Le applicazioni del novello pontefice Alessandro VIII erano tutte rivolte a rimettere la buona armonia fra la santa Sede e tutti i principi cattolici. Cessarono perciò le controversie che da gran tempo bollivano colla città di Napoli. Il re di Francia restituì Avignone con tutte le sue dipendenze al sommo pontefice, il quale dal canto suo mostrò buona propensione verso quel monarca, e si dispose ancora ad inviare a Parigi un nuovo nunzio; ma insistendo egli che i vescovi franzesi ritrattassero le proposizioni da lor pubblicate contro l'autorità dei romani pontefici, vi trovò delle difficoltà insuperabili. Intanto non mancò il santo padre di procurar la pace fra i principi cristiani, e di sovvenir con danari, e colla spedizion delle sue galee e di quelle di Malta, la veneta repubblica, le cui armi avendo ostinatamente proseguito il blocco di Napoli di Malvasia, e stretto poscia maggiormente l'assedio, finalmente ebbero la gloria di entrar vittoriosi, nel dì 12 d'agosto, in quella città. Dopo un tale acquisto il capitan generale Girolamo Cornaro pensò a quello della Vallona, fortezza, pel sito sulle rive dell'Albania, assai riguardevole. La presa del vicino forte della Canina pose tal terrore nei Turchi, che, fuggendo dalla suddetta fortezza, benchè ben fornita di artiglierie e munizioni, ne lasciarono libero il possesso ai Veneziani. Ma quivi, sorpreso poscia da malattia, lasciò la vita anche l'antedetto generale Cornaro. Terminò questa campagna coll'avere i Veneti forzata alla resa Vergoraz, situata sulla cima d'un alto greppo, con che stesero il loro dominio sopra un gran tratto di quel littorale. Non si mostrò già così favorevole la fortuna all'armi di Cesare in Ungheria, anzi si provò affatto contraria. Fin qui avea Carlo V duca di Lorena, generalissimo dell'Augusto Leopoldo suo cognato, date pruove d'insigne prudenza e valore in tante conquiste fatte in Ungheria e al Reno, di maniera che il titolo di uno de' primi guerrieri e capitani del suo tempo gli era giustamente dovuto. Nel venir egli a Vienna per assistere ad un consiglio di guerra, assalito da catarro alla gola in vicinanza di Lintz, quivi in età di quarantotto anni diede fine al suo vivere, ma non già alla sua gloria, che vivrà sempre immortale nella storia.

Restò dunque appoggiato il primo comando dell'armi in Ungheria al principe Luigi di Baden; ma, per saggio che sia un capo, per valoroso che sia un general comandante, s'egli manca di braccia, a poco servirà la sua saviezza e valore. Grande armata aveano allestita i Turchi; a poco più di quindici mila Tedeschi si stendeva la cesarea in quelle parti. Essendo morto Michele Abassi principe di Transilvania, colà accorse il Techely, ed oppresso il generale Heisler, che con quattro reggimenti custodiva quelle contrade, se ne impadronì. Fu dal Baden ricuperata quella bella provincia, e lasciato ivi con sette reggimenti il generale Veterani; nel qual tempo, cioè nel mese d'agosto, il primo visire con potente esercito piombò addosso alla Servia. Obbligò Nissa a capitolar la resa, riacquistò Widdin e Semendria, e quindi prese ad assediar Belgrado, alla cui difesa stava il duca di Croy, e i conti di Aspremont ed Archino Italiani con sei mila scelti Alemanni. Forse la bravura di questi combattenti e la stagione inoltrata avrebbono potuto sostenere quell'importante città, se per malizia, come fu comunemente creduto, degli uomini non si fosse nel dì 8 di ottobre acceso il fuoco nella torre del castello, che la fe' col magazzino volare in aria; e comunicato agli altri, dove giaceva polve da cannone, cagionò un vasto e deplorabil eccidio. Da sì fieri tremuoti rimasero conquassate le case della città; sopraggiunse anche il fuoco a fare del resto. In quella orribil confusione aiutati i Turchi da qualche traditore, non trovarono difficoltà ad entrar nella città, dove misero a fil di spada quanti soldati e terrazzani incontrarono, de' quali solamente settecento co' tre suddetti comandanti ebbero la fortuna di sottrarsi al furore delle loro sciable. Venne poscia alle lor mani anche l'isola di Orsova e la città di Lippa. Tante perdite sommamente afflissero la corte di Vienna, e non men quella di Roma; e il santo padre non tardò a destinar cento mila scudi in soccorso dell'imperadore, principe, la cui cassa contrastava sempre col bisogno, ed ora spezialmente che conveniva attendere anche alla guerra contro i Franzesi. Di questa io nulla parlerò, chiamandomi l'Italia a riferir ciò che più importa.

