Andò sossopra in quest'anno il regno di Napoli per la guerra insorta in quelle parti [Matteo Villani, lib. 12, cap. 35.]. Molto paese occupavano tuttavia gli Ungheri. Il re Luigi colla regina Giovanna sua moglie, ben assistito dai Napoletani, mentre si facea l'assedio de' castelli di quella città, uscì in campagna coll'esercito suo, ed intraprese l'assedio di Nocera, dove trovò de' bravi difensori. Domenico da Gravina, scrittore parziale del re d'Ungheria, descrive [Dominicus de Gravina, tom. 12 Rer. Ital.] i varii avvenimenti di quella guerra. Dopo lunga difesa le fortezze di Napoli vennero in potere della regina; e intanto la maggior parte delle terre del regno inalberarono le bandiere della medesima, di modo che gli Ungheri non aveano più che Manfredonia, il Monte di Santo Angelo, Ortona, Guiglionese ed alcune castella in Calabria. La città di Nocera si arrendè al re Luigi, marito della regina, ma non già il castello che era fortissimo. Gli Ungheri, comandati da Corrado Lupo vicario del re Lodovico d'Ungheria, a forza d'armi presero e saccheggiarono la città di Foggia. Obbligarono inoltre il re Luigi ad abbandonar l'assedio d'esso castello di Nocera, per colpa specialmente del duca Guarnieri, uomo di niuna fede, il quale, nello stesso tempo che militava ai servigi di esso re Luigi, teneva intelligenza con Corrado Lupo, e guastava tutti i disegni: il che fece calar non poco di riputazione il medesimo re Luigi. Andò tanto innanzi la malvagità di costui, che stando egli a Corneto con quattrocento cavalieri alla guardia di quella terra, una notte si lasciò sorprender ivi con tutta la sua gente da Corrado, e fu ritenuto prigione. Comunemente fu creduto che fosse concertato fra loro il fatto. Misesi egli una taglia di trenta mila fiorini d'oro; e perchè il re Luigi negò di volerlo riscattare a sì alto prezzo, si servì egli di questo pretesto per prendere servigio nella armata degli Ungheri, e trasse a sè quanti Tedeschi potè; perlochè peggiorarono di molto gli affari del re Luigi, che si ritirò malconcio a Napoli. Crebbe ancora l'esercito degli Ungheri per la venuta di Stefano vaivoda di Transilvania con più di trecento nobili ungheri: laonde alla loro ubbidienza tornarono Baroli, Trani, Bitonto, Giovenazzo, Molfetta ed altri luoghi. Ma sopprattutto in lor vantaggio tornò l'acquisto della città d'Aversa, i cui abitanti volontariamente loro si sottomisero. S'inoltrò poi l'esercito ungarico del re Lodovico verso Napoli, e fatto correr voce falsa che fra i soldati ungheri e tedeschi fosse insorta gran discordia, s'invogliarono i Napoletani di venir con loro a battaglia. Adunque nel dì 6 di giugno, benchè il re Luigi contraddicesse [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], i baroni napoletani con gran baldanza e pompa uscirono ed ordinarono le loro schiere contra gli Ungheri; ma furono così ben ricevuti, che presto andarono in rotta, e vi restarono prigionieri Roberto di San Severino, Raimondo del Balzo, il conte d'Armignacca e buona parte de' principali nobili della città di Napoli. Per tal vittoria scorrendo gli Ungheri sino alle porte della città, obbligarono que' cittadini a ricomperar la loro vendemmia collo sborso di venti mila fiorini d'oro. In questo piede erano gli affari di Napoli, mentre anche in altri luoghi del regno continuava la guerra, ora prospera per gli uni ed ora per gli altri.

