a Mantova.

XVIII

A messer Mario Equicola

Messer Mario mio pregiatissimo. Io ringrazio molto V. S. della offerta ch'ella mi fa di prestarmi l'opera sua, accadendomi, nelli miei litigi: la quale accetto di buon animo, e credo di usarla; ma non mi basteria il scrivere quello che io dimandassi. Ho pensiero di trasferirmi un giorno a Mantova, ed informarvi bene di quello che io voglio: ma non è il tempo ancora. Circa l'oda che voi mi dimandate, la cercherò tra le mie mal raccolte composizioni, e le darò un poco di lima al meglio che io saprò, e manderòllavi. È vero che io faccio un poco di giunta al mio Orlando Furioso, cioè io l'ho cominciata: ma poi dall'un lato il duca, dall'altro il cardinale, avendomi l'un tolto una possessione, che già più di trent'anni[220] era di casa nostra, l'altro un'altra possessione di valore appresso di dieci mila ducati, de facto e senza pur citarmi a mostrare le ragioni mie,[221] m'hanno messo altra voglia che di pensare a favole. Pur non resta per questo ch'io non segua, facendo spesso qualche cosetta. S'io seguiterò, non mi uscirà di mente di fare il debito mio; e tanto meglio che non ho fatto pel passato, quanto questo debito da quel tempo in qua è cresciuto in infinito. Messer Mario, siate certo ch'io son vostro, prima per inclinazione naturale, già è molto tempo, poi per vostri meriti verso di me. A voi mi raccomando, e pregovi che alcuna volta vi degnate di ridurre alla signora Marchesana in memoria che io le sono deditissimo servitore. Al magnifico Calandra vi degnerete anco di raccomandarmi.

Ferrara, 15 ottobre 1519.

Vostro,
Ludovico Ariosto

Fuori — Magn. ac Doctissimo Viro Dom. Mario Equicolae, mihi amicissimo, Mantuae.

XIX

A papa Leone X

Beatissime Pater. Avendomi Galasso mio fratello a' dì passati fatto intendere che Vostra Santità averìa piacere ch'io le mandassi una mia commedia[222] ch'io avea tra le mani; io, che già molti giorni l'avevo messa da parte quasi con animo di non finirla più, perchè veramente non mi succedea secondo il desiderio mio, son stato alquanto in dubbio s'io mi dovea scusare di non l'avere finita, e che per recitarla questo carnevale mi restava poco tempo di finirla (e questo pel timore del giudizio di questi uomini dotti di Roma, e, più degli altri, di quello di Vostra Santità; chè molto ben si conoscerà dove ella pecca, e non mi sarà ammessa la scusa d'averla fatta in fretta); o se pure io la dovea finire al meglio ch'io potea, e mandarla, e far buono animo, e conto che quello che conoscevo io nessun altro avesse a conoscere. Finalmente, parendomi troppo mancare dal mio debito, ed essere ingrato alle obbligazioni grandissime che io ho a Vostra Santità non satisfacendo a tutti li suoi cenni, ancora ch'io ne dovessi esser riputato di poco giudizio; perchè forse la mia scusa, benchè vera, non sarìa accettata; ho voluto fare ogni opera per mandarla, e più presto esser imputato ignorante o poco diligente, che disobbediente ed ingrato: e così l'ho ritolta subito in mano. E tanto ha in me potuto l'essermi stata da parte di Vostra Santità richiesta, che quello che in dieci anni, che già mi nacque il primo argomento, non ho potuto, ho poi in due giorni o tre condutto a fine: ma non che però mi satisfaccia a punto, e che non ci siano delle parti che mi facciano tremare l'animo, pensando a qual giudizio la si debbia appresentare. Pure, quale ella si sia, a Vostra Santità insieme con me medesimo dono. S'ella la giudicherà degna della sua udienza, la mia Commedia avrà miglior avventura, ch'io non le spero: s'anco sarà riputata altrimente, prendasene quel trastullo almeno che delle composizioni del Baraballo[223] già si soleva prendere; chè, pur che in qualche modo la diletti, io me ne chiamerò satisfatto. Alli cui Santissimi piedi umilmente mi raccomando.