CAP. II. RITORNO DEL CAMPANELLA IN CALABRIA E SUA CONGIURA.
(1598-1599).
I. Non è dubbio che il Campanella sia arrivato in Calabria verso la fine di luglio 1598, e che la sua prima tappa sia stata il convento dell'Annunziata di Nicastro. In ciò si accordano diverse deposizioni che si ebbero più tardi nel processo consecutivo di eresia, e le notizie che si leggono nella Narrazione pubblicata dal Capialbi. Questa Narrazione, indubitatamente scritta dal Campanella medesimo, ci potrà d'ora innanzi servire di testo, almeno fino a che non giungeremo ad un periodo pel quale vi siano documenti d'importanza anche maggiore: ma profittando delle notizie in essa consegnate, non mancheremo mai di farne rigoroso riscontro con quelle provenienti da altri fonti, e massime con quelle appunto che il processo consecutivo fornì in numero ragguardevole. Ecco ciò che vi si legge intorno al presente momento della vita di fra Tommaso. «Nell'anno 1598 F. Thomaso Campanella tornò in Calabria, donde era stato assente X anni parte in Padova, parte in Roma, parte in Napoli, e nel fin di luglio sbarcò in Nicastro dove era priore nel suo convento F. Dionisio Pontio e la città si trovava interdetta per causa di giuridittione dal Vescovo, per esser fuggito in Roma. Et esso F. Thomaso a' preghi de' cittadini, e per lettera di M. Antonio del Tufo Vescovo di Milito suo antico protettore s'adoprò a metter pace tra il Vescovo e la città. Il che non succedendo per la malvagità di alcuni scomunicati, esso pigliò le parti del vicario del Vescovo, e fece eligger F. Dionisio Pontio per ambasciator al Vescovo et al S. Papa Clemente 8.º, che si trovavano a Ferrara. Il che dispiacque assai a D. Luigi Xarava avvocato fiscale scomunicato tre anni avanti dal Vescovo di Milito; e perseverante, e mantenitor delle brighe, desioso, che tutti fossero interdetti, e scomunicati come lui per sua discolpa appresso il Re, et pur ci era scomunicato il Principe dello Sciglio el governator del Pizzo, et altri baroni, et officiali».
Ci siamo già spiegati precedentemente sulla vera durata dell'assenza dalla Calabria, che altrove il Campanella affermò di dodici anni e qui afferma di dieci, ma che in realtà deve dirsi un po' meno di nove anni. Abbiamo pure detto che diverse deposizioni consegnate nel processo di eresia pe' fatti di Calabria attestano egualmente l'arrivo essere accaduto alla fine di luglio dell'anno 1598, e la prima fermata essere stata quella di Nicastro; ma dobbiamo aggiungere che in esse domina generalmente la credenza, che il Campanella fosse venuto in Calabria non appena liberato da' travagli patiti in Roma, e trovasi anche affermato che nel convento di Nicastro, essendo priore fra Dionisio, aveva stanza del pari il germano di lui fra Pietro Ponzio, ed inoltre fra Gio. Battista di Pizzoni in qualità di lettore. Così il Campanella ebbe a trovarsi immediatamente in compagnia di questi suoi intimi amici, i quali più o meno si avevano acquistato riputazione nella provincia; ed ecco la condizione loro secondo le notizie sparse nel processo, che siamo obbligati a citare quasi sempre per documentare quanto affermiamo.
