D'altro lato ancora peggiore fu l'impressione de' voluti accordi col Papa, segnatamente nel ceto più colto, oltrechè negli spagnuoli; e qui bisogna tener presenti anche le condizioni speciali del Regno di Napoli. Se è vero che un paese, come un individuo, deve avere un pensiero, un'aspirazione, uno scopo, senza il quale gli è impossibile il vivere, l'unico pensiero che sottrasse alla morte le Provincie napoletane può dirsi essere stato la lotta contro le pretensioni e le cupidige della Curia Romana, la quale ad ogni menoma occasione ripeteva essere il Regno di Napoli un feudo della Chiesa, temporaneamente dato a governare al tale o tal altro col permesso dei superiori, potersi sempre ripigliare dalla Chiesa quando lo credesse; anche il Carteggio del Nunzio Aldobrandini, ne' tempi di poco anteriori a quelli de' quali ci occupiamo, mostra che la Curia si fece un dovere di ricordarlo a proposito della difficoltà mossa dal Vicerè Conte di Miranda intorno all'esazione delle decime senza il consenso del Re[20]. Questa lotta tenne accesa la lampada che per tante ragioni avrebbe dovuto spegnersi; e non si possono leggere senza commozione i documenti che attestano gli sforzi de' padri nostri, tanto più meritevoli di ammirazione, in quanto che i Vicerè spagnuoli, per quell'affettato fervore religioso che parve gran mezzo di ottima educazione e fu lo spegnitoio di ogni sublime ideale, li lasciavano sovente scoverti di rimpetto alla Curia; ed essi con le loro hortatorie affrontavano le scomuniche, le quali avevano a quei tempi un'efficacia notevole, e potevano anche menare direttamente a un processo di eresia, per la massima allora in corso che coloro i quali fanno i sordi nella scomunica dànno a sospettare di essere eretici. Non si trattava soltanto di custodire le ordinarie prerogative dello Stato nelle ordinarie quistioni giurisdizionali, in ciò altri Stati ancora, e massimamente Venezia, non tenevano allora una condotta meno risentita della nostra; si era ognuno persuaso avere gli ecclesiastici per divisa «tutto ci si deve e niente dobbiamo», ringalluzzendo sempre co' fiacchi e ristando solo co' forti, laonde a nessuno veniva in mente mai d'«ignorare» ciò che essi facevano, di «non curare» gli sfregi quotidiani alle leggi dello Stato. Ma qui in Napoli si trattava di qualche cosa di più, si trattava di preservare l'esistenza medesima dello Stato, minacciato di disfacimento e di assorbimento da parte della Curia. Ognuno sapeva bene che due dinastie da potersi dire proprie, già naturalizzate, aveano soccombuto per guerre mosse dal Papato; ed erano sempre vive le ricordanze di un Papa, Paolo IV Carafa, che ci aveva mossa direttamente una guerra di conquista; laonde la vigilanza e l'oculatezza non parevano mai sufficienti, si sospettava sempre altissimamente degli ecclesiastici, si riteneva che essi fossero i veri e proprî nemici della patria. Si potrebbe perfino dire che questa lotta d'indipendenza dalla Curia avesse tenuti occupati gli animi in guisa, da attraversare per lungo tempo i desiderî d'indipendenza dallo straniero, desiderî che non mancavano punto, come l'attestano i parecchi documenti che ancora ne rimangono malgrado la cura presa dagli spagnuoli per distruggerli, e che sarebbe una buona azione evocare dall'oblio nel quale giacciono; si sentiva la fatale necessità di cercare nelle forze di una grande potenza quella tutela che le risorse sole del Regno non bastavano a dare. Ad ogni modo questa lotta senza posa, questa repressione delle esorbitanze ecclesiastiche, meticolosa, accanita, incessante, merita di essere meglio conosciuta ed apprezzata, e la narrazione ci darà campo di mostrarne qualche cosa. Non era un rabbioso pettegolezzo di avvocati, come talvolta è accaduto di udire da persone pregevolissime ma non bene informate delle cose napoletane, era il