MCCLXX

Anno diCristo mcclxx. Indizione XIII.
Santa Sede vacante.
Imperio vacante.

L'anno fu questo in cui Lodovico IX santo re di Francia volle compiere il secondo voto della spedizione sua contro gl'infedeli [Nangius., Monach. Patavinus, in Chron. Guilielmus de Podio, Gesta S. Lodovici, et alii.]. Sul principio di marzo si mise in viaggio col cardinale d'Albano legato apostolico; e con un fiorito esercito passò in Provenza, dove solamente ne' primi giorni di luglio imbarcata la gente, sciolse le vele. Battuta quell'armata da una furiosa tempesta, approdò a Cagliari in Sardegna, e di là poi dirizzò le prore verso L'Africa. Perchè il bey ossia il re di Tunisi gli avea fatto sperare di volersi convertire alla fede di Cristo, e per altri motivi, prevalse il motivo di sbarcare colà. Si trovò che quel Barbaro avea tutt'altro in cuore che d'abbracciar la religion cristiana; anzi coll'arrivo dei Franzesi fece metter ne' ferri tutti quanti i mercatanti e gli schiavi cristiani di Tunisi, che erano alquante migliaia. Fu dunque determinato di usar la forza, e non si tardò a prendere il castello di Cartagine, dove il santo re si trincierò, aspettando intanto l'arrivo di Carlo re dì Sicilia colla sua flotta, che dovea portar un poderoso rinforzo di gente, di munizioni e di viveri. Ma il re Carlo oltre l'espettazione tardò un mese ad arrivar colà: nel qual tempo, per gli eccessivi caldi, per la diversità del clima e per la penuria dell'acqua dolce, s'introdusse nella regale armata il flusso di sangue con febbri maligne, che cominciarono a fare ampia strage dell'alta e bassa gente. Vi perì Giovanni Tristano conte di Nivers, figliuolo del re, e poco appresso il cardinale legato Radolfo, con altri nobili. Ed infermatosi lo stesso re santo Lodovico, nel dì 25 d'agosto con ammirabil costanza d'animo, rassegnazione al volere di Dio e atti di soda pietà, volò a ricevere in cielo quella corona ch'egli amò e desiderò più che l'altra della terra, lasciando in una total costernazione l'armata sua. Arrivato in questo tempo il re Carlo con una potentissima flotta, rincorò gli animi abbattuti, e fatto dichiarare re di Francia Filippo figliuolo primogenito del defunto re, ottenne che si strignesse d'assedio la città di Tunisi. Durò circa tre mesi questa impresa con varie scaramuccie; e veggendo il re saraceno l'ostinazion de' cristiani, si ridusse in fine a pregar di pace o tregua [Caffari, Annal. Genuens., lib. 96, tom. 6 Rer. Ital.], e questa fu conceduta, per potersi tirar con onore da quel paese. L'accordo fu stabilito, con obbligarsi colui di sborsare cento cinque mila fiorini d'oro, oppure oncie d'oro, da pagarsi la metà di presente, e l'altra fra due anni; di liberar tutti gli schiavi cristiani; di permettere l'esercizio libero e la predicazion della religione di Cristo; e finalmente di pagar da lì innanzi annualmente al re di Sicilia quaranta mila scudi di tributo. Il che fatto, nel dì 28 di novembre tutto l'esercito franzese e siciliano s'imbarcò, e voltò le prore alla volta della Sicilia. Il non avere il re Carlo mostrato alcun pensiero di soccorrere Terra santa, al quale oggetto s'erano imposte tante contribuzioni ai popoli e alle chiese, e tanti aveano presa la croce, diede motivo ad una universal mormorazione, gridando tutti ch'egli unicamente per suo vantaggio, e per rendersi tributario il regno di Tunisi, avea promossa la crociata, ed eccitato il santo re fratello a fermarsi colà. Soprattutto se ne stomacò, e ne fece dell'aspre doglianze Edoardo principe d'Inghilterra, il quale nel tempo dello stesso trattato arrivò a Tunisi, e veleggiò poscia verso di Accon, per dare un vero compimento al suo voto. Ma nell'ultimo giorno di novembre arrivata la flotta franzese e siciliana alla vista di Trapani in Sicilia, fu sorpresa da sì orrida tempesta, che la maggior parte o restò preda del mare, o andò a rompersi in terra colla morte, chi dice di quattro, chi di molte più migliaia di persone, e colla perdita del danaro pagato dai Saraceni, e d'altri innumerabili arnesi. Il Continuatore di Caffaro, allora vivente, scrive che vi perirono infiniti uomini. Trovavansi in quell'armata ben dieci mila Genovesi, parte per combattere colle lor navi contra degl'infedeli, e parte per armare le galee franzesi. Commise il re Carlo in sì funesta congiuntura un'azione delle più nere che si possano immaginare; imperciocchè di tutto quello che si potè salvare e ricuperar dal naufragio, egli si fece padrone, allegando un'empia legge del re Guglielmo, e una lunga, ma infame consuetudine, che tutte le robe dei naufraganti erano del fisco. Nè giovò ai Genovesi il dire che per servigio della crociata e di lui stesso erano venuti, nè il produrre le convenzioni seguite con lui, per cui era promessa sicurezza alle lor persone e robe, in casi ancora di naufragio. Nel tribunale di quell'avido principe riuscì inutile ogni ragione e doglianza.

