Lodovico Ariosto frattanto non sarebbe stato del tutto scontento del servizio del duca, che poco molestava i suoi studi e che toglievalo di rado da Ferrara ove sempre a motivo della donna amata rimaneva il suo cuore (Satira IV), se per la morte del cugino Rinaldo Ariosto accaduta il 7 luglio 1519 non avesse subíta una manifesta ingiustizia. Non lasciando il cugino suddetto figli maschi legittimi[91], Lodovico e i suoi fratelli, rimasti eredi ab intestato del defunto, andarono in possesso della ricca tenuta nella villa di Bagnolo, detta delle Arioste, concessa a livello dal duca Ercole I a Francesco Ariosto padre di Rinaldo, allorchè dopo alcuni giorni ne furono dal Fattore generale del duca[92] Alfonso Trotti indebitamente spogliati, dichiarando quei beni feudali devoluti alla Camera ducale. I fratelli Ariosto supplicarono al duca, che, essendo stato «dal suo Fattore lor fatto così espresso e manifesto torto, si degnasse dar loro qual si volesse altro giudice dal Fattore in fuori, dinanzi a cui s'avesse a conoscere e decidere di ragione questa causa. Non poterono ottenerlo, anzi S. Ecc. li rimesse pure a detto Fattore. Onde non potendo essi farne altro, furono sforzati cominciare la lite in Camera, dove fu agitata, e instrutto il processo, pubblicati li testimoni e condotta la causa sino alla sentenza: alla quale instando essi, il Fattore per l'odio che portava gratis a mess. Lodovico, e per rispetto di lui a tutti gli altri fratelli, non comportò mai che se ne potesse vedere il fine»[93]. L'odio di Alfonso Trotti fu creduto derivare da due sonetti satirici contro il medesimo, «i soli (dice il Polidori) in cui trascorresse la musa italica di Lodovico»[94] e vennero in luce soltanto nel 1741 per averli trovati di suo pugno fra le carte possedute dal seniore Baruffaldi. Ma non siamo però certi che fossero composti dall'Ariosto, il quale dice che l'odio portatogli dal Trotti era gratis, e cioè senza avergliene dato motivo (se pur non fu simulato per coprire gli ordini del duca), mentre anzi il poeta lo ricorda nel suo Furioso, XLI, 4. — Crediamo invece che appartengano all'autore della serie de' sonetti maledici contro Cosmico, i quali trovansi stampati fra le Rime di Antonio Cammelli detto il Pistoia (Livorno, 1884, pag. 223 e segg.); e chi li confronterà coi due creduti dell'Ariosto, speriamo che assolverà il nostro autore dall'attribuitogli trascorso.

Di Rinaldo Ariosto pubblichiamo una Lettera assai confidenziale, in data del 7 giugno 1505, posseduta prima dal Mortara, che la disse bellissimo documento per conoscere la qualità del morbo ond'egli ebbe a morire[95]; permettendoci però noi di osservare che dall'epoca della lettera alla morte di Rinaldo passarono più di quattordici anni (Doc. XV).

Uno de' primi incarichi dati da Alfonso I a Lodovico fu quello di portarsi ad Urbino per condolersi della morte di quella duchessa moglie di Lorenzo de' Medici il giovine: ma giunto il 4 maggio 1519 a Firenze, intese che anche il duca d'Urbino era morto, onde non andò oltre; ed anzi dopo pochi giorni si restituì a Ferrara, ove il 6 giugno lo vediamo spedire al marchese di Mantova la sua Cassaria, ch'eragli stata richiesta ([pag. 30]). Il 7 luglio diedegli pure notizia della perdita del cugino Rinaldo: e avendo fatto sapere a Mario Equicola che trovavasi immerso in litigi (per la contrastata eredità), ringrazia il 15 ottobre questo suo amico che si offriva di assisterlo coll'opera propria, narrandogli che attendeva a fare «un poco di giunta al Furioso.... ma poi dall'un lato il duca, dall'altro il cardinale, avendomi l'un tolto una possessione che già più di trent'anni era di casa nostra, l'altro una possessione di valore appresso di dieci mila ducati[96], de facto e senza pur citarmi a mostrare le ragion mie, m'hanno messo altra voglia che di pensare a favole. Pur non resta per questo ch'io non segua, facendo spesso qualche cosetta» ([pag. 33]). — Il 16 gennaio 1520 terminò di comporre la commedia intitolata il Negromante per desiderio di Leone X, e gliela mandò perchè fosse recitata in quella corte in cui l'anno avanti si era data colla maggiore splendidezza possibile l'altra sua commedia I Suppositi, avendo la scena dipinta da Raffaello, e stando il pontefice alla porta per regolare l'entrata degli spettatori, impartendo loro la sua benedizione! Chè la corte di Leone X, partecipando alla generale corruzione, era troppo amante dei sollazzi profani; e abbiamo una lettera di Alfonso Paolucci al duca di Ferrara in data di Roma 8 marzo 1519 che non potrebbe più al vivo ritrarci «i costumi del secolo e dell'uomo che gli diè il nome» (Doc. XVI)[97]. L'Ariosto aggiunse al Negromante un nuovo Prologo ove dirige al papa elogi assai lusinghieri; ma vi mescola con acuta ironìa la liberalità nell'assolvere di omicidi e di voti,

