Un gran moto si diede in fatti il re di Francia Luigi XIV nell'anno presente per condurre alla pace le potenze alleate contra di lui; e benchè sì potente monarca, e fin qui gran conquistatore, da accorto come era, fu egli stesso che corse dietro ai nemici con ingorde esibizioni di lasciar buona parte delle prede fatte. Troppo gli stava a cuore l'affare della già cadente monarchia di Spagna, ch'egli forte amoreggiava. Guadagnò segretamente prima degli altri Guglielmo principe di Oranges, con offerirsi pronto a riconoscerlo per re della Gran-Bretagna, e ad abbandonar la protezione del detronizzato re Giacomo Stuardo. Però si aprì il congresso in Olanda presso al castello di Riswich, e quivi i plenipotenziarii dei sovrani colla mediazione di Carlo XI, e poi di Carlo XII, regi di Svezia, diedero principio al duello delle lor pretensioni; e intanto il re di Francia continuava le sue conquiste in Catalogna e in America. Finalmente la concordia seguì, essendosi sottoscritta, nel dì 20 di settembre, la pace, prima coll'Olanda, poi con Guglielmo III re della Gran-Bretagna, e con Carlo II re delle Spagne. Restarono tuttavia renitenti i plenipotenziarii imperiali; ma dacchè videro restar solo in ballo l'augusto loro padrone, giudicarono meglio d'abbracciar anch'essi la desiderata quiete, e nel dì 30 di ottobre sottoscrissero i capitoli della pace. Ampia fu la restituzion di città, fortezze e paesi, che fece in tale occasione il re Cristianissimo alla Spagna, all'imperadore, al duca Leopoldo di Lorena, al palatino del Reno e ad altri principi. Venne ivi eziandio ratificato in favore del duca di Savoia il trattato di Vigevano dell'anno precedente. Nominò poscia il re Luigi per compresi in questa pace i principi d'Italia, e spezialmente il romano pontefice, il cui ministro per l'opposizione dei protestanti non avea potuto intervenire a quella pace.
Pacificati in questa maniera fra loro i principi cristiani, restava tuttavia nel suo fervore la guerra dell'imperadore e de' Veneziani contra del Turco; e questa nel presente anno fu assistita dalla mano di Dio. Giacchè l'elettor di Sassonia si trovava tutto applicato a conseguir la vacante corona di Polonia, al qual fine, abiurato il luteranismo, avea fatta professione della religion cattolica romana; e il principe di Baden, a cagione della poca sanità, si era ritirato ai suoi stati, e il maresciallo Caprara Bolognese per l'avanzata suo età si scusava di non poter sostenere il comando delle armi in Ungheria; l'Augusto Leopoldo, come si può presumere, ispirato da Dio, scelse per supremo comandante di quella sua armata il principe Eugenio Francesco di Savoia, nato nell'anno 1665 a dì 18 di ottobre da Eugenio Maurizio di Savoia, conte di Soissons. Più di un saggio di sua prudenza e valore avea dato questo principe nell'ultima guerra d'Italia, comandando le armi cesaree; ma il suo nome non era forse conosciuto finora alla Porta Ottomana, ancorchè avesse già militato dianzi nella stessa Ungheria. Colà si portò egli, affrettato dal grandioso preparamento d'armi, di munizioni e di flotta nel Danubio, fatti dal sultano Mustafà II, che, gonfio di speranze per le favorevoli campagne dei due precedenti anni, volle anche nel presente condurre in persona il poderoso esercito suo, promettendosi nuovi allori, e ridendosi degli avvisi che si trattava la pace della Francia coi potentati della cristianità. Nel dì 27 di luglio arrivò al campo cesareo il principe Eugenio, e colle truppe venute dalla Transilvania trovò dipendente da' suoi cenni un esercito di circa quarantacinquemila Alemanni, gente veterana, che conosceva ben le ferite, ma non la paura. Inoltratosi poi il Gran signore col suo, si appigliò al consiglio del Tekely d'imprendere l'assedio di Peter-Waradino, e dopo avere occupato Titul, s'inviò a quella volta. Gli conveniva prima impadronirsi di Seghedino: e a questo fine formato un ponte sul Tibisco, lo passò. Avvertito dalle spie il principe Eugenio, marciò coi principi di Commercy e di Vaudemont, e col conte Guido di Staremberg, e con tutte le sue forze, per impedir gli ulteriori progressi al nemico; e nel dì 11 di settembre pervenne a Zenta, terra sul Tibisco, trovandola incendiata dai Turchi. Si era trincierato alla testa del suo ponte l'esercito musulmano, quando il Gran signore, avvertito essere l'oste cristiana più forte di quel che gli era stato supposto, determinò di ripassare il Tibisco; e infatti nel dì e notte precedente lo ripassò egli con alcune migliaia di fanti e cavalli, lasciando di qua il rimanente dell'armata che dovea seguitarli.
