Con gran concorso di pellegrini divoti fu celebrato nel presente anno in Roma il solenne giubileo, e fra gli altri cospicui personaggi concorse a partecipar di queste indulgenze la vedova gran principessa di Toscana Violante di Baviera, la quale se ricevette le maggiori finezze dal sommo pontefice e da tutta quella nobiltà, lasciò anch'ella ivi un'illustre memoria della sua insigne pietà e liberalità. Grande occasione fu questo giubileo al santo padre Benedetto XIII di esercitar pienamente le tante sue virtù, delle quali parleremo andando innanzi. E siccome egli era indefesso in tutto ciò spezialmente che riguarda la religione, così nel dì 15 di aprile diede principio nella basilica Lateranense al concilio provinciale, a cui intervenne gran copia di cardinali, vescovi ed altri prelati. Vi si fecero bellissimi regolamenti intorno alla disciplina ecclesiastica, essendo state prima ben ventilate le materie in varie congregazioni dei più assennati teologi. Volle il sommo pontefice che i vescovi non sentissero il peso della lor dimora in Roma, con far somministrar loro le spese dalla camera apostolica. Nel dì 5 di giugno fu posto fine a quella sacra assemblea, ammirata e benedetta da tutto il popolo romano, che da tanti anni indietro non ne avea mai goduta la maestà. In questi medesimi giorni il Campidoglio romano rinovò un'illustre cerimonia non più veduta dopo il tempo di Francesco Petrarca. Cioè dal senatore e dai conservatori del popolo fu con gran solennità conferita la corona d'alloro al cavalier Bernardino Perfetti Senese, poeta rinomato pel possesso delle scienze migliori, e massimamente per la sua impareggiabile facilità ad improvvisare in versi italiani, e versi pieni di sugo e non di sole frasche. Onorarono quella funzione parecchi porporati e la suddetta gran principessa di Toscana. Non trascurò intanto il buon pontefice alcun mezzo per frastornare i disegni dei potentati sopra Parma e Piacenza; ma con poca fortuna, essendo improvvisamente scoppiata una pace stabilita in Vienna fra l'imperadore e il re Cattolico, senza che vi s'interponessero coronati mediatori, e senza aver cura degl'interessi dei principi alleati. Come questa nascesse, gioverà saperlo.
S'era fin qui nel congresso di Cambrai fatto un gran cambio di parole e ragioni fra i ministri delle corone per giugnere ad una vera pace universale. Ma una remora troppo possente era sempre l'affare di Minorica e Gibilterra; pretendendone gli Spagnuoli la restituzione, benchè ne avessero fatta in Utrecht la cessione, e negandola gl'Inglesi; di modo che apparenza non v'era di sciogliere questo nodo, per cui tutti gli altri restavano sospesi. Avvenne che il baron di Ripperda Giovanni Guglielmo, uomo ardito olandese, che, come i razzi, fece dipoi una luminosa ma assai breve comparsa nel teatro del mondo, segretamente mosse parola in Vienna di una pace privata fra l'imperador Carlo VI e il re Cattolico Filippo V; e questa non cadde in terra. Premeva a sua maestà cesarea di mettere fine ad ogni pretension della Spagna sopra gli Stati di Napoli, Sicilia, Milano e Fiandra. Più era vogliosa la corte di Spagna di risparmiare una chiara rinunzia a Gibilterra e Minorica, e di assicurare all'infante don Carlo la succession della Toscana e di Parma e Piacenza: al che spezialmente porgeva continui impulsi la regina Elisabetta Farnese, intenta al bene degli infanti suoi figli; e tanto più per udirsi infestata da molti incomodi la sanità del gran duca Giovanni Gastone de Medici. Posta tale vicendevole disposizione d'animi, non riuscì difficile lo strignere l'accordo. Fu esso stipulato in Vienna nel dì 30 di aprile, e l'impensata sua pubblicazione sorprese ognuno: tanta era stata la segretezza del trattato. La sostanza principale di quegli articoli consisteva nella rinunzia fatta da Cesare a tutti i suoi diritti sulla corona di Spagna, con ritenerne il solo titolo, sua vita durante; e a stabilire che essa corona non si avesse mai ad unire con quella di Francia. All'incontro anche il re Cattolico Filippo V rinunziava in favore dell'augusta casa d'Austria tutte le sue ragioni sopra Napoli, Sicilia, Stato di Milano e Fiandra, siccome anche annullava il patto della