Fu in quest'anno una strepitosa sollevazione in Genova, città sempre piena di mali umori in que' tempi, cioè di fazioni, parzialità e discordie. Per cagione della podesteria di Ventimiglia si venne all'armi nel dì 28 di ottobre. I Doria e gli Spinola, famiglie potentissime, insorsero contra i Grimaldi e Fieschi, e s'impadronirono del palazzo del podestà. Questi si rifugiò nelle case de' Fieschi; ma quivi ancora perseguitato, fu preso, e poi licenziato colla paga a lui dovuta di tutto l'anno. In quello stesso giorno furono proclamati capitani di Genova [Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.] con mero e misto imperio Oberto Spinola e Oberto Doria, che presero il partito dei Ghibellini, ossia dell'imperio; nè luogo alcuno si contò che non si sottomettesse alla loro autorità: il che produsse pace e quiete per tutto il Genovesato. Non cessava intanto la guerra fra il popolo di Brescia signoreggiante nella città e i nobili fuorusciti [Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. Quivi si trovava un messo del re Carlo per nome Ugo Staca. Costui con una gran turba di cittadini, dopo essere stato a Gambara, se ne tornava alla città. Nella villa di Leno fu assalito improvvisamente dagli usciti, che moltissimi uccisero del seguito suo. Questo colpo fece risolvere i cittadini di alzar le bandiere del re Carlo, e di acclamarlo per loro signore nel dì 30 di gennaio. Carlo vi mise per governatore l'arcivescovo di San Severino, e spedì ad essa città una compagnia d'uomini per lor sicurezza. Ciò non ostante, continuarono gli usciti a far guerra, ma con loro svantaggio, alla città. Nell'anno presente i Pisani [Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 2 Rer. Ital.], oramai conoscendo di non poter contrastare colla possanza del re Carlo e de' Guelfi di Toscana, fecero pace co' Lucchesi, e cercarono ed ottennero la grazia del medesimo re. Un pari accordo seguì fra i Sanesi [Annales Senenses, tom. 15 Rer. Ital.] e i Fiorentini, per cagion del quale ritornarono in Siena i Guelfi usciti; ma non passò gran tempo ch'essi Guelfi, nulla curando i patti fatti, scacciarono dalla città i Ghibellini: sicchè non restò in Toscana città che non si reggesse a parte guelfa. E i Fiorentini sotto alcuni pretesti disfecero il castello di Poggibonzi, che era de' più belli e forti della Toscana, e ridussero quel popolo ad un borgo nel piano. Cominciò in questo anno la guerra fra i Veneziani [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] e Bolognesi. Aveano i Ferraresi, Padovani e Trivisani negato al doge di Venezia soccorso di grani in tempo di grave carestia, avendone bisogno per loro stessi. Sdegnato egli, impose delle nuove gabelle alle mercatanzie, e fece guardare i forti dell'Adriatico, acciocchè niuno conducesse vettovaglie, se non a Venezia, nè passava sale in terra ferma. Se ne disgustarono forte i Bolognesi, perchè loro ne veniva gran danno; e quantunque inviassero ambasciatori a dolersene, non ne riportarono se non delle amare risposte. Era allora al sommo la potenza dei Bolognesi, giacchè comandavano alla maggior parte della Romagna. Però, adunato un esercito di circa quaranta mila persone, andarono al Po di Primaro, e quivi piantarono un castello ossia fortezza, secondo l'uso di que' tempi. Venne pertanto spedita da Venezia una flotta di molte navi per impedir quel lavoro, con trabucchi e mangani dall'altra riva del Po; ma i Bolognesi non restarono per questo di compierlo, nè si attentarono i Veneziani di sturbarli. Dopo la morte di Aldigieri Fontana, avendo tentato in vano i suoi parenti, potente famiglia di Ferrara [Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital. Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.], di torre il dominio di quella città ad Obizzo marchese d'Este, se ne fuggirono, ritirandosi sul Bolognese, a Galiera, da dove cominciarono a danneggiare il territorio di Ferrara. Ottennero poscia perdono dal marchese, purchè andassero a' confini nelle città ch'egli loro assegnò.


