Si ripigliavano intanto più e più volte gli esami de' frati, e poi si passava a quello de' testimoni. Nel medesimo giorno, 19 maggio, si esaminavano ancora fra Paolo, il Bitonto, il Petrolo, fra Pietro di Stilo, il Lauriana[165]. Fra Paolo fu interrogato di nuovo circa quel libretto di cose superstiziose, e richiesto del motivo pel quale vi si leggeva un segreto per non confessare alla corda, onde si poteva dedurre che egli temesse di averla a soffrire; fu interrogato ancora su' detti e fatti del Campanella, su' frati i quali si erano congregati in Pizzoni, sull'impegno preso di dover predicare contro la fede al tempo della ribellione. Ed egli in fondo negò ogni cosa, nominò i congregati in Pizzoni, e all'ultima dimanda rispose «son frate semplice et non intendo Latino, come volea predicare»?—Il Bitonto fu interrogato circa la sua conoscenza con Felice Gagliardo e con Cesare Pisano, l'andata in Messina con Cesare, i discorsi fatti in tale occasione, la consacrazione di diverse ostie e lo scellerato abuso fattone, come pure circa il motivo pel quale avea lasciato l'abito e tolta la corona al tempo della sua cattura. Ed egli, qualificando il Gagliardo, come il Pisano, tristissimo uomo, ricordando le circostanze per le quali avea dovuto trovarsi con loro, negò energicamente tutti i fatti criminosi che se gl'imputavano; e addusse una sua malattia e il trovarsi in una vigna, per ispiegare il fatto dell'abito e della corona, conchiudendo sul fatto dell'ostia consacrata, «mi potete fare mettere nel foco e farmi ingiottire così come datum, et abiron, se mai hò ditto, ne fatto tal cosa».—Il Petrolo fu esortato a dire la verità, se gli fossero piaciute le opinioni del Campanella, mentre l'aveva tanto spesso udito parlare di eresie ed aveva continuato sempre a trattarlo, fino ad associarglisi nella fuga travestito quando era ricercato dal S.to Officio, e poi trovavansi nel processo tante cose contro di lui da doversi ritenere convinto. Ed egli si scusò sopra ciascuno addebito, persistendo pur sempre nel sistema di denunziare senza parsimonia i detti e fatti del Campanella, onde ripetè che fra Tommaso presso la Roccella gli avea detto essere stato da lui mandato Maurizio presso i turchi, come pure esser baie le credenze sul fico mangiato da Adamo, e in Squillace avea detto a un capo di squadra non trovarsi morte ma mutazione di essere, conchiudendo, «in altro son grandissimo peccatore, ma contra la fede non hò peccato».—Fra Pietro di Stilo fu esortato egualmente a dire la verità, se fosse stato consapevole de' fatti e detti del Campanella contro la fede ed impegnato a predicare in questo senso a tempo della ribellione, ciò che rendevasi credibile, essendo lui intimo del Campanella e di fra Dionisio, ed avendo anche esortato qualcuno (intendasi il Soldaniero) a non rivelare ed anzi a credere quelle eresie, come constava nel processo. Ed egli negò di aver mai saputo cosa alcuna del Campanella contro la fede, negò di essere amico di fra Dionisio, mentre era invece amico del Polistina, confermando che fra Dionisio era scelleratamente abituato a parlare senza ritegno della più turpe lussuria, ed egli avea rimproverato il Campanella perchè conversava con lui; inoltre negò di aver mai parlato con alcuno in lode del Campanella se non per cose di filosofia.—Da ultimo il Lauriana fu interrogato sul motivo pel quale avea suonate le campane all'armi quando i ministri del S.to Officio erano venuti a catturare certi imputati, e fu eccitato a dire la verità, mentre era tanto amico del Campanella e di fra Dionisio da doversi ritenere non pure consapevole ma complice delle loro eresie ed impegnato a predicarle, come era noto per deposizioni. Ed egli si scusò, dicendosi suddito del Pizzoni ed obbligato ad eseguirne gli ordini ricevuti dietro erronei apprezzamenti; fece avvertire che non era letterato e quindi non era capace di predicare, ed aggiunse che avea comunicato al Pizzoni quanto gli era accaduto di sapere, che aveva pure scritta una lettera dettata dal Pizzoni per dar notizia al P.e Generale della ribellione e di alcune cose di S.to Officio, che aveva egli medesimo portata questa lettera alla posta di Monteleone. In tal guisa procedevano gli esami, condotti con molta perizia e conoscenza della causa, come risulta da' documenti; questi mostrano inoltre lo studio che il Vescovo di Termoli vi faceva, notando al margine di essi non solo i punti più importanti, ma anche i raffronti con gli esami anteriori, le menome varianti e le cose che gli sembravano inverosimili.

