Dopo la morte del celebre Francesco Morosino fu conferita la dignità di doge di Venezia a Silvestro Valiero figlio del già doge Bertuccio. Cominciarono i Veneti quest'anno la lor campagna in Dalmazia con l'assedio di Citclut, fortezza pel sito assai considerabile, e di gran gelosia per li Turchi, perchè antemurale ad un buon tratto del loro paese. Comandava l'armi venete il provveditor generale Delfino, il quale, dopo aver sottoposto varii luoghi all'intorno, obbligò in fine il presidio turchesco a cedere la piazza, dove con giubilo de' cristiani fu ripiantata la croce. Bisogna ben credere che di molta importanza fosse quella fortezza, perchè la Porta ordinò che si facesse ogni sforzo per ricuperarla. Raunato ch'ebbe un esercito, il saraschiere ne imprese l'assedio. Fu ben ricevuto dal vigoroso presidio cristiano, e formò bensì egli le trincee, ma da più d'una sortita degli assediati furono queste rovesciate: laonde, dopo la perdita di molta gente, si vide obbligato a ritirarsi, con lasciare sul campo molti attrezzi militari. Ridussero poscia i Veneti alla loro ubbidienza un'altra ben forte rocca appellata Clobuch. Ma non passò gran tempo che i Turchi, più che mai vogliosi di torre Citclut dalle mani de' cristiani, vi tornarono sotto con oste più poderosa. Neppur questa volta trovarono propizia la fortuna, e con poco lor gusto dovettero sloggiare di là. La più utile nondimeno e gloriosa impresa fatta da' Veneziani nell'anno presente, fu l'acquisto della rinomata isola di Scio. Dacchè giunsero ad unirsi colla veneta armata navale le galee pontifizie e maltesi, Antonio Zeno, dichiarato capitan generale, sciolse le vele a quella volta, e nel dì 8 di settembre vi fece lo sbarco. La città dominante di quell'isola porta lo stesso nome di Scio; intorno ad essa accampatosi l'esercito cristiano, diede principio alle offese. I vescovi latino e greco, già abitanti in quella città, n'erano usciti. Non più di otto giorni ebbero a faticar le artiglierie e le mine per prendere il castello di mare, e mettere sì fatto spavento in quegli Ottomani, che la stessa città con più di cento cannoni di bronzo e con tutti gli schiavi venne in poter de' Veneti. Che deliziosa, che fruttifera isola sia quella, e massimamente pel privilegio di produrre il mastice, è assai noto; e però di grandi allegrezze si fecero in Venezia per così vantaggiosa conquista. Nell'Ungheria troppo tardi uscirono in campagna i Tedeschi sotto il comando del maresciallo di campo conte Caprara; niuna impresa si fece degna di memoria, a riserva dell'acquisto di Giula, piazza di non lieve momento verso le frontiere della Transilvania.