«E se pur non in dono, per un prezio

Che più costan qui al maggio le carciofole![98]»

È poi importante questo Prologo venendosi per esso a conoscere che l'autore faceva tesoro dei vocaboli della lingua parlata che più gli piacevano, e che diede opera a Firenze, a Siena e per tutta Toscana ad apprenderne l'eleganza e nascondere le forme della pronunzia lombarda. Di cotale studio si prevalse con sagacia nel suo Negromante che aveva in gran parte composto dieci anni addietro, e nel quale introdusse tanti cambiamenti da non vederci più il consueto idioma, e cominciò pure a giovarsene nella ristampa che nel 13 febbraio 1521 pubblicò in Ferrara dell'Orlando furioso, ch'eragli da tutte parti richiesto, non trovandosi allora alcun esemplare in commercio della prima edizione. Però un libraio di Verona, che n'ebbe parecchi da vendere per conto dell'autore, scusavasi di non pagarli per intiero, allegando una rimanenza: ma l'Ariosto scriveva all'Equicola di verificare la cosa, «chè troverà che i libri sono venduti e che quel libraro vuole rivalersi di quelli denari» ([pag. 36]). Nel frontispizio di questa seconda edizione il poema dicesi con molta diligenza corretto e quasi tutto formato di nuovo e ampliato, rimanendo però circoscritto ne' quaranta canti di prima. A rifarsi in parte delle spese di ristampa, l'Ariosto ne cedè subito col 16 febbraio cento copie al libraio Giacomo Gigli di Ferrara per il prezzo di sessanta lire marchesane. Il libraio doveva venderle sedici soldi l'una, avendo così il venticinque per cento di sconto; e fino a tanto che quelle cento copie non erano esitate, l'autore non poteva disporre di alcuna delle rimanenti presso di lui, nemmeno in regalo[99]. Oggi un esemplare della suddetta ristampa si venderebbe ad altissimo prezzo.