Fra Dionisio, che pel suo spirito si era distinto anche in Napoli al tempo in cui là dimorava in qualità di studente, tanto più si era poi distinto in Calabria, avendo progredito negli studii, e principalmente essendo riuscito un oratore valentissimo; lasciava solo qualche cosa a desiderare circa costumi. Di natura impetuosa, irrequieta, ciarliera e vendicativa, già era stato una volta condannato per aver tagliata la faccia ad un frate, e in genere di lascivia se ne raccontava qualche brutto caso, avendo anche l'abitudine di parlarne troppo e nel senso il più laido. Ma come oratore, ad un facile eloquio accoppiava una quantità di risorse, e possedeva l'arte di commuovere potentemente l'uditorio; sapeva lagrimare a tempo, ed una volta, predicando a monache, seppe anche cadere in deliquio; nè mancava di pungere i suoi avversarii perfino dal pergamo più o meno velatamente. Una posizione sempre più distinta si aveva acquistato tra' frati, ma in pari tempo si aveva acquistato odii roventi, pe' processi da lui energicamente provocati e sostenuti contro frati di fazione avversa, a' quali era imputato l'assassinio di suo zio il P.e Pietro Ponzio, che abbiamo già visto Provinciale pel 1587-88 e parte dell'89. Questo incidente, non senza interesse per la nostra narrazione, merita di essere conosciuto; e per fortuna, oltre i pochi cenni consegnati nel processo più volte citato, ne abbiamo parecchie notizie nel Carteggio del Nunzio Aldobrandini. Già mentre teneva l'ufficio di Provinciale, per la severità con la quale avea cercato di correggere i costumi orribili di un gran numero de' suoi frati, il P.e Pietro Ponzio era stato minacciato nella vita, e un fra Paolo Jannizzi della Grotteria sacerdote, che vedremo anche tra gl'imputati della congiura e dell'eresia del Campanella, era stato in agguato per ammazzarlo, sicchè ebbe a riportarne condanna di tre anni di galera che scontò, e mentre egli stava ancora alla catena il P.e Pietro fu ammazzato. Poniamo qui che fra Paolo trovavasi carcerato in Napoli durante la prima dimora del Campanella in questa città (1591), ed egli stesso narrò che vide una volta passare per la via il Campanella, e lo chiamò per pregarlo che volesse portare una sua lettera al P.e Rev.mo: tutto ciò pertanto non gli chiuse la via agli ufficii in sèguito, e stiamo per vedere che al tempo della congiura funzionava da priore nel convento di S. Giorgio. Ma, come dicevamo, il P.e Pietro Ponzio fu ammazzato, bensì per un'altra ragione ancora più notevole, perchè la fazione avversa ne temeva il ritorno all'ufficio di Provinciale; e fra Dionisio perseguitò senza posa gli assassini di suo zio, facendo rimontare la colpa dell'assassinio fino al P.e Gio. Battista da Polistina, già Provinciale nel 1591-92 e parte del 93. Era ritenuto uccisore un fra Pietro di Catanzaro, che riuscì a fuggirsene a Costantinopoli tra' turchi: un fra Filippo Mandile da Taverna fece scovrire ogni cosa insieme con un fra Giacinto da Catanzaro, e fra Filippo venne per opera del Polistina condannato a 10 anni di esilio dalla provincia, ridotti poi per grazie successive a soli 2 anni; ma il Polistina medesimo finì per essere catturato coll'opera diretta di fra Dionisio, e rimase prigione 14 mesi in Roma, 15 in Calabria, 9 in Napoli. Egli si schermì efficacemente con le sue aderenze, dimandando di essere giudicato ora in Roma, ora in Calabria, ora in Napoli presso la Corte del Nunzio, dalla quale finalmente in gennaio 1598 venne liberato «ex hactenus deductis», dietro una relazione dell'Auditore sul processo ingarbugliato col passaggio per troppe mani e troppi luoghi, la quale conchiudeva «deficerent potius probationes quam jus»[181]. Fra Dionisio, che facendo comparire negli Atti il fratello Ferrante aveva in realtà agito personalmente per tale processo, e vi avea non solo assistito in Calabria ma anche in Napoli ed in Roma, si era elevato di molto insieme con la fazione avversa al Polistina; ma la liberazione di costui, appunto nel 1598, cominciava a segnare un principio di decadenza, e il Polistina relegato in un convento «loco carceris», coll'aiuto del P.e Giuseppe Dattilo da Cosenza ex-Provinciale lui pure, già preparava le sue vendette, mentre fra Dionisio, sdegnato per questa liberazione, mostravasi irrequieto anche più del solito.
Quanto a fra Pietro Ponzio germano di fra Dionisio, senza smentire il sangue caldo de' Ponzii, era d'indole più ritirata ed assai meno inframmettente: avea progredito fino ad un certo punto negli studii specialmente teologici, mostrando anche un grande trasporto per le buone lettere, ed avea saputo mantenersi ne' buoni costumi, ciò che non era comune a que' tempi. Così non si era fatto distinguer troppo, e poteva dirsi che avesse piuttosto goduta la prospera fortuna di fra Dionisio, come di poi ne patì l'avversa: intanto pel suo amore alle lettere venne a stringersi sempre più col Campanella, ammirandone con ardore il grande ingegno, e vedremo che gli si mostrò sempre tenero amico.