Nel Piemonte le nemiche armate si andarono in quest'anno guatando di mal occhio, ma senza che alcuna d'esse si sentisse voglia di venire alle mani. Solamente fu sempre più stretto il blocco da gran tempo cominciato di Casale di Monferrato, e in quelle vicinanze tolto fu ai Franzesi il forte di San Giorgio. Venuto l'autunno, tutte le truppe tedesche si scaricarono di nuovo sui paesi de' principi italiani, con avere intimato il conte Prainer, commessario generale di Cesare, secondo il solito, insoffribili contribuzioni. A costui da lì a poco la morte anch'essa intimò di sloggiare dal mondo, e di dar fine alle sue estorsioni. Tante nondimeno furono le doglianze portate alla corte di Vienna, che mosso a pietà l'Augusto Leopoldo ordinò che si sminuisse il rigore di tanti aggravii; ma non già per Ferdinando Carlo duca di Mantova, di cui si dichiaravano mal soddisfatti i Tedeschi, perchè creduto di genio franzese. Non poteano essi sofferire che dimorasse in Mantova il signor Duprè inviato del re Cristianissimo; però oppressero con aggravii i di lui sudditi, senza riguardo veruno agli ecclesiastici; e inoltre il generale cesareo conte Palfi, coll'abbate Rainoldi residente del re Cattolico, gli intimò di licenziare esso inviato franzese, e tre suoi proprii principali ministri, creduti fomentatori del di lui genio, entro il termine di quindici giorni, minacciando gravi ostilità se non ubbidiva. Ebbe il duca un bel dire, un bel gridare: gli convenne inghiottir la pillola, e congedare chi non piaceva alle corti di Vienna e di Madrid. Giacchè non potea reggere alla gotta, che passò al petto, Francesco II d'Este duca di Modena e Reggio, nel dì 6 di settembre dell'anno presente terminò la carriera del suo vivere, compianto da' sudditi suoi, perchè amorevolissimo e giusto principe, sotto di cui aveano goduto de' lieti giorni, siccome può vedersi nelle mie Antichità Estensi. Perchè non produsse alcun frutto il suo matrimonio colla principessa Margherita Farnese, a lui succedette nel governo di questo ducato il principe Rinaldo suo zio paterno, allora cardinale, che poi nell'anno seguente rinunziò la sacra porpora, ed assunse il titolo di duca. Fu parimente chiamata da Dio a miglior vita nel dì 6 di marzo Vittoria della Rovere, già moglie di Ferdinando II de Medici, gran duca di Toscana, principessa impareggiabile per le tante sue belle doti. Venne anche a morte nel dì 11 di dicembre dell'anno presente Ranuccio II Farnese duca di Parma e Piacenza, uomo de' vecchi tempi, principe di buon cuore, pio, generoso e pieno di lodevoli massime, e pure più tosto temuto che amato da' sudditi suoi. Lasciò di belle memorie nella città di Parma, e nel suo ducal palazzo, e un nome degno di vivere anche ne' secoli venturi. Era premorto a lui nel dì 5 di settembre dell'anno precedente 1693 il principe Odoardo suo primogenito, soffocato, per dir così, dalla sua esorbitante grassezza; e questi dalla principessa Dorotea Sofia di Neoburgo sua consorte avea ricavato un figlio per nome Alessandro, che fu rapito dalla morte nel suddetto precedente anno. Di esso Odoardo solamente restò una principessa per nome Elisabetta, nata nel dì 25 d'ottobre del 1690, oggidì gloriosa regina di Spagna. Altri due figli viventi lasciò il duca Ranuccio II, cioè Francesco ed Antonio, il primo de' quali succedette al padre nel ducato, e nell'anno seguente con dispensa pontificia sposò la suddetta principessa Dorotea sua cognata. Funestissimo riuscì quest'anno al regno di Napoli per un furioso tremuoto, non inferiore a quel di Sicilia dell'anno precedente. Seguì nel dì 8 di settembre lo scotimento suo. Nella città di Napoli incredibil fu lo spavento, e il danno si ridusse solamente alla scompaginatura di molti palazzi, chiese, monisteri e case. Ma in terra di Lavoro alcune castella e villaggi andarono per terra. In Ariano e Avellino assaissime persone perirono, e quasi tutte le case caddero. Nella città Capoa, di Vico, Cava, e massimamente in Canosa, Conza ed altre parti, si patì gran rovina di edifizii, accompagnata dalla perdita di molte anime. Anche a quegl'infelici paesi si stese la mano misericordiosa e limosiniera del romano pontefice. Questo infortunio cagion fu che il vicerè di Napoli non potesse poi inviare quel rinforzo di genti e danari, per cui tante premure gli venivano fatte dall'armata collegata in Piemonte.


MDCXCV

Anno diCristo MDCXCV. Indizione III.
Innocenzo XII papa 5.
Leopoldo imperadore 38.