Si produsse allora un primo incidente tra' parecchi che in questa causa si verificarono. Fra Pietro Ponzio, sulla cui persona era stata fatta una ricerca di corrispondenze provocata dal Lauriana, si pose con tanto maggiore accanimento, egli e fra Dionisio, a sorvegliare il Lauriana e il Pizzoni, che tenevano corrispondenza tra loro. Il Lauriana trovavasi nella carcere da basso con più di venti individui, ed il Pizzoni stava in una delle carceri superiori con Gio. Angelo Marrapodi, Geronimo Conia e Marcantonio Stanganella: Aquilio Marrapodi, giovanetto quattordicenne, figlio di Gio. Angelo, serviva questi ultimi ed anche il Lauriana, fra Pietro e fra Dionisio, ed eludendo la vigilanza de' carcerieri portava le corrispondenze; un giorno fra Dionisio lo sorprese, gli tolse una lettera che teneva nascosta in petto, lettera senza firma e senza indirizzo, ma scritta certamente dal Lauriana al Pizzoni. Con essa il Lauriana diceva di avere inviate prima altre lettere, raccomandando di lacerarle, e di aver fatto capitare a fra Francesco da Tiriolo (che ricordiamo aver visto carcerato per la causa della congiura e già liberato) alcuni memoriali da doversi presentare; infine raccontava minutamente l'ultimo esame cui era stato sottoposto. La lettera fu mandata da fra Dionisio, mediante lo stesso Aquilio, a fra Pietro Ponzio, e da costui fu presentata al Vescovo di Termoli, qualificandola «un concetto importante pel progresso della presente causa»; immediatamente, il 26 maggio, il tribunale venne ad occuparsene[166]. Fu interrogato fra Pietro, che disse avere avuta la lettera da quel servitorello, e crederla scritta dal Lauriana al Pizzoni. Fu interrogato in genere il Lauriana, che negò ogni cosa. Fu interrogato Aquilio, che affermò di servire suo padre ed anche que' monaci pei quali comprava cose da mangiare; affermò di aver portato lettere di secolari alla posta ma non di monaci, aggiungendo con grande disinvoltura, «se si trova che habbia portato pur un viglietto di questi monaci, voglio che mi sia tagliata la testa». Gli fu presentata allora la lettera, dimandandogli se sapeva leggere e scrivere; ed egli disse di saper «legere quando la lettera è bona et un poco scrivere», ma affermò di non conoscere quella scrittura. I Giudici, per convincerlo, fecero subito venire fra Pietro, il quale gli ricordò che avea portato biglietti e lettere del Lauriana e del Pizzoni, e n'era stato rimproverato da lui ed anche da un altro carcerato, Cesare Bianco; ed Aquilio dovè confessare ogni cosa, e licenziato fra Pietro, richiesto perchè non avesse detto prima la verità, con non minore disinvoltura rispose che non se n'era ricordato, aggiungendo di aver portato un'altra volta al Pizzoni un biglietto che il Lauriana gli avea detto essere memoriale, che non credeva di essere stato veduto ma che Cesare Bianco l'avea realmente rimproverato; e dietro altre dimande rispose che il Pizzoni non potea scrivere (aveva la spalla offesa), ma che con lui stavano suo padre e il Conia e lo Stanganella, i quali sapevano scrivere. I Giudici vollero ancora interrogare Cesare Bianco, che era di Nicastro e trovavasi carcerato per la congiura, e costui confermò di aver visto il Lauriana dare il biglietto pel Pizzoni e di averne mosso rimprovero ad Aquilio: e fatto venire il Lauriana lo confrontarono con costui, ed egli giunse a dire, «Dio mi mandi alle pene dell'inferno se mai hò fatto tal cosa», e licenziato il Bianco e richiamato Aquilio, confrontarono il Lauriana anche con lui, e il Lauriana continuò sempre a negare, e rimasto solo e presentatagli la lettera, disse che non avea fatta tale scrittura, che essa non era di mano sua ed egli non avea comunicato il suo esame ad alcuno. Ma le notizie dell'esame erano precise, e potevano essere state date solo o dai componenti il tribunale, o da lui, che aveva in tal guisa tradito pure il segreto solito ad imporsi dal tribunale ad ognuno che si esaminava: rimase quindi ben provato che il Pizzoni e il Lauriana si concertavano tra loro, per esimersi dalla responsabilità che più o meno aveano comune con gli altri frati da loro accusati; erano perciò sospetti, ed anzi falsi, se non in quanto agli altri, certamente in quanto alle persone proprie.