sentimento pungente della patria in pericolo; e lo scopo fu raggiunto, e potrebbe sorriderne soltanto chi giudicasse le cose con la scorta delle idee de' tempi nostri, commettendo un solenne anacronismo. Lo Stato divenne ciò che doveva essere, la personificazione della patria e il simbolo della civiltà: a questo principio s'informò una schiera di dotti e valorosi giuristi, e costituì una scuola che è il più gran vanto del passato di Napoli, co' suoi pregi e co' suoi inconvenienti. A questa scuola appartenne il Giannone, che non aveva odio personale contro gli ecclesiastici, sibbene quel fondo di odio sentito da tutti coloro i quali s'interessavano delle sorti dello Stato e vedevano negli ecclesiastici i nemici della peggiore specie: così, naturalmente, era vano attendersi, che il Giannone avesse mostrato simpatia pel Campanella. Giurista positivo, considerando le pretensioni di lui a riformare il mondo, dovea reputarlo perfino un ignorante, «col capo pieno di varie fantasie, portentosi delirî, sorprendenti illusioni». Difensore acerrimo dello Stato, considerando le giaculatorie Papesche del filosofo e i vaticini tratti dall'Apocalissi, da varî Santi e perfino dal Responsorio di S. Vincenzo Ferrer, onde ritenevasi obbligato co' suoi frati a predicare la santa repubblica, dovea reputarlo «un grande imbrogliatore», dovea esser condotto a tirare al peggio ogni cosa, dando il massimo peso alle accuse ed anche alle accuse più grossolane senza curarsi d'altro; e se avea percorso gli Articoli profetali e l'Apologia, come è possibile, avendovi letta quella frase «nos dolis et mendaciis collusimus ad vitam servandam», qual maraviglia che nella sua mente abbia potuto sorgere quel concetto così crudamente espresso? Con ogni probabilità, negli ultimi ed infelicissimi anni della vita sua, egli dovè modificare moltissimo i suoi giudizî intorno al povero frate da lui tanto severamente trattato; dovè specialmente rincrescergli l'aver detto che «a lungo andare pure seppe co' suoi imbrogli uscire dal carcere». Noi facciamoci un dovere di non irritarci per le convinzioni altrui quando non le dividiamo; e pel povero Giannone invochiamo piuttosto che si elevi un segno, una memoria, un monumento, e meglio che altrove dinanzi a quella cittadella di Torino ove patì quello strazio che aspetta ancora un qualche lavacro espiatorio; la Monarchia medesima dovrebb'esserne sollecita, poichè il confessare un errore non offende ma rafferma l'opinione della nobiltà dell'animo. Intanto l'avversione così profonda alla persona e all'impresa del Campanella, durata ne' giuristi fino a' tempi del Giannone ed ancora più oltre, fa ben comprendere l'avversione destata a' tempi della congiura e quindi anche la feroce repressione che ne seguì. L'aiuto che il Papa avrebbe dato all'insurrezione rappresentò una di quelle fandonie, che vanno sempre sparse a piene mani quando si tratta d'incitare ad un movimento insurrezionale; eppure il Governo non ne dubitò menomamente, e sebbene avesse avuto ben presto motivo di disingannarsi, i parecchi incidenti verificatisi durante il processo ridestarono senza posa i sospetti e le diffidenze, e così pure li ridestarono in sèguito le professioni di fede Papesca, che il Campanella non cessò mai di fare quando non vide altra possibile speranza di aiuto che nel Papa. Lo stesso principio da lui continuamente svolto, che per un buono assetto delle cose del mondo fosse necessario l'avere riuniti in una persona sola il potere spirituale e il temporale, ciò che del resto veniva a riferirsi egualmente al capo della repubblica da lui concepita, doveva senza dubbio farlo apparire agli occhi delle persone che s'interessavano alle sorti dello Stato un nemico mortale del paese; e così possono bene intendersi certi rigori e certi giudizii, apparsi sempre di difficile spiegazione.

