Dispiaceva forte papa Bonifazio l'arrabbiata guerra che si facea tra il conte di Virtù e i Fiorentini collegati col Carrarese [Corio, Istoria di Milano.]. Affine di smorzar questo fuoco, avea spedito Ricciardo Caracciolo, gran maestro dell'ordine di Rodi, a Firenze e Pavia per indurre le parti alla pace. E perciocchè anche Antoniotto Adorno doge di Genova con zelo avea fatte le medesime proposizioni, furono mandati a Genova gli ambasciatori delle potenze interessate; e, dopo grandi dibattimenti nel gennaio di quest'anno, si conchiuse una tregua di trent'anni fra loro [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Rinunziò Gian-Galeazzo alle sue pretensioni sopra Padova, con che Francesco Novello pagasse cinquecento mila fiorini d'oro al Visconte in cinquanta anni, dieci mila per anno. Andrea Gataro scrive [Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], essere stati promessi solamente sette mila fiorini l'anno per anni trenta. Promesse sì lunghe sperava bene il Carrarese che non avrebbono effetto col tempo. Di Francesco il vecchio suo padre, che era prigione in Como (altri scrivono in Monza) nulla si parlò, figurandosi il figliuolo di poterne poi ottenere la liberazione dalla magnanimità di Gian-Galeazzo, se pure egli si curò molto di riaverlo vivo. Gli altri capitoli della tregua, che fu pubblicata nel dì due di febbraio, si leggono presso il Corio, e son anche riferiti negli Annali del Bonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Disputandosi in quell'accordo, chi ne sarebbe garante, Guido Tomasi, ambasciator fiorentino, la finì con dire [Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 16.]: La spada sarà mallevadrice per tutti. Ma poco fidandosi i potenti d'Italia del Visconte, principe che colle forze grandi univa poca fede per la cocente voglia di dilatar le fimbrie, vollero assicurarsi in avvenire contra i di lui tentativi. Francesco Gonzaga signore di Mantova quegli fu che più degli altri si mosse. Andò a Roma, Firenze, Pisa, Bologna e Ferrara, e fermò una segreta lega di tutte queste potenze, la qual conchiusa in Bologna nel dì 11 d'aprile, accresciuta nel progresso, finalmente nel dì 8 di settembre fu gridata in Mantova, e si scoprì che v'erano entrati anche Francesco Novello da Carrara, ed Astorre ossia Eustorgio de' Manfredi signore d'Imola. N'ebbe gran rabbia Gian-Galeazzo Visconte, il quale in questi tempi attese a fabbricare il fortissimo castello, che tuttavia sussiste nella città di Milano, ed ebbe nel dì 23 d'esso mese la consolazione di veder nato da Caterina sua moglie un secondogenito, a cui fu posto il nome di Filippo Maria [Chronic. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nè si vuol tacere che di molte insidie furono tese al suddetto Gonzaga nel suo ritorno da Roma; il perchè fu necessitato a venir per mare in Toscana, e di là a Firenze e Bologna. Gli facea la caccia il conte di Virtù.
Cominciò in quest'anno il giovinetto re Ladislao a tentar sua fortuna contra dell'emulo suo re Lodovico [Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Nel dì 10 d'aprile spedì le sue genti allo sterminio della potente casa de' Sanseverini, che teneva gran signoria in Calabria. Andarono ben fallati i suoi conti; imperciocchè, sentendo questa mossa i Sanseverini, cavalcarono un dì e una notte con fare settanta miglia (se tanto si può fare), e sull'alba assalirono il campo nemico, che a tutt'altro pensava, con isbarattarlo, far molti prigioni e guadagnar buon bottino. Si contarono fra i prigioni Ottone duca di Brunsvich principe di Taranto, ed Alberico conte di Barbiano. Costò al primo il riscatto non più di duemila fiorini d'oro; non più di tre mila all'altro, ma colla promessa di non militare per dieci anni contra di loro. Assai danaro si ricavò dalle altre persone di taglia, se vollero conseguire la libertà. Lorenzo Bonincontro [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.] riferisce più tardi questo sinistro avvenimento, per cui il conte Alberico venne poi a militare in Lombardia. Andò il re Ladislao a Roma nel dì 30 di maggio, dove immensi onori gli furono fatti. E perciocchè la regina Costanza già era venuta in isprezzo ad esso re, ed era successivamente mancato di vita Manfredi di Chiaramonte Siciliano suo padre, Ladislao propose in Roma l'annientamento del suo matrimonio (secondo alcuni, non peranche consumato) con essa regina, allegando di avervi consentito senza la necessaria età, e come per forza, e ne riportò sentenza favorevole: perlochè la sfortunata principessa, deposti i titoli regali, e trattata qual privata femminuccia, fu poi collocata in matrimonio ad altri, siccome diremo. Tornato a Gaeta Ladislao, uscì finalmente per la prima volta in campagna coll'esercito de' suoi baroni, a' quali la regina Margherita teneramente colle lagrime sugli occhi il raccomandò. S'impadronì dell'Aquila, e fece prigione il conte di Monopoli. Fu attossicato in Capoa, e durò fatica a salvare la vita. Costrinse ad abbracciare il suo partito Tommaso Marzano duca di Sessa, ammiraglio del regno, e Stefano Sanseverino conte di Matera. Mise anche in rotta i nemici a Monte Corvino, luogo che in quella congiuntura andò a sacco.