MCCLXXI

Anno diCristo mcclxxi. Indizione XIV.
Gregorio X papa 1.
Imperio vacante.

Filippo nuovo re di Francia e Carlo re di Sicilia suo zio sen vennero a Viterbo, affine di sollecitare i discordi cardinali all'elezione di un papa. Avvenne che colà ancora si portò il conte Guido di Monforte, vicario allora per esso re Carlo in Toscana [Raynaldus, Annal. Eccles. Ricordano Malaspina, cap. 196.]. Nudriva costui un immenso odio contro la real casa d'Inghilterra, perchè il conte Simone suo padre era stato ucciso, e ben giustamente, per gli suoi demeriti, dal re d'Inghilterra. Per questo mal talento commise esso conte Guido una delle più abbominevoli azioni che possano cadere in mente di uomo e cristiano. Imperocchè, avendo trovato in chiesa attento alla sacra messa Arrigo, figliuolo di Riccardo d'Inghilterra re de' Romani, ch'era venuto coi suddetti due re dalla crociata di Tunisi, crudelmente quivi uccise quell'innocente principe. Nè di ciò contento, perchè gli fu ricordato che suo padre era stato strascinato, tornò indietro, e, preso pe' capelli quel cadavero, lo strascinò fuori di chiesa. Sotto gli occhi, per così dire, di quei due re fu commesso questo esecrabil fatto, e non se ne vide risentimento alcuno, non senza gravissimo lor biasimo; se non che il re Carlo gli levò il vicariato della Toscana. Se ne fuggì questo empio assassino; ma il colse a suo tempo la mano di Dio, perchè finì malamente i suoi dì nelle prigioni di Sicilia. Benchè nulla avessero operato le premure dei suddetti re per indurre il collegio de' cardinali ad accordo, di maniera che attediati si partirono da Viterbo; pure da lì ad alcuni mesi si applicarono essi cardinali daddovero a dare un nuovo papa alla Chiesa di Dio [Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.]. Di grave scandalo era stato ai popoli cristiani il vedere che da tanto tempo non aveano saputo i quindici cardinali accordarsi nell'elezione di alcun di essi; colpa della loro ambizione, che anteponeva il privato interesse a quel della repubblica cristiana. Fecero essi adunque un compromesso nel dì primo di settembre in sei cardinali, i quali senza perdere tempo nominarono papa Tedaldo, appellato ancora Tebaldo, della nobil casa de' Visconti di Piacenza, non cardinale, non vescovo, ma solamente arcidiacono di Liegi [Ptolomeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital. Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital. Sabas Malaspina, lib. 5, cap. 8.], personaggio nondimeno di santi costumi, che si trovava allora in Accon, ossia in Acri di Soria, dove faticava in servigio della cristianità. Parve maravigliosa questa elezione, perchè egli neppure era conosciuto da alcuno dei cardinali; eppur tutti consentirono in lui, e se ne applaudirono bene a suo tempo: così bella riuscita fece questo degnissimo successore di san Pietro. Spedì il sacro collegio ambasciatori ad Accon a notificargli la sua promozione. Accettò egli l'elezione, e prese dipoi il nome di Gregorio X con incredibil giubilo de' cristiani orientali, che concepirono di grandi speranze d'aiuti per la ricuperazione di Terra santa, stante il piissimo zelo già sperimentato di questo insigne personaggio per li progressi della crociata. Si dispose egli intanto pel suo ritorno in Italia: del che parleremo all'anno seguente. Cominciò in quest'anno a declinar la potenza de' Torriani [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 307. Annales Mediolanense, tom. 16 Rer. Ital.]. Dopo essere stati i Comaschi sotto il loro governo per dieci anni, si ribellarono, e preso Accursio Cotica, vicario di Napo dalla Torre, tanto il ritennero, che fu rilasciato Simone da Locarno, il quale per nove anni era stato detenuto prigione in una gabbia di ferro in Milano. Rivoltatesi ancora contra de' Torriani le due nobili famiglie milanesi Castiglioni e Birago, si unirono co' nobili fuorusciti: del che sdegnato forte Napo Torriano, ostilmente entrò nel Seprio, e vi prese e diroccò il castello di Castiglione. In molte angustie si trovava il popolo di Piacenza [Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.] per l'aspra guerra che gli faceva il conte Ubertino Lando coi nobili fuorusciti di quella città. Il perchè trattarono nel loro consiglio di darsi a Carlo re di Sicilia. Gran dibattimento, gran discordia fu ne' partiti; ma finalmente la vinse l'affermativa, e si giurò fedeltà ad esso re, con lasciare libertà a tutti i banditi di ritornare in città nel termine d'un mese, purchè si sottomettessero al re. La maggior parte d'essi vi ritornò.