reversione pel regno di Sicilia. Un altro importantissimo punto ancora si vide assodato. Nel dì 6 di dicembre dell'anno precedente avea l'imperadore Carlo VI formata e pubblicata una prammatica sanzione, per cui, in difetto di maschi, era chiamata all'intera successione di tutti i suoi regni e Stati l'arciduchessa Maria Teresa sua primogenita con vincolo di fideicommisso e maggiorasco: decreto che venne poi accettato e confermato da tutti i tribunali dei suoi dominii. Ora anche il re Cattolico accettò la stessa prammatica sanzione, obbligandosi di esserne garante e difensore. Finalmente fra le parti fu accordato, che venendo a mancare la linea mascolina del gran duca di Toscana, e del duca di Parma e di Piacenza, si devolverebbono i loro Stati colla qualità di feudi imperiali all'infante don Carlo primogenito della regina di Spagna Elisabetta Farnese, restando il porto di Livorno libero sempre, come si trovava in questi tempi. Seguì parimente una lega e un trattato di commercio fra i suddetti sovrani. Nel dì 7 di giugno di quest'anno con altri atti fu confermata la suddetta concordia, accolta precedentemente con isdegno da chi ne era rimasto escluso; e massimamente perchè Cesare si obbligò di non opporsi, in caso che la Spagna tentasse di ricuperar colla forza Minorica e Gibilterra. Quei nobili Spagnuoli che aveano seguitato l'Augusto Carlo in Germania, e in vigore di questa pace se ne tornarono in Ispagna a godere i lor beni liberati dalle unghie del fisco, trovarono pregiudiziale la mutazion del clima; perchè infermatisi, in men di un anno cessarono di vivere.
Nella primavera dell'anno presente diede la corte di Francia non poco da discorrere ai politici. Un'infermità sopraggiunta al giovane re Luigi XV in grande apprensione ed affanno avea tenuto tutti i sudditi suoi, amantissimi sopra gli altri popoli de' loro monarchi. Perfettamente si riebbe la maestà sua; ma questo pericolo fece conoscere al suo ministero la necessità di non differir maggiormente di procurare al re una consorte che conservasse e propagasse la sua discendenza. Dimorava in Parigi l'infanta di Spagna, a lui destinata in moglie, che già per tale speranza godeva il titolo di regina; ma questa principessa avea solamente nel dì 31 di marzo compiuto l'anno settimo dell'età sua, e troppo perciò conveniva aspettare, acciocchè fosse atta alle funzioni del matrimonio. Fu dunque presa la risoluzione di rimandarla con tutto decoro in Ispagna; nè si tardò ad eseguirla. Per atto sì inaspettato restarono talmente amareggiati il re e la regina di Spagna, che richiamarono tosto da Parigi i lor ministri, e rimandarono anch'essi in Francia madama di Beaujolais, figlia del fu duca d'Orleans reggente, la quale avea da accoppiarsi in matrimonio coll'infante don Carlo; e questa poi s'unì nel viaggio colla sorella, vedova del defunto re di Spagna Luigi, la qual parimente se ne tornava a Parigi. Contribuì non poco questa rottura ad accelerar la pace suddetta fra l'imperadore e il re Cattolico. Fu allora che la gente curiosa prese ad indovinare qual principessa avrebbe la fortuna di salire sul trono di Francia; ma niuno vi colpì. Con istupore d'ognuno s'intese dipoi che il re, o, per dir meglio, il duca di Borbone primo ministro avea prescelta la principessa Maria figlia di Stanislao re di Polonia, ma di solo nome. Videsi questa principessa, nel mese di settembre, condotta con gran pompa da Argentina al talamo reale. Attendendo in questi tempi il pontefice Benedetto XIII non meno al pastoral governo che all'economia de' suoi Stati, pubblicò nel dì 15 d'ottobre una utilissima bolla intorno all'annona di Roma e all'agricoltura di que' paesi. Non così fu applaudita nel giugno di questo anno la promozione alla sacra porpora da lui fatta di monsignor Niccolò Coscia, prevedendo già i più saggi che questo personaggio, favorito non poco dall'ottimo pontefice, si sarebbe col tempo abusato della confidenza e bontà del santo padre, il quale non mai dicendo basta alla gratitudine sua, volle premiare l'antica servitù di questo soggetto, e col tempo gli procacciò anche il ricco arcivescovato di Benevento. S'egli fosse meritevole di tanti favori, ce ne avvedremo andando innanzi.
