Fu questo l'ultimo anno della vita di papa Clemente VI [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Infermatosi egli in Avignone, passò all'altra vita nel dì 6 di dicembre. Lasciò dopo di sè la lode d'essere stato pontefice d'animo grande, liberale e limosiniere. Acquistò Avignone alla Chiesa, e in quella città fece di sontuose fabbriche, per eternar ivi il soggiorno de' papi, se avesse potuto, con grave mormorazion degl'Italiani, e specialmente di Roma. Non si guardò neppur egli d'impiegare il danaro della Chiesa in guerre. Attese, benchè con poco frutto, a seminar la pace fra tutti i principi cristiani, non avendo preso partito se non nella guerra di Filippo re di Francia contra dell'Inglese: nel che consumò molto tesoro. Il Baluzio [Baluz., Praefation. ad Vit. Papar. Aven.], che si sforza di difendere i suoi papi avignonesi dalle querele e censure degl'Italiani, i quali non si possono ritenere dal detestare la permanenza de' papi in Provenza, siccome cagione di tanti disordini della corte pontificia, di Roma ed anche dell'Italia; dovette credere picciola cosa l'essere divenuti que' pontefici schiavi delle voglie dei re di Francia e di Napoli; e la dissolutezza in cui cadde la lor corte fra le delizie d'Avignone. Sotto lo stesso Clemente VI non solamente essa non migliorò, ma peggiorò di molto, perchè, per attestato di Matteo Villani [Matteo Villani, lib. 2, cap. 43.], questo papa in ingrandire ed arricchire i suoi parenti, non conobbe limite, e la Chiesa rifornì di più cardinali suoi congiunti, e fecene di sì giovani e di sì disonesta e dissoluta vita, che ne uscirono cose di grande abbominazione. Nè il papa stesso fu in ciò esente da taccia, non essendosi, allorchè era arcivescovo, guardato dalle femmine: e neppur nel papato si seppe contenere, andando a lui le grandi donne, come i prelati; e specialmente la contessa di Turena tanto fu possente in cuore di lui, che per lei facea gran parte delle grazie. Giunse poi l'avidità di far danaro ad innumerabili riserve ed espettative di benefizii, e a conferire a molti lo stesso benefizio, che in fine toccava a chi avea la fortuna di carpire il breve dell'Anteferri. Lascio gli altri disordini della corte avignonese, onde nacquero non pochi scandali, in guisa che taluno diede il nome di Babilonia, non già alla santa Chiesa romana, sempre salda nelle vere dottrine, ma al dissoluto vivere di quella corte, nel mentre che Roma, legittima sede e vescovato proprio de' romani pontefici, andava di male in peggio per la lontananza de' suoi pastori, e tutte le sue città erano ormai cadute in mano de' tiranni. Nel dì 18 del suddetto dicembre s'affrettarono i cardinali di eleggere un papa a lor modo, per prevenire il re di Francia, che veniva in fretta ad Avignone per farne uno a beneplacito suo [Vita Innocentii VI, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Cadde l'elezione nel cardinale Stefano di Alberto, nato nella diocesi di Limoges, vescovo allora d'Ostia, personaggio provveduto di molta scienza, zelo e giustizia, che prese il nome d'Innocenzo VI. Non tardò egli a riformare alcuno de' più gravi abusi che correvano sotto il suo antecessore, annullando le riserve di tanti benefizii e tante commende, delle quali non erano mai sazii i porporati e prelati d'allora, ordinando ancora la residenza ai vescovi e agli altri benefiziati, che dianzi correvano a darsi bel tempo alla corte pontificia, e ad uccellar nuovi benefizii. Riformò ancora il lusso della sua corte e de' cardinali, che era giunto all'eccesso; e cominciò a conferire i benefizii a persone di merito, laddove prima si davano per raccomandazione de' favoriti senza esame di dottrina e di costumi.