Non restavano più che tre ore e mezza di giorno quando l'avveduto principe di Savoia, scoperta la situazion dei nemici, coraggiosamente spinse i suoi all'assalto de' trincieramenti; e superato il primo, poscia il secondo, entrò la sua gente con furia nel campo nemico. Allora immensa fu la strage degl'impauriti infedeli, che tentarono colla fuga pel ponte di sottrarsi alle sciable tedesche; ma imbarazzato il ponte dalla folla e da quei che cadevano, loro chiuse in breve il varco. Però incalzati da' vincitori, altro scampo non restò ad essi che di gittarsi nel fiume, nelle cui acque trovarono ciò che temeano d'incontrare in terra. Più relazioni portarono che dei Turchi tra uccisi ed annegati più di venti mila perderono ivi la vita. Altri scrissero fino a trenta mila, e fra questi il primo Visire, l'Agà dei giannizzeri, e dicisette bassà. Furono presi settantadue pezzi di cannone, sei mila carrette di munizioni da bocca e da guerra, ottantasei tra bandiere e cornette; e gran bottino fecero i soldati, dappoichè tornarono indietro dall'inseguire i fuggitivi nemici, giacchè solamente allora fu data dal saggio capitano ad essi licenza di raccogliere le spoglie. Il sultano colla testa bassa, e con alcune poche compagnie di cavalli, spronando forte se ne tornò a Belgrado assai disingannato della bravura e fortuna de' suoi. Una vittoria sì segnalata non s'era riportata fin qui sopra i Turchi, e il più mirabil fu, che non costò ai cristiani che mille morti ed altrettanti feriti. Voltò poscia il principe Eugenio le armi vittoriose addosso alla Bossina, e prese Dobay, Maglay ed altre castella. La mercantile città del Serraio, abbandonata da' Turchi, fu messa a sacco ed incendiata; ma non si potè prendere il castello. Anche il generale conte Rabutin sottomise a forza d'armi Vilpanca e Ponzova, e un gran tratto di paese saccheggiato rallegrò di nuovo le cristiane milizie. Quanto salisse in alto per sì gloriosa campagna il nome del principe Eugenio ognun sel può immaginare.