Ciò che sinora abbiamo detto, circa la feroce repressione della congiura, comprende naturalmente anche il processo; ma su questo conviene del pari fermarsi un poco. Sarebbe strana pretensione voler trovare nel processo l'osservanza delle infinite guarentige che oramai circondano l'accusato, e che alla sensività morbosa e alla svenevolezza de' tempi nostri non sembrano ancora bastanti. Si riteneva che l'efficacia e l'esemplarità della pena esigesse imprescindibilmente l'applicarla alla minor distanza possibile dal giorno in cui il reato era stato commesso; non si conoscevano le lungaggini e le procedure macchinose, bastava un Giudice, un Fiscale ed un Mastrodatti aiutato da' suoi scrivani, ed il mezzo di prova definitiva, mezzo deplorabile ma già reso accetto dall'abitudine, era sempre la tortura, più o meno spinta ne' casi ordinarî, assai spinta nei casi di lesa Maestà. In tal guisa vedremo condotto innanzi il processo pe' laici, su' quali il Governo avea la mano libera, bensì abbreviando i termini ad modum belli, impiegando la tortura fin dalle prime informazioni e servendosi di torture atrocissime, ciò che del resto era ammesso da tutti i giuristi del tempo: il delitto di lesa Maestà dicevasi allora «privilegiato», cioè tale da ammettere modi di procedura e mezzi di rigore eccezionalissimi, mentre oggi è divenuto quasi privilegiato in un senso diametralmente opposto; deve dirsi dunque che tutto fu fatto in regola, almeno in quanto alla forma, pe' poveri congiurati laici. Pel Campanella poi e per gli altri ecclesiastici vi furono dapprima due frati a' quali venne ben presto associato pure un Vescovo, e più tardi, in Napoli, vi furono due Giudici invece di uno, nominati entrambi dal Papa, oltre il Fiscale e il Mastrodatti; ed anche furono impiegate le torture durante il processo informativo e torture atrocissime, non di meno sempre ne' limiti del dritto ed anzi col consenso espresso del Papa; così, egualmente da questo lato, deve dirsi che tutto fu fatto in regola. Senza dubbio ciò non significa punto che i risultamenti del processo debbano ritenersi l'espressione della verità, come sarebbe puerile il ritenerlo senz'altro pe' processi de' tempi nostri, massime pe' processi politici, e tanto più dopo che vi abbiamo adottato quella sorprendente maniera di farli giudicare: sempre occorrerà di analizzarli con un penoso lavoro, senza preoccupazioni, senza pregiudizii, con la conoscenza de' tempi, de' luoghi, delle persone, di tutte le circostanze, a fine di rintracciarvi, ne' limiti del possibile, la verità; ma non potrà mai esser lecito di rifiutarvisi con una comoda pregiudiziale, poggiata su' troppi vizii dell'andamento de' processi. Nel caso nostro il Baldacchini ha mostrato di credere che pure a' tempi del processo del Campanella non si sia prestata troppa fede alla congiura, poichè nel Carteggio del Nunzio con la Corte di Roma si parla della «causa di pretesa ribellione»: ma tale era il linguaggio del tempo; finchè la sentenza non era pronunziata, dicevasi il tale o tal altro preteso reato, come ora dicesi la tale o tal'altra imputazione di reato. Ugualmente il D'Ancona trova nel Giannone «preziosa» la parola di «processo fabbricato»: ma tale era la parola in uso; processus formatus traducevasi appunto in processo fabbricato, e neanche per facezia si potrebbe in ciò vedere la significazione di processo inventato. L'uno e l'altro poi notano che le confessioni furono fatte in tormentis, e con parole di sdegno si scagliano contro il modo allora usato di fare i processi: «Alcuni vili uomini, i quali non avevano ufficio di magistrato, non stipendio, non grado, nell'ombra del mistero raccoglievano, Dio sa come, le pruove; quest'inquisitori o scrivani..., il cui nome solo mettea spavento, facevano un traffico infame del loro mestiero, sempre, anche nelle cause de' privati; pensate dove il governo accusava, giudicava e condannava. Non v'era pubblica discussione del fatto, non libera difesa dell'accusato; tal'era un giudizio criminale». In verità non può non sorprendere che perfino dopo la conoscenza de' documenti trovati dal Palermo, a proposito del processo del Campanella siano state riprodotte le parole qui riferite, con l'asserzione che il Governo non solo accusava, ma anche giudicava e