Nel dì 24 di gennaio di quest'anno la morte troncò il corso alla vita e all'ingrandimento, che tutto dì si facea maggiore, di Luchino Visconte [Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.]. La città di Milano gli era sommamente obbligata, perchè magnificata oltre modo da lui in potenza, ricchezze ed impieghi lucrosi, conservata in pace, e regolata non men essa che tutte l'altre città a lui soggette con incorrotta giustizia. Se vogliamo stare all'opinione di Giovanni da Bazzano [Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital.], egli morì di peste; ma da altra cagione credettero altri proceduta la sua morte. Siccome dicemmo all'anno 1347, Isabella del Fiesco sua moglie, donna di molta avvenenza, andò per cagion di voto, vero o finto, a San Marco di Venezia. Questa libertà le diede campo di soddisfare alle sue illecite voglie contra la fede maritale. Benvenuto Aliprando [Benven. Aliprando, Cronica di Mantova, tom. 5 Antiquit. Ital.] e dopo lui Bartolomeo Platina nelle Storie di Mantova [Platin., Hist. Mant., tom. 20 Rer. Ital.], chiaramente scrivono che essa invaghita di Ugolino Gonzaga, seco il condusse a Venezia con familiarità detestabile; e perchè le dame e donne di confidenza avrebbono potuto rivelare il segreto, ad esse ancora fu dato agio di procacciarsi quella pastura che vollero. I malanni di casa d'ordinario son gli ultimi a saperli i padroni e mariti, e Luchino finalmente scoprì i proprii. Fanno i suddetti storici mantovani autore dello scoprimento Mastino dalla Scala, il quale in questa maniera attizzò lo sdegno di Luchino contra dei Gonzaghi. E certo s'egli vivea più lungo tempo ne avrebbe procurato lo sterminio, come attesta il Gazata [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Ma non sussiste già che Luchino facesse imprigionar la moglie, come asserisce il Platina. Secondo altri, accortasi ella essere venuto il marito in cognizione de' suoi falli, s'affrettò a dargli il veleno, per cui terminò i suoi giorni [Corio, Istoria di Milano.]. Sembra nondimeno alquanto inverisimile che la cagion della guerra contro ai Gonzaghi procedesse da questo, perchè tanto tempo prima l'abbiam veduta incominciata, nè intanto si scorge che Luchino facesse risentimento alcuno contra della moglie. Pietro Azario [Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.], scrittore contemporaneo, e ben informato di quegli affari, confessa gli scandali accaduti nel divoto pellegrinaggio d'Isabella del Fiesco e delle sue dame; ma perciocchè l'amore e la tosse non si possono occultare, n'ebbe in fine contezza il tradito Luchino. Gli scappò detto un dì di voler fare in breve la maggior giustizia che mai avesse fatto in Milano. Rapportata alla moglie questa parola, sospettò o s'accorse che la festa era preparata per lei. L'Azario non volle dire di più, e terminò il racconto con quel verso attribuito a Catone:

Nam nulli tacuisse nocet. Nocet esse locutum.