Finalmente quanto a fra Gio. Battista di Pizzoni, egli si era distinto molto più de' Ponzii negli studii, avendo coltivato non solamente la Teologia ma anche la filosofia, oltrechè era assai addentro nello studio della musica; ma in pari tempo si era distinto fuor di misura ne' cattivi costumi. Sebbene il suo modo di ragionare e di esprimersi non fosse punto brillante, e ne fa fede ciò che di lui si legge nel processo, aveva tuttavia una eccellente riputazione come lettore, non così come galantuomo. Noi lo lasciammo nel convento di Altomonte, al tempo in cui vi dimorava il Campanella: poco dopo d'ordine del P.e Pietro Ponzio Provinciale ne fu scacciato perchè vizioso, e dovè cercare un ricovero nel convento di Rosarno per misericordia. Naturalmente si aggregò alla fazione di fra Gio. Battista di Polistina, ed elevato costui all'ufficio di Provinciale fu mandato Vicario a Cutro; ma finì coll'esserne scacciato a furia di popolo per le sue dissolutezze ed anche per diverse appropriazioni indebite, quindi condannato «ad poenam gravioris culpae». Fu mandato di poi lettore di logica a Briatico, ove ebbe tra' suoi scolari fra Pietro Presterà di Stilo, che un giorno dovè difenderlo dagli altri scolari i quali gli si ribellarono, e così pure fra Silvestro Melitano di Lauriana, che gli rimase attaccato sempre e gli fu buon compagno nelle cattive azioni; ma egualmente da Briatico dovè fuggire, essendo stata per colpa di lui uccisa una donna da' proprii fratelli, i quali divennero forbanditi e lo atterrirono con minacce assiduamente. Non avea mancato nemmeno di continuare nelle appropriazioni indebite, fra le quali ve ne fu una di certi scritti di prediche e considerazioni sull'Apocalisse appartenenti a fra Dionisio, che tolse dalle valigie di costui venuto di passaggio a Briatico, e mandò poi a vendere per mezzo di fra Silvestro di Lauriana; e fra Dionisio ne menò grande scalpore e lo vituperò per tutta la provincia, ma essendo stato appunto in quel tempo carcerato fra Gio. Battista di Polistina, egli seppe destreggiarsi abilmente passando alla fazione di fra Dionisio ed acquetandolo. Con siffatta evoluzione fu mandato lettore nello studio generale di Cosenza (1597), di dove, l'anno seguente, venne chiamato come Teologo del Vescovo di Nicotera, con cui visitò tutto lo Stato del Duca di Nocera defunto, per soddisfare a' gravami patiti da' vassalli, essendosene il Duca fatto scrupolo nel suo testamento. Adempiuta questa commissione, era stato assegnato al convento di Nicastro, dove era giunto appena da due mesi e trovavasi afflitto da certi malanni per commerci impuri, che ne attestavano la cattiva condotta. Il suo fra Silvestro di Lauriana, rimasto ignorante ed affatto bestiale, l'aveva seguito in Nicastro e l'assisteva con ogni cura; ma aveva anche relazioni colpevoli con un nipote del Pizzoni, fra Fabio, laico o «terzino» come allora si chiamavano questi frati non sacerdoti, e fra Gio. Battista lo tollerava senza risentirsene; invece dovè risentirsene fra Dionisio per lo scandalo che n'era sorto, onde poco tempo dopo fra Gio. Battista finì per abbandonare il convento di Nicastro. Il Campanella, verosimilmente ignaro di tutte queste lordure e del rimanente avvezzo a considerare i frati quali erano in realtà, vide in fra Gio. Battista un amico di vecchia data, divenuto anche abbastanza culto; e non gli negò la sua stima, ed ebbe pur troppo a pentirsene, essendogli riuscito un amico infedele. Si noti intanto la mancanza di morale e di carattere in questo fra Gio. Battista, che dovrà figurare di molto nella nostra narrazione, e però ci ha costretti ad una non breve esposizione della sua vita.