Erano già passati molti anni che in queste provincie si godeva la tranquillità della pace; ad altro non si pensava che a divertimenti e piaceri. La musica, e quella particolarmente de' teatri, era salita in alto pregio, attendendosi dappertutto a suntuose opere in musica, con essersi trasferito a decorare i musici e le musichesse l'adulterato titolo di virtuosi e virtuose. Gareggiavano più delle altre fra loro le corti di Mantova e di Modena, dove i duchi Ferdinando Carlo Gonzaga e Francesco II d'Este si studiavano di tenere al loro stipendio i più accreditati cantanti e le più rinomate cantatrici, e i sonatori più cospicui di varii musicali strumenti. Invalse in questi tempi l'uso di pagare le ducento, trecento, ed anche più doble a cadauno de' più melodiosi attori ne' teatri, oltre al dispendio grande dell'orchestra, del vestiario, delle scene, delle illuminazioni. Spezialmente Venezia colla suntuosità delle sue opere in musica e con altri divertimenti tirava a sè nel carnevale un incredibil numero di gente straniera, tutta vogliosa di piaceri e disposta allo spendere. Roma stessa, essendo cessato il rigido contegno di papa Innocenzo XI, cominciò ad assaporare i pubblici solazzi, ne' quali nondimeno mai non mancò la modestia; e videsi poscia Pippo Acciaiuoli, nobile cavaliere, con tanto ingegno architettar invenzioni di macchine in un privato teatro, che si trassero dietro l'ammirazione d'ognuno, e meritavano ben di passare alla memoria de' posteri. Ma eccoti la guerra, gran flagello de' poveri mortali, che viene a sconvolgere la quiete della Italia e i suoi passatempi. Gran tempo era che il giovane duca di Savoia Vittorio Amedeo II, principe che in vivacità di mente non avea forse chi andasse al pari con lui, non sapea digerire il dominio dei Franzesi nel forte di Barraux, e in Pinerolo (fortezza situata nel cuore de' suoi Stati e sì vicina a Torino), e in Casale di Monferrato, troppo contiguo ai medesimi suoi Stati. Spine erano queste, per le quali non pareva a lui mai di poter vivere quieto in casa propria; e però ad altro non pensava che a scuotere questa specie di schiavitù. In occasione che l'imperadore, l'imperio, la Spagna, l'Inghilterra e l'Olanda erano entrati in guerra colla Francia, anch'egli si trovava impegnato nell'armi per domare i Valdesi, con altro nome chiamati Barbetti, sudditi suoi, ma eretici. Fece per questo gran leva di gente: nel qual medesimo tempo anche il conte di Fuensalida governator di Milano era occupato in un gagliardo armamento: il che diede per tempo a temere che si volesse dar principio eziandio a qualche sconvolgimento in Piemonte. Stava perciò attentissima la corte di Francia a tutti gli andamenti del duca, e il suo ministro in Torino spiava continuamente ogni sua azione. Essendosi portato esso duca in un carneval precedente a Venezia per divertirsi, non potè scostarsi dai fianchi quel ministro; e fu poi creduto che questo principe segretamente trattasse in quella città coll'elettor di Baviera e con altri principi. Aveva egli anche ottenuto dall'imperadore il titolo di re di Cipri e di altezza reale, fin qui a lui contrastato da quella corte; ed anche l'investitura di ventiquattro feudi nelle Langhe, per li quali pagò cento venti mila doble alla camera cesarea. Scoprirono inoltre i Franzesi un commercio di lettere fra esso duca e Guglielmo principe di Oranges, che sedeva sul trono della Gran Bretagna, quasichè fosse un delitto al sovrano della Savoia la corrispondenza con chi era nemico della Francia.