Nell'anno presente [Raynald., Annales Ecclesiast. Histor. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.] Maria regina di Sicilia, condotta in addietro per forza in Aragona dalla fazione aragonese, e maritata a don Martino della real casa d'Aragona, venne col marito in Sicilia, correndo il mese di febbraio. Dopo avere oppressa, anzi spiantata la fazione contraria de' Chiaramontesi, Palermo, Catania ed altre città, vennero alla loro ubbidienza: al che si può credere che influisse non poco l'aver essi abbracciato il partito del vero pontefice Bonifazio IX. Ma essendo i medesimi da lì a qualche tempo tornati a riconoscere l'antipapa Clemente, si risvegliò una fiera ribellione in quell'isola, di modo che, a riserva di Messina, Siracusa e la rocca di Catania, tutto il rimanente si sottrasse al loro dominio. Non mancavano in tanto a papa Bonifazio turbolenze ne' suoi Stati, e cresceva l'impegno di sostener la guerra contra del nemico re Lodovico d'Angiò in favor dell'amico re Ladislao. Grande era il bisogno di danaro, ed egli per questo continuò ad impegnare i beni delle chiese di Roma, e ad erigere la metà delle annate per la collazion de' benefizii; del che furono universali le doglianze del clero, nè minori si sentirono per le decime imposte dall'antipapa al clero di Francia, e pur convenne pagarle. Grave discordia e guerra civile avea in addietro lacerata la città di Perugia per le fazioni de' Beccarini e Raspanti. S'invogliò quel popolo di chiamar colà papa Bonifazio, il quale, già disgustato delle insolenze a lui fatte dai Banderesi romani, non ebbe discaro di accettar quella città per sua residenza [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], con esigere innanzi che in mano sua fossero rimesse le porte e le fortezze. Si portò egli colà nel dì 17 d'ottobre, e si studiò di rimettere la pace fra i cittadini, pace nondimeno che, secondo l'abuso di quei tempi, non fu di lunga durata.
Dominava in Pisa da gran tempo Pietro Gambacorta, governando, secondo varie Croniche, umanamente e saviamente quel popolo. Racconta all'incontro ne' suoi Annali il Tronci [Tronci, Annal. Pisani.], esser egli venuto in odio a tutti i cittadini di Pisa, non già per le azioni sue, ma per la prepotenza e per le insolenze de' suoi figliuoli, e d'altri della famiglia medesima. Somma confidenza aveva egli data a ser Jacopo d'Appiano, ossia da Pisano, uomo, benchè vile di nascita, benchè malvagio in eccesso, pure suo segretario favorito, di modo che per mano di costui passavano tutti gli affari più importanti di quell'illustre città. La bandita fazion de' Raspanti manteneva segrete corrispondenze con questo mal arnese; anzi lo stesso Gian-Galeazzo Visconte per fini suoi politici nascostamente fomentava stretta amicizia con lui; nè il Gambacorta seppe mai prestar fede ai Fiorentini e ad altri che gliel mettevano in sospetto. Per effettuare i suoi scellerati disegni l'Appiano, vecchio allora di settant'anni, occultamente introdusse in Pisa molte centinaia d'uomini suoi parziali, chiamati specialmente da Lucca e dalla Garfagnana [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]. Venuto il dì 21 di ottobre, uccise Jacopo Rosso de' Lanfranchi, uno de' primarii cittadini: fatto, per cui tutta la città fu in armi. Ancorchè non apparisse disposizione alcuna dell'ingratissimo Appiano contra del suo signore, pure Pier Gambacorta si afforzò con Lorenzo e Benedetto suoi figliuoli, e co' suoi provisionati. Ma non cessando di fidarsi dell'Appiano, restò miseramente ucciso egli, feriti e presi i suoi figliuoli, anch'eglino furono tolti dal mondo. Dopo di che il traditore Appiano ebbe seguito e forza per farsi proclamare signor di Pisa: colpo che sommamente increbbe ai Fiorentini, i quali, perduto un buon amico, ebbero da lì innanzi un dichiarato nemico in costui, siccome creatura di Gian-Galeazzo Visconte, che all'aperta si diede poscia a conoscere gran protettore di lui. I fuorusciti allora rientrarono tutti in Pisa; ne uscirono i parziali de' Gambacorti, e non pochi altri de' migliori cittadini, e fra gli altri lo stesso arcivescovo Lotto Gambacorta. Di gravi molestie soffrì ancora in quest'anno la Toscana dalla compagnia di masnadieri raunata da Azzo da Castello e da Biordo de' Michelotti [Ammirat., Istoria Fiorentina, lib. 16.]