Accusa, invictissimo Cesare, questo inimico da V. Maestà la gloriosa memoria de PP. Leone in queste sue Littere publicate de poi la morte di epso (ben che ad ciò il tutto sia mendace, la data sia facta avanti il suo deflendo caso, cioè di novembre: ma niuno se ritrovarà a chi tal Littere siano pervenute a mano, si non molti giorni de poi mancò S. Santità); accusalo de inconstantia, de perfidia, de cupidità, de iniustitia, de crudelità: fallo un sicario, un homicida; cosa pur troppo aliena, appresso ad ognuno che l'ha cognosciuta, da quella mitissima, dolcissima et beneficentissima natura, qual da posteri serà celebrata et predicata como cosa rarissima et singulare[157], morta che serà l'invidia et odio d'alcuni; chè satisfare et contentare ogn'uno non se pò per chi administra magistrati et potissime grandi, quanto quello del summo pastore et de Vostra Maestà.

Dovea bastare a don Alphonso, volendo calonniare el bon Pontifice, dire non li havere servate le promesse, non voluto donargli Reggio, havere tentato ricuperare Ferrara, non permesseli la regalie del sale; et ahstenerse dire haverlo voluto fare amazare, farlo un crudele et sanguinario tiranno; chè le prime cose appresso alcuni forsi sarebbono parse verisimile: ma quest'ultima denota il tutto essere conficto et mendacio evidentissimo.

Excusatione chiama un libello famoso, un parlare sì petulante et temerario, una invectiva piena de tante calunnie, ove parla de' summi Pontifici con quel poco respecto farebbe d'alcuno infame et vil plebeio, d'uno de' ministri del suo macello o fucina; ove lo chiama ingrato, perfido, doloso, periuro, sicario et homicida... ha dato a cognoscer il rancore esser radicato contra la S. Sede, perseguitare la Chiesa Romana con li Pontifici, et che tale serà verso il successore qual è stato contra Julio et Leone, della cui morte si è pur troppo dishonestamente rallegrato, facendo dimostrationi tanto aperte et inreverenti contra chi pure li era Signore et tenea il loco de Dio in terra, con donare il nuncio li portò la nova (contra il costume della sua avaritia) grossamente di vaso di argento et altre cose, aprire le prigioni, intonar l'aere di sono di bombarde, et fare altri segni da quasi essere impazato. Dal qual furore mosso, parendoli, vacante Sede, più agevolmente poterli nocere, ritornò fori con le arme hostilmente, quale il S. Pontifice li havea represse, repigliando il Finale et san Felice destitute de presidio, et oppugnando Cento et altre terre, parte cum arme, parte cum pratiche et tradimenti; benchè di Cento custodito non li reuscì, nè di Cotignola: de Luco sì con littere falsificate, et del Frignano et alcuni altri lochi. Di Reggio et Modena non parlo, per le quali occupare nulla arte o fallacia ha pretermessa, prohibendoli l'avaritia havere unite forze per oppugnarle, credendose però quelle havea doverli bastare (congionte con le Franzese che oppugnavano Parma) conseguite l'havessero.............

V. Maestà farebbe iniuria........ si lo esaudisse, ma molto più a sè stessa, tolerando un crudele tiranno, inimico della S. Sede, del Sacro Imperio et de V. Maestà, alla quale pur debbe CCCC milia ducati, usurpatore de' beni d'altri, che, como narrato è, non tiene nè pretende in cosa alcuna ove habbi veruna ragione; havendo rubato et occupato ad altri quanto questa casa ha mai posseduto: Ferrara alla Chiesa, Modena et Reggio al sacro Imperio, Comacchio pure alla Chiesa et a' Rhavennati, Poleseno de Rovico a' Paduani, Graffignana a' Lucchesi, Frignano a varie famiglie de gentili homini per loro annichilate, Argenta et Luco all'Arcivescovato de Rhavenna, san Felice a' Carpesani, Brixello a' Coregeschi, Bagnacavallo alli Barbiani, Nonantula all'Abbatia. Le quali cose lui vorrebbe tenere occupate, et ne parla como si fussero sue cum ogni antiquo et novo iusto titulo, et tamen in Ferrara non ne ha alcuno: primo rubata, poi con violentia occupata, appresso decaduta, ultimo lui privatone da doi summi Pontifici per iustissime cause sopra narrate. In Modena et Reggio manco, quali pure nel principio furno usurpate al Sacro Imperio, che poi ne son decaduti per censi non pagati et multiplice rebellioni. Et lui oltra le medeme cause essere stato scismatico, haverle perse in iusta guerra, ultimo permesse et contractate per el divo Maximiliano Imperatore alla S. Sede Apostolica, restituendola nelle sue antique ragioni, parimente manco in le altre cose minori sopra narrate, nelle quali particularmente discorrere sarebbe tedioso.

Però la Maestà V. qual è posta da Dio nel più sublime loco per essere executor della iustitia, extirpatore et profligatore de' tiranni, protector della S. Sede Apostolica, defensore et administratore del Sacro Imperio, da epsa Sancta Sede in primis oppressa, li vien supplicato dal venerando spirito del buon PP. Leone suo amantissimo patre sì vituperosamente iniurato, dal Sacro Imperio, da tutti l'Imperiali d'Italia, da' poveri subditi et altri violentati da la tirannide de costui, non voglia patire che più perduri tanta iniustitia, iniquità, impietà: che più persista questa voragine de avaritia, questo insidiatore della S. Chiesa Romana, del Sacro Imperio, de ogni nobilità et de tutti i boni, per essere lui perversissimo: ma voglia levare questa pietra de scandalo de Italia, con liberare quelli miseri populi dal suo tirannico iugo, et restituire la S. Sede Apostolica in le sue ragione, mettendola in quiete et pace: qual mai haverà perstando questo suo atrocissimo inimico con potentia et Stato.

In Roma, a' di VI di gennaro M.D.XXII.

Documento XV

Alla marchesana Isabella Estense Gonzaga in Mantova

Ill.a Sig.a et patrona mia observ. — Benchè io da me stesso mi cognosca havere habuto molto de l'aseno verso V. Sig., non di mancho non restarò de fare un bon animo como e non fusse quello, faciendo intendere a quella che epsa me è debitora de uno bussolo de compositione et de una bochaleta de acqua che sia bona; perchè io non la voglio de acqua de cisterna, como fu quella de Camilazo: ma la S. V. lo ha trattato proprio como el merita, perchè la adopera simile cossa in concubine sporche, che pure a dirlo el me vene angostia. Sì prego V. S. a non me manchare de la promessa, perchè io serìa desfato; perchè la desgratia mia si ha voluto che da poi che la S. V. me attachò quello sudore de man abe reguardo che sempre el me sta la mano sudoloxa, che el m'è forza quando io vo a concubine prima tignire sempre la mano uno pezzo a frescho: per modo che se io non me aiuto con qualcossa che amorzi quello sudorozo, io non achataria asena nè vacha che me levasse. Si V. S. intende el bisogno, così io mando uno messo a posta. Prego la Ex. V. a darli bona expeditione, perchè in vero la cossa importa. Non dirò altro, si non che a V. S. Ill. con tutto il core me raccomando.

In Ferrara, adì VII di junio M. D. 5.