Per le tante perdite dell'anno precedente in grandi affanni e sospiri si trovava Mastino dalla Scala, nè sapea a qual partito volgersi per ottenere soccorso [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Avea nel dicembre scorso mosse proposizioni di pace a Venezia, e per trattarne colà si portarono Obizzo marchese d'Este, Marsilio da Carrara signore di Padova, Guido da Gonzaga, Giovanni figliuolo di Taddeo Pepoli, gli ambasciatori d'Azzo Visconte, de' Fiorentini e dello stesso Mastino. Sì alte erano tuttavia le pretensioni de' Veneziani, perchè esigevano che egli dimettesse Trivigi, Lucca e Parma, che andò a terra ogni speranza di aggiustamento. Vivamente si raccomandò poscia Mastino a Lodovico il Bavaro, per aver gente ed altri aiuti da lui, con dargli in ostaggio Francesco Cane suo figliuolo ed altri nobili per sicurezza de' pagamenti; ma restò burlato da lui. Poco poi potè godere del nuovo suo principato Marsilio da Carrara signore di Padova, perchè, infermatosi, nel dì 21 di marzo dell'anno presente mancò di vita. Non lasciando egli figliuoli proprii, prima di morire, coll'assenso della repubblica veneta, fece eleggere suo successore nella signoria di Padova Ubertino da Carrara suo cugino, che stato nella gioventù discolo e malvivente, cominciò a governare il suo popolo, più procurando di farsi temere che amare [Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital.]. Per altro fu uomo di gran senno, e tenne in molta riputazione il nome suo e di sua casa. La prima impresa di lui quella fu di portarsi all'assedio di Monselice, per affrettarne il più tosto possibile l'acquisto. Ma dentro vi era Pietro del Verme, la cui fedeltà verso Mastino, ed insieme la bravura ed accortezza rendea vani tutti i tradimenti e gli assalti d'Ubertino. Fecero fra loro una guerra arrabbiata. Intanto Orlando Rosso generale dell'armata veneta nel mese d'aprile mise in marcia le sue genti, e saccheggiando pervenne fino alle porte di Verona, dove fece correre un palio. Nel dì 8 di maggio se gli diede Montecchio maggiore, terra che da lì a non molto fu assediata da Mastino. Fu egli astretto a ritirarsene con mal ordine; e seguirono dipoi varii combattimenti, ma con isvantaggio sempre delle di lui milizie, che specialmente nel dì 29 di settembre furono sconfitte a Montagnana. Finalmente nel dì 19 di agosto [Chron. Patav., tom. 8 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.] la terra di Monselice si arrendè ad Ubertino da Carrara, ma non già la rocca, di cui si cominciò l'assedio. Uscì libero colla sua gente Pietro del Verme, e cavalcò a Verona. Per danari ebbe poscia il Carrarese anche la rocca di Monselice nel dì 18 di novembre. Tale doveva essere in questi tempi la rabbia di Mastino [Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.], che cavalcando per Verona nel giorno 27 d'agosto insieme con Azzo da Correggio, incontratosi con Bartolomeo dalla Scala vescovo della città, per meri sospetti ch'egli tramasse congiura contra di lui, come avea fatto il vescovo di Vicenza, sguainata la spada, di propria mano l'uccise. Per questa scelleraggine contra di lui procedette papa Benedetto XII alle rigorose censure, e stette Mastino gran tempo in disgrazia della santa Sede. Nel dì 19 di ottobre le genti venete entrarono ne' borghi di Vicenza, e quivi si afforzarono; colpo che fece disperare Mastino, e più che mai applicarsi ad un trattato di pace, siccome diremo all'anno seguente.