Poco si stette a vedere quali risoluzioni producessero questi sospetti nella corte di Parigi; perciocchè, venuta la primavera, calarono in Piemonte sedici o diciotto mila Franzesi, il comando dei quali fu dato al signor di Catinat, luogotenente generale e governator di Casale. Si cominciò allora a parlar alto col duca Vittorio Amedeo, e fu creduto che questi esibisse di starsene neutrale. Ma perciocchè il Catinat (e questo è certo) richiese per sicurezza della fede del duca di mettere presidio nella cittadella di Torino e in Verrua, una briglia sì disgustosa non si sentì voglia quel principe generoso di volerla accordare, risoluto piuttosto di sacrificar tutto che di accrescere le sue catene. S'andò egli schermendo, finchè potè, per dar tempo al conte di Fuensalida di unir le sue truppe in aiuto suo, e di conchiudere i suoi negoziati di lega con altri principi. L'abbate Vincenzo Grimani Veneziano, testa da gran maneggi, quegli principalmente fu che mosse il duca ad entrare in questo impegno, e che manipolò il restante di quegli affari; perciocchè, ad istanza dei Franzesi, fu poi proscritto dal senato veneto. Non mancarono persone che credettero stabilita molto prima d'ora l'alleanza del duca coll'imperadore, Spagna, Inghilterra ed Olanda; ma i pubblici atti presso il Du-Mont ed altri ci fan vedere la sua lega col re di Spagna sottoscritta nel dì 3 di giugno del presente anno; l'altra con Cesare nel dì 4 seguente, e quella con la Gran Bretagna ed Olanda nel dì 20 di ottobre. Si obbligarono i primi di somministrar possenti aiuti di milizie al duca, e gli altri la somma di trenta mila scudi per mese. Era intanto pressato il duca dal Catinat con vive minaccie, affinchè dichiarasse le sue intenzioni; e la dichiarazion sua fu di non poter ammettere le dure condizioni proposte dal re Cristianissimo, e ch'egli intendeva di volersi difendere dalle ingiuste di lui violenze. Si proclamò dunque la guerra; uscirono manifesti; accorsero a Torino sei mila cavalli ed otto mila fanti dello Stato di Milano; l'imperadore e gli elettori di Brandeburgo e Baviera fecero marciare alcuni reggimenti in Italia al soccorso suo, e tutto si vide in armi il Piemonte. Fu dichiarato il duca generalissimo delle armi collegate, e destinato il principe Eugenio di Savoia sotto di lui al comando delle truppe imperiali. Un corpo di alquante migliaia di soldati milanesi fu inviato a ristrignere la guarnigion franzese di Casale, ch'era molto ingrossata. Seguirono varie azioni di ostilità nei mesi di giugno e luglio, che io tralascio, finchè nel dì 8 d'agosto si venne ad un fatto d'armi. Ardeva di voglia il giovine duca Vittorio Amedeo di sperimentar la sua fortuna. Trovando egli il suo campo molto superiore di numero al franzese. Non aveva egli peranche imparato che alle truppe di nuova leva, quali buona parte erano le sue, e quelle dello Stato di Milano, si può far apprendere ben facilmente l'esercizio dell'armi, ma non già il coraggio. Perciocchè l'accorto Catinat avea risoluto o fatto finta di voler sorprendere Saluzzo, si mosse a quella volta anche il duca di Savoia con tutto l'esercito, e, passato il Po, trovò che il Catinat si ritirava; quando ecco, disposto un aguato di genti e di artiglierie franzesi presso la badia della Staffarda in certi paduli, diede un sì strano saluto alla vanguardia, oppure all'ala sinistra del duca, che la disordinò. Avanzatosi dipoi Catinat colla cavalleria, ristringendo la nemica, che avea ai fianchi il Po, la costrinse a prender la fuga. Si combattè, ciò non ostante, per cinque o sei ore. La fanteria dello Stato di Milano attese a salvarsi; le sole truppe spagnuole e tedesche, piuttosto che cedere, salde nei loro posti, venderono ben caro le loro vite. Rimasero i Franzesi padroni del campo. Il duca Vittorio Amedeo, che non s'era mai trovato a battaglie, fece maraviglie di valore, e si ritirò poscia a Carignano con parte delle sue truppe. Circa quattro mila dei suoi rimasero estinti o annegati, e fra essi più di sessanta uffiziali; forse più di mille furono i prigioni, colla perdita di otto pezzi di cannone, di trentasei bandiere e di parte del bagaglio: se pur mai si può sapere la precisa verità delle perdite nelle giornate campali.