Nella stessa seduta fu esaminato di nuovo il Pizzoni[167]; e prima di tutto gli si dimandò se avesse mai ricevuto lettere e memoriali dal Lauriana, ed egli rispose negativamente. Si volle allora che ripetesse le circostanze in cui il Campanella gli avea parlato delle profezie e delle rivoluzioni che dovevano accadere, e dicesse come e perchè fra Dionisio gli avea già parlato prima dell'eresie medesime ripetutegli in seguito dal Campanella, opponendo essere inverosimile che, mentre il Campanella indignato di non poter avere da lui fuorusciti a sua divozione aveva esclamato «ben mi fu detto da M.o Gio. Battista (Polistina) che tu sei un traditore», si era tuttavia lasciato andare a rivelargli tante eresie e tante empietà; inoltre gli si dimandò se conoscesse complici degli errori del Campanella e di fra Dionisio. Evidentemente si voleva cogliere il Pizzoni in qualche contraddizione, ma egli imperturbato ripetè le circostanze di que' discorsi, e l'occasione avutane dall'essere stati ricordati i travagli patiti in Roma dal Campanella, e le opere composte da lui; disse che la qualificazione di traditore, secondo l'avviso di M.o Gio. Battista di Polistina, gli fu data dal Campanella dopo i discorsi della ribellione e dell'eresia e non già prima; infine dichiarò di non conoscere complici.

Il 29 maggio si ritornò ad esaminare il Lauriana ed il Petrolo[168]. Al Lauriana si dimandò dapprima se si fosse risoluto a dire la verità sulla faccenda della lettera mandata al Pizzoni, ed egli rispose di averla detta la verità. Poi gli si dimandò una quantità di circostanze in cui avea dovuto udire le eresie del Campanella e di fra Dionisio, e se le avesse udite anche da altri, e come si fosse accorto che il Pizzoni vi partecipava, e se veramente fosse stato dal Pizzoni esortato a credere le eresie del Campanella, secondochè avea dichiarato nel primo esame sostenuto in Monteleone e ratificato in Gerace. Ed egli ripetè soltanto la scusa già data altra volta su quest'ultimo fatto, ma per tutto il resto disse sempre di non potersene rammentare, e si riportò costantemente al suo primo esame; «vedete llà ala mia esamina che llà lo trovareti».—Quanto al Petrolo, gli si dimandarono diversi chiarimenti sulle cose dette negli esami sostenuti in Calabria, e massime come e dove il Campanella dicesse le sue eresie a frati e secolari, come fosse egli venuto a conoscere la cifra che il Campanella e il Pizzoni adoperavano tra loro, come e dove ed a chi il Campanella esponesse le rivoluzioni che doveano accadere e le profezie che vi si riferivano, e quando ed a chi dicesse di voler predicare la libertà. E il Petrolo ripeteva le cose già deposte, conformando sempre che il Campanella non parlava di eresie agli altri così liberamente come faceva con lui, ma per motti e in diversi luoghi; che alla Roccella avea vista la cifra in una scrittura, la quale il Campanella gli disse essere una lettera del Pizzoni; che le profezie e le rivoluzioni erano state esposte dal Campanella dapprima nella Chiesa di Stilo, predicando all'altare sopra una sedia, ed a lui solamente il Campanella avea detto, «par che queste profezie parlino di me»; infine che non ricordava dove, e quando, e con chi il Campanella avesse detto voler predicare la libertà.