Il duca di Ferrara liberato due volte dai più estremi pericoli colla morte di Giulio II e con quella di Leone X, si credè il favorito della fortuna, e fece battere cinque monete d'argento allusive alla circostanza, due delle quali rappresentavano da una parte la sua effigie, dall'altra un uomo che toglie un agnello di bocca a un leone col motto de manu leonis, mentre in gran fretta portavasi durante l'interregno a ripigliare i suoi Stati. Ebbe il Finale, San Felice, le terre di Romagna, e per interne rivoluzioni anche il Frignano e la Garfagnana. — Il 9 gennaio 1522 fu assunto al papato Adriano VI, l'ultimo cardinale fatto da Leone X e precettore di Carlo V, nato da bassi parenti, fiammingo d'origine. Era in Biscaglia al momento dell'elezione, e il duca vi mandò un suo ambasciatore a far atto di ossequio, informarlo dei torti sofferti, e chieder giustizia. Il nuovo pontefice liberò il duca dalla scomunica, lo lasciò al possesso di quanto aveva ultimamente ricuperato e lo confermò nell'investitura di Ferrara, comprendendovi anche il Finale e San Felice per far credere queste due terre della Camera apostolica, sebbene ritenute spettanti al feudo imperiale di Modena. Il duca mandò poi a Roma il suo primogenito Ercole, che in presenza del papa e del sacro Collegio perorò la restituzione di Modena e Reggio. Il discorso fatto francamente in lingua latina da un giovinetto di soli quattordici anni, che ritraea le bellezze della Borgia sua madre, sorprese e interessò i cardinali i quali gli corsero attorno abbracciandolo come fosse un loro congiunto. Ma papa Adriano rispose: «Se quelle città, che dici essere di diritto di tuo padre, le avessi racquistate nel tempo della Sedia vacante, più facilmente potrei confermargliele; ma poichè le possiede la Chiesa, acciocchè non sembri che ne sia spogliata, non sono per darle a nessuno. — Queste parole studiosamente raccolte da Alfonso l'ammonirono a tempo che cosa dovesse fare, morto il pontefice»[100]. — Anche l'imperatore Carlo V proponeva di restituire Modena e Reggio al duca purchè gli pagasse cento cinquanta mila ducati: ma il papa titubava sempre dichiarando di non poterlo permettere; finchè accadde la di lui morte il 14 settembre 1523. Alfonso I non tardò allora di mettere in pratica gli insegnamenti di Adriano, e mosse le sue genti riconquistando Nonantola, indi Reggio e Rubiera. Erasi pure portato sotto Modena, ma il celebre Guicciardini che n'era governatore e Guido Rangoni che ne comandava la guarnigione, accresciuta in previdenza di 1500 Spagnuoli, la mantennero sotto il governo della Chiesa. Il cardinale Armellino camerlengo in Roma formò un nuovo monitorio contro il duca come invasore degli Stati ecclesiastici: però il Collegio de' cardinali tornò a chiudersi in conclave prima che il monitorio fosse spedito, e il 19 novembre dell'anno stesso Giulio de' Medici divenne papa col nome di Clemente VII.

Lodovico Ariosto aggravato di spese per la lite colla Camera ducale e per la ristampa del suo poema avea troppo bisogno dello stipendio assegnatogli in corte; pur si adattò a vederlo uscir lento od anche affatto sospeso, finchè durarono le esigenze della guerra: ma gli dolse accorgendosi che anche in migliorate condizioni la mano del duca seguitava a tenerglisi chiusa. E tacendo in Milano in mezzo all'armi le leggi, nè potendo perciò ricavare alcun vantaggio dal beneficio della cancelleria di quell'arcivescovato, ricorse al duca affinchè lo levasse di bisogno, o gli concedesse di cercarsi altrove da vivere (Satira V).

Accadde allora che la Garfagnana, già prima in possesso degli Estensi, poi de' Lucchesi al tempo di Giulio II e de' Fiorentini a quello di Leone X, volle per alimentato sobbollimento ritornare sotto al suo antico signore: e facendosi reiterate istanze per avere un commissario, il duca vi elesse l'Ariosto, segnandone il decreto il 7 febbraio 1522, come può rilevarsi dalla Lettera del poeta per noi pubblicata a [pag. 207]. Il Micotti così racconta la rivoluzione della Garfagnana: «Bernardino Ruffi commissario de' Fiorentini in Castelnovo, stordito dall'avviso della morte di Leone, temendo di sollevazione per l'affetto che questi provinciali portavano alla casa d'Este, dubitando di sè e delle cose sue, si racchiuse nella rôcca di Castelnovo dove abitava, non permettendo ad alcuno l'ingresso: ma li principali del castello, che pur volevano liberarsi dai Fiorentini e restituirsi al loro legittimo signore, non trascurando l'occasione somministratagli dalla morte del papa, mandarono Gio. Pietro Attolini medico, del quale il commissario si soleva servire nell'indisposizione d'una sua figliuola, a procurare che, sotto pretesto di visita e d'aver a trattar seco interessi di rilievo, fosse aperta la porta della rôcca; il che da lui eseguito, benchè con difficoltà ottenuto, i cittadini principali armati entrarono nella rôcca dove era il commissario, e gl'intimarono che nel termine d'un'ora dovesse partire, altrimenti l'avrebbero precipitato dalla finestra. Il commissario impaurito per sì improvviso accidente, privo d'assistenza e temendo lasciarvi la vita, stimò buon consiglio partirsi subito, come fece l'8 dicembre 1521. Scacciato il commissario fiorentino, con ogni prestezza spedirono al duca Alfonso l'avviso di quanto era successo: il quale avendo sommamente gradita la fede e l'amore de' sudditi, scrisse anche un'amorevol lettera a Gio. Pietro Attolini.... Fu poi mandato a governar la provincia Lodovico Ariosto ferrarese, il famoso poeta e prudentissimo ne' maneggi di Stato[101]. In memoria d'essersi liberati dal dominio di papa Leone e de' Fiorentini, per pubblico decreto il Consiglio ordinò, che sempre ne' tempi avvenire il settimo giorno di dicembre si solennizzasse con luminarie e processioni di tutto il clero e popolo, e che il dì seguente, giorno della liberazione, dedicato all'immacolata concezione della Santissima Vergine, si celebrassero messe ed offici a spese del pubblico. Fece anche il Consiglio scolpire in grosso macigno un'aquila grande, intesa per la serenissima casa d'Este, che tiene un leone sotto gli artigli, preso per papa Leone, e porre sopra la porta di Castelnovo in mezzo a molt'arme che vi sono»[102].