Giacchè in Sicilia regnavano delle dissensioni, e al valente re Federigo era succeduto il re Pietro, persona di mente assai debole [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 78.], stimò Roberto re di Napoli che fosse giunto il sospirato giorno da poter ricuperar quell'isola. Nel mese dunque di maggio spedì colà una flotta di sessanta tra galee e legni da trasporto con mille e cinquecento cavalieri e molta fanteria. Un'altra parimente, ed anche maggiore, ne inviò a quella volta nel mese di giugno sotto il comando di Carlo duca di Durazzo suo nipote. Ognuno si credeva che tante forze ingoierebbero senza fallo la Sicilia tutta; ma appena, dopo lungo assedio, presero Termole, e intanto entrata la peste, ossia una forte epidemia, in quell'armata, bisognò sloggiare, e tornarsene con perdita di molta gente a Napoli. Riuscirono inutili tutti i tentativi, umiliazioni ed esibizioni fatte da Lodovico il Bavaro per riacquistare la grazia del papa [Albertus Argent., Chron.]. Colpa non fu del buon pontefice, che inclinava alla pace, e chiaramente dicea che compativa gli eccessi commessi dal Bavaro, perchè il suo predecessore Giovanni XXII, col non volergli fare giustizia, l'avea come spinto nel precipizio. Disse anche all'orecchio agli ambasciatori di Lodovico, quasi piangendo, d'essere dispostissimo a favorire il lor principe; ma aver lettere di Filippo re di Francia, colle quali il minacciava di trattarlo peggio di quel che Filippo il Bello avea trattato papa Bonifazio VIII, qualora assolvesse il Bavaro dalle scomuniche. Ecco se è vero che i romani pontefici furono in una babilonica schiavitù, finchè vollero tener ferma la loro residenza di là da' monti. So che questo è negato da alcuni; se poi con buone ragioni, nol so. Ora cotali durezze della corte pontificia, benchè cagionate dalla prepotenza altrui, diedero occasione al Bavaro e agli elettori dell'imperio (eccettuatone Giovanni re di Boemia) di unire una dieta nel territorio di Magonza, in cui nel dì quindici di luglio formarono un decreto [Rebdorf., Histor. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Raynaldus, Annal. Eccles.], che chiunque è eletto dai principi elettorali concordi, o dalla maggior parte di essi, re de' Romani, non ha bisogno d'approvazione e consenso della santa Sede per prendere il titolo di re e per amministrare i diritti dell'imperio: il che fu una gran ferita all'autorità e agli antichi diritti della santa Sede. Tanto è poi andata innanzi la faccenda, che laddove gli antichi principi eletti prendevano il titolo solamente di re di Germania e d'Italia, oppure de' Romani, senza giammai usar quello d'imperadori de' Romani, se non dopo la coronazione romana, cominciarono ad intitolarsi, anche senza essere coronati dal papa, imperadori de' Romani: il che è divenuto uso stabile. Intorno a questi punti disputano gli eruditi politici: lasciamoli noi disputare, e andiamo avanti. Venne in quest'anno a morte nel dì 21 d'aprile Teodoro marchese di Monferrato [Benven. da S. Giorg., Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], che avea portato in Italia il sangue de' greci imperadori, ed ebbe per successore Giovanni suo unico figliuolo, che superò in valore e fortuna il padre.
MCCCXXXIX
| Anno di | Cristo mcccxxxix. Indiz. VII. |
| Benedetto XII papa 6. | |
| Imperio vacante. |