Nel dì 13 di febbraio dell'anno presente vennero in vicinanza di Costantinopoli i Veneziani e Genovesi, tutti pieni d'odio e d'invidia gli uni contra degli altri [Caresin., Histor., tom. 12 Rer. Ital. Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 2, cap. 59.]. Menavano i primi un'armata di settantacinque galee tra le proprie e le armate da' Catalani, e quelle di Giovanni Cantacuzeno imperador de' Greci loro confederato. Ne era generale Nicoletto Pisani. La flotta de' Genovesi, comandata da Paganino Doria, ascendeva a sessantaquattro galee. Terribil fu quella battaglia, fatta in più parti e con più rimesse. Vi si sparse gran sangue, e in fine parve che la vittoria fosse de' Genovesi. Imperciocchè il generale de' Catalani, e molti nobili e più di due mila persone dalla parte dei Veneziani e Catalani vi rimasero uccise; e furono prese da' nemici quattordici galee venete, dieci de' Catalani e due de' Greci, e circa mille e ottocento uomini. Ma avendo anche i Genovesi perdute tredici loro galee, oltre a sei che erano fuggite, ed essendo morti nel conflitto più di settecento della lor gente, fra' quali non pochi de' principali cittadini di Genova, neppur essi cantarono il trionfo. Si ritirarono i Veneziani, perchè più malconci degli altri, e si accinsero a riparare il danno, per tentare miglior fortuna in un altro combattimento. I Genovesi all'incontro, per vendicarsi del Cantacuzeno, chiamati in loro aiuto i Turchi, che vi andarono con sessanta legni armati, e ricevute da Genova dieci altre galee, si misero ad assediar Costantinopoli, e ridussero a tale quella città, che nel dì 6 di maggio obbligarono l'imperadore greco a dimandar la pace, che fu stabilita con molto loro vantaggio pel commercio, e coll'espulsione de' Veneziani e Catalani da Costantinopoli, ma con vergogna del nome cristiano. Seguì nell'anno presente in Napoli la coronazione del re Luigi e della regina Giovanna per mano di un legato apostolico, correndo la festa della Pentecoste nel dì 27 di maggio. Con gran solennità fu eseguita quella funzione [Raynaldus, Annal. Eccles. Matteo Villani, lib. 3, cap. 8.], essendovi intervenuti quasi tutti i baroni e vassalli del regno, a' quali fu conceduto un generale indulto di tutte le passate ribellioni: con che tornò a fiorir la pace in quelle contrade. Ma il papa permise al re Luigi la corona, a condizione che, se mai premorisse a lui la regina Giovanna senza figliuoli, il regno pervenisse a Maria di lei sorella, e Luigi dimettesse il titolo di re, con riassumere quello di principe di Taranto. Per cacciar poscia dal regno Corrado Lupo, il quale con grosso corpo di Tedeschi s'era afforzato a Nocera de' Pagani, altro mezzo non ebbe il re Luigi che di adoperar l'efficace ricetta dell'oro, ottenendo da lui quanto volle, collo sborso di trentacinque mila fiorini. Fece anche ritornare alla sua ubbidienza la città dell'Aquila. Ma perchè era rimasto nel regno fra Moriale, che cogli Ungheri teneva tuttavia il castello, ossia la città d'Aversa, mandò il re Luigi per Malatesta da Rimini con dargli il titolo di vicario del regno. Andò colà Malatesta con quattrocento cavalieri, e continuò a perseguitare i ladroni, a tener nette e sicure le strade, e a far pagare le colte. Finalmente si voltò contra di fra Moriale, ed assediò Aversa, tenendola talmente stretta per tutto il dicembre, che il costrinse a renderla, e insieme tutto il tesoro da lui adunato con tante ruberie, fuorchè mille fiorini d'oro che il re per sua bontà gli permise di asportare.

