Giuliano sorrise d'una smorfia scettica. Il fischio del treno parve in quel momento irridere.

— Tu non hai fiducia? dimandò l'attrice. Io, sì, ne ho tanta, tanta.... L'altra sera, a quest'ora, tu mi baciavi..... e nessuno dei due avrebbe imaginato che stasera saremmo stati insieme in questo treno che fugge verso la felicità, uniti, stretti, amanti, dopo il breve dramma di ieri.... Ah, quando iersera ti vidi arrivare da me, alle sei, pallido, disfatto, come invecchiato di dieci anni, e quando mi dicesti: «Fa le valige. Partiamo domani», compresi in un baleno quello che era avvenuto... Poi, mi sentii mancare, come in un sonno improvviso, e non ricordo più nulla.... se non che mi sono risvegliata sotto i tuoi baci ardenti! Ah, il destino come galoppa! E di quali mezzi, di quali misteri si serve per compiersi! Ed eccoci qui, ora, amanti per sempre, non è vero? Per sempre! Come ti adoro. Giuliano! Baciami, baciami.....

Sotto la fitta pioggia di baci che l'amante faceva cadere su le labbra, su gli occhi, su la fronte di lei, ella si assopì, sorridente. Giuliano la distese su i cuscini, le si sedette accanto e, mentre il treno seguitava a correre in mezzo al gran deserto romano bagnato dai riflessi della luna, egli rivedeva una stanza ben nota, dove una donna ch'egli aveva tanto amato, — e che l'amava, — era certamente in veglia dolorosa, avendo sul pallido volto l'orma di tanto dolore, la tristezza di una così inattesa desolazione. Per la prima volta, ella lo attendeva invano, sicura ch'egli non sarebbe venuto. A quell'ora il telegramma ch'egli aveva spedito a Loredano, partendo, per annunziargli il suo allontanamento da Roma, doveva esser giunto; e Loredano, forse, aveva fatto considerare come un docile e pentito atto di sottomissione quella sua partenza, che pel benessere comune gli era stata consigliata. Forse Beatrice s'inteneriva, a momenti, al pensiero del lontano, forse lo rimpiangeva; ma il dolore ed il rancore dovevano vincere e Giuliano quasi vedeva i gesti convulsi dell'abbandonata, quasi udiva le parole disordinate e crudeli dirette a lui da quelle labbra che sapevano dirgli, anche poche ore prima, così dolcemente «io t'amo!» Quante volte, nella vita nuova che incominciava da quell'ora, egli avrebbe rimpianto la piccola stanza da letto coniugale con la veilleuse in cristallo azzurro, l'intimo salotto così animato da tante cose famigliari, sotto la luce della lampada velata dal paralume di tulle rosa..... Verso quali dolori e verso quali rimpianti egli si avviava? Quale nuovo dramma cominciava in quell'ora? E quale redde rationem si preparava? Un'inquietudine sempre più convulsa lo assaliva, e nella quale egli avrebbe potuto facilmente distinguere il rimpianto per ciò che lasciava, il rimorso per la sofferenza ch'egli aveva seminato intorno a sè, il timore misterioso di ciò ch'era dietro l'oscuro sipario abbassato fra il suo presente ed il suo avvenire, il dubbio per l'intensità e per la sincerità dell'amore ch'egli credeva di nutrire verso Claudina.

Ma il sonno che gli appesantiva le palpebre non gli consentiva più di vedere la campagna lunare ed il volto pallido di Claudina assopita. I cattivi sogni marciavano in nero drappello verso di lui, così che, quando più tardi egli si destò al fracasso dello sportello spalancato alla stazione di Orvieto, un incubo doloroso lo opprimeva, con tanti fantasmi di dolore e di tristezza, da cui egli non riusciva a liberarsi nemmeno mentre Claudina si destava dal suo sonno pesante, mentre insieme riassettavano i loro abiti e discendevano le loro valigie, uscivano dallo scompartimento sul marciapiedi della piccola stazione. Gli amanti rimasero un momento l'uno contro l'altra a guardare il treno; e solamente quando il convoglio notturno si allontanò lungo il serpeggiante nastro di via illuminata dal lume di luna, essi si scossero, uscirono dalla stazione, salirono in una carrozza che doveva accompagnarli ad Orvieto.