A mal partito, e in gran pericolo di perdere il resto, oramai si trovava Mastino dalla Scala per la forza e superiorità di tanti suoi nemici; e però più che mai si diede all'ingegno per uscir fuori di questa troppo ostinata tempesta. Studiossi dunque di guadagnare (il Villani dice [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 89.] col potente segreto della moneta) alcuni maggiorenti di Venezia, e segretamente trattò di pace particolare co' Veneziani, rimettendosi tutto in loro, e pregandoli nello stesso tempo di non volerlo disfare. Fece anche correr voce che se non seguiva aggiustamento, sarebbe calato Lodovico il Bavaro in Italia con sei mila barbute: il che potè influire a far accettare le proposizioni d'accordo nel senato veneto. Non mancarono i Veneziani d'avvisare per tempo i Fiorentini ch'era in piedi questo trattato; ma perchè loro si esibivano solamente alcune castella, e non già la città di Lucca, che, secondo i patti della lega, si dovea cedere al loro comune, se ne sdegnarono forte, parendo lor questo un tradimento. Inviarono pertanto a Venezia i loro ambasciatori, acciocchè disturbassero l'accordo, oppure insistessero per la cessione di Lucca. Di più non poterono ottenere. Adunque nel dì 24 di gennaio del presente anno [Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital. Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.] si conchiuse la pace in Venezia, le cui condizioni si veggono riferite dal Cortusi. In vigor di essa ai Veneziani fu ceduta la città di Trivigi; ad Ubertino da Carrara Bassano e Castelbaldo; ai Fiorentini Pescia, Buggiano ed Altopascio, oltre ad altre terre prese innanzi da loro al territorio di Lucca. Alberto dalla Scala coi Fogliani di Reggio ed altri prigioni fu liberato dalle carceri, e nel dì 14 di febbraio arrivò a Verona, incontrato da Mastino suo fratello a Legnago. Grandi schiamazzi fecero per questo accordo i Fiorentini; ma a che servirono? Certo fu mirabil cosa che Mastino in mezzo a sì fiero incendio potesse conservare le città di Verona, Vicenza, Parma e Lucca; la qual ultima andò egli a visitare nel primo giorno di aprile, con dar buon ordine alla guardia d'essa, ben persuaso che i Fiorentini, se si fosse presentata l'occasione, avrebbono dimenticata ben tosto la pace fatta con lui. Volle dal popolo di Lucca venti mila fiorini d'oro, perchè ne avea gran bisogno. In Parma lasciò a quel governo Azzo da Correggio suo zio materno, che il servì di proposito, per quanto vedremo. Un altro assai strepitoso avvenimento appartiene all'anno presente, che si vede riferito fuor di sito non solamente dal Corio [Corio, Istor. di Milano.], ma anche da Bonincontro Morigia [Bonincont. Morigia, Chron. Mod., tom. 12 Rer. Ital.] e da Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic.], autori contemporanei, narrandolo gli uni all'anno 1337, e l'altro al 1339. Forse son guasti i loro testi, o la diversità dell'era cristiana produsse questo imbroglio; certo essendo che il fatto, ch'io son per narrare, accadde in quest'anno, come s'ha da Giovanni Villani [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.], dal Gazata [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], dai Cortusi [Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.] e da altri storici [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Appena fu stabilita la pace suddetta, che a Mastino parve un'ora mille anni di sgravarsi del troppo pesante fardello di tante milizie che erano al suo soldo, per esser egli restato co' suoi sudditi smunto affatto di moneta. Specialmente gli era a carico la cavalleria tedesca, che in gran numero era stata a' suoi servigi.
Usava in corte di Mastino Lodrisio Visconte, figliuolo di un fratello di Matteo Magno, cioè quel medesimo che nell'anno 1327 unito con Marco Visconte procurò più degli altri la depressione di Galeazzo Visconte, e la prigionia di lui, di Azzo, Luchino e Giovanni Visconti. Dacchè il giovane Azzo ricuperò il dominio di Milano, Lodrisio o spontaneamente se n'andò, o fu cacciato da quella città. Gli venne in pensiero di valersi di questa congiuntura per riavere il contado del Seprio, di cui fu ne' tempi addietro investito; anzi di occupar Milano, se gli veniva fatto. Ne trattò con