Furono guerre nell'anno presente in Toscana. Quivi sussistevano tuttavia sparse qua e là molte soldatesche di Giovanni Visconte [Matteo Villani, lib. 3, cap. 35.]. Francesco Castracani degli Interminelli, dopo aver tenuto l'assedio più di quattro mesi a Barga, terra de' Fiorentini in Garfagnana, sconfitto da essi Fiorentini, lasciò ivi gli arnesi e molti prigionieri nel mese di ottobre. Bettona, terra ricchissima, che non la cedeva alle città [Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.], fu assediata dai Perugini, presa ed interamente disfatta. Pier Saccone dei Tarlati ebbe delle percosse da' Fiorentini. Gravissime scosse di tremuoto gran danno recarono in Toscana ed in altre parti. Spezialmente in Borgo Santo Sepolcro [Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.] nel dì 26 di dicembre e ne' susseguenti si rovesciò la maggior parte degli edifizii, colla morte di circa due mila persone. Roma in questi tempi, per le civili discordie de' nobili e del popolo, provava anche essa non pochi affanni. Ne fu cacciato Luca Savelli da Rinaldo Orsino senatore. Fecero anche i Romani esercito contra Viterbo, ma vergognosamente se ne tornarono a casa. Nel dì 15 del mese di marzo infermatosi in Ferrara Obizzo marchese d'Este [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortus, Histor., tom. 12 Rer. Ital.], fatti a sè venire i cinque suoi figliuoli, cioè Aldrovandino, Niccolò, Folco, Ugo ed Alberto, a lui nati da Lippa dagli Ariosti, e poi legittimati col matrimonio, li fece cavalieri, e compartì lo stesso onore ad altri nobili ferraresi, modenesi, padovani e d'altre città. Poscia nel dì 19 o 20 d'esso mese compiè il corso di sua vita, lasciando nel popolo un gran desiderio di sè e un giusto motivo di lagrime. Il maggiore de' suoi figliuoli, cioè Aldrovandino, nel giorno seguente fu nel pieno consiglio di quella città, e così in quello di Modena, eletto signore. Se l'ebbe a male Francesco Estense, figliuolo del marchese Bertoldo, che fin allora era stato in isperanza di succedere in quel dominio; e però nel dì 2 d'aprile, fingendo di non vedersi sicuro in Ferrara, se ne absentò, e ritirossi a Padova, poscia in Milano, dove si diede ad ordir delle tele contra del marchese Aldrovandino, delle quali parlerò a suo luogo. Per testimonianza del Gazata [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], storico di questi tempi, nè suddito della casa d'Este, Aldrovandino era signor buono, persona d'onore, giusto e savio.


MCCCLIII

Anno diCristo mcccliii. Indizione VI.
Innocenzo VI papa 2.
Carlo IV re de' Romani 8.

Il poco profitto che faceano l'armi di Giovanni Visconte in Toscana l'indusse finalmente a cercare o ad ascoltare trattati di pace coi comuni di Firenze, Siena e Perugia [Matteo Villani, lib. 3, cap. 59.]