Passò in quest'anno per Reggio di Lombardia [Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.] Filippo re di Francia, conducendo seco l'ossa del santo genitore Lodovico IX e di Giovanni Tristano suo fratello. Correvano tutti i popoli a venerar la cassa del re defunto, riguardandolo tutti come un principe santo; e questa si deponeva nelle chiese con molti doppieri accesi all'intorno. E però restò in queste parti una distinta divozione verso di lui, tenendosi tuttavia care le di lui monete, per appenderle al collo dei figliuolini. Nel dì primo d'aprile arrivò esso Filippo a Parma; ed avendo le sue soldatesche bruciate quindici case a Colorno [Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.], rifece quel danno con adeguato pagamento. Grave carestia patirono in quest'anno i Reggiani e Parmigiani: ciò non ostante fecero oste al castello di Corvara, dove dimorava con assai banditi Jacopo da Palù, e presolo dopo tre mesi di assedio, poco dappoi lo smantellarono. Continuando la guerra fra i Veneziani e Bolognesi [Annal. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.] al Po di Primaro, nel primo dì di settembre vennero alle mani i due nemici eserciti, e toccò la peggio ai Veneziani. Confessa il Dandolo [Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.] che i suoi lasciarono in preda ai Bolognesi le lor tende e bagagli; ma che sopraggiunti altri capitani con gente assai, uccisero molti de' Bolognesi, e fortificarono il castello di Sant'Alberto, posto sul Po d'Argenta. Fecero guerra i potenti Bolognesi anche al comune di Modena, contro il tenor della pace, nel mese d'agosto, per l'ingiusta lor pretensione che i Modenesi nulla avessero da possedere di là dal fiume Panaro. Presero all'improvviso il castello di San Cesario [Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]: il che udito in Modena, si diede tosto campana a martello, e il popolo tutto in armi corse a quel castello, e impetuosamente superate le fosse, quanti Bolognesi vi trovarono, o fecero prigioni, oppure uccisero. Presero anche i Bolognesi le castella di Savignano, di Montecorone e Monteombraro, e le atterrarono. Nè di ciò contenti, vennero coll'esercito fino al ponte di Santo Ambrosio e al ponte di Navicello; ma dai Modenesi, accorsi alla difesa, virilmente furono rispinti. In tal congiuntura accorsero i Parmigiani, amici sempre fedeli, in aiuto di Modena [Memorial. Potest. Regiens.]. Ma neppur Bologna era esente da guai. Mali trattamenti faceano i nobili al popolo, specialmente togliendo loro le donne. Si afforzarono per questo i popolari, e formata un'unione fra loro, che fu appellata la lega o compagnia della giustizia, mandarono a' confini ottanta d'essi nobili: il che diede principio all'abbassamento di Bologna, città che allora si trovava in una grande auge di potenza, fortuna e ricchezze. Presero in quest'anno i Cremonesi il castello di Malgrate per sagacità di Jacopino Rangone da Modena [Annales Veteres Mutinens.] lor podestà, il quale per questo fatto fu confermato nella podesteria dell'anno seguente. In Ferrara [Annal. Estens., tom. 15 Rer. Ital.] Giacomaccio dei Trotti, con altri aderenti alla fazion ghibellina del fu Salinguerra, fecero una congiura contra di Obizzo marchese di Este, signore della città; ma essendo questa venuta alla luce, lasciarono costoro il capo sopra d'un palco. Portossi nell'anno presente in Ispagna Guglielmo marchese di Monferrato, quivi prese per moglie Beatrice figliuola di Alfonso re di Castiglia, soprannominato l'Astrologo, con varii patti, de' quali fa menzione Benvenuto da San Giorgio [Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Se s'ha da prestar fede a Galvano Fiamma [Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 306.], Alfonso, siccome eletto re de' Romani, dichiarò suo vicario in Italia esso marchese, e mandò ottocento cavalieri con esso lui, i quali fecero guerra a Milano; ma rimasero in breve sterminati da Napo Torriano. Per questo si accese un odio grande fra esso Napo e il marchese.