In quest'anno ancora seguitò la guerra fra i Veneziani e Genovesi per mare [Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]; e Carlo Zeno, valente generale de' primi, fatti quanti danni potè agli altri, conservò l'onor della patria colle sue navi in corso. Ma per la guerra di terra non fu già propizia la sorte ai Veneziani. Francesco da Carrara continuava l'assedio o blocco di Trivigi, ed avendo occupate varie castella e paesi d'intorno, impediva ai Veneziani il recar soccorso a quell'afflitta città. Però il senato, che per le passate disgrazie si trovava esausto di denaro e scarso di combattenti, pensò ad abbandonar la terra, per attendere unicamente al mare, dove tuttavia erano assai forti i maggiori loro avversarii, cioè i Genovesi. Trivigi non si potea lungo tempo sostenere: ma piuttosto che lasciarlo cadere in mano del Carrarese, determinarono i Veneziani di donare ad altri quella città: tanto era l'odio che gli portavano, e sì forte il riguardo ch'egli maggiormente non s'ingrandisse. Spedirono dunque Pantaleon Barbo a Leopoldo duca d'Austria, offerendogli Trivigi, purchè egli prendesse a far guerra contra del Carrarese. Nel dì 2 di maggio diedero essi al duca il possesso di quella città: il che fu una stoccata al cuore di Francesco da Carrara, il quale, dopo aver ridotto Trivigi alle estremità, si vide sul più bello tolto il boccone di bocca. Pertanto ordinò egli nel dì 6 di maggio che il suo campo, giacchè il duca era in viaggio, si levasse di sotto a quella città. Ma venendo Pantaleon Barbo suddetto colà con due carrette cariche di panno d'oro e d'argento, per regalare il duca d'Austria alla sua entrata in Trivigi, inciampato nelle truppe padovane, fu preso con tutto il suo equipaggio, e condotto a Padova sotto buona guardia. Era egli il maggior nemico che si avesse il Carrarese; e tuttochè graziosamente fosse rimesso in libertà, con promessa di non essergli contro, pure operò peggio di prima. Nel dì 7 del mese suddetto arrivò il duca Leopoldo con circa dieci mila cavalli nei contorni di Trivigi, e nel dì 9 fece la sua solenne entrata in essa città. Poco si fermò egli, e, lasciato quivi un copioso presidio, se ne tornò in Germania. Ed intanto il Carrarese seguitava a prendere le castella del Trivisano con istupor d'ognuno, e vi faceva inalberar le bandiere del re d'Ungheria, con dire di essere suo servitore. Di pace intanto si trattava alla gagliarda fra i Veneziani e la lega. Erasi interposto Amedeo conte di Savoia, duca di Chablais, e marchese d'Italia, principe allora di sommo credito, per quetar tanti turbini; e per la fede che ebbero in lui tutti gl'interessati, fu egli appunto accettato come mediatore e compromessario di sì gloriosa impresa. A questo fine concorsero a Torino le ambascerie del re d'Ungheria, de' Veneziani, de' Genovesi, del signore di Padova, e del patriarcato d'Aquileia, che, per la morte del patriarca Marquardo, succeduta in quest'anno, si trovava allora mancante di pastore. Proferì il conte di Savoia il suo laudo nel dì 8 d'agosto in Torino [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], in cui decretò che il castello di Tenedo fosse rimesso in sua mano per due anni, dopo i quali lo dovesse spianare; che al Carrarese si restituissero alcuni luoghi, ed egli fosse disobbligato dai patti della pace dell'anno 1372, con altre condizioni ch'io tralascio. Da questa concordia restò escluso Bernabò Visconte. Non si può abbastanza esprimere l'universale allegria che questa pace produsse, massimamente nei popoli ch'erano mischiati nella guerra. E allora fu che il senato veneto mantenne la data parola a chi più degli altri si era segnalato in aiuto della patria, con avere specialmente alzate alla nobiltà veneta trenta famiglie popolari.