condannava senza libertà di difesa, mentre que' documenti mostravano addirittura l'opposto, ed anche intorno alle atrocissime torture, sulle quali davvero non si potrà mai passare alla leggiera, mostravano che i principali imputati le aveano sofferte senza nulla confessare, eccetto il povero Campanella che non era stato in grado di resistervi. Ma in somma donde mai dovrà scaturire la verità in un fatto per lo quale vi è stato un processo criminale, se non dall'esame di questo processo? Che non se ne debbano accettare senz'altro i risultamenti, sta benissimo: anche i nostri successori, liberati una volta dal pregiudizio tanto più grave del cittadino-giudice, come noi siamo finalmente riusciti a liberarci dal pregiudizio del cittadino-milite, convinti del santo principio «ognuno al suo mestiere», avranno a fare su' risultamenti de' nostri giudizii criminali una critica più fondata e non meno acerba di quella fatta dal Baldacchini e dal D'Ancona su' giudizii antichi. Ci pare proprio di udirli. «Dodici uomini per lo più inetti, scelti senza criterii ragionevoli, senza obbligo della menoma nozione dì ciò che è necessario ad un magistrato, spessissimo anche privi della più discreta cultura mentre i codici già riboccavano di sottili distinzioni giuridiche da potersi bene intendere solamente dietro appositi studî, assistevano allo svolgimento del giudizio e davano i pronunziati, Dio sa come, sul fatto: questi cittadini-giudici o giurati, il cui nome riempiva di speranza i colpevoli e i loro avvocati, sottostavano a tutte le influenze, seduzioni e peggio, non foss'altro, per la loro incapacità; e se disgraziatamente taluno di essi conosceva o pretendeva di conoscere la legge, costui trascinava tutti gli altri dove voleva, perocchè mentre doveano decidere nel silenzio e nel raccoglimento, non essendo ammessa la discussione fra loro, questa si faceva sempre e ad onore e gloria del più inframmettente e capace d'imporsi. Il Governo teneva i così detti giudici del dritto, magistrati con grado e stipendio, ma erano destinati ad ascoltare e tacere, ad esser complici di errori grossolani e rendersi indifferenti al giusto e all'ingiusto, mentre il Presidente, occupatissimo, dovea fra le altre cose affaticarsi a far comprendere agl'ignoranti giudici del fatto le sottili distinzioni ammesse dal codice ne' diversi reati, senza riuscirvi novanta volte su cento per l'intrinseca natura delle cose; gli avvocati liberissimi nel dire, prolungare ed intralciare, poichè i riguardi doveano concedersi agli accusati anzichè alla società che accusava, agli uomini implicati ne' delitti anzichè agli infelici giudici costretti ad abbandonare il lavoro proprio non per giorni ma per settimane, trasmodavano in tutti i sensi per far colpo sugl'ignoranti, su' quali non poco pesava pure l'atteggiamento della maggior parte del pubblico che prendeva interesse nel giudizio, intervenendovi come ad una scuola d'istruzione sul miglior modo di perpetrare i delitti e scansarne la pena. Così i pronunziati intorno al fatto venivano fuori per lo meno a caso, le sentenze doveano calcarsi su que' pronunziati e tutto si guastava; i cittadini medesimi cercavano con ogni mezzo di scansare tale ufficio, poichè non era permesso il rifiutarvisi, ma grosse multe obbligavano a godere e far godere i beneficî di quest'aurea libertà; tal era un giudizio criminale». Bisognerebbe disperare de' miglioramenti serii delle istituzioni umane, per ritenere che siffatta critica, da potersi allargare e prolungare per un volume, non abbia ad essere pronunziata da' nostri successori: così Dio pietoso non voglia che abbiano a pronunziarla con maledizioni verso di noi imbevuti di dottrinarismo fino a smarrire il senso della realtà, dominati da pregiudizii assai più che non crediamo, molto spesso repugnanti a predicare su' tetti ciò che riconosciamo tra le mura domestiche, ed avviati pur troppo a mostrare, dolorosamente, che non è tanto difficile conquistare un gran bene quanto è difficile conservarlo. Ma essi non si rifiuteranno certamente a discutere i processi de' tempi nostri; bensì li vaglieranno con tutta la cura possibile, costretti a guardarsi dalle esagerazioni che abbiamo introdotte in un certo senso, dopo quelle che hanno dominato in un senso opposto.