L'armi venete in Levante, assistite anche in quest'anno dalle galee del papa e di Malta, altro non fecero che tentar di combattere senza mai potere ridurre le turchesche ad accettar daddovero la disfida. In tre siti e in tre diversi tempi venne la veneta flotta contro l'ottomana, e furono anche principiate le offese, ma senza considerabil vantaggio delle parti; e si vide l'astuto capitan bassà Mezzomorto sempre cedere il campo a' cristiani e ritirarsi. Giubilò in questo anno il vecchio papa Innocenzo XII, sì per la pace universale conchiusa in Riswich, come ancora per l'insigne vittoria riportata in Ungheria contra de' Turchi. Per terzo motivo di allegrezza si aggiunse l'avere Federigo Augusto elettor di Sassonia professata pubblicamente la religion cattolica; il che servì a lui di scala per salire sul trono della Polonia. Solenne ringraziamento a Dio fu fatto in Roma per la vittoria suddetta, e diede questa motivo al pontefice di ammettere alla sua udienza il conte di Martinitz, che per le sue disobbliganti maniere e per le violenze passate n'era da gran tempo escluso. Attento il santo padre a tutto ciò che riguardava l'aumento della fede cattolica, assegnò nell'anno presente un fondo considerabile per le missioni della Etiopia, giacente nel cuor dell'Africa, giacchè gli erano state date speranze di rimettere di nuovo la concordia di quei cristiani scismatici colla Chiesa romana. Intenzione sommamente lodevole, per essere quei paesi di smisurata estensione, ben popolati e forniti da Dio di molti beni, e poco nella credenza lontani dal cattolicismo; ma intenzione fin qui priva di effetto, parte per l'odio conceputo da quei popoli contro gli Europei, e parte perchè le conquiste fatte da' Turchi rendono troppo difficile oggidì e pericoloso l'accesso a quelle contrade. Liberò anche il papa i suoi popoli da alcune imposte, spezialmente sopra il grano; acquistò con danaro la città d'Albano per la camera apostolica; e da' cardinali zelanti si lasciò indurre a comperare il teatro di Tordinona, per impedir le recite delle commedie. Pensando il gran duca Cosimo III de Medici di provvedere al matrimonio finora sterile del gran principe Ferdinando suo figlio, conchiuse in quest'anno il maritaggio di Anna Maria Francesca figlia di Giulio Francesco ultimo duca di Sassen-Lavemburg, che portava gran dote, col principe Gian-Gastone suo secondogenito. Seguì tale sposalizio nel dì 2 di luglio, e questo principe passò ad abitare dipoi con poca felicità in Germania. Nè si dee tacere, che circa questi tempi Pietro Alessiovitz czaro di Moscovia, ossia della Russia, principe di mirabil comprensione, e di straordinarie massime, prese a viaggiare incognito, ma cognito quando voleva, per imparar le arti europee, e spezialmente quelle della marinaresca. Comparve come uno dei suoi ambasciatori in Prussia, in Olanda, in Inghilterra e a Vienna. Sua mente era eziandio di visitare l'inclita città di Venezia; ma mentre vi si disponeva, gli convenne tornarsene in fretta alle sue contrade, chiamato dalle sedizioni contra di lui macchinate da que' popoli barbari, instabili, e non per anche ridotti alla civiltà ch'ora si mira in quelle parti.
MDCXCVIII
| Anno di | Cristo MDCXCVIII. Indizione VI. |
| Innocenzo XII papa 8. | |
| Leopoldo imperadore 41. |
Dopo la memorabil vittoria riportata dall'armi imperiali a Zenta colla fuga dello stesso Gran signore Mustafà II, ognun si aspettava maggiori progressi di Cesare in Ungheria; tanta era la costernazione de' Turchi e la lor debolezza. Tempo ancora più favorevole di questo non potea darsi, dacchè l'Augusto Leopoldo, sbrigato dalle guerre colla Francia, si trovava in istato di operar con braccio forte contro il comune nemico, e a ciò l'animavano i Veneziani, e lo zelantissimo pontefice prometteva gagliardi soccorsi in danaro. Ma in Vienna si macinavano altre idee, stante la vacillante sanità di Carlo II re di Spagna, colla cui morte, appresa sempre per vicina, verrebbe a vacare quella gran monarchia per difetto di prole. A tal successione aspirava l'imperadore per l'arciduca Carlo suo secondogenito, sì perchè retaggio dell'augusta casa d'Austria, e sì perchè la linea austriaca di Germania era chiamata a quei regni da' testamenti dei precedenti re dell'altra linea di Spagna. L'Inghilterra e l'Olanda, siccome interessate anche esse nella preveduta mutazion di cose, non cessavano d'ispirare a Cesare la necessità di prepararsi a questo grande avvenimento, acciocchè l'oramai troppo possente corona di Francia non ne profittasse. Quindi nacque nell'Augusto monarca il desiderio di pacificarsi colla Porta; e però la corte di Inghilterra, che s'era esibita di trattarne, spedì ordini premurosi al