In questi medesimi turbati tempi una altra guerra apertamente si faceva in Sicilia a cagion del tribunale della monarchia. Avendo il sommo pontefice fulminate le censure contro molti di quegli uffiziali e contro altri del regno siciliano, e messo l'interdetto a varii luoghi, il re Vittorio Amedeo, risoluto di sostenere gli antichi usi od abusi che s'erano per più secoli mantenuti dai re suoi antecessori, ordinò che non si rispettassero gli ordini di Roma. Chi negò di farlo trovò pronto il gastigo delle prigioni o dell'esilio. Più di quattrocento ecclesiastici, oltre ad altre persone, o volontariamente o per forza uscirono di quell'isola, rifugiandosi a Roma. Il pontefice in sussidio loro impiegò più di sessanta mila scudi; e tuttochè anche amendue i monarchi di Francia e Spagna con forti uffizii sostenessero le pretensioni del re Vittorio, pure l'intrepido papa nel gennaio e febbraio del presente anno pubblicò due altre costituzioni, colle quali abolì il tribunale suddetto della monarchia di Sicilia: passo che maggiormente accrebbe gli sconvolgimenti di quel regno, e cagionò non lieve affanno al novello re di quell'isola, che abbisognava di quiete per ben assodarsi in quel dominio. Intanto per male di vaiuolo in età di diecisette anni venne a morte in Torino Vittorio Amedeo duca di Savoia suo primogenito nel dì 22 di marzo del presente anno, della qual perdita fu per lungo tempo inconsolabile il re suo padre. Perchè gli strologhi gli aveano predetta la guarigion del figlio, che non si effettuò, ne cadde la colpa sopra i medici, che perciò perderono la grazia del sovrano. Ma Dio gli preservò il secondogenito, cioè Carlo Emmanuele, oggidì re di Sardegna, che gareggia nelle virtù coi più rinomati principi della reale sua casa. Non era meno affaccendata in questi tempi la sacra corte di Roma per le opposizioni insorte in Francia contro la costituzione Unigenitus, e per le controversie de' riti cinesi, proibiti a quei nuovi cristiani. Intorno a questi punti pubblicò l'indefesso pontefice altre costituzioni, dettate dal suo zelo per la purità della dottrina cattolica.
Si godeva intanto il re Cristianissimo Luigi XIV il contento di avere assicurata sul capo del nipote Filippo V la corona di Spagna, e di avere restituita al suo regno la desiderata pace, quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Era egli giunto all'età di settantasette anni; ne avea regnato settantatrè oltre il costume dei suoi antecessori. Il dì primo di settembre fu l'ultimo del suo vivere, ed egli con intrepidezza mirabile, con sentimenti di viva cristiana pietà e pentimento dei suoi falli lasciò ai suoi discendenti quelle massime più giuste di governo ch'egli talvolta in sua vita dimenticò. Nel bollore spezialmente dei suoi anni gli aveano presa la mano l'incontinenza, lo spirito conquistatorio, senza misurarlo talvolta colla giustizia, e l'ansietà di far tremare ciascuno coi fulmini della sua potenza. Ciò non ostante, pregi sì rilevanti si raunarono in questo monarca per la sua gran mente, per aver nel suo regno procurata la gloria delle lettere, l'accrescimento delle arti e l'utilità del traffico, per la magnificenza delle fabbriche, per aver dilatati ampiamente i confini del suo regno, e sopra tutto protetta la religione de' suoi maggiori, con espurgare dalla gramigna ugonottica i suoi Stati, senza far caso della perdita di tanti sudditi, di tante arti e di tanto oro, in tale occasione asportati, che, secondo l'estimazione comune, giustamente si meritò il titolo di Grande. A questo rinomatissimo monarca succedette il pronipote Luigi XV, oggidì glorioso re di Francia, ma in età troppo tenera, e però incapace di governo, e bisognoso di tutori. Ebbe maniera Filippo duca d'Orleans, nipote ex fratre del re defunto, e primo principe del real sangue, di far annullare dal parlamento di Parigi il regio testamento, e di assumere egli la tutela del picciolo re. Trovò questo principe esausto il regio erario, incolte molte campagne, impoveriti i popoli per le tante guerre passate, ingrassati non pochi colla mala amministrazione delle regie finanze; e siccome pochi si potevano uguagliare a lui nell'elevatezza della mente, si applicò tosto a curare e saldare le piaghe del regno. Ma intorno a ciò a me non conviene di dirne di più. Fece nell'ottobre di quest'anno Giacomo III Stuardo re cattolico della Gran Bretagna un tentativo per rimettersi sul trono della Scozia, con avere il pontefice somministrati quegli aiuti che potè per quell'impresa. Convien chinare gli occhi davanti agli occulti disegni di Dio. Cominciò egli con prosperità, ma terminò con infelicità un sì importante affare. Dopo essersi dichiarata in favor degl'inglesi la fortuna in una giornata campale se ne tornò lo sventurato principe in Francia a deplorar le sciagure di chi s'era dichiarato del suo partito.