MDCCXXVI
| Anno di | Cristo MDCCXXVI. Indizione IV. |
| Benedetto XIII papa 3. | |
| Carlo VI imperadore 16. |
Da che fu alzato alla dignità pontifizia il cardinale Orsino, uno spettacolo insolito, che tirava a sè gli occhi d'ognuno, era la sua maniera di vivere. Non solamente il pontefice nulla avea sminuito dell'umiltà, virtù la più favorita di Benedetto XIII, ma parea che l'avesse accresciuta. Non sapeva egli accomodarsi a quella pompa e magnificenza che vien creduta un ingrediente necessario per maggiormente imprimere ne' popoli il rispetto dovuto a chi è insieme sommo pontefice e principe grande. Sui principii bramò egli d'uscir di palazzo senza guardie, e come povero religioso in una chiusa carrozza, per andare alle frequenti sue visite delle chiese e degli spedali, oppure al passeggio. Gli convenne accomodarsi al ripiego de' più saggi, cioè di portarsi alle sue divozioni accompagnato da un semplice cappellano con poche guardie, recitando egli nel viaggio la corona ed altre orazioni. Cassò nondimeno, come creduta da lui superflua, la compagnia delle lancie spezzate. Chi entrava nella camera sua penava a trovarvi un romano pontefice, perchè non v'erano addobbi o tappezzerie, ma solamente sedie di paglia ed immagini di carta con un Crocefisso. Andava talvolta a pranzo nel refettorio de' padri domenicani della Minerva, come un di essi, altra distinzion non ammettendo di cibo o di sedia, se non che stava solo ad una delle tavole. Al generale d'essi religiosi, ch'egli riguardava sempre come suo superiore, non isdegnava di baciar la mano. Non volle più che gli ecclesiastici, venendo alla sua udienza, gli s'inginocchiassero davanti. Intervenne talvolta al coro coi canonici in San Pietro, o pure nel coro dei religiosi; senz'altra distinzione che di sedere nel primo luogo sotto piccolo baldacchino.
Lungo sarebbe il registrare i tanti atti dell'umiltà sì radicata in lui, che sembravano forse eccessi agli occhi di chi era avvezzo a mirar la maestà e splendidezza de' suoi antecessori, ma non già agli occhi di Dio. Eminente ancora si facea conoscere in questo pontefice il suo staccamento dai legami del sangue e dell'interesse. Amava molto il duca di Gravina suo nipote, e qualche poco anche il di lui fratello Mondillo; ma troppo abborriva il nepotismo. Niun d'essi volle egli al palazzo, molto meno gli mise a parte alcuna del governo; tuttochè, per giudizio de' saggi, meglio fosse stato per la santità sua il valersi del primo, cioè d'un degno e virtuoso signore, che di altre persone alzate agli onori, le quali, unicamente curando i proprii vantaggi, trascurarono affatto l'onore e la gloria del loro benefattore. Solamente promosse all'arcivescovato di Capoa il nipote minore; e questo non per suo genio, ma per le tante batterie di chi favoriva la casa Orsina, e stette più forte contro tante altre usate per impetrargli il cardinalato. Amantissimo della povertà il santo padre, non per altro cercava il danaro che per diffonderlo sopra i poveri, o per esercitar la sua liberalità e gratitudine. Al cattolico re d'Inghilterra Giacomo III Stuardo accrebbe l'appannaggio, e donò tutti i magnifici mobili del pontefice suo predecessore, ascendente al valore di trenta mila scudi. Per far limosine avrebbe venduto, se avesse potuto, fino i palagi; e intanto egli dedito alle penitenze e ai digiuni, non volendo che una povera mensa, convertiva in sovvenimento degl'infermi e bisognosi i regali e le rendite particolari che a lui provenivano. Faceva egli nel medesimo tempo l'uffizio di vescovo e parroco, conferendo la cresima e gli ordini al clero, benedicendo chiese ed altari, assistendo ai divini uffizii e al confessionale, visitando non solamente i cardinali infermi, ma talvolta ancora povera gente, e comunicando di sua mano la famiglia del palazzo. Queste erano le delizie dell'indefesso e piissimo successore di san Pietro, non lasciando egli perciò di accudire al buon governo politico de' suoi Stati, e alla difesa ed aumento della religione.