milord Paget suo ambasciatore a Costantinopoli, di farne l'apertura col primo visire Cussein, da cui fu ben ricevuta sì fatta proposizione. Il piano di questa pace o tregua si riduceva ad un punto solo, cioè che tanto l'imperadore, Veneziani, Moscoviti e Polacchi, quanto i Turchi, restassero possessori di tutto quanto aveano conquistato negli anni addietro. Se ne mostrò pago il divano, e per conseguente furono eletti i plenipotenziarii di tutte le potenze, e scelto per luogo del congresso Carlowitz posto fra Salankement e Peter-Waradino, dove si cominciarono colla mediazione degl'Inglesi e Olandesi a spianare le difficoltà occorrenti che consistevano in determinare i confini, e in pretendere la demolizione d'alcuni forti e piazze. Si andò per tutto quest'anno combattendo fra i plenipotenziarii, nè si potè smaltire tutto sino al gennaio dell'anno seguente, che pose fine alle lor contese, e sigillò, siccome diremo, la tregua fra loro. Intanto sì i Veneziani che Cesare continuarono, più in apparenza che in sostanza, la guerra anche nell'anno presente. Per quanto potè si studiò il capitan generale Delfino di tirare a battaglia il Mezzomorto bassà comandante della flotta turchesca, ma costui cauto andò sempre schivando il cimento, se non che nel dì 21 di settembre si attaccarono l'armate nemiche. E pure il Musulmano seppe a tempo battere la ritirata e sottrarsi al periglio. Altro dipoi non operarono i Veneziani, che bruciare il paese nemico per terra, ed esigere contribuzioni colle scorrerie di mare in varie contrade de' Turchi.
Intanto nei gabinetti segretamente si lavorava per prevenire un nuovo sconvolgimento di cose, qualora mancasse di vita Carlo II re di Spagna. Massimamente ne trattò con gli Inglesi ed Olandesi il ministro di Francia; e all'Haia, nel dì 11 d'ottobre fu sottoscritto un trattato di partaggio della monarchia di Spagna, rapportato dal Lunig, dal Du-Mont e da altri; per cui, venendo il caso suddetto, al principe elettorale figlio di Massimiliano elettor di Baviera e dell'arciduchessa Antonia, cioè di una figlia dell'imperator Leopoldo, e di Margherita Teresa sorella del regnante suddetto re Carlo, fu assegnata la successione dei regni di Spagna, siccome più prossimo dei discendenti dal re Filippo IV, eccettuati alcuni pezzi di essa monarchia. A Luigi Delfino primogenito del re Cristianissimo per le ragioni della regina sua madre e dell'avola, amendue spagnuole, furono riservati i regni di Napoli e Sicilia, colle fortezze poste nella maremma di Siena, il marchesato del Finale, e la provincia di Guipuscoa colle piazze di San Sebastiano e Fonterabia. Similmente all'arciduca Carlo secondogenito dell'imperadore, in compenso delle pretensioni delle auguste due linee, avea da toccare il ducato di Milano. In caso poi che mancasse prima del tempo il principe elettoral di Baviera, fu dichiarato a parte, che l'elettore suo padre succederebbe nella suddetta monarchia, colle riserve sopra espresse. Il gran concetto in cui è il gabinetto di Francia di superar tutti gli altri in accortezza, fece credere alla gente sensata, che il re Luigi XIV contuttociò tendesse ad assorbire l'intera monarchia di Spagna per uno dei suoi nipoti, e che non ad altro fine acconsentisse a quello spartimento, che per tirar dalla sua con questo spauracchio i ministri della corte di Spagna, conosciuti troppo abborrenti da ogni divisione dei lor dominii. E certamente ben seppero i Franzesi far giocare questa carta in Ispagna, dove in questo mentre il lor ambasciatore non lasciava indietro diligenza e dolcezza alcuna, per guadagnarsi il cuore di chiunque era più potente presso al re Carlo e alla regina sua moglie. All'incontro il conte di Harrach, ambasciatore cesareo alla corte di Madrid, non sapea trovar la carta del navigare, e commise vari passi falsi ed errori, de' quali è da vedere il primo tomo della storia di Europa del marchese Francesco Ottieri: libro saggiamente composto, e pure sì indegnamente trattato, per aver solamente detto quell'autore, che nell'elezione di Augusto re di Polonia, l'abate di Polignac, poscia cardinale, non aprì ben gli occhi in tal occasione. Era stato richiamato in Ispagna il marchese di Leganes, e destinato al governo di Milano Carlo principe di Vandemont della casa di Lorena, il cui figlio militava nelle truppe dell'imperadore. Giunse questo principe a Milano colla principessa sua moglie nel dì 24 di maggio, e cominciò un trattamento superiore a quello de' suoi predecessori. Fra le altre sue pompe uscendo egli per la città, era tirato il suo cocchio da otto maestosi cavalli. Si applicò egli tosto a liberar lo stato dagli assassini, che in gran copia infestavano le strade e gli abitanti.