MDCCXVI
| Anno di | Cristo MDCCXVI. Indizione IX. |
| Clemente XI papa 17. | |
| Carlo VI imperadore 6. |
In gravissimi timori ed affanni si trovò immersa l'Italia nel presente anno, che la divina provvidenza fece poi risolvere nel progresso in feste ed allegrezze. Divenuta più che mai orgogliosa la Porta Ottomana per le conquiste con tanta facilità fatte nell'anno precedente, meditava già voli più elevati; e si seppe col tempo che avea formati disegni fin sopra la stessa Roma, essendosi esibito il perfido marchese di Langallerie, ribello del re di Francia, di dar mano all'iniqua impresa. Per farsi scala ai danni dell'Italia, determinò il gran signore Acmet che l'armi sue passassero nell'isola di Corfù, posta in faccia alle estremità del regno di Napoli, e sito comodo per effettuar altre maggiori determinazioni. Quaranta mila tra fanti e cavalli turcheschi fecero sbarco in quella fortunata, ed allora troppo infelice isola, ed impresero tosto l'assedio della capitale, secondati da una sterminata flotta per mare. Aveano anche i Veneziani allestita una poderosa armata navale, ma scarseggiavano di gente, perchè le leve per loro fatte in varii luoghi d'Italia ed oltramonti tardavano a comparire. In questo mentre il pontefice Clemente XI, che aveva già commossi colle più calde preghiere i re di Spagna e Portogallo al soccorso dei Veneti, ebbe sicuri avvisi che il primo invierebbe sei vascelli e cinque galee alle sue spese contra del comune nemico; e il Portoghese fece sciogliere le vele a sei grossi vascelli, e ad altrettanti minori per unirsi alle vele pontificie. Accrebbe il pontefice la sua squadra navale di due galee e di quattro vascelli, coi quali congiunsero ancora i cavalieri di Malta le loro forze, e il gran duca Cosimo III unì con esse quattro galee, due la repubblica di Genova. Impose il pontefice una contribuzione al clero d'Italia; e quanto danaro potè somministrar la camera pontificia e i più facoltosi cardinali, tutto andò in aiuto de' Veneziani e in soccorso dell'imperador Carlo VI. La speranza appunto maggiore del santo padre, dopo la protezione e l'aiuto di Dio, era risposta nelle forze del piissimo Augusto. Certo è che la maestà sua con compassione mirava il terribile spoglio fatto e vicino a farsi dai Turchi delle provincie venete; mirava anche minacciato il suo regno di Napoli dai loro ulteriori progressi; ma non sapea perciò risolversi a sfoderar la spada contra di loro, per sospetto che la corte di Spagna, prevalendosi della congiuntura, in veder impegnate l'armi imperiali in Ungheria, facesse qualche solenne beffa ai suoi Stati d'Italia. Per rimuovere questo ostacolo si affaccendò non poco il sommo pontefice, ed essendogli finalmente riuscito di ricavare del re Cattolico un'autentica promessa di non molestare alcun degli Stati posseduti dall'imperadore durante la guerra col Turco, sua santità si fece garante mallevadore alla corte di Vienna della sicurezza dei cesarei dominii in Italia.
Con questa fidanza l'Augusto Carlo VI, nel dì 25 di maggio stretta coi Veneziani una lega difensiva ed offensiva non tardò più a dichiarar la guerra al sultano. Un fiorito esercito di gente veterana teneva Cesare tuttavia in piedi, e questo a poco a poco andò sfilando in Ungheria sino ai confini del dominio turchesco. Il comando dell'armata fu dato al celebre principe Eugenio di Savoia, la cui mente, credito e perizia militare si contava per un altro esercito. Trovarono i cristiani un'oste più poderosa di Turchi preparata ai confini, sotto il comando del primo visire, e non solo ben animata alla resistenza, ma che s'inoltrò sino a Petervaradino, e baldanzosamente intimò quel presidio la resa. Furono in quei contorni a vista le due nemiche armate nel dì 5 d'agosto, festa della Beata Vergine ad Nives; e nel tempo stesso che in Roma si facea una solenne processione per implorare il braccio di Dio in favore delle armi cristiane, si venne ad una gran battaglia. Fama fu che l'esercito turchesco contasse centocinquanta mila combattenti, fra i quali quaranta mila giannizzeri e trenta mila spahì. Si azzuffarono dunque nel dì suddetto le due armate nemiche, e si videro i Turchi con ordinanza non più osservata in addietro e con immenso vigore essere i primi all'assalto. Sì fiero fu l'urto loro, che piegarono i reggimenti cesarei, e non mancò apparenza che l'esercito cristiano fosse vicino ad andare in rotta. Ma sostenuto quel primo feroce empito, il prode principe Eugenio fece con tal ordine avanzar le altre schiere, che i nemici, dopo aver fatta una lunga e sanguinosa resistenza, non potendo più reggere alla bravura degli Alemanni, diedero a gambe. Insigne e compiuta fu quella vittoria. Restarono i cristiani padroni del campo, di tutte le tende, di centottanta cannoni di bronzo, di circa altrettante insegne, della cassa militare e della segreteria del primo visire. Del ricco bottino non vi fu soldato alcuno che non partecipasse. Ascese a molte migliaia il numero dei musulmani estinti, poco fu quello dei prigioni. Dal padiglione d'esso visire, che per le ferite andò a morire il dì seguente a Carlowitz, il vittorioso principe Eugenio scrisse tosto e spedì la lietissima nuova all'augusto monarca, il quale poscia mandò a Roma in dono al sommo pontefice quattro delle più ricche bandiere prese ai nemici. Non istette gran tempo a gustarsi del frutto di questa vittoria.