Le conseguenze di questa vittoria furono, che il Catinat trovò evacuato dalla guarnigion savoiarda Saluzzo, e i cittadini ne portarono a lui le chiavi. Non finì l'anno che anche la città e il castello di Susa vennero alla di lui ubbidienza. In questo mentre con altro corpo d'armata attesero i Franzesi a conquistar la Moriena e la Tarantasia. Sciamberì ancora con tutta la Savoia senza resistenza s'arrendè ai medesimi, a riserva di Monmegliano, fortezza per la sua situazione quasi inespugnabile, che restò da lì innanzi bloccata. Per questi cotanto sinistri avvenimenti era un gran dire dappertutto del duca di Savoia, censurando assaissime persone, chi per amore, chi per contrarietà di genio, la di lui condotta. Non trovavano essi prudenza nell'essersi egli imbarcato contro la formidabil potenza del re di Francia, la qual facea paura, e dava delle percosse a tutti i suoi nemici. Già parea a chi così la discorreva, di veder mendichi tutti i sudditi del duca, e lui stesso vicino ad essere spogliato di tutto il suo dominio, e ridotto colla corda al collo a chiedere quella misericordia che forse non avrebbe potuto ottenere. Lo stesso sommo pontefice, commiserando il suo stato, gli esibì di trattar di pace. Ma il coraggioso principe, che ben sapea non potersi senza noviziato addestrare al mestiere dell'armi, invece di confondersi per le finora sofferte sciagure, tutto si diede a rimettere la sua armata, e ad animar le sue speranze per migliori soccorsi in avvenire. Gli giunsero infatti più di due mila Tedeschi calati dalla Germania; il Fuensalida gli spedì tosto circa quattro mila fanti; laonde in breve si trovò forte di venti mila combattenti, coi quali tornò in campagna assai vigoroso, e frastornò i maggiori progressi del Catinat. Nella dieta d'Augusta, dove si portò sul fine del presente anno l'imperador Leopoldo, fu proposta l'elezione in re dei Romani di Giuseppe re d'Ungheria, suo primogenito, ancorchè sembrasse l'età sua non peranche capace di tanta dignità. Concorsero in essa i voti degli elettori nel dì 24 di gennaio dell'anno presente, e seguì la coronazione sua con gran giubilo degli amatori dell'augusta casa di Austria. Attento sempre il pontefice Alessandro VIII a sbarbicare gli errori dalla Chiesa di Dio, procedette in questi tempi contro chiunque restava o per inavvertenza o per corrotto animo macchiato dei perversi insegnamenti di Michele Molinos. Condannò ancora in questo e nel seguente anno molte proposizioni contrarie alla sana teologia scolastica e morale, ed accrebbe la gloria della Chiesa cattolica colla canonizzazione di cinque santi. Entrò in quest'anno e prese piede la peste in Conversano e nei luoghi circonvicini; il che sparse gran terrore per tutta la Italia, e ognun si diede a precauzionarsi contra di questo formidabil nemico. Nel dì 3 d'aprile dell'anno presente Dorotea Sofia principessa di Neoburgo, che avea per sorelle un'imperadrice, una regina di Spagna ed una di Portogallo, fu sposata in Neoburgo a nome di Odoardo Farnese principe ereditario di Parma, e condotta in Italia. La magnificenza con cui il duca Ranuccio II Farnese suo padre celebrò queste nozze in Parma, empiè di maraviglia chiunque ne fu spettatore, e superò l'espettazion d'ognuno; sì suntuose riuscirono le opere in musica fatte in quel gran teatro, e nel giardino della corte, sì ricche le livree, sì straordinarie le macchine, i caroselli, i balli, le illuminazioni, i conviti e il concorso dei principi e nobili forestieri. Per tante spese non s'incomodò poco quel sovrano, ma certamente fece parlare assaissimo dell'animo suo grande, benchè alcuni vi trovassero dell'eccesso.