Ma non meno degno di essere rilevato è il grave turbamento in cui il Campanella trovò la città di Nicastro e tutta la Calabria, onde non potè non averne una profonda impressione. Si era da qualche tempo in un periodo acutissimo di lotte giurisdizionali, e quella di Nicastro fu una delle più gravi: l'argomento merita di essere ben ponderato, giacchè mentre da una parte il Campanella nella sua Narrazione dichiara mantenitore delle brighe qualche ufficiale Regio che ebbe a perseguitarlo, d'altra parte agli ufficiali Regii quel concorde sviluppo di esorbitanze Episcopali parve il principio di una vera e propria ribellione; e in ciò non solo il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ma anche l'Archivio di Napoli e perfino il Carteggio del Residente Veneto, ci offrono molte notizie e documenti. Limitandoci per ora alla sola quistione di Nicastro, ecco quanto possiamo dirne. Era Vescovo di Nicastro Pietro Francesco Montorio nobile Romano, altero, risentito, tutto imbevuto de' principii della supremazia ecclesiastica. Creato Vescovo nel febbraio 1594, cominciò dall'affacciare pretensioni pe' frutti del Vescovato già vacante e fece per questo mali officii presso la Curia Romana contro il Nunzio; poi negò al Duca di Ferolito, Conte di Nicastro, un dritto che costui possedeva di «fidare nelle erbe della Chiesa di Nicastro ed anche venderle agreste», e affacciò la strana pretensione che per tale controversia venisse citato a comparire innanzi al tribunale del Nunzio; poi avendo il Duca ottenuto un decreto favorevole del Sacro Regio Consiglio, tribunale competente, ed essendo stato mandato dalla R.a Audienza un Commissario per l'esecuzione del decreto, egli maltrattò il Commissario e lo scomunicò con tutti gli ufficiali della città, a capo de' quali era un Gio. Battista Carpenzano, facendo pubblicare dal suo Vicario un interdetto. E scrisse a Roma e fece da Roma scrivere al Nunzio che pativa travagli indebiti, ed appunto nell'aprile 1598 si permise di pubblicare una cedola venuta da Roma senza l'exequatur: allora il Governo, che si guardava bene dal tollerare un fatto simile, lo dichiarò licenziato dalla sua diocesi, e perchè contumace pose sotto sequestro le rendite del Vescovato; ma egli fece dal Vicario scomunicare l'Auditor Gonzaga andato ad eseguire i detti ordini, e con lui il Vice Conte Gio. Antonio Falconi. Di rimbalzo gli ufficiali della città carcerarono parecchi gentiluomini aderenti del Vescovo, e volendo un giorno que' della Corte del Duca trarre agli arresti un cuoco del Vescovo che portava armi senza permesso, videro intervenire il Vescovo medesimo, il quale li caricò di contumelie, al punto che taluni trassero qualche colpo di archibugio in aria per farlo tacere, ed egli allora si allontanò dalla Diocesi[182]. Ma al tempo medesimo i reggitori della città si occuparono di provvedere perchè l'interdetto fosse revocato, e tenuto pubblico parlamento, si concluse di nominare fra Dionisio Ponzio ed Innico de Franza procuratori della città, perchè potessero comparire a nome di essa in Reggio ed anche in Roma bisognando, a fine di ottenere da' superiori ecclesiastici la rivocazione dell'interdetto. Il pubblico istrumento di procura in data 28 agosto 1598, firmato dal dot.r Ottavio Serra sindaco, e da parecchi eletti di Nicastro, venne poi da fra Dionisio originalmente presentato al tribunale dell'eresia quale attestato di onore, e così abbiamo potuto averne piena conoscenza[183]. — Che il Campanella in tale occasione abbia prese le parti del Vicario del Vescovo, riesce pienamente credibile, poichè in ultima analisi egli era ecclesiastico; ma che abbia potuto influire sulla elezione di fra Dionisio egli nuovo in Nicastro, e che l'invio di fra Dionisio e del Franza abbia potuto dispiacere all'Avvocato fiscale, si comprende poco. Avremo ad occuparci largamente anche dell'Avvocato fiscale, e lo vedremo in realtà scomunicato dal Vescovo di Mileto, ma vedremo pure in