Che si tratti di quistioni estremamente ardue, è stato già ammesso da coloro i quali hanno voluto vedere un po' addentro nel fatto della congiura del Campanella. E veramente ogni imputazione politica grave, massime in tempo di servitù, suscita sempre nell'animo dello storico una perplessità inevitabile, se non sull'esistenza medesima della colpa ventilata, almeno sulla precisa indole ed estensione di essa. Ma la perplessità cresce a mille doppi nel fatto del Campanella, trattandosi di un'imputazione politica complicata da un'imputazione religiosa, seguita da processi senza dubbio formati in tempi orribili per oscurantismo, efferatezza e rapacità, presso al sorgere pauroso di un nuovo secolo, tra lotte giurisdizionali accanite, sospetti governativi eccitati, malumori popolari profondi, inimicizie cittadine roventi, odii frateschi implacabili; aggiungendovi lo zelo ferocemente interessato de' primi Inquisitori, le torture e spoliazioni inaudite, il terrore universalmente diffuso, la sollecitudine in molti e nello stesso Campanella di salvarsi ad ogni costo, il guiderdone apertamente dimandato da alcuni plebei, e non meno apertamente ambito da alcuni nobili, si ha un cumulo di quistioni non solo oscure, ma anche complesse ed intralciate al più alto grado. Chi si è lusingato di avere pienamente risoluto il problema, in un modo o in un altro, uscirà presto d'illusione, quando da' nuovi documenti saprà che uno de' Giudici ecclesiastici, antico Inquisitore e peritissimo nella materia processuale, il Vescovo di Termoli, reputava il processo di eresia «malissimamente fondato» e riteneva anche il fondamento del processo di congiura «molto tenue anzi falso»; invece un altro Giudice successo al primo, originariamente avvocato, non meno avveduto ed anche esercitato nelle cose del S.to Officio e ne' più alti negozii, il Vescovo di Caserta, non aveva il menomo dubbio sulla verità di entrambe le imputazioni e trovava anzi nell'una un valido appoggio per l'altra, Difatti, tutto considerato, la congiura del Campanella ci si prosenta senza mezzi termini, o come una macchinazione da parte sua per un audacissimo tentativo di rivolgimento politico e religioso ad un tempo, o come una macchinazione da parte del Governo per estinguere anche la più lontana velleità di un rivolgimento. D'altronde, giustamente o ingiustamente, i processi vennero a costituire il Campanella in una posizione giuridica tale, da non avere innanzi a sè che una di queste due vie: o sobbarcarsi all'ultimo supplizio, sia montando rassegnato, come Maurizio de Rinaldis, sulla scala della forca, sia montando alteramente, come allora appunto faceva in Roma Giordano Bruno, sul rogo dell'inquisizione; ovvero adoperare tutti gli accorgimenti, i cavilli, le finzioni ad ogni costo, che poteva suggerirgli il suo ingegno versatile e sottilissimo. Egli prescelse quest'ultima via, e disse, disdisse, accusò, scusò, non potè resistere, fece la sua confessione ne' tormenti; di poi, propriamente nella faccenda dell'eresia, si mostrò pazzo, ed appunto per questa pazzia, alla quale non si prestò credito, ebbe quel tormento crudelissimo da lui medesimo narrato non senza qualche garbuglio, lasciando per lo meno nel buio perchè e da chi l'avesse avuto; in tal guisa egli giunse a sottrarsi alla morte dal lato dell'eresia e a pigliar tempo dal lato della congiura, tanto da essere poi lasciato in una prigionia indefinita, onde il fatto della sua pazzia ci è apparso importante al punto, da doverlo notare fin sul titolo di questo libro. Nessuno potrebbe legittimamente fargli un rimprovero di avere prescelta la seconda via anzichè la prima, e si vedrà che egli aveva una ragione riposta, un po' più alta di quella della propria conservazione, per non comportarsi altrimenti: ma è chiaro che egli più di tutti dovè contribuire ad addensare le nebbie intorno alle cose sue, non solo quando si trovò sotto l'enorme pressione de' testimoni e de' Giudici, ma egualmente durante e dopo la lunga e terribile prigionia; è chiaro che egli dovè con le notizie date ne' suoi scritti svariatissimi sconvolgere in tutti i sensi i fatti processuali, fino a rimanerne i suoi più cari amici crudelmente bistrattati, le sue convinzioni intime ostentatamente rigettate e con ogni probabilità dissimulate per tutto il rimanente della sua vita.