S'erano già inoltrati di molto gli approcci de' Turchi sotto la città di Corfù, ed aveano essi senza risparmio di sangue superate le più delle fortificazioni esteriori. Entro stava alla difesa il conte di Schulemburg, primo generale dell'armi venete, che mirabili pruove diede del suo saper militare, a cui corrispondeva con egual valore la guarnigione cristiana con disputare a palmo a palmo ogni progresso dei nemici. Contuttociò assai si prevedeva che a lungo andare non si potea sostenere una piazza assalita con incredibile sprezzo della morte dagl'infedeli, e priva di speranza di soccorso. Perciocchè s'era ben volta a quelle parti l'armata navale combinata de' Veneziani e degli ausiliarii; ma, per la conoscenza delle forze superiori de' nemici, non sapevano i più dei generali indursi a battaglia, ed ognuno facea conto delle sue belle navi. La mano di Dio vi rimediò. Appena giunse agli assediatori di Corfù l'infausto avviso della grande sconfitta de' suoi in Ungheria, che entrato in essi un terror panico, come se avessero alle reni il sì lontano vittorioso esercito, subito presero la fuga. Lasciarono indietro artiglierie, cavalli, bagagli e munizioni; solo si pensò a salvare le vite. Gran dire fu, perchè la flotta cristiana in quel grave scompiglio degli atterriti musulmani non volasse ad assalirli, giacchè sicura ne parea la vittoria. La verità nondimeno si è, che si allestirono bensì i collegati per inseguire i fuggitivi, ma in tempo che, sorta una fiera burrasca, convenne pensar più a difendere sè stessi dall'ira del mare che ad offendere altrui. Per lo felice scioglimento di questo assedio non si può dire quanta allegrezza si diffondesse nel cuore di tutti gl'Italiani ben conoscenti che terribili conseguenze avrebbe portato seco la perdita di un'isola forte, sì contigua alle contrade d'Italia. Ricuperarono dipoi i Veneti Butintrò e Santa Maura.
Qui nulladimeno non terminò il comune giubilo dei fedeli. Erano passati cento sessanta anni che la città di Temiswar sofferiva il giogo turchesco, città attorniata da paludi, munita di buone fortificazioni, custodita da un numeroso presidio. A cagion di quelle appellate Palanche difficilissimo compariva l'accesso alla piazza. Pure nulla potè ritenere l'invitto principe Eugenio dall'imprenderne l'assedio, a cui fu dato principio nel primo dì di settembre. Nel dì 23 si presentò un esercito turchesco per dar soccorso alla piazza; ma ritrovati ben trincierati gli assedianti, se ne tornò indietro, sminuito molto di numero. Bisognò impiegare il resto del mese per disporre tutto a superar la Palanca, cioè il sito paludoso, fortificato da grossissimi pali, per cui convien passare alla città. Se ne impadronirono i cristiani nel dì primo di ottobre non senza spargimento di molto sangue, e si diedero poi a bersagliare la città e il castello, cinto da doppia fossa piena di acqua. Nel dì 13 di esso mese, perduta ogni speranza di soccorso, non volle quel presidio differire la resa, ed ottenne libera l'uscita per sè e per tutti gli abitanti col loro avere: capitolazione che fu religiosamente osservata, con essersi provveduto a quel popolo un migliaio di carra per asportar le loro sostanze. Ne uscirono dodici mila armati, e trovaronsi in quella piazza cento trentasei pezzi di cannone e dieci mortari, con abbondante raccolta di munizioni da guerra. Per sì gloriosa campagna Roma e tutta l'Italia si videro tripudianti di gioia, e dappertutto si tessevano elogii all'invincibile principe di Savoia, al quale il pontefice nel dì 8 di novembre fece presentare in Giavarino la spada benedetta in riconoscenza ed onore del suo incomparabil valore. Coll'acquisto di Temiswar, a cui tenne dietro quello di Panscova, Vipalanca e Meadia, tutto quel riguardevol bannato venne in potere di Cesare. Fu in questo, anno che calò in Italia incognito Carlo Alberto principe elettorale di Baviera, cioè il medesimo che da qui ad alcuni anni noi vederem poi conseguire la corona imperiale. Dopo avere nel mese di marzo ricevuto questo principe in Modena dal duca Rinaldo di Este ogni dimostrazione di onore, passò a Bologna per visitare la gran duchessa Violante sua zia, che s'era apposta portata colà. Andò egli poscia a Roma dove il santo padre colle maggiori finezze lo accolse.