| Anno di | Cristo MDCCXXVIII. Indiz. VI. |
| Benedetto XIII papa 5. | |
| Carlo VI imperadore 18. |
Finalmente nel dì 5 di febbraio dell'anno presente con molta solennità in Modena seguì lo sposalizio della principessa Enrichetta d'Este con Antonio Farnese duca di Parma, di cui fu mandatario il principe ereditario di Modena Francesco fratello d'essa. Dopo molti nobili divertimenti s'inviò la novella duchessa nel dì 7 alla volta di Parma, dove trovò preparate suntuose feste pel suo ricevimento. Chiarito ormai il re Cattolico Giacomo III della tranquillità che si godeva in Inghilterra, e non esservi apparenza che alcun vento propizio si svegliasse in suo favore, sul principio del gennaio di quest'anno si restituì a Bologna. Videsi allora la sospirata riunione di lui colla regina Clementina sua consorte, la cui incomparabil pietà e divozione non meno stupore, che tenerezza cagionava in tutto quel popolo. E ben ebbe la città di Bologna motivi di grande allegrezza in questi tempi, per avere il sommo pontefice Benedetto XIII nel dì 30 di aprile pubblicato per uno dei cardinali riserbati in petto monsignor Prospero Lambertini arcivescovo di Teodosia, vescovo d'Ancona, segretario della congregazion del concilio, e promotor della fede, di nobile ed antica famiglia bolognese, prelato d'insigne sapere, spezialmente ne' sacri canoni e nell'erudizione ecclesiastica. Nel qual tempo ancora fu promosso alla sacra porpora il padre Vincenzo Lodovico Gotti parimente Bolognese, eletto già patriarca di Gerusalemme, e teologo rinomato per varii suoi libri dati alla luce. Noi vedremo, andando innanzi, portato il primo di essi dal raro suo merito alla cattedra di san Pietro.
Durava tuttavia la spinosa pendenza, fra la corte pontifizia e quella di Lisbona, per la pretensione mossa da quel re di voler promosso alla dignità cardinalizia, il nunzio apostolico Bichi, prima che egli si partisse da Lisbona, e nei presenti tempi maggiormente si vide incalzato il santo padre dai ministri portoghesi su questo punto. A tante pressure di quel re, stranamente forte in ogni suo impegno, avrebbe facilmente condisceso il buon pontefice, siccome quegli che cercava la pace con tutti. Ma costituita sopra questo affare una congregazion di cardinali, alla testa de' quali era il cardinal Coradini, uomo di gran petto, fu risoluto di non compiacere quel monarca, perchè niuno metteva in disputa che il principe possa, quando e come vuole, richiamare i suoi ministri dalle corti altrui; nè si dovea permettere un esempio di tanta prepotenza in pregiudizio dell'avvenire. A tal determinazione il mansueto pontefice si accomodò, ed attese più che mai a dar nuovi santi alla Chiesa di Dio, e ad esercitarsi nelle consuete sue azioni pastorali. Ma se n'ebbe forte a dolere il popolo romano, perchè tanto il cardinal Pereira che l'ambasciatore di quel re, e i prelati portoghesi, anzi qualsivoglia persona di quella nazione, ebbero ordine di levarsi da Roma, e da tutto lo Stato ecclesiastico, e di tornarsene in Portogallo. Il che fu eseguito, seccandosi con ciò una ricca fontana di oro che scorrea per tutta Roma. Parve poco questo allo sdegnato re. Comandò che uscisse dai suoi Stati monsignor Firrao, da lui non mai riconosciuto per nunzio, nè volle lasciar partire monsignor Bichi, tuttochè chiamato coll'intimazion delle censure in caso di disubbidienza, e desideroso di obbedire. Oltre a ciò, nel mese di luglio vietò a chicchessia dei suoi sudditi il mettere piede nello Stato ecclesiastico, il cercar dignità o benefizii dalla santa Sede, il mandare o portar danaro a Roma: con che restò affatto chiusa la nunziatura e dateria per li suoi Stati. Finalmente cacciò dal suo regno ogni Italiano suddito del papa, con proibizione che alcun di essi non entrasse nei suoi territorii. Altro ripiego non ebbe la corte romana, per tentare un rimedio a questa turbolenza, che di raccomandarsi all'interposizione del piissimo re Cattolico Filippo V, stante la buona armonia di quella corte colla portoghese, a cagion del doppio matrimonio stabilito fra loro.