. Per liberarsene furono obbligati i Fiorentini a sborsare quaranta mila fiorini d'oro, sette mila i Sanesi, dodici mila i Pisani, otto mila i Lucchesi. Ecco se sapeano dare dei buoni salassi questi assassini. Altra via di cacciar costoro non ebbero i Perugini, che d'invitare alla lor città il papa, siccome abbiam già detto. In Genova gran commozione fu nell'anno presente contro ad Antoniotto Adorno doge di quella istabile repubblica [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Antonio Viale vescovo di Savona nel dì 19 d'aprile fu il primo ad entrar coll'armi nella città; ma preso e cacciato in un'orrida prigione fu costretto per qualche tempo a far penitenza dell'attentato sconvenevole ad un pari suo. Altro sforzo fu fatto nel maggio, ma con poco successo, contra di esso doge. Finalmente nel dì 16 di giugno i Guelfi tutti, prese le armi, fecero battaglia cogli avversarii, costrignendoli alla fuga, di modo che anche l'Adorno segretamente si ritirò fuori della città, e in luogo suo fu creato doge Antonio di Montaldo, parente del medesimo Adorno, benchè in età di soli ventitrè anni.
MCCCXCIII
| Anno di | Cristo mcccxciii. Indizione I. |
| Bonifazio IX papa 5. | |
| Venceslao re de' Romani 16. |
Mentre papa Bonifazio dimorava in Perugia [Raynaldus, Annal. Eccles.], co' suoi buoni maneggi trasse alla sua divozione il popolo d'Ancona, dianzi attaccato all'antipapa. Per guadagnarsi l'affetto de' Bolognesi [Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], accordò loro quanti privilegii e grazie seppero addimandare, confermando loro, fra le altre cose, il supposto privilegio di Teodosio imperadore. Acconciò ancora i suoi affari con altre città della Marca, lasciando ad esse la libertà, purchè pagassero un annuo censo. Viterbo, occupato da Giovanni Sciarra, gli era tuttavia contrario; ma i Romani, antichi nemici di quella città, ostilmente usciti contro alla medesima, obbligarono colla forza l'usurpatore a ricorrere alla clemenza del pontefice. Camerino, Jesi, Fabriano, Matelica ed altri luoghi occupati da varii signori, anch'essi gli ubbidirono, salva la signoria di que' potenti, che promisero censo anche essi. Ma nel mese d'agosto ebbe fine la quiete di Perugia, e la residenza del pontefice in quella città. Ne era esclusa la fazione de' Raspanti, ed, unitasi questa alla compagnia de' masnadieri di Biordo de' Michelotti, Perugino di patria, si portò sotto Perugia. Trattossi d'accordo, e, il papa, credendo alle promesse di que' fuorusciti, permise loro l'ingresso nella patria. Male per la fazion contraria de' Beccarini, contra dei quali non tardarono ad incrudelire col ferro i nuovi entrati; e non potendo il pontefice frenar così fatto furore, si ritirò ad Assisi. Entrò poscia Biordo in quella città, rimasta desolata, e tirannicamente ne prese il dominio. La partenza del papa da Perugia fu cagione che i Romani s'invogliarono di farlo ritornare a Roma. Spedirongli a questo fine ambasciatori; e giacchè non ebbero difficoltà a prendere quelle leggi che loro prescrisse il papa, il videro comparire a Roma, prima che terminasse l'anno presente. Ma non terminarono in quest'anno le violenze di Biordo [Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Avea papa Bonifazio, secondo l'uso del nepotismo d'allora, creato marchese della Marca Andrea suo fratello di casa Tomacelli. Biordo l'assediò in Macerata; per interposizione de' Fiorentini si salvò Andrea [Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.], con avergli i Maceratesi pagata la somma di mille fiorini d'oro. Diversamente scrive Bonincontro, con dire che Biordo l'ebbe prigione, e ciò viene confermato da Teodorico di Niem [Theodoricus de Niem, Hist.]. Fu poi riscattato con danari dal papa, e Biordo s'impadronì di varie città e castella della Marca. Anche i Malatesti, cioè Carlo e Pandolfo, nel mese d'agosto coll'oste loro andarono fin sotto Forlì saccheggiando il paese. Poco vi mancò che non facessero prigioni Francesco e Pino degli Ordelaffi, i quali poi colla valevole applicazion del danaro liberarono per ora dalle forze de' nemici il loro paese.
