Seguitò ancora in quest'anno la discordia fra i cardinali, di modo che neppur fu dato un successore alla cattedra di san Pietro. In Germania continuò la guerra fra Lodovico il Bavaro e Federigo Austriaco, re eletti. Leopoldo, fratello di Federigo, fece di molte prodezze, ma restò più che mai imbrogliato e diviso il regno. In Italia prosperamente camminarono gli affari dei Ghibellini. Avea Uguccione dalla Faggiuola [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 70. Storie Pistolesi. Cortus, Hist. Albertinus Mussat., et alii.], signor di Pisa e Lucca, assediato con gran vigore la forte terra di Montecatino, e tentata ancora, ma indarno, la presa di Pistoia. Risoluto di voler la terra suddetta, ne continuò ostinatamente l'assedio. Stavano per questo in gran pena i Fiorentini. Già era venuto nell'anno precedente in loro aiuto Pietro, fratello del re Roberto; ma il re, intendendo come cresceva sempre più l'ardire e la forza d'Uguccione e de' Pisani, e degli altri Ghibellini di Toscana, ad istanza di essi Fiorentini, benchè contro il suo volere, vi mandò Filippo principe di Taranto altro suo fratello. Questi, conducendo seco cinquecento uomini d'armi e il principe Carlo suo figliuolo, arrivò a Firenze nel dì 11 di luglio dell'anno presente. Aveano intanto i Fiorentini preparata una bella armata coll'aiuto dei Bolognesi, Sanesi, Perugini e d'altri Guelfi di Toscana e Romagna, il cui numero fu detto ascendere (se pur si può credere) a circa sessanta mila persone; ed, unito che fu con loro il rinforzo del suddetto principe di Taranto, uscirono in campagna per isnidar Uguccione da Montecatino nel dì 6 d'agosto, e vennero in Val di Nievole. Benchè di gran lunga inferior di forze, pure assai forte era Uguccione, trovandosi con lui i Pisani, Lucchesi, e gran copia di Ghibellini toscani, ed alcune schiere inviategli da Matteo Visconte. Suppliva il suo senno a quel che gli mancava d'armati. Più dì stettero a vista i due eserciti, e finalmente Uguccione, perchè gli veniva tolta la vettovaglia mandata da Lucca, fu forzato a levare il campo; ma con tal maestria lo levò, che, prevedendo battaglia coi nemici, si trovò in statodi ben riceverla [Johan. de Bazano, Chron. Mutinens., tom. 15 Rer. Ital.]. Vennero infatti le due armate alle mani nel dì 29 di agosto, festa della Decollazione di san Giovanni Batista; il combattimento fu duro e sanguinoso, e la vittoria infine si dichiarò in favor d'Uguccione [Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.]: vittoria delle più memorabili di questi tempi, per la quantità degli uccisi e per l'incredibil bottino. Vi restò morto Carlo figliuolo del principe Filippo e Pietro fratello del re Roberto restò sommerso in una palude fuggendo, senza che il suo corpo mai si trovasse. Molti altri baroni e contestabili vi lasciarono la vita, oltre a più di due mila soldati uccisi ed altri assai annegati, e più di due mille e cinquecento prigioni, fra' quali cento quattordici delle migliori case di Firenze, e moltissimi delle altre città, annoverati dall'autore della Cronica di Siena. Perdè anche Uguccione in questa giornata Francesco suo figliuolo, ma senza punto scomporsi all'avviso di sua morte. Se gli arrendè poi Montecatino, ed egli mise per signore in Lucca Neri, altro suo figliuolo. Per sì grave disgrazia non si avvilirono punto i Fiorentini; e tanto più fecero coraggio, perchè il re Roberto, sempre più impegnandosi a sostenerli, inviò tosto in loro aiuto il conte d'Andria e di Monte Scaglioso, appellato il conte Novello, con dugento cavalieri. Maggiormente ancora risorse la loro fortuna nell'anno seguente, per quel che diremo.