quel tempo, per varii fatti, qualche Auditore egualmente scomunicato, qualche altro avvertito di essere incorso nella scomunica, ed uno di loro è stato già menzionato più sopra; tutto ciò rincresceva senza dubbio al Vicerè, non al Re che stava troppo lontano ed occupato in altre cure, ma in fin de' conti attestava negli ufficiali colpiti una fedele esecuzione degli ordini ricevuti ed un lodevole adempimento del proprio dovere. Così l'Avvocato fiscale non poteva dispiacersi che le cose si avviassero alla quiete, nè poteva ritenere per lui necessaria una discolpa: d'altronde il Governo aveva trovata una singolare maniera di rimediare agl'imbarazzi che nell'amministrazione derivavano dalle scomuniche degli ufficiali; mandava una «hortatoria» al Vescovo, e con ciò riteneva di aver provveduto per l'assoluzione, dandosi anche l'aria di considerare sospeso l'effetto delle scomuniche. Mettiamo qui che fra Dionisio e il Franza, si recarono a Reggio e quindi a Ferrara, dove si trovava Papa Clemente occupato a consolidarsi nel nuovo acquisto, nè tornarono a Nicastro che al principio dell'anno successivo. Durante questo tempo l'affare del Vescovo di Nicastro si trattava nelle più alte sfere. Il Papa medesimo, nel settembre 1598, ne scrisse direttamente al Re, il quale rispose con una breve lettera molto dignitosa; il Residente Veneto per le sue vie coperte potè aver copia di entrambe le lettere e trasmetterle a Venezia, e così leggonsi nel suo Carteggio. Il Duca di Sessa Ambasciatore spagnuolo in Roma ne trattò col Card.l S. Giorgio, e nel Carteggio del Nunzio vi è la lista delle domande del Vescovo, tra le quali figura quella che tutti coloro i quali l'avevano insultato fossero gastigati, e tutti, ma principalmente il Carpenzano e il Falconi, non potessero più esercitare ufficii in Nicastro e nelle altre terre della Diocesi. Nell'ottobre furono concordati 10 capitoli, che conosciamo egualmente per cura del Residente Veneto, tra' quali primeggia la rivocazione del decreto del Sacro Regio Consiglio favorevole al Duca di Ferolito; ma il Vicerè fece difficoltà a rivocare il pronunziato solenne di un tribunale supremo di appello, onde le cose si protrassero fino al marzo dell'anno seguente. Ed allora l'interdetto fu tolto, ma non per opera di fra Dionisio, ciò che trovasi attestato pure dalla Narrazione[184]. Vedremo poi che il Vicerè non attese nemmeno che l'interdetto fosse tolto, per rivocare, da parte sua, il divieto del ritorno del Vescovo nel Regno, ma costui non si mosse da Roma, sicchè, sopravvenuta la congiura di Calabria, diè motivo a far credere che egli pure vi partecipasse. E ciò basti pel momento circa i conflitti co' Vescovi; avremo tra poco occasione di parlare del conflitto col Vescovo di Mileto, per lo quale si trovò scomunicato l'Avvocato fiscale Xarava, ed anche il Principe di Scilla (corrottamente Sciglio) e il Governatore del Pizzo.
Proseguiamo ora a dire del Campanella, sempre con la scorta della Narrazione. «Alli 15 d'agosto poi esso Campanella andò a Stilo sua padria, dove il Vescovo di Milito era venuto a processar un Arciprete di Stignano, et Campanella andò con lui fino a Jeraci e dispiacque assai alli officiali scomunicati che havesse dato consulta di canoni e ragioni al Vicario di Nicastro et al Vescovo di Milito per aiuto delle giurdittioni. Di più tutte le città principali oltre le discordie tra gli Ecclesiastici, e Regii, erano divise in fattioni, e Stilo in particolare havea la fattione de' Carnelevari et Contestabili, et capo dell'una in campagna era Mauritio Rinaldis, et dell'altra M. Antonio Contestabile. Et in Catanzaro erano due fattioni: a l'una favoriva lo Xarava a l'altra D. Alfonso de Roxas governatore della provincia. Et tutti li conventi erano pieni di banditi particolarmente della diocesi di Milito, el Vescovo li dava de mangiare per zelo della giurdittione, quando erano assediati da sbirri. E Xarava ponea fama ch'il clero volesse ribellare».