Mastino. Bella occasione parve a lui questa di vendicarsi d'Azzo Visconte, che gli avea tolta Brescia. Diede lo Scaligero le paghe ai soldati, mostrando di licenziarli, e Lodrisio di assoldarli in servigio proprio. Circa tre mila e cinquecento uomini d'armi raunò egli, e gran copia di fanti: alla quale armata diede il nome di compagnia di s. Giorgio. S'ingrossò questa dipoi, perchè si trattava di andare a bottinare in paese grasso e ricco. E fu essa (il che è da notare) la prima compagnia di soldati masnadieri, e ladri che si formò in Italia, e servì poi d'esempio a tante altre, che vedremo insorgere a' danni degli Italiani, e vengono chiamate compagnie dagli storici fiorentini. S'inviò Lodrisio Visconte con quest'armata di ferrabuti pel Bresciano, dando il sacco dappertutto, e, passato il fiume Oglio, afflisse le campagne del Bergamasco. Nel dì 9 di febbraio valicò l'Adda, senza che potessero impedirgli il passo le soldatesche postate alle ripe; e andò a riposare a Legnano, mettendo intanto a sacco e fuoco quelle contrade. Colà convocò quanti amici potè [Gualvaneus Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Italic. Bonincontrus Morigia, Chron., tom. eod.], e vi concorsero a furia i ribaldi, dimodochè già pensava di marciare a dirittura verso Milano. A questo non mai pensato accidente si trovava mal provveduto Azzo Visconte; affrettossi dunque di chiamare da tutte le sue città le milizie, e dimandò soccorso a tutte le sue amistà. Era allora la terra coperta d'alta neve e di ghiaccio: contuttociò i marchesi Estensi cugini d'Azzo [Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Italic.] immediatamente gl'inviarono alcune centinaia di cavalli sotto il comando di Brandaligi da Marano. Altri combattenti gli vennero da Tommaso marchese di Saluzzo suo cognato, da Lodovico di Savoja suocero suo, dal conte di Savoja, da Jacopo signor di Piemonte, da Taddeo de' Pepoli, dai Gonzaghi e da Genova. Altri aiuti ancora erano per viaggio, ma senza poter giugnere a tempo alla fiera danza che si fece. Fu commessa la guardia di Milano a Giovanni Visconte, zio d'Azzo e vescovo di Novara, con ottocento cavalli. Fu dato il comando dell'armata a Luchino Visconte, altro zio del medesimo Azzo. Uscito dunque Luchino con più di tre mila e cinquecento cavalli, duemila balestrieri, e quattordici mila fanti, andò ad accamparsi a Nerviano col grosso di sua gente, compartendo il restante in Parabiago e nelle ville circonvicine. Lodrisio, che già cominciava a penuriar di viveri e foraggi, non volle maggiormente differir la battaglia; e tanto più perchè sapeva che l'esercito de' Visconti di giorno in giorno s'andava più ingrossando per l'arrivo di nuove truppe. Era il dì 21 di febbraio, festa di s. Agnese, e fioccava la neve a furia. Uscito prima del far del giorno da Legnano, andò ad assalir quella parte dell'esercito milanese che era a Parabiago. Dormiva tuttavia la buona gente. Lodrisio li svegliò ben tosto, e cominciò a farne macello. Quei che poterono prendere l'armi e saltare a cavallo, bravamente si diedero anch'essi a menar le mani; ma molti ne perirono, e vi andava il resto, se non giugneva Luchino Visconte col suo corpo di gente. Allora si diede principio ad una terribile e sanguinosa battaglia, e si fecero di gran prodezze da ambe le parli, cedendo ora gli uni ed ora gli altri. La presa della città di Milano, che si faceva da Lodrisio sperar vicina alla sua gente, animava i suoi al forte combattimento, e sprone era agli altri la difesa della patria e l'amor della gloria. Prevalsero dopo molte ore di ostinata contesa cotanto l'armi di Lodrisio [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.], che Giovanni del Fiesco, cognato di Luchino, poco fa fatto cavaliere, fu ucciso, e lo stesso Luchino generale rimase prigione.