Non si stancava il magnanimo papa Innocenzo XII di pensar tuttodì a sempre nuovi ed utili regolamenti per ben della Chiesa e de' suoi Stati. Aveva egli proposto di mettere freno al soverchio lusso di Roma, che, oltre all'impoverir le famiglie, portava fuori delle contrade ecclesiastiche immense somme di danaro. A questo grandioso disegno trovò egli, più di quel che pensava, delle gagliarde opposizioni, a cagion de' forestieri che capitano a Roma, e per li contrarii maneggi non men segreti che pubblici de' Franzesi, soliti a profittar della troppa bontà per non dir balordaggine degl'Italiani, i quali provveduti dalla natura di quanto può bisognare al loro nobile trattamento, invasati della novità delle mode, e più che d'altro vaghi delle manifatture oltramontane, pagano eccessivi tributi a' principi non suoi. Un'altra insigne impresa si propose il vigilantissimo pontefice, cioè la riforma di certi ordini religiosi (e non erano pochi) scaduti dall'antica lor santa disciplina, e divenuti delle lor regole poco osservanti, spezialmente del voto della povertà. Qui ancora, più che nell'altra, si scoprirono difficoltà senza fine, ripugnando chi già era ammesso in quegli ordini a mutar maniera di vivere, e ad accettar la vita comune, perchè diceano di esser sottomessi a quelle regole, non quali furono nei tempi antichi, ma colle interpretazioni ed usanze del loro secolo. Ordinò pertanto il pontefice che non s'inquietassero i già arrolati sotto quelle bandiere, ma che niuno in avvenir si ammettesse senza professare la riforma prescritta dalla congregazione deputata da sua santità, in cui fra gli altri monsignor Fabroni, che fu poi promosso alla sacra porpora, personaggio zelantissimo, ebbe la disgrazia di tirarsi addosso l'indignazione e l'odio di moltissimi cappucci. Furono anche destinati per ciascun de' suddetti ordini rilassati due conventi, nei quali si facesse il noviziato e si osservasse il rigore suddetto. Il tempo fece poi conoscere che un Lodovico XIV re di Francia seppe ben introdurre la riforma nei religiosi claustrali del suo regno; ma Roma non arrivò a tanto in Italia. Patì quella città nel verno del presente anno un'inondazione del Tevere, che si stese per le campagne, col danno di non poche fabbriche e di molto bestiame, e con servire di veicolo ad una epidemia che dipoi sopraggiunse. Diede questa disgrazia al santo padre motivo di maggiormente esercitare la sua carità verso la povera gente che si rifugiò per soccorso in Roma. Inoltre, nel dì 10 di giugno un orribil tremuoto riempiè di terrore e danno il Patrimonio e i paesi circonvicini. Bagnarea andò tutta per terra con perdita di molte persone. Quasi interamente restò smantellato Celano, Orvieto, Toscanella, Acquapendente, ed altre terre e ville di quei contorni risentirono gran danno. Il lago di Bolzena, alzatosi due picche, inondò per tre miglia all'intorno il paese. Non fu men funesto un altro simile tremuoto che si sentì nella marca trivigiana nel dì 25 di febbraio. Nella sola terra d'Asolo rimasero dai fondamenti distrutte mille e cinquecento case; più di altre mille e ducento inabitabili; i templi colle lor torri diroccati; molti uomini colle lor famiglie seppelliti sotto le rovine.

Questa sciagura parve un prognostico di molte altre che nell'anno presente afflissero non poco la veneta repubblica. Per la perdita della riguardevole isola e città di Scio si era inferocita la Porta, e fin nell'anno addietro avea ammannita gran copia di legni e di gente per ricuperarla. Con questa flotta, condotta dal saraschiere, nel dì 8 di febbraio, prima che approdasse a Scio, determinò il capitan generale Antonio Zeno di misurar le sue forze; ma furono poco ben prese le misure; laonde cantarono la vittoria i Turchi, e malconcie ne restarono le navi e le galee venete. Fu cagione sì sinistro colpo, ed un altro appresso, che Scio si rilasciasse alla discrezion de' musulmani con incredibil dolore de' cristiani abituati in quel delizioso paese, che tutti elessero un volontario esilio per non soggiacere alla vendetta e rabbia de' Turchi. Al capitan general Zeno, imputato di mala condotta, siccome ancora a Pietro Quirini provveditore ordinario, toccò di finire i lor giorni in carcere. Rimasero altri assoluti, ma dopo una prigionia di tre anni. Alessandro Molino venne poi creato capitan generale. Seguirono ancora ne' mesi seguenti altre lievi battaglie tanto in mare che sotto Argo, nelle quali maggior fu la perdita degl'infedeli che de' cristiani, ma senza che alcun di questi vantaggi compensasse il gravissimo danno patito per l'abbandonamento di Scio. Del pari in Ungheria si mutò la ruota della fortuna. Avea l'Augusto Leopoldo ottenuti otto mila Sassoni dall'elettore Federigo Augusto, il quale col titolo di generalissimo delle armi cesaree s'era indotto a passare in persona contro de' Turchi. Solamente ai 10 d'agosto pervenuto esso elettore al campo, quivi trovò i marescialli Caprara e Veterani, e l'altra uffizialità con cinquanta mila guerrieri alemanni, oltre ad alcune migliaia di milizie unghere. Avrebbe ognun creduto che con sì fiorito esercito avessero i cristiani a far prodigii in quelle parti. Trovarono essi lo stesso gran signore Mustafà venuto in persona a dar calore alla poderosa sua armata, con cui sperava anch'egli di operar gran cose. In poche parole, i Turchi occuparono Lippa, e la smantellarono. Poco tempo ancora spesero ad impadronirsi della forte piazza di Titul; e trovato il suddetto conte Federico Veterani maresciallo, staccato con sette mila bravi Tedeschi dal grosso dell'esercito per coprire la Transilvania, l'andarono ad assalir con tutte le lor forze, e v'era in persona lo stesso Sultano. La difesa che fece questo valoroso comandante per più ore contro quel torrente d'armati, fu delle più gloriose che mai si udissero, e costò la vita a più di quattro mila Turchi. Sopraffatto in fine dall'esorbitante superiorità de' nemici il prode generale, con buona ordinanza si ritirò; ma coprendo in persona la retroguardia, riportò varie ferite; e perchè condotto via s'incagliò in una palude il cavallo, in cui era sostenuto, quivi restò poi trucidato dai musulmani. Anche Lugos e Caransebes caddero in mano di quegl'infedeli: con che nell'anno presente ebbe fine la sventurata campagna degl'imperiali in Ungheria.