MDCXCI

Anno diCristo MDCXCI. Indizione XIV.
Innocenzo XII papa 1.
Leopoldo imperadore 34.

Tuttochè il pontefice Alessandro VIII fosse pervenuto all'età di ottantun anni, pure il vigor della sua complessione e la vivacità della sua mente faceano sperare alla gente più lungo il suo pontificato; ma non già a lui, che spesso andava dicendo di essere vicine le ventiquattro ore, e di tenere il piede sull'orlo della fossa. Infatti sul principio dell'anno presente si affollarono i malori addosso alla sua sanità, e talmente crebbero, che nel primo di febbraio con somma esemplarità egli passò ad una vita migliore. Non s'era mai stancato il suo zelo in addietro per ridurre i prelati di Francia a ritrattar le quattro proposizioni da lor pubblicate in pregiudizio dell'autorità della santa Sede, ma senza mai poter vincere la pugna. Il cardinal Fussano di Fourbin, chiamato anche di Giansone, uomo di mirabil attività e destrezza, l'avea fin qui trattenuto con belle parole e proposte di poco soddisfacenti ripieghi. Ora il santo padre, veggendosi vicino a comparire al tribunale di Dio, non volle lasciar indecisa quella controversia; e però condannò le proposizioni suddette, confermando una bolla già preparata fin sotto il dì 4 d'agosto dell'anno precedente. Inoltre un giorno prima della sua morte scrisse su questo affare un amorevole paterno breve al re Cristianissimo. Nel dì 11 del suddetto febbraio si chiusero nel conclave i cardinali. Grandi ed eccessivamente lunghi furono i dibattimenti loro per l'elezione del novello pontefice, essendo spezialmente stato sul tappeto il cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di Padova, uomo di santa vita, desiderato dai zelanti, ma rigettato dai politici. Stanchi ormai di sì prolisso combattimento, e spronati da caldo estivo, che più si fa sentire nelle camerette di quella sacra prigione, concorsero finalmente i porporati nell'elezione d'uno de' più degni soggetti del sacro collegio, cioè nella persona del cardinale Antonio Pignatelli, patrizio napoletano, ed arcivescovo di Napoli, che s'era segnalato in varie nunziature, e mastro della camera apostolica avea raffinate le sue virtù sotto la disciplina del santo papa Innocenzo XI. Seguì la di lui elezione nel dì 12 di luglio, e fu da lui preso il nome d'Innocenzo XII in venerazion dell'insigne pontefice che l'avea promosso alla porpora nel 1681. Sì nota era la sua probità e saviezza, che ognun si promise da lui un ottimo pontificato, e niuno in ciò s'ingannò. L'età sua passava i settantasei anni; personaggio d'ottima volontà, desinteressato, dotato di dolci ed amabili maniere, pieno di carità verso i poveri, e di un costante zelo per ben della Chiesa. Nel dì 15 dello stesso luglio fu solennizzata la di lui coronazione; e quantunque trovasse esausto l'erario della camera papale, pure non tardò ad inviare quanti soccorsi mai potè al re di Polonia e alla repubblica di Venezia per la guerra che tuttavia durava contra dei Turchi. Con occhio paterno ancora rimirò le miserie di que' popoli del regno di Napoli, contra dei quali inferociva la peste, e sopra d'essi diffuse le rugiade dell'incessante sua carità. In una parola, tosto comparve aver Dio eletto colla voce degli uomini un pastore che nulla cercava per sè, nulla voleva per li suoi parenti, e solamente i suoi pensieri e desiderii impiegava a far del bene alla sua greggia.