Già la vittoria parea dichiarata in favor di Lodrisio, quando arrivarono freschi alla battaglia trecento cavalieri savoiardi, ed Ettore conte di Panago o Panigo, con altra gente che, trovando i nemici pel sì lungo combattere stanchi e disordinati, attendendo allo spoglio, poca difficoltà incontrarono a sbaragliarli ed atterrarli. Fu riscosso Luchino; Lodrisio si diede per prigione a Giovannino Visconte figliuolo di Vercellino e nipote suo, dianzi fatto prigioniere da lui. Pochi de' suoi si salvarono, parte uccisi, parte presi [Cortusior. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Più di quattromila combattenti fra l'una parte e l'altra rimasero estinti sul campo; e degli stessi vincitori pochi vi furono che non riportassero qualche ferita e segnale perpetuo d'essere stati a quel fatto: sì duro ed ostinato fu il loro conflitto. Il Villani scrive che de' soli Milanesi vi restarono morti settecento cavalieri e più di tremila a piedi [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 96.]; e che cinque furono i combattimenti e le sconfitte di quella giornata tra dall'una parte e dall'altra: del che fu egli informato da persone degne di fede, che vi si trovarono presenti. E, tornando il vittorioso Luchino a Milano, sconfisse ancora Malerba capitano di settecento cavalieri, che Lodrisio avea mandati al passo verso Milano, per dare addosso a chi scappasse a quella volta. Più di settecento cavalli vi furono uccisi, e di quei di Lodrisio ne furono presentati due mila e cento presi, senza gli altri rubati e trafugati. Insomma non v'era memoria di una battaglia sì fiera e pertinace, fatta in mezzo alla grossa neve, come fu questa. Corse voce, nata probabilmente dall'immaginazion della buona gente, che s'era veduto in aria s. Ambrosio col flagello percuotere i nemici, e perciò da lì innanzi si cominciò a dipignere quel santo arcivescovo, ed anche a coniarlo nelle monete, col flagello in mano, e non già per qualche vittoria riportata contro i Francesi, come crede il volgo. Perchè poi la clemenza fu una delle virtù principali d'Azzo Visconte, la fece ben egli risplendere anche in questa congiuntura. Quantunque degni di morte fossero que' masnadieri per tante ruberie ed incendii commessi, pure a tutti diede la libertà col sol giuramento di non più militare contra di lui. Neppur volle infierire contra dello stesso Lodrisio, autore di sì dolorosa tragedia. Contentossi di confinarlo insieme con due suoi figliuoli nella fortezza di San Colombano, dove sopravvisse alcuni anni, e fu poi rimesso in libertà. Restò dovunque Azzo Visconte pacifico signore di Milano, Como, Vercelli, Lodi, Piacenza, Cremona, Crema, Borgo S. Donnino, Bergamo, Brescia e di altri luoghi. Teneva parte di dominio in Pavia; essendo mancata di vita Giovanna figliuola del conte Nino pisano, sua sorella uterina, perchè nata da Beatrice Estense sua madre nel primo matrimonio, per testamento d'essa ebbe tutta la di lui pingue eredità in Pisa, e le ragioni d'essa sopra il giudicato di Gallura, cioè sopra la terza parte della Sardegna. Però nell'anno presente prese la cittadinanza di Pisa, e mosse le sue pretensioni contra del re d'Aragona, occupatore della Sardegna. Aggiugne Galvano Fiamma [Gualvan. Flamma, de Gest. Azon., tom. 12 Rer. Ital.], che dalle civili fazioni di Genova gli fu anche esibito il dominio di quella città, e che per la sua morte andò in nulla questo trattato. Giorgio Stella negli Annali di Genova di ciò non dice parola. Ma che? in tanta gloria, in si grande innalzamento della casa de' Visconti, ecco la morte che rapisce nel dì 14 o 16 d'agosto dell'anno presente Azzo Visconte in età di soli trentasette anni. Non si saziano Buonincontro Morigia [Bonincontrus Morigia, Chron. Modoet., tom. 12 Rer. Ital.] e Galvano Fiamma, scrittori contemporanei, di descrivere le insigni doti e virtù di questo principe, che non avea allora pari in Italia, trattone il re Roberto. Era egli l'amore di Milano perchè pio, perchè giusto e clemente, perchè egualmente amava e favoriva Guelfi e Ghibellini, e per tutte le sue città voleva la pace fra i cittadini. Somma fu la sua magnificenza in fabbricar palagi, fortezze, ponti e delizie; grande la sua gloria per le vittorie ottenute, per tante città conquistate, e per avere risuscitata e cotanto accresciuta la potenza della sua casa. Nè è maraviglia se i popoli sì facilmente si accordassero in volerlo per padrone, perchè egli era padre de' religiosi, amator della concordia, affabilissimo, inclinato sempre a far grazie, geloso della castità, e ornato d'altre nobili virtù. Di Caterina figliuola di Lorenzo di Savoja non ebbe prole, e però l'eredità dei suoi Stati e beni, o per testamento, per succession legale, pervenne ai due suoi zii paterni Luchino e Giovanni, tuttavia solamente vescovo di Novara. Ossia che Giovanni spontaneamente lasciasse al fratello la sua parte del dominio, oppure, siccome io vo sospettando che Luchino maggior di età ed uomo fiero non volesse compagni nel governo: sappiam di certo che il solo Luchino da lì innanzi fu principe di Milano e dell'altre città, che prima ubbidivano al nipote Azzo.