Adunque non è possibile sentenziare in fretta e in furia sopra quistioni di loro natura intralciate, e divenute studiatamente sempre più intralciate: bisogna procedere oltremodo riguardosi e cauti, attingere a tutti i fonti, investigare, vagliare, confrontare, e questo, lo diciamo francamente, ci mantiene alquanto angustiati. Giacchè ci accade spesso di leggere tirate contro i così detti infarcimenti di erudizione, contro la facile erudizione, contro l'analisi minuta, ed inni alla forza d'intuizione, alla potenza della sintesi e ad altrettali parole rumorose. La facile erudizione! Forse per questa facilità si trovano sempre quasi deserte o affatto deserte le sale di studio degli Archivii, tanto che si è mostrati a dito, e spesso con taccia di stravaganza, allorchè vi si accede piuttosto frequentemente; forse per questa facilità avviene altrettanto, allorchè si accede alle pubbliche Biblioteche e vi si dimandano libri di vecchia data. Pur troppo ogni lavoro che sforzi chi legge ad occuparsi sul serio è preso in uggia, ed assai sovente lo si dichiara indigeribile, sol perché le facoltà digerenti sono affievolite. Ma non c'è rimedio: il Campanella non è di que' soggetti che si possano capire a prima vista, e in sèguito delle sue traversìe dovè rendersi tanto più riboccante d'incognite da tutti i lati; basta vedere che con la medesima chiarezza egli è apparso ad alcuni monarchico e cattolico per eccellenza, passionato fautore della Monarchia di Spagna e del Papato, ad altri è apparso uomo senza alcuna religione ed alcuna fede, canzonatore degli spagnuoli e del Papa. Bisogna dunque ingegnarsi a rifarne la storia con più numerosi documenti e più retti criterii, lasciare da parte i voli pegasèi, ed attenersi ad un viaggio pedestre, abbastanza faticoso, molte volte noioso; con tutto ciò non lasciarsi nemmeno illudere dalla speranza di aver detta l'ultima parola, ma contentarsi di avervi con qualche efficacia spianata la via e farsi un dovere di agevolarne in tutti i modi l'accesso. Ecco quindi, in pochi cenni, l'andamento dato alla nostra narrazione.