In mezzo nondimeno a sì fatti imbrogli Dio fece godere un'indicibil consolazione per altra parte al santo pontefice. Siccome uomo di pace, non avea ommesso uffizio o diligenza alcuna in addietro per vincere l'animo del cardinale di Noaglies arcivescovo di Parigi, fin qui pertinace in non volere accettare la bolla Unigenitus. Finalmente cotanto poterono in cuore di quel porporato le amorose esortazioni del buon pontefice, e il concetto della di lui sanità, e l'aver questo dichiarato che la dottrina di essa bolla non contrariava a quella di santo Agostino, che il cardinale s'indusse ad abbracciarla. Per l'allegrezza di questa nuova, e di una lettera tutta sommessa di quel porporato, non potè il santo padre contenere le lagrime, e non finì l'anno ch'egli annunziò nel sacro consistoro questo trionfo della Chiesa, per cui il Noaglies fu ristabilito in tutti i suoi diritti e preminenze. Due nobili bolle e molte provvisioni pubblicò nell'anno presente l'indefesso pontefice pel buon regolamento della giustizia, affin di troncare il troppo pernicioso allungamento delle liti, e levare molti altri abusi del foro, degli avvocati, procuratori, notai ed archivii: regolamenti, i quali sarebbe da desiderare che si estendessero ad ogni altro paese, e, quel che importa, che si osservassero; perciocchè ordinariamente non mancano buone leggi, ma ne manca l'osservanza, e chi abbia zelo per questo. Da molti anni si trovavano in grande scompiglio i tribunali ecclesiastici della Sicilia a cagion di quella appellata monarchia, abolita da papa Clemente XI. Facea continue istanze l'imperador Carlo VI che si mettesse fine a questo litigio; e il santo padre, amantissimo della concordia con ognuno, vi condiscese con pubblicare nel dì 30 d'agosto una bolla e concordia, che risecò gli abusi introdotti in quel regno, e prescrisse la maniera di trattar quivi e definir le cause ecclesiastiche in avvenire.
Comparvero in questi tempi i potentati Cristiani dell'Europa tutti vogliosi di stabilire una pace universale. La sola Spagna quella era che teneva questo gran bene pendente per le sue pretensioni contro gl'Inglesi, e per alcune difficoltà nell'effettuare quanto era stato accordato all'infante don Carlo, spettante alla successione in Italia della Toscana e di Parma e Piacenza. Non la sapeva intendere il gran duca Giovanni Gastone, che vivente lui si avesse a mettere presidio straniero nei suoi dominii, e ricalcitrava forte. Ma da che furono accordati i preliminari della pace, l'Augusto Carlo VI nel dì 13 d'aprile rilasciò ordini vigorosi, comandando a' popoli della Toscana di ricevere e riconoscere il suddetto don Carlo per principe ereditario, e di prestargli quella sommessione ed ubbidienza che occorreva, senza pregiudizio del vivente gran duca, affinchè, estinguendosi la linea mascolina dei gran duchi, fosse sicuro il real principe di prenderne il pieno desiderato possesso, cessando intanto la disposizione fatta di quegli Stati dal gran duca Cosimo III in favore della vedova elettrice palatina sua figlia. In vigore dunque di tali premure si aprì dipoi un congresso dei plenipotenziarii di tutte le potenze in Soissons, per ismaltire ogni altro punto concernente la progettata pace, avendo il cardinale di Fleury, primo ministro del re di Francia, desiderato quel luogo vicino a Parigi per teatro di sì importante affare, a fine di potervi intervenire anch'egli in persona, e recare più possente influsso alla concordia. Il bello fu che quei ministri più si lasciavano vedere alle conferenze in Parigi che in Soissons, per minore incomodo del cardinale, direttor di ogni risoluzione. Fu in questi tempi dall'imperadore dichiarata Messina porto franco con sommo giubilo di quegli abitanti. E nel dì 26 d'agosto diede fine al suo vivere Anna Maria regina di Sardegna, figlia di Filippo duca d'Orleans, cioè del fratello di Lodovico XIV re di Francia, e moglie del re Vittorio Amedeo, in età di cinquantanove anni. Aveva ella vedute due sue figlie regine di Francia e di Spagna.