Secondo lo stesso Azario, l'arcivescovo Giovanni fece giurar fedeltà a Luchino Novello figliuolo del defunto suo fratello Luchino: il che par difficile a credersi. Bruzio, figliuolo bastardo di Luchino, che in addietro era stato il primo nobile della corte paterna, e come secondo padrone di Milano, avea tiranneggiato massimamente Lodi, della qual città era governatore (siccome persona, che dopo aver molto applicato alle lettere, d'esse unicamente s'era poi servito per commettere delle iniquità), se ne fuggì, e andò ramingo un pezzo, finchè in una città de' Veneziani meschinamente morì. Succedette, se pure non vogliam dire che continuò Giovanni Visconte arcivescovo di Milano nel dominio di Milano, Lodi, Piacenza, Borgo San Donnino, Parma, Crema, Brescia, Bergamo, Novara, Como, Vercelli, Alba, Alessandria, Tortona, Pontremoli ed altri luoghi in Piemonte. E benchè gli Astigiani si fossero dati a Luchino solamente durante la di lui vita, pur volle anch'egli la signoria di quella città. Una delle prime sue azioni quella fu di richiamar dall'esilio i due suoi nipoti Bernabò e Galeazzo, figliuoli di Stefano suo fratello, che Luchino avea banditi propter opera ipsorum non bona, siccome scrive il Gazata [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]. Liberò ancora esso arcivescovo dalle carceri Lodrisio Visconte suo cugino [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], imprigionato, allorchè fu sconfitto a Parabiago da Azzo Visconte. Fece inoltre Giovanni arcivescovo sul fine d'aprile pace coi Gonzaghi; ma fra essi Gonzaghi e Mastino dalla Scala non cessò la guerra. Ne' mesi di aprile e giugno l'esercito veronese, condotto da Cane Scaligero figliuolo di Mastino, venne a dare il guasto al Mantovano, con lasciar dappertutto funesti segni dell'odio suo. Ed essendosi poi quelle genti ritirate nel dì 3 d'agosto, l'armata de' Mantovani, consistente in mille cavalli e gran quantità di fanteria, passò sul Veronese per rendere la pariglia agli Scaligeri. Per tradimento s'impadronirono del castello di Valezzo; ma sopraggiunto Alberto dalla Scala col suo sforzo, loro diede addosso, e li sconfisse. Per un trattato che era con alcuni cittadini di Jesi [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cronica Bolognese, tom. 18 Rer. Ital.], Malatesta Unghero, figliuolo di Malatesta de' Malatesti signore di Rimini, entrò con copia d'armati in quella città nel dì 10 di gennaio. Allora messer Uomo di santa Maria, che n'era signore, colle milizie sue e degli amici fece quanta difesa mai potè, e lungo fu il contrasto dell'armi fra loro; ma in fine prevalse il Malatesta, e rimase padrone della città. Nel dì primo di settembre [Johann. de Bazano, tom. 15 Rer. Ital.] (Matteo Villani scrive [Matteo Villani, lib. 1, cap. 45.] nel dì 4 d'esso mese) un fierissimo tremuoto si fece udire per la maggior parte d'Italia, e massimamente nella Puglia, dove le città dell'Aquila e d'Ascoli ed altre terre patirono immenso danno. Anche in Perugia precipitarono molte torri e case. E la terza parte del tetto della basilica di S. Paolo fuori di Roma cadde con assai altre chiese e fabbriche in Roma stessa. Dei danni patiti in Napoli, Aversa, Monte Casino, San Germano, Sora ed altri luoghi parla Matteo Villani. In questi tempi fiorivano Bartolo da Sassoferrato e Francesco Petrarca Fiorentino, l'uno gran legista, e l'altro poeta celebre; e cominciò anche a farsi conoscere Giovanni Boccaccio da Certaldo. La Sicilia era tutta sconvolta per due potenti fazioni insorte in quel regno, giacchè il re era tuttavia di poca età ed incapace di governo, e la morte gli avea rapito il valoroso suo zio, che col suo senno avea tenuto in addietro que' popoli in freno; laonde infelicissima divenne quell'isola, verificando il detto del Savio, che per lo più una pensione della minorità de' regnanti sono i disordini.


MCCCL

Anno diCristo mcccl. Indizione III.
Clemente VI papa 9.
Carlo IV re de' Romani 5.