. E tanto più vi condiscese egli, perchè ben seppe che quei comuni aveano fatto gagliardo ed efficace maneggio per far calare in Italia Carlo IV re de' Romani: il che a lui non piaceva. Tenutosi dunque un congresso fra gli ambasciatori in Sarzana, nel gennaio di quest'anno fu stabilita e poi pubblicata la pace con condizioni onorevoli per ambedue le parti. Seguitando più che mai l'izza de' Genovesi e Veneziani, i primi allestirono sessanta galee, e fecero lega con Lodovico re d'Ungheria, principe che non avea mai dimesso l'odio e le pretensioni sue contra de' Veneziani per le città della Dalmazia. Infestarono ancora l'Adriatico con alcuni loro legni, e fecero delle insolenze fino alla città di Venezia. Dal canto loro anche i Veneziani rinnovarono la lega con Pietro re di Aragona a danni de' Genovesi, essendosi convenuti che questo re armasse trenta galee al suo soldo, e venti al soldo de' Veneziani. Se ne armarono altre venti in Venezia, di modo che misero insieme una flotta di settanta galee. Vennero ad unirsi coi Catalani i legni veneti verso la Sardegna [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e i Genovesi affrettatisi con cinquantadue galee per trovarli separati, non ostante la loro unione, vennero a battaglia nel dì 29 di agosto verso Loiera, ossia alla Linghiera. La più ardita ed arrischiata gente che fosse allora in mare erano i Genovesi, e perciò sprezzatori d'ognuno. Quivi si fiaccò la loro alterigia. Per viltà d'Antonio Grimaldi loro ammiraglio, che con diecinove galee se ne fuggì, rimase il rimanente sconfitto. Di loro perirono circa due mila persone; trenta galee vennero in potere dei vincitori, e da tre mila e cinquecento furono i prigioni, fra' quali molti de' grandi e principali di Genova. Col calore di questa vittoria occuparono dipoi i Catalani varie terre suddite dei Genovesi in Sardegna; ma avendo anche voluto soggiogare il giudice d'Arborea, ne ebbero sì cattivo mercato, che perderono l'acquistato, e la maggior parte ancora di quel che possedevano prima. Avvilironsi talmente per la disavventura suddetta i Genovesi, che parea loro d'essere affatto perduti. Tutto era lamenti e pianto; trovavansi anche in gran penuria di viveri, senza poterne ricevere per mare, perchè i nemici ne erano padroni. Nè per terra ne poteano sperare, perchè Giovanni Visconte arcivescovo di Milano, che già avea l'occhio a profittar delle loro disgrazie, non ne lasciava passare. Crebbe dunque la confusione in Genova, e le fazioni dei Guelfi e Ghibellini risvegliate l'accrebbero a dismisura. Venne finalmente quel popolo, con istupore d'ognuno, alla risoluzione di darsi al medesimo Giovanni Visconte. Pietro Azario, non so come, scrive [Petrus Azarius, Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che Simonino Boccanegra allora doge ne fece il trattato, per ricavarne anche del vantaggio in suo pro, quando il Boccanegra tanto prima era stato deposto, ed in que' tempi Giovanni di Valente portava questo titolo. Adunque nel dì 10 di ottobre l'arcivescovo fece prendere il possesso di Genova con settecento cavalieri e mille e cinquecento fanti, diede loro per governatore Guglielmo marchese Pallavicino di Cassano; ampie provvisioni di grano v'inviò, e insieme di danaro: sicchè rifiorì quivi la pace, ogni discordia cessò, e il coraggio tornò in cuore a quell'ardito popolo. Lodansi gli storici genovesi del governo del Visconte, perchè li trattò con amore; fece fabbricar l'orologio del pubblico, fin qui cosa nuova fra loro, e slargare le strade da Genova a Nizza con grande utilità della mercatura; e rimise in credito le armi e la potenza de' Genovesi, siccome diremo all'anno seguente.