Continuarono gli esami nel giugno seguente, e in essi potè intervenire il Nunzio, essendo tornato in Napoli dalla sua Chiesa di Troia; ma dopo quattro sole sedute egli mandò di nuovo in sua vece l'Auditore Antonio Peri, che lo sostituì per tutto il rimanente dell'anno, sicchè nella più gran parte del processo offensivo, in tutto il ripetitivo, ed anche in quasi tutto il difensivo, il Nunzio non assistè menomamente. Dal suo Carteggio rilevasi che in questo ritorno da Troia egli potè vedere quale fosse la sicurezza delle strade, ed essere informato sopra i luoghi intorno alle criminose relazioni tra banditi ed ecclesiastici: non sarà inutile riportare qui un brano di lettera da lui scritta al Card.l S. Giorgio su tale argomento, poichè interessa conoscere pienamente i tempi e farsi un concetto giusto di quella abominevole miscela di frati, clerici e banditi, la quale non era propria della Calabria a' tempi del Campanella, ma comune a tutto il Regno anzi a tutto il mondo che diceasi civile, venendo dalle autorità ecclesiastiche riguardata in un modo per lo meno singolare[169]. «Le replicarò che quanto alla ricettatione de' banditi et al commercio che tengono con loro molti Clerici, et tutti i religiosi che stanno in certi Conventi, dove per il poco numero non si osserva regola alcuna, è necessario provedervi in qualche modo acciò non segua così spesso che le Chiese et i Conventi sieno violate da questi Ministri Regii (ecco il vero e proprio inconveniente agli occhi del Nunzio), che gridono alle stelle che dette Chiese et Conventi sieno ricetto di tristi et d'assassini come riscontro pur troppo vero, et al ritorno di Troia è bisognato che mi proveda di chi mi assicuri la strada, poichè la sera che arrivai ad Ariano intesi che poco avanti erano stati rubati due mercanti Raugei et menati via da una truppa di Banditi per farne ricatti, onde scrissi al Vicerè della Provincia che è il Conte del Sacco, il quale non solo mi mandò 20 Archibusieri ma venne ancora lui su la strada per aboccarsi con me, et mi fece gran querela di quanto hò detto, con soggiugnere che fra gli altri certi Monaci di M.te Vergine che stanno à S. Guglielmo, luogo in quelle campagne[170], non solo raccettano, ma partecipano i loro furti, portano ambasciate fra di loro, et sono mezi alli ricatti» etc. etc.—Continuarono dunque gli esami coll'intervento del Nunzio, e il 7 giugno si udì per la 3a volta il Pizzoni, rimanendo dal suo esame occupata l'intera seduta[171]. Diremo in breve che, sempre dietro dimande, egli dichiarò di avere udito una volta sola parlare di eresie e di ribellione tanto il Campanella quanto fra Dionisio; e redarguito, perchè nel primo esame avea detto di avere udito eresie dal Campanella in Stilo ed in Pizzoni, dichiarò che in Gerace non gli era stato letto il primo esame, e che il processo del Visitatore conteneva falsità. Addusse un altro motivo della sua andata a Stilo, un pagamento che dovea fare ad un frate, e ne fu redarguito da' Giudici. Narrò la sua andata a Stilo, seguita dall'altra ad Arena, insieme col Campanella accompagnato da' parenti armati. Disse di aver conosciuto già prima il Soldaniero, capo di banditi, che gli avea mandato una lettera minatoria, e di averlo poi visto passeggiare col Visitatore e fra Cornelio nel convento di Soriano il 28 agosto, ma di non sapere se egli fosse informato delle eresie del Campanella, sapere bensì che avea parlato con fra Dionisio; e redarguito, perchè nel primo esame avea detto che il Soldaniero era informato di tutto, dichiarò che fra Cornelio lo scrisse di sua volontà e poi non glie lo lesse. Negò di avere usato mai cifre col Campanella; confermò di avere scritto al P.e Generale e di aver dettata la lettera al Lauriana; stretto dalle dimande dovè negare