Era già pervenuto a Roma Carlo dalla Pace colla sua armata, siccome avvertimmo di sopra [Raynaldus, Annal. Eccles.]. Il pontefice Urbano non solamente l'investì del regno di Napoli con sua bolla data nel dì primo di giugno, ma solennemente ancora di sua mano il coronò nel giorno seguente in tal congiuntura; e giacchè questo pontefice era tutto pieno di pensieri temporali, si obbligò ancora esso Carlo di conferire il principato di Capoa a Francesco Prignano nipote di lui, cioè la miglior parte del regno, conquistato ch'egli l'avesse. L'ardore con cui Urbano procedeva in questo affare, più che mai comparve; perciocchè allora fu specialmente [Theodoric. de Niem., Gobelinus, et alii.], che spogliò chiese ed altari per fornir di moneta questo suo favorito campione. Seco inoltre unì quante truppe potè, e colla sua benedizione l'inviò contro la regina Giovanna. Avea questa riposte le sue speranze nel valore di Ottone duca di Brunsvich suo consorte, e nelle fallaci promesse de' baroni napoletani [Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Ma era troppo divisa la cittadinanza di Napoli. Volevano alcuni la regina, altri papa Urbano, altri il re Carlo. Si oppose Ottone sulle frontiere all'esercito nemico; ma gli convenne ritirarsi [Bonincontrus Morigia, Annal., tom. 21 Rer. Italic.]. Inoltratosi il re Carlo fin sotto a Napoli, dove s'era afforzato il duca Ottone, fu creduto che si verrebbe a battaglia; ma trovaronsi traditori che nel dì 16 di luglio aprirono una porta della città al re Carlo. Entrato ch'egli fu, Ottone, dopo aver trucidato cinquecento de' nemici, si ridusse ad Aversa, e la regina in Castel Nuovo, dove restò assediata e in gravi angustie, perchè per balordaggine de' suoi ministri si trovò sfornita di vettovaglia. Fu dunque obbligata a capitolare, che se nel termine di alquanti giorni non veniva tal forza che la liberasse, ella si renderebbe al re Carlo, il quale nello stesso tempo mostrava delle buone intenzioni per lei. Perciò il duca Ottone nel dì 25 d'agosto, ultimo della capitolazione fatta, calato da castello Sant'Ermo, andò con sue genti a tentar la fortuna, ed attaccò un fiero combattimento coll'esercito del re Carlo. Ma essendo stato ucciso Giovanni marchese di Monferrato, che militava con lui (ed ebbe perciò successore nel dominio dei suoi stati Teodoro II suo minor fratello), e lo stesso duca Ottone nel calor della battaglia essendo restato gravemente ferito (non si sa se da' suoi o da' nemici) e poi fatto prigione, si mise in rotta e fuga tutto l'esercito suo. Questa vittoria decise del resto. La regina Giovanna rendè sè stessa e i castelli nel giorno seguente al re vincitore, e fu poi mandata prigioniera al castello di San Felice. La maggior parte delle terre a lui parimente prestò ubbidienza. Nel dì primo di settembre arrivò a Napoli il conte di Caserta con dieci galee di Provenza, credendo di soccorrere la regina; ma ritrovò cielo nuovo in quelle parti. All'incontro giunse a Napoli Margherita, moglie del re Carlo, con Ladislao e Giovanni suoi figliuoli nel dì 11 di novembre, e nel dì 25 fu coronata regina dal cardinale legato apostolico con gran festa ed allegrezza di quel popolo, che per suo costume ogni dì vorrebbe dei re nuovi.