Fra Moriale, cavaliere di Rodi, e non già del Tempio, che fu cacciato da Aversa, s'era acconcio col prefetto di Vico, e con esso lui avea inutilmente assediato Todi. Perchè non correano le paghe, costui, siccome uomo avvezzo alle prede, staccossi da lui, e cominciò a formare una di quelle compagnie di soldati ladroni e masnadieri che abbiam di sopra veduto; nè questa fu già la prima, come stimò Matteo Villani. Fatto correr voce per l'Italia che darebbe soldo a tutti, mise insieme da mille e cinquecento barbute e più di due mila fanti, e cominciò le sue imprese dal vendicarsi di Malatesta signor di Rimini, che gli avea fatto sì brutto giuoco in Aversa. Era Malatesta all'assedio di Fermo, ed avea ridotta quasi all'estremo quella città, quando fra Moriale, ad istanza di Gentile da Mogliano, signore o tiranno di quella terra, costrinse Malatesta a ritirarsi. Cresciuto poi di gente, si diede a saccheggiar le terre della Marca e il contado di Fano. L'anno fu questo, in cui papa Innocenzo VI [Raynaldus, Annal. Eccles.], veggendo oramai tutte le città della Chiesa in Italia cadute in mano di tiranni; e massimamente dolendogli che il prefetto da Vico avesse ultimamente occupate quasi tutte le terre del Patrimonio e di Roma, ed anche Orvieto; spedì in Italia Egidio Albornoz cardinale spagnuolo, personaggio di gran petto e mente, che avvezzo nelle armi prima di portare la sacra porpora, sapea far non meno da generale d'armata che da legato apostolico. Con ampia facoltà venuto egli in Italia, magnificamente fu accolto e trattato in Lombardia per tutte le città dall'arcivescovo di Milano, fuorchè in Bologna, dove nol lasciò entrare. Nel dì 11 di ottobre arrivò a Firenze, e poscia ito a Montefiascone, ebbe sulle prime il contento di tirar con un accordo i Romani a riceverlo per protettore, e a seco unirsi contra di Giovanni da Vico prefetto di Roma, signor di Viterbo, ed usurpatore di tante terre della Chiesa romana. Di grandi dissensioni e guerre nell'agosto di quest'anno erano state in Roma per le fazioni degli Orsini, Colonnesi e Savelli. Il popolo a furore avea lapidato e morto Bertoldo degli Orsini senatore [Vita di Cola di Rienzo, Antiquitat. Ital.]; ma finalmente, coll'eleggere loro tribuno Francesco Baroncelli, cioè il notaio del senatore, ridussero le cose in migliore stato; ma il rimedio fu di corta durata, e però si mise la città sotto la protezione del valente cardinale legato.

Per li buoni uffizii della corte pontificia, cioè del fu Clemente VI papa, erano stati da Lodovico re d'Ungheria rimessi in libertà sul fine dell'anno precedente i Reali di Napoli [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], tenuti fino allora prigioni, cioè Roberto principe di Taranto e Luigi duca di Durazzo, coi lor fratelli. Nel gennaio di questo anno giunsero a Venezia, e furono ben accolti dipoi nei suoi Stati da Aldrovandino marchese di Este, e in fine giunsero a Napoli. Si udì poco fa menzione di Gentile da Mogliano signore di Fermo, e delle discordie fra lui e Malatesta padrone di Rimini. Non avea forse Gentile da contrastare con sì possente e valoroso nemico. Venuto in Lombardia, niun aiuto potè ricavar da Giovanni Visconte, nè dal marchese Aldrovandino. Da Francesco degli Ordelaffi signor di Forlì, e nemico de' Malatesti, ottenne dodici bandiere; ma nel viaggio furono disfatte, e quasi tutte prese in un'imboscata dal Malatesta, il quale, prevalendosi della vittoria, passò dipoi all'assedio di Fermo; ma, interpostosi l'arcivescovo Visconte, tregua fu fatta sino al dì 20 d'agosto. Finita questa, Galeotto de' Malatesti col fratello Malatesta tornò a stringere d'assedio la medesima città. Nel dì 26 d'agosto il marchese Francesco d'Este, che s'era ritirato da Ferrara, unito un poderoso esercito nella Romagna e Marca, in compagnia di Malatesta giovane, figliuolo del suddetto Malatesta, venne sul Ferrarese, credendosi d'ingoiare la città d'Argenta. Ma avendola il marchese Aldrovandino signor di Ferrara premunita con poderosa guarnigione, e vedendo il Malatesta vano il suo tentativo, passò ad impadronirsi di Porto Maggiore. Le forze di Aldrovandino e una malattia sopraggiunta ad esso Malatesta li fecero ritornar colle bandiere nel sacco a Rimini a dì 26 di agosto. Si erano nello stesso tempo mossi anche i Mantovani e Padovani ai danni d'Aldrovandino. In sua difesa uscì in campagna Can Grande dalla Scala: il che bastò a dissipar questi nuvoli, e a far conoscere al marchese chi dovea egli tener per amico e chi per nemico.