L'offerta di andare al governo della Garfagnana fra un popolo rozzo, turbolento ed inquieto, diviso da fazioni, guasto da spessi mutamenti di padroni, pieno di banditi per l'opportunità di varî confini, non poteva piacere all'Ariosto; ma presentando d'altra parte molti vantaggi pecuniarii per tasse e diritti inerenti alla carica[103], vinto dal bisogno, l'accettò. Ignorando quanto tempo sarebbe stato lontano da Ferrara, incerto della sorte che lo attendeva, fece il 12 febbraio il suo testamento, si disgiunse con dolore dalla Benucci, e in compagnia del figlio Virginio partì alla volta di Castelnovo ove giunse il dì 20 dello stesso mese. Narra il Garofolo che Lodovico «nell'andare al commissariato.... convenendogli presso a Rodea passar per mezzo a una compagnia d'uomini con armi che sedevano sotto diverse ombre, non sapendo chi si fossero, andò oltre non senza qualche sospetto per esser quelle montagne allora molto infestate da ladronecci per le fazioni di certo Domenico Morotto e di Filippo Pacchione capitali nemici. Ora essendo passato avanti un tiro di mano, colui ch'era capo loro dimandò al servitore ch'era più addietro degli altri, chi fosse il gentiluomo; e udito ch'era Lodovico Ariosto, subito si mise così com'era armato di corazza e di ronca a corrergli dietro. Lodovico vedutolo venire si fermò, non ben sicuro come avesse a seguire il fatto. Colui giuntogli presso e riverentemente salutatolo, gli disse ch'era Filippo Pacchione, e gli domandò perdono se non gli avea fatto motto nel passar oltre, perocchè non sapeva chi egli fosse; ma che avendolo inteso dipoi, era venuto per conoscerlo di vista come molto prima l'aveva conosciuto per fama: e nel fine fattogli cortesi inviti umilmente si licenziò da lui»[104]. Questo fatto ammesso per vero dal Baruffaldi potè solo a nostro giudicio accattar origine da qualche segno di rispetto che taluno de' faziosi o fautori di essi ebbe poi ad usare verso l'Ariosto (com'è detto a [pag. 80]), convertendolo in un incontro occorsogli presso Rodea (Roteglia) nell'andare al commissariato (ossia nel suo primo viaggio); e ciò allo scopo di accrescere alla vita del poeta una nuova situazione d'interesse drammatico. Incontro che non potrebbe ammettersi fuorchè in un viaggio successivo e in una stagione diversa dalla invernale del febbraio, in cui que' luoghi sono quasi sempre coperti di neve e poco acconci in allora a sedere sotto l'ombre (non già degli alberi che avevano ancora da rinnovare le foglie); e giacchè inoltre l'Ariosto stesso, cui dobbiamo attenerci, non mancò in un'elegia[105] di esporci questo suo viaggio accompagnato da rabbiosa procella d'acqua e venti che prendeva ognora maggior possanza, ferivagli come acuto strale il volto, e col fango impediva al suo cavallo di affrettarsi per la via alpestre e lunga. Sembrava, egli dice, che il cielo meritamente lo punisse d'essersi dipartito dalla sua donna, di aver chiuse le orecchie alle preghiere di lei, di aver promesso di assumere un carico che tanto lo allontanava da Ferrara. Era pentito, ma non gli era lecito ritornare indietro: solo il cuore mille volte ogni giorno sarà costretto di farlo!