Non ebbero minor felicità in Lombardia l'armi di Matteo Visconte, capo del ghibellinismo. Volle egli fondare, oppur rifabbricare, dove la Scrivia mette capo nel Po, un castello, a cui diede il nome di Ghibellino, per frenar le scorrerie dei Pavesi contra de' Tortonesi suoi sudditi [Gualvan. Flamma., cap. 354. Bonincontr Morigia, cap. 19, tom. 12 Rer. Italic. Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 10, tom. 8 Rer. Ital.]. Ugo del Balzo, vicario del re Roberto in Piemonte, coi Pavesi, Vercellesi, Alessandrini ed Astigiani, e coi Torriani, per terra e per acqua nel dì 4 di luglio andò a frastornar quel lavoro; ma dalle milizie del Visconte fu rotto. Vi fu ucciso Zonfredo dalla Torre, fratello di Pagano vescovo di Padova. Edoardo dalla Torre con ottanta altri nobili di parte guelfa rimase prigione. Guglielmo Ventura [Ventura, Chron. Astense, cap. 79, tom. 11 Rer. Ital. Bonincontr. Morigia. Albertinus Mussatus, et alii.] scrive che fra i prigionieri si contarono il genero e il nipote di Ugo del Balzo, e più di mille Alessandrini e Valentini. Inoltre nel dì 6 venendo il dì 7 di ottobre, Stefano figliuolo di Matteo Visconte furtivamente circa l'aurora entrò in Pavia, e s'impadronì di quella città. Accorse Ricciardino ossia Riccardino, figliuolo dell'imprigionato Filippone conte di Langusco, per opporsi; ma nella mischia restò ucciso. Con che Matteo restò padrone di sì importante città, con liberar tutti i prigioni, fra' quali Manfredi da Beccaria, e rimettere in città tutti i fuorusciti. Furono in tal congiuntura presi Amorato e Guidotto figliuoli del fu Guido dalla Torre, e commesse di gravi ruberie ed iniquità, ma colla morte di pochi. Così Pavia, con esserne scacciati i Guelfi, tornò ad essere ghibellina; e Matteo Visconte vi fece fabbricare una fortezza per maggiormente assicurarsi di quel popolo. Era in que' tempi il Visconte signor di Milano, Pavia, Piacenza, Como e Bergamo. Provveduto di molti bellicosi figliuoli, al governo di cadauna teneva egli un di essi: il che gliene assodava l'acquisto. Non passò l'anno che anche il popolo di Alessandria [Chron. Astense, cap. 81, tom. 11 Rer. Ital.], per opera di Tommaso del Pozzo, si ribellò al re Roberto, e si diede al medesimo Visconte. Ciò fu nel mese di dicembre. Anche Tortona era stata molto prima presa con armata mano da Marco Visconte figliuolo d'esso Matteo. Bonincontro Morigia racconta [Bonincontrus Morigia, Chron., cap. 19, tom. 12 Rer. Ital.], essere avvenuto quell'acquisto nel dì primo di dicembre, giorno di domenica: il che indica l'anno precedente. Fecero in quest'anno guerra viva a Cremona Cane dalla Scala signor di Verona e Vicenza, e Passerino de' Bonacossi signore di Mantova e Modena [Albertinus Mussatus, lib. 7, rub. 19, tom. 8 Rer. Ital.]. Dopo la presa di alcune castella guidarono lo esercito sino alle porte di quella città, aspettando che si facesse qualche commozione nell'atterrito popolo. Giberto da Correggio, accorso colà da Parma, tanto animo diede ai Cremonesi, che i nemici, vedendo di perdere quivi il tempo, si ritirarono. Ma Cane in tal occasione (se pur non fu nell'anno seguente) occupò la ricca e popolata terra di Casal Maggiore, e vi lasciò una buona guarnigione. Da queste avversità commossi i Cremonesi si appigliarono al partito di proclamar loro signore Jacopo marchese Cavalcabò, ma con dispiacere della contraria fazione, di cui era capo Ponzino de' Ponzoni. Però tutti questi adirati uscirono della città, e si afforzarono in Soncino, Pizzighettone, e in altre castella di quel territorio. Tolta fu in quest'anno a Matteo Visconte da Maranzio Guinzone, e poi da Soncino Benzone, Crema. Lodrisio Visconte podestà di Bergamo diede una gran rotta al ponte di San Pietro ai Guelfi fuorusciti, colla morte di più di mille d'essi. Furono anche delle novità in Forlì [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]; perciocchè i Calboli con Cecco e Sinibaldo degli Ordelaffi vi rientrarono per forza, e ne scacciarono gli Argogliosi, e le genti del re Roberto, nel dì 2, oppure 12 di settembre. Questo medesimo fatto vien descritto da Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Italic.], con dire che il suddetto Cecco, cioè Francesco degli Ordelaffi, chiuso in una botte, si fece introdurre in Forlì, e quivi, segretamente incitati gli amici alla sollevazione contra del re Roberto, s'impadronì della città, dalla qual poscia cacciati i Calboli, restò egli signore. Ne parla ancora Albertino Mussato [Albertinus Mussatus, lib. 7, rubr. 12.]. Così quella città abbracciò la fazion ghibellina, e seppe sostenersi dipoi contro gli sforzi di Diego vicario del re Roberto. Stando nella terra di Buzzala gli Spinoli ed altri fuorusciti di Genova, faceano guerra alla lor patria [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. In Genova si preparò un possente esercito di mille e cinquecento cavalli e di circa dieci mila pedoni sotto il comando di Manfredino marchese del Carretto, e si marciò contra degli usciti. Furono ben tre volte respinti i Genovesi, colla morte di più di cinquecento d'essi; infine soperchiando col numero gli avversarii, li misero in fuga; presero, saccheggiarono e distrussero dai fondamenti Buzzala. Ma nel dì seguente eccoli i fuorusciti di nuovo comparire con ducento cavalieri tedeschi, venuti al loro soldo, con tal empito, che n'andò sconfitta l'armata genovese, restandovi uccisi più di mille d'essi, e prigioni fra gli altri il lor capitano e Lamba Doria con due suoi figliuoli [Chron. Astense, cap. 90, tom. 11 Rer. Ital.], i quali collo sborso di diecisette mila fiorini d'oro ricuperarono dipoi la libertà.