Guerra non fu in quest'anno in Lombardia, ma si videro bene i preludii di quella che nacque nel seguente [Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic.]. Penava Gian-Galeazzo Visconte a tenere in freno il rancore conceputo contra di Francesco Gonzaga signore di Mantova, perchè egli s'era staccato da lui, e molto più perchè avea manipolata una sì forte lega a' suoi danni, ed ultimamente ancora, unito ad Alberto marchese d'Este, era stato a Venezia a trattar con quella signoria. Intendeva ben egli a che fine esso Gonzaga, aiutato dai collegati, avesse piantato un ponte sul Po a Borgoforte, e ben afforzatolo ai due lati. Pertanto gli venne in pensiero di far anch'egli un brutto scherzo al Gonzaga con divertire dal loro letto le acque del Mincio. Fece a questo oggetto tagliare un monte presso a Valezzo; fece far di grandi chiuse ed altri lavorieri con incredibili fatiche e spese. Se riusciva il disegno, addio Mantova. Restava essa priva del lago, cioè della sua fortificazione, e vicina ad essere spopolata per l'aria fetente delle paludi. Ma più possanza ebbe l'escrescenza del fiume, che le invenzioni degli architetti, e andò a male tutto quel dispendioso lavoro: disgrazia, a cui soccombe facilmente chi vuol far da maestro alla forza de' fiumi. Se ne erano ingelositi forte i collegati, e tennero per questo i loro ambasciatori un parlamento in Ferrara; e veduto poi che il fiume da sè stesso avea provveduto al bisogno, altro non fecero per allora. Venne a morte nel dì 30 di luglio [Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod.] Alberto marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Rovigo e Comacchio, principe di sempre cara ricordanza; e a lui d'unanime consenso dei popoli succedette nel dominio Niccolò marchese d'Este suo figliuolo, già investito degli Stati dal papa e dall'imperadore [Delayto, Annal., tom. eod.]. Era egli in età di nove anni e mesi, e però gli furono assegnati dal padre alcuni nobili per tutori, sotto la protezione dell'inclita repubblica di Venezia, la quale, unitamente co' Bolognesi, Fiorentini e Mantovani, inviò rinforzi di milizie a Ferrara e Modena [Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], per sicurezza del giovinetto principe, e per isventar le trame che potesse tentare il conte di Virtù. Fu ancora in questo anno un terribile sconvolgimento nella discorde città di Genova [Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. eod.] per li tentativi fatti più volte da Antoniotto Adorno affin di ricuperare la perduta dignità di doge. Troppo lontano mi condurrebbe l'argomento, se narrar volessi quegli avvenimenti, diffusamente descritti da Giorgio Stella. A me perciò basterà di accennare che il doge Antonio di Montaldo, cedendo alla forza, si ritirò. Pietro da Campofregoso fu assunto a quella dignità da alcuni; ma cadde anch'egli. Venne proclamato da altri Clemente di Promontorio; neppur egli durò. Con più bella apparenza fu esaltato Francesco Giustiniano del fu Garibaldo. Vi furono battaglie, e con tutti i suoi sforzi Antoniotto Adorno nulla potè ottenere. Finalmente, prevalendo la fazione d'Antonio di Montaldo, questi riacquistò nel dì primo di settembre il trono ducale, e tornò alla sua quiete la scompigliata città, con restar nulladimeno in moto i mali umori delle detestabili fazioni. Guerra fu in quest'anno [Chron. Foroliv., tom. 22 Rer. Ital.] fra Carlo e Pandolfo de' Malatesti signori di Rimini, Pesaro e d'altri luoghi dall'un canto, e Cecco e Pino degli Ordelaffi signori di Forlì. Si venne a battaglia fra loro nel dì 8 di agosto presso alla villa di Bosecchio, e ne andarono sconfitti gli ultimi, con lasciar molti prigionieri in mano de' nemici. Fin qui era stato ritenuto prigioniere nel castello di Monza [Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.] Francesco il vecchio da Carrara, trattato nondimeno con umanità da Gian-Galeazzo Visconte, quando s'avvicinarono i giorni suoi al fine. Mancò egli di vita nel dì 6 d'ottobre dell'anno presente; e il Visconte, uomo di massime grandi, fattolo imbalsamare, con esequie magnifiche gli celebrò il funerale. Ottenne dipoi Francesco Novello il cadavero del padre, e, fattolo condurre a Padova, quivi con solennissima pompa gli diede sepoltura nel dì 20, oppure 21 di novembre. L'orazione funebre fatta in tale occasione da Pietro Paolo Vergerio, insigne oratore di questi tempi, colla descrizione del funerale, fu da me data alla luce [Verger., Orat., tom. 16 Rer. Ital.].