Nulla ebbe in quest'anno da rallegrarsi la veneta repubblica delle sue armi in Levante, anzi ebbe di che attristarsi. Era stato eletto capitan generale delle sue armate Domenico Mocenigo, che sciolse le vele de Venezia con un convoglio numeroso di milizie e provvisioni da guerra. Ma più forti di lui si trovarono poscia i Turchi, e questi risoluti di riacquistar le fortezze di Canina e Vallona. Vennero in fatti quegl'infedeli all'assedio d'esse per terra. Da che fu creduto che non si potessero sostenere, furono minate le fortificazioni di Canina, tirato il presidio colle artiglierie e munizioni nelle preparate navi. Scoppiarono le mine e fornelli, riducendo quel luogo in un mucchio di pietre. La medesima determinazione fu presa ed eseguita per la Vallona, che tutta andò sossopra; sicchè i Turchi non acquistarono che due deserti. Arrivò bensì in soccorso dei Veneziani la squadra di otto galee maltesi con mille bravi fanti da sbarco, ma non già la pontifizia, ritenuta per la succeduta morte del papa. Nulla di più operarono dipoi i Veneziani; scorsero l'Arcipelago con desiderio di affrontarsi colla nemica flotta, senza nondimeno trovare un'egual voglia in quegl'infedeli. Cagion fu questo infelice andamento di cose che la repubblica sospirasse più che mai la pace; e di essa appunto si esibì in questi tempi di trattarne l'ambasciatore d'Inghilterra alla Porta. Maggior prosperità goderono l'armate cesaree in Ungheria. Aprì la campagna il principe Luigi di Baden con forte esercito, come fu fama, di quasi sessanta mila combattenti, la maggior parte Tedeschi veterani. Superiore contuttociò di numero era il turchesco, condotto da Mustafà primo visire, glorioso per avere ricuperata la Servia con Belgrado. Sapeva costui il mestier della guerra, ed ora con gagliardi trincieramenti deludeva l'ardor dei cristiani per una battaglia; ora, dando loro delle spetezzate sì nell'offesa che nella difesa, si faceva conoscere gran capitano. Non mancavano a lui ingegneri franzesi. Ridusse egli a Salankemen presso il Danubio talmente in ristretto il principe di Baden, che per mancanza di viveri si vide questi col consiglio degli altri generali costretto a tentare una battaglia, benchè con grande svantaggio, perchè s'ebbe ad assalire l'oste nemica ne' suoi trincieramenti. Il dì 18 d'agosto fu scelto per quella terribil danza. Se l'ardire dei cristiani si mostrò incomparabile nell'assalto, minore non comparve quel dei giannizzeri e spahì, che, usciti delle trincee colla sciabla alla mano fecero rinculare l'ala destra dei Tedeschi, e poco mancò che non la mettessero in rotta. Accorso con alcune truppe fresche il Baden, sostenne l'empito dei musulmani, finchè riuscì all'ala sinistra di entrare in battaglia, di superar dal canto suo le trincee, e di cominciare un orrido macello dei nemici, che sconfitti cercarono lo scampo colla fuga. La vittoria fu completa coll'acquisto di cinquanta cannoni di bronzo, delle tende e della cassa di guerra. Perì lo stesso primo visire nel conflitto insieme coll'Agà dei Gianizzeri, e con molti bassà; e la fama, ingranditrice di sì fatti successi, fece ascendere il numero degli uccisi sino a diciotto mila, oltre alla gran copia de' feriti. Non aveano da gran tempo combattuto i Turchi con tanta bravura; e però dichiarossi ben la vittoria in favor de' cristiani, ma fu da essi comperata collo spargimento di gran sangue, essendovene restati uccisi da quattro mila, ed altrettanti feriti, colla perdita di molti insigni uffiziali. Di grandi allegrezze si fecero in tutta l'Italia, e massimamente in Roma, per così gloriosa vittoria. Tuttavia restò sì indebolita l'armata cesarea, che niun vantaggioso avvenimento le tenne dietro, fuorchè quello della città di Lippa, che fu presa dal generale Veterani; poichè pel gran Varadino, assediato dal Baden, furono ben presi i due primi recinti di quella città, ma l'ostinata resistenza del terzo rendè inutili tutti gli altri di lui sforzi per impadronirsene, e convenne battere la ritirata. Perchè Belgrado si trovava troppo ben guernito di gente e di munizioni, troppo pericolosa impresa fu creduto il tentarne l'acquisto.