MCCCXVI
| Anno di | Cristo mcccxvi. Indiz. XIV. |
| Giovanni XXII papa 1. | |
| Imperio vacante. |
Essendosi finalmente accordati i cardinali di trattar dell'elezione di un nuovo pontefice nella città di Lione, quivi nel dì 28 di giugno entrarono nel conclave [Raynaldus, in Annal. Eccles. Bernardus Guid., Append. Ptolom. Lucensis.], e poscia nel dì 7 d'agosto promossero al pontificato Jacopo d'Ossa da Cahors, già vescovo di Freius, poi d'Avignone, e infine cardinale vescovo di Porto, personaggio di bassissimi natali, di piccola statura, ma scaltro e di gran sapere, massimamente ne' canoni e nelle leggi. Molte notizie di sua vita prima del pontificato si hanno da Ferreto Vicentino [Ferretus Vicentinus, lib. 7, tom. 9 Rer. Ital.] e da Giovanni Villani [Giovanni Villani.]. Prese il nome di Giovanni XXII. Da lì a un mese, cioè nel dì quinto di settembre fu coronato in essa città di Lione, e nel seguente mese andò a mettere la sua residenza in Avignone, città del suddetto re Roberto, dove, nelle quattro tempora dell'Avvento, fece la promozion di otto cardinali tutti franzesi, eccettochè Giovan-Gaetano degli Orsini di Roma, unico italiano, con grave mormorazione, per quanto si può credere, di chi amava l'Italia, e piagneva i mali originati dalla lontananza della santa Sede. Insuperbito Uguccion dalla Faggiuola per li prosperosi successi delle sue armi [Giovanni Villani, lib. 9, cap. 76. Istor. Pistol. Ferretus Vicentinus, et alii.], governava Pisa e Lucca più da tiranno che da signore. Per aver fatto tagliar la testa a Banduccio Buonconti e a suo figliuolo, uomini di gran credito e senno in Pisa, perchè trattavano di sottomettere la città al re Roberto, crebbe l'odio de' Pisani contra di lui. Parimente in Lucca fece imprigionar Castruccio ed altri degl'Interminelli, per certe ruberie ed omicidii fatti in Lunigiana, che processati doveano perdere la testa. Ma perciocchè Neri suo figliuolo dominante in Lucca non si attentava di eseguir la condanna pel seguito grande della famiglia d'essi Interminelli, Uguccione si mosse da Pisa nel dì 5 d'aprile per dar sesto agli affari de' Lucchesi. Appena fu al monte di San Giuliano, che Coscetto da Colle, popolano arditissimo, mosse a rumore la città di Pisa, gridando tutti: Muoia il tiranno Uguccione. Uccisero la di lui famiglia, diedero il sacco al di lui palagio, e poi crearono lor signore il conte Gaddo dei Gherardeschi, uomo savio, e di gran valore e podere. Con questa mala nuova in corpo arrivò Uguccione a Lucca, oppure gli fu portata in quella città; e quivi ancora avendo trovato tutto in tumulto, accresciuto poi dalla voce di quanto era avvenuto in Pisa, determinò di mettere in salvo la vita, ritirandosi di colà col figliuolo e colle sue genti: rovescio esemplare dell'instabil fortuna delle umane grandezze. Castruccio liberato dalla carcere e dal pericolo della testa (alcuni dicono per ordine dello stesso Uguccione prima di sua partenza), da lì a qualche tempo fu proclamato per un anno signore di Lucca: tempo bastante a chi era provveduto di mirabil ardire ed accortezza, per non dimettere più le redini di quel governo. Uguccione se n'andò al marchese Spinetta Malaspina, poscia venne a Modena [Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Italic.] nel dì 25 d'aprile, e finalmente si ricoverò presso Cane dalla Scala, che, a riguardo del ghibellinismo e del credito suo nell'arte della guerra, il fece suo capitan generale. Furono biasimati i Pisani da molti, come ingrati ad un uomo che dal basso stato, in cui si trovavano, gli avea alzati tanto alto, e dietro era a farli più grandi.