Accaddero in quest'anno le calamità della città di Arezzo [Gorelli, Chron., tom. 15 Rer. Ital.]. Avea il re Carlo inviato colà per suo vicario Giovanni Caracciolo. I mali suoi portamenti, oppur la giustizia severa ch'egli esercitava [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], cagion furono che la fazion guelfa, avendo prese le armi, il costrinse a ritirarsi nella fortezza. Era il mese di novembre, e trovavasi allora nel territorio di Todi colla compagnia di San Giorgio il conte Alberico da Barbiano, cioè, come già dissi, il più valente condottier d'armi che s'avesse allora l'Italia. Era egli in questi tempi ai servigi del re Carlo, e forse principalmente per la di lui buona condotta e bravura erano procedute con tanta felicità le battaglie e la conquista del regno di Napoli. Fu il conte chiamato con premurose lettere dal Caracciolo; ed egli, andato colà, ed entrato nel castello, senza che gli Aretini avessero punto provveduto alle difese, nel dì 18 di novembre piombò co' suoi masnadieri nella città, e diede un orrido ed universal sacco alle case non meno dei Guelfi che de' Ghibellini, senza risparmiar le chiese, i monisteri e l'onor delle donne. Ser Gorelli poeta aretino d'allora vien descrivendo tutte le enormità di quella tragedia. Boniforte Villanuccio, mandato dipoi colà dal re Carlo, fece del resto, e finì di pelare l'infelice città. Rimase perciò essa affatto desolata, e gli abitatori suoi per la maggior parte si sbandarono chi qua chi là, accattando il pane per sostenersi in vita. Un'altra funesta scena succedette in quest'anno in Verona [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Signoreggiavano quivi i due fratelli bastardi Bartolomeo ed Antonio dalla Scala. La matta voglia di non aver compagni sul trono instigò il minore, cioè Antonio, a levar di vita il fratello. Non era a lui ignoto che Bartolomeo andava di notte con un solo compagno a solazzarsi con una sua amica: il che diede a lui campo di levarlo senza fatica e tumulto dal mondo. Nella mattina adunque del dì 13 di luglio fu ritrovato morto esso Bartolomeo con ventisei ferite nel corpo, e trentasei in quello del suo compagno, davanti alla porta d'un certo Antonio Veronese. Finse il malvagio fratello d'esserne estremamente conturbato, e fece martoriare e poi morire la donna ed alcuni suoi parenti innocenti, come se fossero stati autori dell'omicidio; ma ben conobbero i saggi, e più lo conobbe Francesco da Carrara, da qual mano era venuto il colpo; e perchè ciò gli scappò di bocca, e fu riferito ad Antonio, questi non gliela perdonò mai più. Fin qui la Provenza s'era mantenuta sotto l'ubbidienza dei re di Napoli con altre terre del Piemonte [Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.]. Clemente VII antipapa, dacchè intese conquistato dal re Carlo il regno di Napoli, ed imprigionata la regina Giovanna, investì d'esso regno Lodovico duca d'Angiò, zio del re di Francia, perchè già adottato da essa regina; e questi si mise anche in possesso della felice contrada della Provenza, benchè non senza molte opposizioni e contrasti d'alcuni di que' popoli.


MCCCLXXXII

Anno diCristo mccclxxxii. Indiz. V.
Urbano VI papa 5.
Venceslao re de' Romani 5.

Lodovico duca d'Angiò, che a tempo non era potuto venire in Italia per impedir la caduta e prigionia della regina Giovanna, si mise in quest'anno in cuore di liberarla dalle mani del re Carlo. A tale effetto raunò un formidabile esercito di Franzesi e d'altre nazioni. Costume è de' popoli, ed anche de' principi, siccome abbiam detto più volte, d'ingrandire a dismisura il ruolo delle armate. Oltre all'autore della Cronica di Forlì [Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], il Gazata [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], vivente allora, giugne a dire che il di lui esercito ascendeva a sessantacinque mila cavalieri. L'autore degli Annali Milanesi [Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.] gliene dà quarantacinque mila. Ma il Cronista Estense [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] e Matteo Griffoni [Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital.] con più giudizio scrissero ch'egli entrò in Italia con quindici mila cavalli, e tre mila e cinquecento balestrieri; ed avea seco Amedeo conte di Savoia, principe di gran riputazione. Era questo duca d'Angiò, se si ha da credere al Gazata, uomo crudelissimo, e da tutti odiato in Francia. Vantavasi egli di venire in Italia per abbattere papa Urbano, giacchè egli riconosceva l'antipapa Clemente per vero papa. Rapporta il Leibnizio [Leibnitius, Cod. Jur. Gent., tom. 1, n. 106.] un atto curioso d'esso Clemente, cioè una bolla di lui, colla quale instituisce e dona al suddetto duca d'Angiò