Nel giugno dell'anno presente fu presa da gran costernazione la città di Napoli per l'orribile strepito che faceva il monte Vesuvio. Vomitò esso da lì a poco sì sterminata quantità di cenere, che scurò l'aria, e coprì i tetti e le piazze di quella città all'altezza di un piede. Quindi sfogò la sua collera con una gran pioggia di sassi, e con cinque fiumane di fuoco, composte dì materie bituminose a guisa di ferro fuso. Da questi torrenti, che scesero alla Torre del Greco in mare, non solo restò ridotto come un deserto quel luogo, ma i contorni ancora colle deliziose vigne e palazzi andarono tutti in rovina. Più di seimila persone, avendo prima presa la fuga, si rifugiarono in Napoli, e furono ben accolte e alimentate dalla singolar pietà del cardinal Cantelmo arcivescovo. Un altro non men grave flagello toccò nel dì 20 di giugno alla cittadella di Torino. Svegliatosi per aria un gran temporale sul far del giorno, da un fulmine figlio della terra o delle nuvole, venne attaccato il fuoco al magazzino della polve, coperto in maniera da potere resistere alle bombe: disavventura, a cui sono soggetti i ricettacoli di molta polve da fuoco. Sì orribile fu lo scoppio, che rovesciò tutte le fabbriche di essa cittadella colla morte di dodici ufiziali e di quattrocento soldati, oltre ai feriti. Si scossero tutte le case della città; ogni finestra e gran copia di mobili andò in pezzi, s'aprirono le porte delle chiese, e si credettero gli abitanti di essere al fine dei lor giorni. Il danno recato dalla violenza di questo accidente si fece ascendere a tre milioni di lire; e maggiore incomparabilmente sarebbe stato, se il fuoco del magazzino non avesse volto verso la campagna lo scagliamento delle pietre. Per segnali dell'ira di Dio e per preludi di maggiori sciagure furono presi questi sì funesti avvenimenti. E certamente era ben seguita la pace, ma già si scorgea non doversene sperare se non breve la durata, stando ognuno in apprensione di maggiori sconvolgimenti in Europa, a cagion della monarchia di Spagna vicina a restar vedova. E già la Francia e il duca di Savoia Vittorio Amedeo faceano grandi armamenti, per essere pronti alle rivoluzioni, che non poteano mancare, mancando di vita il re Carlo II. Nel dì 2 di luglio di questo anno a Rinaldo d'Este duca di Modena nacque il suo primogenito Francesco Maria, oggidì duca, con somma consolazione dei popoli suoi. Era vacato in Roma per la morte del cardinal Paluzzo Altieri il riguardevol posto di camerlengo della santa romana Chiesa, posto in addietro venale e di gran lucro. Con sua bolla pubblicata nel dì 24 d'agosto il pontefice Innocenzo XII soppresse e vietò per l'avvenire la venalità di questa carica, con applicar buona parte de' frutti d'essa all'ospizio dei poveri, o alla stessa camera apostolica.