L'ordinario mestier delle città italiane di questi tempi, divise nelle maladette sette de' Ghibellini e Guelfi, era di andar macchinando, come l'una fazione potesse abbattere l'altra. In Brescia [Malvec., Chron. Brixian., lib. 9, cap. 29, tom. 14 Rer. Ital. Annales Estens., tom. 15 Rer. Ital.] la signoria stava in mano de' Ghibellini, capo d'essi la famiglia de' Maggi. I Guelfi rimessi in quella città rodevano il freno, veggendosi da meno, e fors'anche poco ben trattati dagli altri. Fecero essi un segreto trattato con Jacopo Cavalcabò marchese, signor di Cremona, città guelfa; e questi con alcune migliaia d'armati nell'ultimo dì di gennaio comparve colà, e fu ammesso per la porta di San Giovanni: nel qual tempo anche altre schiere di Guelfi arrivarono dalla riviera del lago di Garda e da altri luoghi. Il podestà di Brescia marchigiano, postovi dai Maggi, quei fu che li tradì per quattro mila fiorini, ed aprì la porta ai nemici. Gran combattimento seguì fra essi e i Ghibellini; e questi ultimi infine sconfitti sloggiarono, riducendosi alle castella di Iseo, Palazzuolo, Chiari, Pompiano, gli Orci, Quinzano ed altri luoghi, ne' quali si fecero forti, cominciando appresso una dura guerra contro alla lor città, sostenuti ancora da Cane dalla Scala. Ma poco durarono le contentezze del suddetto marchese Cavalcabò. I Ponzoni, gli Amati ed altri fuorusciti di Cremona colle lor forze il tenevano corto. Giberto da Correggio signor di Parma, gran caporale de' Guelfi, andò a Cremona per trattar l'accordo fra loro. Ponzino dei Ponzoni non volea pace, se il Cavalcabò non rinunziava la signoria. Andò a finir la faccenda che quella volpe di Giberto l'indusse a rinunziare, e poi fece proclamar sè stesso signor di Cremona. A questo avviso gliela giurarono Matteo Visconte, Can dalla Scala e Passerino signor di Mantova capi de' Ghibellini. Segretamente pertanto ordirono un trattato in Parma con Gianquillico di San Vitale genero di Giberto stesso, con Rolando Rosso suo cognato, e con altri nobili, ne' quali egli maggiormente confidava. Questi nella festa di san Jacopo Apostolo, nel dì 25 di luglio, mossero a rumore la città, gridando tutti: Popolo, popolo. Accortosi Giberto che troppo grossa era la tempesta, si ritirò a Castelnuovo, Campigine e Guardasone, dove si fortificò ed implorò l'aiuto de' Bolognesi, Padovani e Fiorentini. Andò poscia fino a Napoli a trovare il re Roberto, ed ottenne ottocento cavalieri da lui e dalla lega guelfa, co' quali, venuto a Castelnuovo, fece aspra guerra a Parma. Anche i Parmigiani entrarono in lega col Visconte, collo Scaligero e con Passerino di Mantova. Nel mese d'agosto dell'anno presente [Chron. Astense, cap. 83, tom. 11 Rer. Ital.], Ugo del Balzo e Ricciardo Gambatesa, vicarii in Piemonte del re Roberto, entrati nel territorio di Alessandria, vi presero le castella d'Iviglie, Solerio, Quargnento, Bosco e Castellaccio. Allora Matteo Visconte inviò ad Alessandria più di mille uomini d'armi, coi quali e colle sue genti Marco suo figliuolo non solamente ripigliò quei luoghi e diedegli alle fiamme, ma fece anche molti prigioni de' nemici. Guerra ancora in quest'anno fu nel territorio di Cremona, portatavi da Cane e da Passerino. Giberto da Correggio, non trovandosi quivi sicuro, con Jacopo Cavalcabò si ritirò a Parma, da dove poi fu cacciato, siccome abbiam detto. Fecero allora i Cremonesi lor capitano Egidio Piperata. In soccorso d'essa città di Cremona volle passare pel Modenese un corpo di fanti e cavalli, raunato in Bologna [Bonifacius de Morano, Chron., tom. 11 Rer. Italic.]; ma Francesco Menabò podestà per Passerino nel dì 17 di febbraio coi Modenesi ito ad assalirli nella villa di San Michele, molti ne uccise, e più ne fece prigioni. La città di Cervia [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] nel dì 6 d'aprile dell'anno presente si diede sotto il dominio di Ostasio da Polenta signor di Ravenna. E Guecelo da Camino nel mese di giugno occupò la città di Feltre nella marca di Trivigi, con iscacciarne il vescovo, che n'era padrone [Cortus, Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Poscia s'imparentò con Cane dalla Scala, ottenendo in moglie d'un suo figliuolo Verde figliuola di Alboino Scaligero.
MCCCXVII
| Anno di | Cristo mcccxvii. Indizione XV. |
| Giovanni XXII papa 2. | |
| Imperio vacante. |