Adunque alla metà di agosto 1598 il Campanella passò da Nicastro a Stilo, ma forse ciò accadde qualche giorno più tardi, poichè si hanno nel processo di eresia due deposizioni, che attestano essere andato a Stilo dopo un mese dal suo arrivo in Nicastro[185]. Il Pizzoni ve l'accompagnò, rimanendovi anche lui per curarsi, come attestò perfino il suo confidente Lauriana che lo servì; e vi rimase qualche mese, poichè sappiamo esser venuto nell'ottobre a far parte del convento fra Pietro Presterà di Stilo, e costui allora lo medicò con le sue mani. Frattanto nel settembre, per un'accidentale venuta del Vescovo di Mileto a Stignano, ebbe il Campanella occasione di ossequiare questo Vescovo che era Marc'Antonio del Tufo, e di andare con lui «in visita verso la marina». Tale fatto trovasi nel processo attestato dal Pizzoni, che depose ancora essere accaduto nel settembre. Il Campanella naturalmente vi andò in qualità di Teologo, e giova ricordarsene, poichè vedremo in sèguito il Governo Spagnuolo assai mal prevenuto specialmente contro il Teologo del Vescovo di Mileto, mostrando d'imputare a lui le risoluzioni violente che dal Vescovo spesso si prendevano. Non apparisce e non è plausibile che quella visita sia durata molto: ad ogni modo il Campanella nel suo ritorno si fermò alquanto in Stignano presso suo padre, come attestò parimente il Pizzoni, e poi si ridusse a Stilo nè ebbe mai più altra stanza: lo vedremo più tardi in varie escursioni, ma di breve durata, e pur sempre assegnato o meglio dimenticato in Stilo. È certo poi che le trattative di pace tra' Contestabili e Carnevali, registrate nella Narrazione subito dopo la visita fatta col Vescovo di Mileto, accaddero veramente non prima del maggio dell'anno successivo: questo risulta dal processo ed anche da altri cenni sparsi nella Narrazione medesima, sicchè non dobbiamo occuparcene per ora, e possiamo invece approfondire un poco le cose del Vescovo di Mileto, i conflitti giurisdizionali, le fazioni e inimicizie cittadine, le discordie de' componenti la R.a Audienza, i banditi in armi nella provincia. Lo stesso Campanella più volte affermò che questo grave turbamento sociale, unito alla comparsa di fenomeni meteorologici straordinarii, lo menò a credere tanto più fermamente alla vicina fine del mondo e a predicarla, onde poi alcuni presero animo a concertarsi per una ribellione: trattasi dunque di una materia in relazioni strettissime col nostro argomento, ed è necessario occuparcene di proposito; l'Archivio di Stato in Napoli, parzialmente anche il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ce ne forniscono molti documenti, e di essi bisogna senz'altro profittare.
Il Vescovo di Mileto (latinamente Melito) si era già fatto distinguere da un pezzo pel suo modo energico di procedere nelle quistioni giurisdizionali, un po' più di tutti gli altri suoi colleghi, che pur essi non mancavano di farle sorgere ogni momento e trattarle con poca mansuetudine e nessuna misura. Egli non trovavasi in conflitto per interessi personali come il Vescovo di Nicastro, ma per principii profondamente sentiti, e quanto è dubbio che il Campanella abbia potuto richiamare sopra di sè l'attenzione degli ufficiali Regii pel conflitto del Vescovo di Nicastro, altrettanto è sicuro che abbia dovuto esser notato pe' conflitti del Vescovo di Mileto; perchè con costui egli si trovava in relazioni dirette, e da costui era stato scomunicato quell'Avvocato fiscale Xarava al quale egli attribuì tutte le sue sventure; solamente bisogna dire che abbia dovuto esser notato non così presto come apparirebbe dalla sua Narrazione, ma quando già si era fatto conoscere direttamente per altre cose. È pur troppo vero che il Vescovo di Mileto avesse procurato che i banditi, i quali si trovavano in asilo massime ne' conventi, fossero alimentati semprechè i birri li assediavano per catturarli: questo emerse poi anche dal processo del Campanella, e in realtà una tenerezza pe' malviventi rifugiati ed assediati si verificava del pari in altre Diocesi, con diversi modi singolari che non mancheremo di vedere: il Governo riteneva che pe' delitti gravi, «imperiosi, e di molto malo exemplo» come allora