MDCCXXIX
| Anno di | Cristo MDCCXXIX. Indiz. VII. |
| Benedetto XIII papa 6. | |
| Carlo VI imperadore 19. |
L'attenzione di tutta l'Italia, anzi di tutta l'Europa, fu in quest'anno rivolta al congresso di Soissons, che dovea decidere della pubblica tranquillità, e stabilir la successione dell'infante don Carlo nella Toscana e in Parma e Piacenza. Ma si venne scoprendo che Soissons era una fantasma di congresso, e che il vero laboratorio, dove si lambiccavano le risoluzioni politiche per la pace, stava nel gabinetto di Francia, e molto più in quello del re Cattolico. Videsi quest'ultimo monarca con tutta la sua corte incamminato a Badajos, dove ai confini del Portogallo si fece cambio delle principesse di Asturias e del Brasile: nella quale occasione indicibil fu la pompa e la suntuosità delle feste. Ciò fatto, la corte cattolica, tirandosi dietro gli ambasciatori ed inviati dei principi, passò a Siviglia, a Cadice e ad altri luoghi, trattenendosi in quelle parti per tutto l'anno presente con gravi doglianze della città di Madrid. E intanto, mentre ognun si aspettava il lieto avviso della pace, altro non si mirava che preparativi di guerra: sì grandioso era l'armamento di vascelli spagnuoli e l'accrescimento delle truppe in quel regno, talmente che da un dì all'altro sembrava imminente un nuovo assedio di Gibilterra. Non faceva di meno dal canto suo Giorgio II re della Gran Bretagna, coll'adunare una potente e dispendiosa flotta, non senza richiami di quella fazione del parlamento che non intendeva le segrete ruote del ministero, nè qual forza abbia per ottener buona pace l'essere in istato di far gagliarda guerra. Quasi per tutto il presente anno s'andarono masticando nei gabinetti le vicendevoli pretensioni, nè anno mai fu, in cui tante faccende avessero i corrieri, come nel presente. Andò poscia a terminar questo conflitto di teste politiche principalmente in gloria e vantaggio della corona di Spagna, che per lungo tempo diede non solo la corda alle altre potenze, ma anche in fine la legge alle medesime con ritardare più e più mesi la distribuzion della flotta delle Indie, felicemente giunta in Ispagna, in cui tanto interesse aveano i mercatanti d'Italia e di altre nazioni. Finalmente nel dì 9 di novembre venne sottoscritto in Siviglia un trattato di pace e lega difensiva fra i re di Francia, Spagna ed Inghilterra, in cui susseguentemente, nel dì 21 d'esso mese, concorsero anche le Provincie Unite. Allorchè saltò fuori questa concordia, inarcarono le ciglia gli sfaccendati politici al vedere che non si parlava dell'imperadore; e che la Spagna, dianzi collegata con esso, s'era gettata nel partito delle lega di Hannover. Tanto rumore s'era fatto dagl'Inglesi affinchè il re Cattolico chiaramente cedesse le sue ragioni e diritti sopra Minorica e Gibilterra; pure nulla si potè ottenere di questo: il che nondimeno non ritenne il re d'Inghilterra dall'abbracciar quell'accordo, giacchè, in vigor della pace d'Utrecht, tali acquisti erano autorizzati in favor degl'Inglesi, e il re Cattolico accettava in esso accordo le precedenti paci. Tralasciando io gli altri punti, solamente dirò, essersi ivi stabilito, che per assicurare la successione dell'infante don Carlo in Toscana, Parma e Piacenza, si avessero da introdurre non più Svizzeri, ma sei mila soldati spagnuoli in Livorno, Porto Ferraio, Parma e Piacenza, con patto che tali truppe giurassero fedeltà ai regnanti gran duca, e duca di Parma e Piacenza, e con obbligarsi la Francia e l'Inghilterra di dar tutta la mano per l'effettuazione di questo articolo, tacitamente facendo conoscere di voler ciò eseguire anche contro la volontà di Cesare. Ed ecco il motivo per cui la corte cesarea ricusò d'entrare nel trattato suddetto di Siviglia, giacchè nelle precedenti capitolazioni era stabilito che le guarnigioni suddette fossero di Svizzeri, e non di altra nazione parziale. Probabilmente ancora provò il conte di Koningsegg, plenipotenziario cesareo in Ispagna, della ripugnanza a concorrere in quell'accordo, perchè non vide riconosciuti quegli Stati per feudi imperiali, come portavano i patti. Certamente non si legge in esso trattato parola che indichi soggezione all'imperial dominio. Nè si dee tacere che appunto per questo la corte di Roma tentò di prevalersi di tal congiuntura per far valere le sue ragioni sopra Parma e Piacenza, senza nondimeno essersi finora osservato ch'ella abbia guadagnato terreno. Ora il ministero di Vienna restò non poco amareggiato, perchè il re Cattolico avesse dimenticato così presto l'obbligata sua fede nel trattato di Vienna del 1725, con alterare in condizioni così importanti il tenore di essa, e declamava contra questa sì facile infrazione dei pubblici trattati e giuramenti. Per conseguente ricusò quella corte di aderire al trattato di Siviglia; ma non lasciarono per questo i collegati contrarii di Hannover di far tutte le disposizioni per condurre in Italia don Carlo, ad onta ancora dell'imperadore; maneggiandosi intanto perchè il gran duca Gian Gastone ed Antonio Farnese duca di Parma, accettassero di buona voglia le guarnigioni spagnuole.