e a' suoi discendenti il regno dell'Adria, formandolo colle provincie della marca di Ancona e Romagna, col ducato di Spoleti, colle città di Bologna, Ferrara, Ravenna, Perugia, Todi, e con tutti gli altri Stati della Chiesa romana, a riserva di Roma, Patrimonio, Campania, Marittima e Sabina. Dio non permise poi un sì grave assassinio allo stato temporale de' romani pontefici. Quell'atto vien riferito da esso Leibnizio nell'anno presente 1382. Ma ivi si legge: Datum Spelunga Cajetanae Dioecesis XV kalendas maji, pontificatus nostri anno primo: note indicanti l'anno 1379. Ma non par molto verisimile che, stando allora l'antipapa nel territorio di Gaeta, ideasse così di buon'ora uno smembramento tale degli Stati della Chiesa. Comunque sia, affine di potere sicuramente passare per gli Stati de' Visconti, Lodovico cercò l'amicizia di Bernabò, e si convenne che il Visconte darebbe in moglie Lucia sua figliuola ad un figliuolo d'esso duca, e gli presterebbe quaranta mila fiorini d'oro, con altri patti d'assistenza per la conquista del regno di Napoli [Corio, Istoria di Milano.]. Negli Annali Milanesi [Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.] è scritto avergli Bernabò promesso ducento mila fiorini d'oro a titolo di dote: e lo stesso autore, siccome il giornalista napoletano [Giornal. Napolet., tom. 15 Rer. Ital.], ci conservarono il registro dell'insigne nobiltà e baronia che accompagnò esso duca d'Angiò a questa spedizione. Fece Bernabò quante finezze potè all'Angioino nel suo passaggio; passaggio ben greve ai territorii, che tanta cavalleria ebbero a mantenere, e sofferir anche lo spoglio delle case. Furono ben trattati i Bolognesi; e Guido da Polenta signor di Ravenna alzò le bandiere d'esso duca di Angiò [Chron. Foroliviense, tom. 22 Rer. Ital.].

Aveva il re Carlo spedito il conte Alberico da Barbiano con trecento uomini d'armi per opporsi a questo passaggio. Per tale, benchè picciolo, aiuto Forlì e Cesena tentate dal duca si sostennero, e vi furono solamente bruciate alcune ville. Anche Galeotto Malatesta negò la vettovaglia. Ciò non ostante, e quantunque Alberico avesse dato il guasto a tutto il foraggio del paese di là da Forlì, pure l'armata angioina nel mese d'agosto passò oltre, ed essendosegli data Ancona, arrivò finalmente nel regno di Napoli. L'autore della Cronica di Rimini scrive [Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.] d'aver veduto passar quest'armata, e parve a lui e ad altri vecchi pratici della guerra di non essersene mai veduta una sì grossa, nè di più bella gente, di modo che comunemente si credeva che fossero più di quaranta mila cavalli. Intanto il re Carlo, sentendo qual turbine terribile romoreggiasse contra di lui, secondo la mondana politica credette non essere più da lasciare in vita l'imprigionata regina Giovanna. Sui principii la trattò egli con assai umanità, le fece anche delle carezze, sperando d'indurla a cedere in suo favore non solo il regno di Napoli, ma anche la Provenza [Tristanus Caracciolus, Opusc., tom. 22 Rer. Ital.]. Tale nondimeno era l'odio che in suo cuore covava essa regina contra di questo ladrone (così ella il chiamava), che mai non volle consentire. Arrivate le galee di Marsiglia, siccome dissi, troppo tardi in aiuto suo, allora il re Carlo rinforzò le batterie, acciocchè essa confessasse d'essere trattata da madre, e comandasse ai Provenzali di ricevere esso re Carlo per signore. Finse ella di acconsentire, ma come furono condotti alla presenza sua gli uffiziali di quelle galee, da donna magnanima disse loro quanto potè di male del re Carlo, ordinando che si sottomettessero, non mai a quell'assassino, ma bensì a Lodovico duca d'Angiò, eletto da lei per suo erede; e che per conto di lei ad altro non pensassero se non a farle il funerale, e a pregar Dio per l'anima sua. Da ciò venne che il re Carlo la fece chiudere in dura prigione; ed allorchè intese che con tante forze era per venire il duca d'Angiò per liberarla, nel dì 12 di maggio, siccome hanno i Giornali di Napoli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], oppure nel dì 22, come ha il testo di Teodorico di Niem [Theodoricus de Niem, Histor.], o col veleno, oppure, come fu voce e credenza più accertata, con laccio di seta la fece privar di vita, e poscia esporre il suo cadavero, acciocchè fosse veduto da tutti. Tal fine ebbe la misera regina, la cui fama di molto restò annerita per la morte del suo primo marito Andrea, in cui certo è che ebbe mano. Tristano Caracciolo, scrittore di gran senno ed onoratezza, da lì a cent'anni fece assai conoscere che nel resto delle azioni sue fu principessa giusta, saggia e degna di lode, benchè con fine sì ignominioso miseramente terminasse la vita.

