cremona, nel dì primo di ottobre conchiusero pace fra i nobili ed il popolo di Reggio, e in confermazione d'essa rilasciarono il dì seguente i carcerati. Ma questa fu una pace canina [Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Nel dì 17 di novembre vennero di nuovo all'armi i Reggiani, e le due fazioni di Sopra e di Sotto fecero lungo combattimento fra loro, finchè verso la mezza notte, prevalendo la Soprana, spinse fuori della città la Sottana, la quale si ridusse a Castellarano e Rubiera. Seguirono nella prima, e più nella seconda molti ammazzamenti e incendii, e dirupamenti di case, e furono involti in questa disavventura anche i palazzi del pubblico e del vescovo. Qual riparo si trovasse a così bestiali e perniciose divisioni lo vedremo all'anno seguente. Mentre Obizzo marchese d'Este e signor di Ferrara [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] si andava disponendo per venire alla nuovamente acquistata città di Modena, un giorno, nel levarsi da tavola, se gli avventò Lamberto figliuolo di Niccolò dei Bacilieri, nobile bolognese, per ucciderlo, e il ferì nel volto. Corsero i cortigiani presenti, e gl'impedirono il far di peggio; corse Azzo figliuolo del marchese, che teneva corte a parte, pranzando in una sala vicina, ed erano per uccidere l'assassino, se il marchese non avesse gridato di no, per intendere prima i motori e complici del misfatto. Posto costui nei tormenti, si trovò che era un forsennato, e strascinato dipoi per la città, lasciò la vita sulle forche. Ciò non ostante, nel mese di gennaio venne il marchese Obizzo a Modena, accolto con festa immensa dal popolo, che solennemente il dichiarò e confermò suo signore perpetuo insieme co' suoi discendenti. Ed egli poi con amore paterno ridusse in città tutti i fuorusciti: con che, cessate tutte le gare e gli odii civili, cominciò una volta questo popolo a godere la sospirata tranquillità e pace. Essendo già rimasto vedovo il suddetto marchese Obizzo per la morte di Jacopina dal Fiesco nell'anno 1287, prese egli per moglie nel presente Costanza, figliuola di Alberto dalla Scala signore di Verona, che nel mese di luglio fu condotta a Ferrara, e si celebrarono le nozze con gran festa e solennità. Seguitando la guerra fra la repubblica veneta [Continuator Dandoli, tom. 12 Rer. Italic. Annales Estenses, tom. 15 Rer. Ital.] e Raimondo dalla Torre patriarca di Aquileia, andarono i Veneziani all'assedio di Trieste. Ma, all'avviso ch'esso patriarca e il conte di Gorizia venivano con sei mila cavalli e trenta mila fanti per soccorrere la città, i Veneziani, senza voler aspettar questa visita, a gara si misero in fuga, lasciando indietro padiglioni, macchine ed equipaggio; e molti ancora vi restarono per la pressa morti. Usciti poscia i Triestini colle lor navi, vennero fino a Caproli e a Malamocco, e v'incendiarono que' luoghi. Per la morte di Giovanni Dandolo doge di Venezia, accaduta nell'anno presente, fu nei dì 25 di novembre eletto per suo successore in quella dignità Pietro Gradenigo, che era in questi tempi podestà di Capo di Istria, e fu mandato a prendere con cinque galee e un vascello ben armato.