Novità furono in Genova nell'anno presente [Georgius Stella, Annal. Genuens. tom. 17 Rer. Ital. Annal. Mediol., tom. 18 Rer. Italic.]. Parendo al popolo di quella città di non essere assai ben trattati dai nobili, nè dai capitani della terra, che in questi tempi erane Raffaello Doria e Galeotto Spinola, fecero istanza di avere un nuovo abbate, che così chiamavano quel magistrato che presso gli antichi Romani si appellava tribuno della plebe. Vi acconsentirono mal volentieri nondimeno i due capitani. Ora nel dì 25 di settembre unitosi il popolo e i mercatanti per crear l'abbate, non sapevano accordarsi. Capitato nell'adunanza Simone o Simonino Boccanegra (fu creduto per altri fini) fu proposto costui per abate da uno scimunito. I più gridarono di sì, e per forza gli misero in mano lo stocco. Ebbe egli un bel dire che i suoi maggiori, stante il lor essere nobili, non erano mai stati abbati, e che li pregava di eleggere un altro. Gran tumulto si fece, ed uscì una voce che dicea signore, e tutti a gara gridarono signore. Allora fu consigliato il Boccanegra da uno degli stessi capitani e dal vecchio abbate di accettare l'elezione per paura di peggio; e però rispose che era pronto ad essere abbate, signore, e tutto quel che loro piacesse. Allora si rinforzò la voce di signore, e non finì la lite, che il crearono loro doge ossia duce, o duca, con piena balìa e con alcuni del popolo per suoi consiglieri. Però i due capitani, l'un dopo l'altro, uscirono dalla città; e questo fu il primo doge che avesse quella città. Era Simone Boccanegra uomo di petto e di molto senno: laonde diede principio con molto vigore al suo dominio, ed ebbe ubbidienza dalla maggior parte delle terre delle due riviere. Per anni parecchi avea il re Roberto tenuta la signoria della città d'Asti [Giovanni Villani, lib. 11, cap. 113.]. Giovanni marchese di Monferrato gliela tolse nel giorno 26 di settembre dell'anno presente, con iscacciarne i Solari e gli altri Guelfi, e introdurvi i Gottuari e i Rotari cogli altri Ghibellini. Niuna difesa fece il presidio di esso re, perchè si trovò aver impegnate armi e cavalli per difetto di paghe. Di gran danno fu questa perdita a Roberto a cagion delle altre sue terre di Piemonte, e ne esultò forte la fazion ghibellina di Lombardia. Leggesi nella storia di Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrat., tom. 23 Rer. Italic.] lo strumento, con cui il popolo d'Asti prende per suo signore il marchese Giovanni. Fece ancora in quest'anno guerra alla Sicilia il re Roberto, e vi prese l'isola di Lipari. Era generale della sua flotta Giufredi di Marzano conte di Squillaci. Mentr'egli assediava il castello di quell'isola, venne il conte di Chiaramonte colla flotta de' Messinesi a dargli battaglia nel giorno 17 di novembre; ma sconfitto restò egli prigione. Per l'uccisione del vescovo di Verona era Mastino dalla Scala sotto le scomuniche [Raynald., Annal. Eccles.]. Per rimettersi in grazia del papa, e inoltre per aver la di lui protezione, e salvar le città sue attorniate da potenti avversarli, dopo aver fatto maneggio alla corte di Avignone, prese nel giorno primo di settembre il vicariato di Verona, Parma e Vicenza (Lucca non v'è nominata) dal pontefice, vacante imperio, con obbligo di pagare annualmente al papa cinque mila fiorini d'oro, e mantenere dugento cavalli e trecento pedoni al servigio della Chiesa. Ed ecco come il buon pontefice Benedetto XII amichevolmente ottenne ciò che il gran caporale de' Guelfi Giovanni XXII con tante guerre non avea mai potuto ottenere. Mancò di vita in questo anno nel giorno ultimo di ottobre Francesco Dandolo doge di Venezia [Marino Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], ed ebbe per successore Bartolomeo Gradenigo, eletto nel dì 9 di novembre.