Entrato il duca d'Angiò per la parte d'Abruzzo nel regno di Napoli, fu messo in possesso dell'importante città dell'Aquila, datagli da Ramondaccio Caldora. Ebbe Nola, Matalona, ed altre città e terre. Seco fu una gran frotta di baroni napoletani, che aveano tutti sposato il partito di lui e dell'infelice regina. Veggonsi essi ad uno ad uno annoverati dal Buonincontri ne' suoi Annali [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. E quindi nacque la fazione angioina, che lungo tempo durò poi, e tenne diviso quel regno. Per mediazione di papa Urbano condusse il re Carlo al suo soldo Giovanni Aucud con due mila e ducento cavalli [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.], che nel dì 22 d'ottobre giunse a seco unirsi. Così venne egli ad avere quattordici mila cavalli al suo servigio; ma il duca d'Angiò ne contava molte migliaia di più. Avrebbe il re potuto venire ad un fatto d'armi, siccome bramavano gli avversarii franzesi; ma, per consiglio del saggio conte Alberico da Barbiano, volle star sempre alla difesa, sperando che vedrebbe a poco a poco dissiparsi e venir meno le soldatesche del principe nemico, siccome in fatti avvenne. Portata al duca d'Angiò la nuova che l'Aucud era venuto a militare contra di lui, considerandolo tuttavia come capitano dei Fiorentini, ordinò che in Provenza fossero prese tutte le merci de' Fiorentini: ordine che fu puntualmente eseguito con grave danno di quella nazione [Cronica di Siena, tom. 15 Rer. Ital.]. Verità o finzione fosse, certo è che i Fiorentini l'aveano casso. Nel mese d'ottobre del presente anno mancò di vita Lodovico da Gonzaga signor di Mantova [Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], e andò a rendere conto a Dio dei due suoi fratelli Ugolino e Francesco uccisi per ordine suo. Aveva atteso a mettere insieme gran danaro. Gli succedette nel dominio Francesco suo figliuolo, che avea per moglie una figliuola di Bernabò Visconte. L'ultimo anno ancora della vita di Lodovico re d'Ungheria e di Polonia fu questo, cioè di un principe che abbiam veduto mischiato non poco negli affari d'Italia, e che lasciò dopo di sè una memoria gloriosa per la sua pietà e per le sue memorabili imprese [Cromerus et Bonfinius, de Reb. Hungar.]. Di lui non restò prole maschile. Solamente ebbe due figliuole, cioè Maria, che ereditò il regno d'Ungheria, e coronata prese il nome di re, e non di regina. Ad Edvige, altra sua figliuola, toccò il regno di Polonia. A questa grande eredità aspirava Carlo di Durazzo re di Napoli, pretendendo dovuti quei regni a sè, come maschio e parente stretto; ma per ora, trovandosi egli troppo occupato dalla guerra col duca d'Angiò, con dissimulazione se la passò. In vigor della pace fra i Veneziani e Genovesi, dovea essere consegnato ad Amedeo conte di Savoia l'importante castello di Tenedo [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Spedirono essi l'ordine, ma Zanachi Mudazzo capitano di quella fortezza si ostinò in non volerla consegnare. Creduto ciò un'invenzione de' Veneziani, fu fatta in Genova gran rappresaglia e sequestro delle merci che erano ivi de' Fiorentini, perchè questi erano entrati mallevadori della consegna e distruzione di Tenedo. I Veneziani, che operavano con sincerità, furono obbligati a spedire uno stuolo di galee e d'altri legni colà, che, assediato quel castello, l'astrinsero nell'anno seguente alla resa, e dipoi lo smantellarono, portando altrove tutti gli abitanti. Venne a morte nel dì 5 di giugno Andrea Contareno doge di Venezia [Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], principe glorioso per aver salvata la patria in mezzo a tanti pericoli. Ebbe per successore Michele Morosino, eletto doge nel dì 10 d'esso mese. Ma poco potè egli godere di quell'eccelsa dignità, di cui era sì meritevole per le sue rare virtù, perchè Dio il chiamò a sè nel dì 15 d'ottobre. Però l'elezione di un altro doge, fatta nel dì 24 di novembre, cadde nella persona di Antonio Veniero.