Gran celebrità diede all'anno presente il giubileo istituito in Roma da papa Clemente VI [Raynaldus, Annal. Eccles.], il quale per le istanze de' popoli, e massimamente de' Romani, ridusse a cinquant'anni questa piissima funzione, adducendo tutti che troppo lungo era Io spazio di cento anni decretato da papa Bonifazio VIII, perchè resterebbe da questo pio vantaggio esclusa almeno un'intera generazion di cristiani. L'avere il papa nell'anno precedente intimata a tutti i popoli cristiani la concessione di tanta indulgenza e perdono, fece muovere un'infinità di gente alla volta di Roma; e stimolo grande s'accrebbe alla lor divozione dal terribil ceffo della morte, che per cagion della pestilenza si era lasciato vedere per tutto, o quasi per tutte le Provincie cristiane ne' tre anni precedenti, e tuttavia durava in qualche paese. Maraviglia fu il vedere l'immensa quantità di gente che da tutte le parti della cristianità concorse a questo perdono. Piene continuamente erano le strade maestre dell'Italia di viandanti, come nelle fiere [Matteo Villani, lib. 1, cap. 56.]; e Matteo Villani calcolò che in Roma, durante la quaresima, si contasse (se pure è credibile) un milione e ducento mila pellegrini: di modo che troppo superiore fu il concorso di questa volta in paragone dell'altro dell'anno 1300. Tutta, per così dire, Roma era un'osteria, e la divozione altrui mirabilmente servì all'avidità de' Romani, che ricavarono tesori da tanta gente, guadagnando anche sfoggiatamente per la carezza degli alloggi e de' viveri, senza volere che i forestieri ne conducessero, per assorbir essi tutto il guadagno. E perciocchè questo loro ingordo contegno produsse talvolta mancanza di vettovaglia, ne nacquero tumulti, e il cardinale Annibaldo da Ceccano legato apostolico corse dei pericoli [Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.]. Questi poi, prima che compiesse l'anno presente, attossicato con assai di sua famiglia, cessò di vivere. De' tanti tesori che colarono in questa congiuntura nelle chiese di Roma, l'una parte toccò alle chiese medesime, e l'altra al papa, il quale impiegò poi questo danaro in raunar milizie per far guerra in Romagna. Conte di quella provincia era Astorgio di Duraforte; e trovando egli tutte le città occupate da' signori che nella storia ecclesiastica son chiamati tiranni, si mise in cuore di ricuperar tutto il paese. Per questo fine richiese d'aiuto i principi di Lombardia e i comuni di Toscana, accompagnando le richieste sue con premurose lettere del papa. L'arcivescovo di Milano gl'inviò cinquecento barbute. Mastino dalla Scala, i Pepoli signori di Bologna ed Obizzo Estense signor di Ferrara e Modena gliene mandarono a proporzione. Non si vollero incomodare per lui i Toscani. La prima impresa, che tentò questo ministro pontificio, fu contra di Faenza, signoreggiata allora da Giovanni de' Manfredi, che dianzi ne avea cacciate le genti del conte [Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nel dì 16 di maggio imprese l'assedio del castello di Solaruolo. Il Manfredi, che avea preveduto il colpo, vi aveva introdotta una buona guarnigione, e questa fece gagliarda difesa sino al dì 6, oppure 8 di luglio, in cui succedette una strepitosa novità. Trattava Giovanni de' Pepoli d'aggiustamento fra il conte della Romagna e Giovanni Manfredi, per far rendere alla Chiesa Faenza. Mostrò il conte desiderio di abboccarsi col Pepoli prima di conchiudere il trattato; e il Pepoli, benchè contro il parere di Jacopo suo fratello, che doveva essere più accorto di lui, andò a trovarlo nel campo di Solaruolo. Fu ricevuto con gran festa; ma andò questa a terminare in suo grave affanno, perchè fu fatto prigione con un suo nipote figliuolo di Jacopo: ducento cavalieri da lui mandati in aiuto del conte furono anche essi presi, rubati di tutto e ritenuti prigioni. Il Manfredi e Francesco degli Ordelaffi signore di Forlì, per resistere al conte Astorgio, aveano preso al lor soldo il duca Guarnieri condottiere di cinquecento barbute tedesche, il quale si era partito dal regno di Napoli, siccome dicemmo. Fece correr voce il conte ch'esso duca, per trattato di Giovanni de' Pepoli, era venuto a Faenza, e per questo egli avea fatto mettere le mani addosso al Pepoli. Se ciò sussistesse, nol so