si diceva, non dovesse riconoscersi il diritto di asilo ne' conventi e nelle Chiese; ma i Vescovi rispondevano con le scomuniche a tutti coloro i quali eseguivano gli ordini del Governo, e con una maggiore protezione a' più tristi soggetti, onde si può immaginare quanti scandali ne dovessero nascere. I Cavalieri Gerosolimitani molto sparsi nel Regno, che col titolo di frati e col beneficio della giurisdizione ecclesiastica spesso si vedevano commettere prepotenze e delitti, scorrendo la campagna con comitive armate e chiudendosi in qualche castello di casale isolato senza che il Governo potesse raggiungerli, fornivano un altro grosso contingente di conflitti: al tempo del quale trattiamo, un cav.re fra Maurizio Telesio di Cosenza trovavasi nella condizione anzidetta, e il Governo avea mandato contro di lui l'Auditore Vincenzo di Lega, che era giunto a catturarlo e si occupava in prendere la relativa informazione; e subito da «un preite a nome del Rev.do Vescovo di Melito gli fu notificato in parola che lui et li detentori di detto fra Mauritio erano incorsi in censure, admonendoli a liberarlo»[186]. Ma il contingente maggiore era fornito da' così detti «diaconi selvaggi» o «clerici coniugati», una specialità fiorente nella Calabria, laici anche con mogli e figli, a' quali i Vescovi concedevano di poter indossare un ferraiolo nero, ed avendoli in tal guisa fatti clerici, pretendevano che fossero esenti dalle contribuzioni fiscali e dal peso degli alloggi, esenti anche dalla giurisdizione laica, o come allora si diceva «temporale»: i comuni o «Università» reclamavano, ed egualmente reclamavano i Baroni, nel vedersi sfuggire di mano i contribuenti e dover gravare di pesi insoffribili gli altri cittadini, come pure nel vedere invasi i dritti della giurisdizione baronale: il Governo mandava hortatorie, ma coloro che doveano consegnarle venivano scomunicati[187]. Nel tempo di cui trattiamo, un Marcantonio Capito, diacono selvaggio della Diocesi di Mileto, avea bastonato un frate basiliano: la R.a Audienza intervenne, e il Capito si rifugiò in una Chiesa; il Vescovo, sempre per mantenere intatta la giurisdizione, non volle permettere che fosse estratto dalla Chiesa, nè volle curarsi che fosse chiuso nelle carceri vescovili pel dovuto gastigo. In tale occasione l'Avvocato fiscale D. Luise Xarava dovè entrare nella Chiesa, prendere il Capito e farne consegna nelle carceri del Castello del Pizzo; ma finì per essere scomunicato lui, il governatore del Pizzo D. Fabrizio Poerio e il Principe di Scilla signore del luogo. Le hortatorie non mancarono, ma il timore della scomunica, che allora menava a conseguenze anche sociali non indifferenti, rendeva perplessi coloro i quali doveano presentarle: il Vicerè ebbe quindi a risentirsi con la R.a Audienza perchè erano state fatte presentare «per banno», vale a dire coll'affissione, e la R.a Audienza ebbe a discolparsi negando il fatto, che pare essere stato solamente un progetto. Intanto il Vescovo, non rimasto pago alle scomuniche, nel febbraio 1598 mandò al castello del Pizzo suo fratello Placido Del Tufo, il quale sulla sua parola indusse il Castellano a far uscire il Capito dal carcere, e metterlo in una stanza, ma poi nella notte, coll'aiuto di due domestici del Vescovo e mediante una corda, lo fece fuggire e andare a ricoverarsi nel palazzo Vescovile; laonde il Vicerè ebbe ad ordinare l'arresto di Placido Del Tufo, il quale per lo meno dovè nascondersi e molto più tardi poi fu graziato. Così tese erano allora le relazioni tra il Governo e il Vescovo di Mileto. Più tardi non avendo il Vescovo dato alcun gastigo al Capito, ed avendolo anzi lasciato andar libero a Seminara, il Vicerè lo fece carcerare di nuovo, ma i preti, armati di accette ed aiutati anche da alcuni laici, lo liberarono a viva forza; questo accadde nel tempo in cui fervevano i concerti per la ribellione, sicchè appunto pel Capito avvenne quel «rumor di clerici di Seminara che ruppero li carceri gridando viva il Papa», come è registrato in altro luogo della Narrazione del Campanella (pag. 30), onde sembrò che il Vescovo di Mileto partecipasse a' concerti e che «il clero volesse ribellare»[188].