Non poterono nè pure in quest'anno i cardinali ritenere il sommo pontefice Benedetto XIII ch'egli nella primavera non ritornasse a Benevento, per far ivi le funzioni della settimana santa e di Pasqua. L'amore d'esso santo padre verso quella città, anzi verso tutti i Beneventani, passava all'esorbitanza; e tanta copia di quella gente s'era introdotta in Roma, sempre intenta alla caccia di posti, di grazie e di benefizii, che lieve non era la mormorazione per questo. Restituissi dipoi nel dì 10 di giugno la santità sua a Roma ed attese per tutto il resto dell'anno alle solite funzioni ecclesiastiche e alle consuete opere di pietà, e a canonizzar santi. Da Bologna parimente ritornarono a Roma i cattolici re e regina d'Inghilterra in buon accordo, ed ivi fissarono di nuovo il loro soggiorno. In essa Roma, in Genova ed altre città, dove si trovavano ministri pubblici della corte di Francia, suntuose feste si videro solennizzate per la tanto desiderata e già compiuta nascita di un Delfino, accaduta nel dì 4 di settembre dell'anno presente: principe che oggidì fiorisce, e grande espettazione dà ai suoi popoli per la felicità del suo talento. Si fecero in tal congiuntura quasi dissi pazzie di tripudii ed allegrezze per tutto quel regno, e fino i più poveri paesi sfoggiarono in dimostrazioni di giubilo: tanto è l'amore inveterato di que' popoli verso i loro monarchi. Soprattutto in Roma il cardinale di Polignac si tirò dietro l'ammirazione d'ognuno per la magnificenza delle feste e delle invenzioni, colle quali celebrò la nascita di questo principino. Troppo era portato alla beneficenza e alle grazie il generoso e disinteressato animo del pontefice Benedetto XIII. Di questa sua nobile, ma talvolta non assai regolata inclinazione sapeva anche profittare qualche suo ministro, non senza lamenti degli zelanti che miravano esausto l'erario pontifizio, e accresciuti gli aggravii alla camera apostolica, in guisa tale che si rendevano oramai superiori le spese alle rendite annue della medesima. Non era questo un insolito malore. Anche sotto altri precedenti papi, o per necessità occorrenti, o per capricci e fabbriche dei regnanti, o per l'avidità dei non mai contenti nipoti, sovente sbilanciavano i conti in pregiudizio della medesima camera. Al disordine dei debiti fatti si rimediava col facile ripiego di crear nuovi luoghi di monti e vacabili: con che vennero crescendo i tanti milioni di debiti, dei quali anche oggidì si trova essa camera gravata. Ne' tempi del nepotismo niuno ardiva di aprir bocca; ma sotto sì umile pontefice animosamente i ministri camerali vollero nel mese di aprile rappresentar lo stato delle cose, affinchè dal di lui buon cuore non si aggiugnessero nuove piaghe alle precedenti. Gli fecero dunque conoscere che prima del suo pontificato l'entrata annua della camera, per appalti, dogane, dateria, cancelleria, brevi, spogli ed altre rendite, ascendeva a due milioni settecento sedici mila e secento cinquanta scudi, dico scudi 2.716,650. Le spese annue, computando i frutti de' monti, vacabili, presidii, galere, guardie, mantenimento del sacro palazzo, de' nunzii, provisionati, ec., solevano ascendere a due milioni, quattrocento trentanove mila e trecentotto scudi, dico scudi 2.439,308, laonde la camera restava annualmente in avanzo di scudi 277,342. Ma avendo esso pontefice abolito un aggravio sulla carne e il lotto di Genova, creati due mila luoghi di monti, accordate non poche esenzioni e diminuzioni negli appalti (fatti senza le solite solennità), assegnati o accresciuti salarii ai prefetti delle congregazioni, legati, tribunali, prelati, ed altre persone, con altre spese che io tralascio, veniva la camera a spendere più de' tempi addietro scudi trecento ottantatrè mila e secento ottantasei, dico scudi 383,686; e però restava in uno sbilancio di circa scudi centoventi mila per anno. Però si scorgeva la necessità di moderar le spese, e di ordinare un più fedele maneggio degli effetti camerali, tacitamente insinuando le trufferie di chi si abusava della facilità del papa; poichè, altrimenti facendo, conveniva imporre nuove gabelle; dal che era sì alieno il pietoso cuore del pontefice; o pur si vedrebbe incagliato il pagamento de' frutti dei monti: il che sarebbe una sorgente d'innumerabili lamenti e mormorazioni, screditerebbe di troppo la camera, e sommamente intorbiderebbe il politico commercio. Qual buon effetto producesse questa rimostranza, converrà chiederlo agl'intendenti romani: io non ne so dire di più.