Lungo la salita che i giovani cavalli divoravano con un trotto vivace, i due amanti non dissero parola. Guardavano la vallata compresa fra montagne boscose e colline con terre solcate da borri e da piccoli torrenti, la triste vallata dove serpeggia il fiume Paglia, la vallata che si apriva sempre più al loro sguardo, a misura che salivano verso l'antica città etrusca, sotto la truce chiarità lunare che si diffondeva come un'enfasi di luce, su i monti e presso il fiume, disegnando le fitte boscaglie, accendendo di innumerevoli lamine argentee il corso serpeggiante del fiume, laggiù, fra gli alberi.

Il silenzio non fu rotto che da un'esclamazione di Claudina innanzi ai mosaici meravigliosi del Duomo, tutti misteriosamente scintillanti sotto la luna. Era una immane fantasmagoria di luci e di riflessi, in cui i candori abbaglianti del marmo s'avvicendavano col balenìo caldo degli ori. Anche la piazzetta innanzi al Duomo era signoreggiata da quell'enfasi di luce lunare, che più giù gravava su la campagna e lì intorno dava alla mirabile facciata del tempio uno splendore trasparente, tale da farla sembrare una visione di sogno. Giuliano rivedeva con tenerezza quelle vie deserte e grigie, dove l'erba cresceva umile e silenziosa tra le selci, sin sotto i muri dei grandi palazzi echeggianti sonoramente nel deserto notturno e silenzioso lo scalpitìo dei cavalli. Claudina, intimidita da quella muta e profonda solitudine, si serrava inquieta al braccio dell'amante.

All'albergo cenarono frettolosamente in una modesta saletta da modesto albergo umbro, serviti da un cameriere, Isidoro, insonnolito ma, pur nel sonno, cerimonioso. Egli li aveva presi per due sposi, e non appena li aveva serviti, volgeva le spalle per lasciar loro maggior libertà. Dopo la cena, però, gli amanti indugiavano intorno alla tavola, senza parlare e fumando una dopo l'altra certe sigarette sottili, che Claudina amava. Isidoro, sbadigliando sempre cerimoniosamente dietro la salvietta, faceva le sue alte meraviglie, per quei due sposi così poco loquaci e cordiali e così poco premurosi di raggiungere la loro camera e la loro libertà. Intanto il poveruomo cascava dal sonno e, piuttosto che cadere a terra sfinito, preferì di dire ai due supposti sposi, con le consuete cerimonie:

— La loro stanza, signori, è pronta.

L'ossequente voce di Isidoro richiamò alla realtà Giuliano. Egli si levò per il primo. Salirono nella loro camera, accompagnati da Isidoro, che rapidamente infilò l'uscio, augurando loro con un'aria sorniona il buon riposo.

Si spogliarono lentamente, senza parlare. Sembrava che tra loro si fosse frammesso un qualche ignoto fantasma che li inquietava, li rendeva pensosi, irrequieti e tristi, allontanandoli l'uno dall'altra. I loro baci, quella sera, furono frettolosi, quasi indifferenti; il loro amplesso, non più nobilitato dalla fiamma della passione, li lasciò assai tristi. Stanchi, essi provarono ben presto il bisogno di voltarsi le spalle, di tacere, di dormire. Non di meno essi stentarono a prendere sonno. Finalmente Giuliano sentì il respiro di Claudina divenire più eguale, più lento, più grave. Ma egli era torturato dall'insonnia. Continuamente il pensiero degli assenti lo riafferrava. Come in una visione, egli vedeva un avvenire ben triste e minaccioso. Sentiva le lacrime fargli groppo alla gola. Nell'ombra, sentiva il respiro della donna sempre un po' inquieto. L'illusione che fosse Beatrice a dormirgli a lato lo esasperava come un incubo. Per liberarsene accendeva la candela, guardava Claudina ed un incubo ben più triste veniva ad opprimerlo: il rimprovero della figura dolorosa dell'assente. Poichè l'insonnia era invincibile, egli si levò, si vestì, si distese su una poltrona. L'agonia vi continuò. Verso l'alba, egli dormì un'ora di sonno affannoso e febrile. La luce del mattino lo destò. Alla vista di Claudina ancòra dormiente, sul letto, seminuda, nessuna tentazione lo accese. Egli confrontò quella sua impassibilità con quelle mattine in cui, mentre Claudina ancòra dormiva, egli amava di carezzare con la bocca e la mano le sue tepide grazie giovani.