Osservavasi oramai in Italia una più che mai prossima disposizione e risolutezza di Vittorio Amedeo duca di Savoia, del marchese di Leganes governatore di Milano, e de' comandanti cesarei, per cacciar da Casale di Monferrato i Franzesi. Era quella forte città, con un castello e con una molto più forte cittadella, come spina continua nel cuore degli Spagnuoli e del duca di Savoia, per la vicinanza de' loro Stati. L'aveano essi tenuta bloccata da gran tempo; ma da che ebbero concertato coll'ammiraglio inglese Russel di tenere a bada il maresciallo di Catinat colla sua potente flotta, che minacciava ora Nizza ed ora la Provenza, il duca e il marchese suddetto col principe Eugenio di Savoia, e col millord Gallowai generale delle milizie pagate dall'Inghilterra, si presentarono coll'armata collegata verso la metà di giugno davanti ad esso Casale. Nel dì 26 del medesimo mese venendo il dì 27 fu aperta la trinciera tanto contro la città che contro la cittadella. Ancorchè il marchese di Crenant facesse una gagliarda difesa, pure meravigliosa cosa parve che dopo soli dodici giorni di offese, e colla perdita di soli secento soldati dalla parte degli assedianti, egli si vedesse obbligato ad esporre bandiera bianca. Fu segnata la capitolazione della resa nel dì 9 di luglio; ed accordato che si demolissero le fortificazioni della città, del castello e della cittadella; e che, terminato l'atterramento, ne uscisse la guernigion franzese con tutti gli onori militari, otto pezzi di cannone e quattro mortari; e che tornasse quella città in pieno dominio del duca di Mantova, come era ne' tempi andati. Restò eseguita la capitolazione, e tolto dalle viscere della Lombardia quel mantice di discordie e d'incendii. Si trovarono nella città settanta pezzi d'artiglieria di bronzo, nel castello ventotto, e nella cittadella cento venti. Per sì felice impresa in Milano e Torino gran festa si fece, ed essendo solamente nel dì 18 di settembre usciti i Franzesi di Casale, non s'impegnarono l'armi cesaree in alcun'altra azione, ed unicamente pensarono a ristorar le truppe ne' quartieri d'inverno. Non si potè intanto levar di capo a certi politici, che in quell'assedio si sparassero dagli assediati i cannoni senza palle, e che quella impresa fosse concertata fra il saggio duca di Savoia e la corte di Francia; la qual ultima, se restò priva di una buona fortezza, ne privò anche d'essa l'avidità degli Spagnuoli, perchè, facendo rendere Casale al duca di Mantova, deluse le speranze di quei che probabilmente lo desideravano, e poteano pretenderlo a titolo di acquisto. Nè si vuol tacere che nel dì 9 di settembre del presente anno in Roma terminò i suoi giorni il cavaliere Gian-Francesco Borri Milanese in castello Sant'Angelo. S'era egli meritata quella prigione per essere stato eretico visionario anzi autore di una setta, che appena nata ebbe fine, e solennemente fu da lui abiurata. In essa Roma, in Milano ed in altre città d'Italia, e in Inspruch, Amsterdam, Amburgo, Copenaghen, ed altri luoghi dell'Olanda e Germania, fece egli risuonare il suo nome, spacciando miracoli segreti, e spezialmente quello che tanto adesca alcuni troppo corrivi privati, e talvolta i principi stessi, con votar d'oro le borse loro, ed empierle di fumo. A lui si ricorreva come a medico universale per ogni sorta di malattia, e fin da Parigi si vedeano passar nobili malati ad Amsterdam per isperanza d'essere guariti da lui. Gran figura aveva egli fatto in quella città col magnifico equipaggio, e trattato col titolo di eccellenza. In una parola, trovossi in lui un chimico creduto impareggiabile, un gran ciarlatano, e per conseguente un bravo trafficante della semplicità de' mortali.


MDCXCVI