dire: ben so che questa prigionia fu universalmente tenuta per un gran tradimento, e che in que' tempi i ministri inviati dal papa in Italia furono per lo più in concetto d'uomini di poca lealtà e capaci di tutto, ma spezialmente attenti ad empiere le loro borse. Abbiamo dalla Cronica Estense che nel precedente giugno avea lo stesso conte della Romagna tenuto dei trattati segreti, con promessa di trenta mila fiorini d'oro ai traditori, per far uccidere Giovanni e Jacopo dei Pepoli; ma, scoperta la trama, ebbe fine colla morte di due nobili bolognesi. Condotto Giovanni de' Pepoli nelle carceri d'Imola, gli fu proposto, se amava la libertà, di cedere Bologna all'armi del papa: al che si mostrò egli o fintamente o veramente disposto, e cominciò a scriverne a Jacopo suo fratello. Intanto il conte s'impadronì di Castello San Pietro; ma perciocchè le sue soldatesche, per ritardo di paghe, si ammutinarono, pretendendo settanta mila fiorini d'oro, il conte, non avendo altro ripiego, mise in lor mano Giovanni de' Pepoli per pegno, con tassare il di lui riscatto ottanta mila fiorini d'oro. Oltre a ciò, lasciò loro in guardia Castello San Pietro, ed accrebbe poi le ostilità contra Bologna. Fece allora Jacopo de' Pepoli venire il duca Guarnieri con sua gente per difesa della città, e ricorse ancora per aiuto a Giovanni Visconte arcivescovo e signor di Milano. Bella occasione di pescar nel torbido parve questa al Visconte, personaggio pieno d'ambizione e di vaste idee non meno del fu suo fratello Luchino. Anch'egli perciò mandò un corpo di cavalleria in rinforzo ai Pepoli. Gliene spedì eziandio Ugolino Gonzaga, e vi andò in persona Malatesta signor di Rimini con assai gente: stomacati tutti del tradimento fatto dal ministro papale a Giovanni de' Pepoli. Per lo contrario, Mastino dalla Scala, ricordevole che i Pepoli erano stati in lega coi Gonzaghi contra di lui, inviò nuova gente in sussidio del conte della Romagna.

Trovandosi intanto Giovanni de' Pepoli in ostaggio de' soldati pontificii, venne ad un accordo, promettendo loro venti mila fiorini d'oro di presente, e il resto per tutto il dì 6 di settembre; e se ciò non eseguiva, di tornar nelle loro forze, con dare intanto per ostaggi i suoi figliuoli. Ebbero esecuzione i patti, ed egli rimesso in libertà, giacchè gli andò a vuoto un trattato di sorprendere il conte della Romagna, nel dì 9 di settembre cavalcò a Milano per trattare con Giovanni Visconte de' suoi affari. Trovavansi questi in male stato, perchè forze non c'erano per resistere alla guerra mossa dal conte di Romagna, e mancava la pecunia per riscattare i figliuoli. Parte dunque per necessità, e parte per vendicarsi del medesimo conte, segretamente vendè la città di Bologna all'arcivescovo Visconte per ducento mila fiorini, secondo Matteo Villani [Matteo Villani, lib. 1. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]; laonde il Visconte spedì tosto a Bologna i due nipoti Bernabò e Galeazzo con gran gente d'armi come ausiliarii de' Pepoli. Allorchè essi Pepoli si avvisarono d'essere assai forti per poter eseguire il contratto [Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] fecero eleggere signor di Bologna Giovanni Visconte nel dì 25 d'ottobre, ma con rabbia e dispetto de' migliori e del popolo tutto, che andava gridando per le strade: Noi non vogliamo essere venduti. Tuttavia bisognò prendere il giogo. Era ne' tempi addietro Bologna considerata, non come una città, ma come una provincia: tanto lungi si stendeva il suo distretto, e tanta era la copia degli scolari, i quali talvolta arrivarono al numero di tredici mila. L'acquisto fattone dall'arcivescovo di Milano fu un principio di grandi sciagure per essa città, sì perchè il popolo guelfo di fazione non sapea sofferire il giogo dei Ghibellini, e sì perchè di ciò s'ingelosirono forte i Fiorentini ed altri principi di Lombardia, conoscendo abbastanza la sfrenata avidità del Biscione: che così si cominciò a soprannominar la casa dei Visconti per cagione della vipera, ossia del serpente dell'armi sue gentilizie. Nei patti suddetti Jacopo de' Pepoli si riserbò la signoria di San Giovanni in Persiceto e di Sant'Agata, e Giovanni quella di Crevalcuore e Nonantola: il che maggiormente accese l'odio de' Bolognesi contra dei Pepoli.