Indispensabili ci sono apparse le seguenti cose. Cominciare a parlare del Campanella fin dalla sua nascita, per accompagnarlo passo passo ne' suoi studii, nelle sue amicizie, nelle sue peregrinazioni, ne' suoi primi incontri col S.to Officio, che non furono pochi nè di poca importanza: si avranno così tante notizie che aiuteranno di molto a conoscere non solo l'uomo, i suoi tempi, le sue relazioni, ma anche certi fatti in intima connessione con quelli della congiura e consecutivi processi, giacchè vi sono da questo lato antecedenti degni di molta considerazione. Tener presenti le opere d'ingegno da lui successivamente composte, indagandone con ogni diligenza le date della composizione ed anche della ricomposizione per quelle in buon numero che furono ricomposte, non senza notarvi in pari tempo taluna delle varianti introdottevi quando riesca possibile: le vicende del Campanella non doverono avere poca influenza sulle idee che egli venne a manifestare, e i lunghi cataloghi delle sue opere, così come li abbiamo, senza la data rispettiva di ciascuna, non contribuiscono a far intendere l'atteggiamento suo ne' diversi tempi, ma invece possono menare come hanno menato a notevoli abbagli. Non lasciare indietro alcuna nozione delle persone e delle cose del tempo, dovendo cercar lume da per ogni dove, apprezzare le circostanze in mezzo alle quali si potè pensare a un disegno d'insurrezione, giudicare ciascuno di coloro i quali vi presero parte effettiva o supposta, o vi ebbero in qualunque modo relazione: specialmente per quelle persone che condivisero col Campanella le esultanze, gli errori, i meriti, le tristi conseguenze, non si potrebbe in altro modo valutare l'atteggiamento che assunsero, la credibilità di ciò che dissero; e la cosa medesima vale pe' persecutori, pe' Giudici e via via fino alle supreme Autorità dello Stato e della Chiesa. Appellarsi di continuo a' documenti, far parlare essi medesimi sempre che si può, citare i fonti di qualunque fatto che si asserisca, anche se pel momento non sembri di una certa importanza: abbiamo troppe volte avuto motivo d'indignarci, perchè, nel caso di materie molto quistionabili, gli scrittori non si siano creduti in dovere di citare i fonti, per documentare le loro assertive e facilitarne contemporaneamente lo studio agli altri che vi avrebbero atteso in sèguito; nel caso attuale, certamente quistionabile ancora, sarebbe grave la mancanza delle citazioni e di tutte le dilucidazioni opportune, tanto più che infine non occupano un grandissimo spazio, e coloro i quali non vi prendono interesse possono saltarle.

Da un lato solo forse ci siamo veramente lasciati trasportare un po' troppo, dal lato delle memorie di Napoli, avendo spesso abbondato in particolari nel farne menzione. Ma ci ha arriso la speranza che i napoletani avrebbero gradito leggere questa narrazione, e rilevato con compiacenza il ricordo delle cose del tetto nativo. Considerando l'interesse destato sempre da quelle scene, in verità abbastanza luride, che s'intitolano dal Masaniello, nelle quali, tra mille rovine, una plebe sfrenata faceva pur sempre udire le rauche grida di Viva il Re di Spagna, ci è parso impossibile che altrettanto interesse non sarebbe riuscita a destare la congiura che s'intitola dal Campanella, la sola che preparava il grido d'indipendenza, recando poi tanto strazio ad uno di coloro i quali hanno maggiormente onorata la patria. E se ci fossimo ingannati? Ce ne increscerebbe molto per l'editore, giacchè per la prima volta abbiamo trovato un vero e proprio editore; quanto a noi, siamo già abituati ad avere solamente quel premio che dà a sè stesso il dovere adempiuto.


Introduzione

Nella fine di luglio 1598, fra Tommaso Campanella, dopo parecchi anni di assenza, se ne ritornava nella sua Calabria, e fermatosi un poco in Nicastro si riduceva poi direttamente a Stilo suo luogo natale. Quivi, scorso appena un anno, nell'agosto 1599, si trovò imputato di quella rinomata congiura che s'intitolò dal suo nome, per la quale la Calabria fu aspramente percossa, parecchi furono giustiziati, moltissimi dispersi e spogliati de' loro beni; ed egli, con un gran numero di compagni laici ed ecclesiastici, tradotto a Napoli soffrì un doppio processo, di congiura e di eresia, fu costretto a mostrarsi pazzo per qualche tempo, ne riportò immani sevizie e 26 anni di carcere. Questo fatto capitale della vita del Campanella noi intendiamo di narrare; ma gioverà vedere con ogni diligenza tutti i precedenti del filosofo, non solo per rettificare diverse cose ed aggiungere ulteriori notizie a quanto si conosce della sua biografia, ma principalmente per rilevare diverse circostanze rimaste oscure od ignote, e tutto ciò che può dare un po' di luce appunto nella tenebrosa faccenda della congiura e dell'eresia.

CAP. I. PRIMI ANNI DEL CAMPANELLA E SUE PEREGRINAZIONI.
(1568-1598).