Abitava da gran tempo in Roma il suddetto re Giacomo, favorito dai pontefici ed onorato da ognuno per l'alta qualità del suo grado. L'aveva Iddio arricchito di due figliuoli, principi di grande espettazione. Ma erano sopravvenute in addietro dissensioni fra lui e la regina sua consorte Clementina Sobieschi, a cagione delle quali questa piissima principessa s'era ritirata nel monistero di Santa Cecilia, pretendendo che il marito avesse da licenziar dalla sua corte alcune persone per giusti sospetti da essa non approvate. Si erano interposti i più attivi e manierosi porporati, e principi e principesse, per la riunione d'essi, ma con sempre inutili sforzi. Lo stesso pontefice Benedetto XIII non avea mancato d'impiegare i suoi più caldi uffizii a questo fine; negava anche l'udienza al re, persuaso che la ragione fosse dal canto della regina. Ora quando la gente credea rinata fra loro la pace, giacchè era seguito un abboccamento di questi reali consorti, all'improvviso si vide partir da Roma nel mese di ottobre il re coi figli, e passar ad abitare in Bologna, dove prese un palazzo a pigione. Però la compassion di ognuno si rivolse verso l'afflitta regina sua moglie, e il papa cominciò a negare al re la rata della pensione a lui accordata. Motivi all'incontro di somma allegrezza ebbe in questi tempi la real corte di Torino, per aver la duchessa moglie di Carlo Emmanuele duca di Savoia, e nuora del re Vittorio Amedeo, dato alla luce nel dì 26 di giugno un principe, che oggidì col nome di Vittorio Amedeo Maria, primogenito del re suo padre, gareggia mercè delle sue nobili qualità coi più illustri suoi antenati. All'incontro fu in quest'anno la nobilissima città di Palermo, capitale della Sicilia, un teatro di calamità. Nel principio della notte nel dì primo di settembre si udì quivi nell'aria un mormorio terribile e continuo, che durato per un quarto d'ora, cagionò uno spavento universale, atteso che il cielo era sereno, senza vento e senza apparenza alcuna di tempo cattivo. Furono anche vedute in aria due travi di fuoco, che andarono poi a sommergersi in mare. Erano le quattro ore della notte, quando un orribil tremuoto per lo spazio di due Pater noster a salti fece traballare tutta la città. Fu scritto, che la quarta parte d'essa fu rovesciata a terra. File intere di case e botteghe si videro ridotte ad un mucchio di sassi; assaissime altre rimasero sommamente danneggiate e minaccianti rovina. Spezialmente ne patì il palazzo reale, di cui molte parti caddero, talmente che restò per un tempo inabitabile. La cattedrale ed alcun'altra chiesa gran danno ne soffrirono; e dalle rovine di quella città furono tratte ben tre mila persone o morte o ferite. Corse per l'Italia la relazione di sì funesto spettacolo che metteva orrore in chiunque la leggeva; ma persone saggie di Palermo a me confessarono, aver la fama accresciuto di troppo le terribili conseguenze di quel tremuoto, ed essere stato minore di quel che si diceva, l'eccidio. Intento sempre lo augusto monarca Carlo VI al bene e vantaggio dei suoi sudditi d'Italia, procurò in quest'anno, coll'interposizione della Porta Ottomana la pace e libertà del commercio fra i suoi Stati, e il bey o dey di Tunisi, e la reggenza di quella città. Gli articoli ne furono conchiusi nel dì 23 di settembre. Altrettanto ancora ottenne egli dalla reggenza di Tripoli, in modo che le navi di sua bandiera doveano in avvenire andar sicure dagl'insulti di quei corsari. Con qual fedeltà poi essi Barbari, troppo avvezzi al mestiere infame della pirateria, eseguissero somiglianti trattati, lo sanno i poveri cristiani. Sempre sarà (non si può tacere) vergogna dei potentati della cristianità sì cattolici che protestanti, il vedere che in vece di unir le lor forze per ischiantar, come potrebbono, quei nidi di scellerati corsari, vanno di tanto in tanto a mendicar da essi con preghiere e regali, per non dire con tributi, la loro amistà, che poscia alle pruove si trova sovente inclinare alla perfidia. Tante vite di uomini, tanti milioni s'impiegano dai cristiani per far guerra fra loro: perchè non volgere quell'armi contro i nemici del nome cristiano, turbatori continui della quiete e del commercio del Mediterraneo? Di più non ne dico, perchè so che parlo al vento.