Fu in quest'anno [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.] che Giovanni Visconte, per meglio stabilire la sua casa, procurò a Bernabò suo nipote in moglie Regina figliuola di Mastino, e all'altro suo nipote Galeazzo Bianca sorella di Amedeo VI conte di Savoia. Sul fine di settembre in Verona fu sposata Regina, e alla nobil funzione intervennero Obizzo marchese d'Este e Jacopo da Carrara signor di Padova, i quali, secondo l'uso di que' tempi, non dimenticarono di fare degli splendidi regali alla sposa. Celebraronsi poscia con pompa maggiore in Milano nel giorno medesimo le nozze di amendue, e quelle ancora di Ambrosio figliuolo di Lodrisio Visconte. Successivamente nel mese di novembre Can Grande dalla Scala figliuolo di Mastino prese per moglie Isabella figliuola del già Lodovico il Bavaro, e sorella del marchese di Brandeburgo. Corte bandita e gran solennità fu fatta in Verona per questa occasione Nell'anno presente [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] Lodovico degli Ordelaffi s'impadronì di Bertinoro, e Francesco degli Ordelaffi occupò Meldola. Erano essi collegati coi Manfredi di Faenza contro al conte di Romagna. Guerra in questi tempi bolliva tra il patriarca di Aquileia Beltrando, Guascone di patria, prelato di grandi virtù, e il conte di Gorizia, con cui si erano uniti molti castellani del Friuli ribelli del patriarca [Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Mentre con ducento uomini d'armi era esso patriarca in viaggio verso Udine, fu colto da' nemici; nè solamente andò sconfitta la sua gente, ma restò egli preso, e, trafitto da un colpo di spada, vi lasciò miseramente la vita. Ciò pervenuto all'orecchio del duca d'Austria, corse frettolosamente con poderosa copia di combattenti nel Friuli, e si mise in possesso d'Aquileia, d'Udine e degli altri luoghi, alla riserva di Sacile. Gran vendetta fu poi fatta di questo esecrando misfatto. Avea fin qui con assai prudenza governata la città di Padova Jacopo da Carrara, e s'era guadagnato l'amore del pubblico, ma non già di Guglielmo bastardo da Carrara, che per li suoi cattivi portamenti era sequestrato in Padova [Gatari, Histor. Padov., tom, 17 Rer. Ital. Cortus. Histor.]. Perchè costui non poteva ottener la licenza d'andarsene a suo piacimento, talmente s'inviperì, che nel dì 21 di dicembre, festa di san Tommaso, trovandosi con esso solo in una camera, sfoderato un coltello, gli tagliò il ventre, onde cadde morto a terra, Guglielmo dalle guardie fu messo in brani. Universale fu il pianto de' cittadini per questa perdita; e perciocchè non si trovava in città se non Marsilio fanciullo, figliuolo di esso Jacopo, fatto un gran concorso al palazzo, fu creduto bene di metterlo a cavallo e di condurlo per la città, acciocchè si tenesse in quiete il popolo, finchè venissero Jacopino fratello e Francesco primogenito dell'ucciso signore, i quali venuti nel dì 22 del suddetto mese, entrambi furono di comun concordia del popolo proclamati signori.