che il Campanella e fra Dionisio gli avessero in Pizzoni parlato di eresie alla presenza d'altri, e dichiarare che fra Dionisio non si trovò mai in Pizzoni in compagnia del Campanella (dovè quindi dare una grave smentita al Lauriana). Accettò di avere ordinato al Lauriana che suonasse le campane all'armi nel tempo della loro cattura, ma aggiunse di averglielo subito vietato quando seppe che trattavasi della venuta de' soldati del Battaglione. Confermò di aver prima parlato al Visitatore delle eresie udite, notando che vi era andato egli solo: ma i Giudici gli obiettarono che se avesse davvero parlato prima al Visitatore di quelle eresie estragiudizialmente, non gli sarebbe stato possibile il volerle poi occultare, quando fu tratto in giudizio innanzi al medesimo Visitatore; ed egli si scusò adducendo il terrore avuto perchè ognuno gli annunciava la morte, l'essergli stato quindi necessario che il Visitatore e fra Cornelio gli ricordassero ogni cosa con una nota scritta che tenevano nelle mani, aggiungendo pure che aveva fin d'allora avuto minacce dal Campanella per mezzo di Gio. Tommaso Caccia. Nè dopo tutto questo i Giudici ritennero esaurito l'esame del Pizzoni.

Il 17 giugno furono esaminati nuovamente il Lauriana, il Petrolo, fra Pietro di Stilo; il 20 giugno fu esaminato per la 4a volta il Pizzoni. Stretto dalle dimande, il Lauriana confermò che quando il Campanella si fece a parlare di eresie c'era anche fra Dionisio oltre il Pizzoni (ed in ciò per lo meno la memoria non l'assisteva bene). Citò due occasioni per le quali il Campanella avea manifestato eresie: l'una, l'essere stata condotta dal Casale di Vazzano a Pizzoni una donna spiritata, e il Campanella la giudicò pazza, e nel dopo pranzo disse, «mi portano innanzi queste donne spiritate e matte, et io non tengo che ci siano ne spiriti, ne diaboli, ne inferno, e ne paradiso»; l'altra, l'avere il Campanella letto un capitolo di Plinio in cui parlavasi della natura, onde disse che Dio era la natura con tutte le altre proposizioni altra volta deposte (singolare raffronto con ciò che avea pure già dichiarato il Caccia, ma attribuendolo al Pizzoni). Disse che fra Dionisio gli avea solamente parlato contro l'eucaristia, ma presente il Campanella e il Pizzoni; e che il Pizzoni non avea mostrato di credere all'eresie, ma di approvare alcune opinioni scritte dal Campanella in un suo libro, aggiungendo che in quel libro trattavasi di opinioni contro S. Tommaso.—Il Petrolo poi dovè rispondere ancora una volta intorno a' complici del Campanella; e continuò a dire che non ne conosceva, e che il Campanella non avea manifestato mai eresie formali in presenza di altri, sibbene si esprimeva per motti, de' quali fornì qualche esempio.—Infine fra Pietro di Stilo dovè dare chiarimenti intorno a ciò che il Campanella avea detto della elezione del Papa e de' miracoli; e fattosi leggere il primo esame cercò di attenuarne la misura, dolendosi anche di fra Cornelio che scriveva troppo diffusamente, ma conchiuse che confermava quanto nell'esame trovavasi scritto.—Ben più lungo fu l'esame del Pizzoni, che di nuovo occupò l'intera seduta. Sempre dietro dimande, dovè dichiarare in qual luogo fosse stato ammalato negli ultimi tre anni, e se in Stilo (che egli aveva taciuto nella sua rassegna) avesse avuto stanza anche il Campanella al tempo della sua malattia. Dovè dichiarare di nuovo se in Pizzoni, quando il Campanella parlò di eresie, fosse stato presente fra Dionisio; e dettogli che un testimone suo amico affermava che fra Dionisio c'era, fu costretto a smentirlo definitivamente, dicendo che quel testimone (il Lauriana) sapeva di tali cose quanto il muro della stanza, che quel testimone, alla presenza di quasi tutti i frati ed altri secolari, aveva in Monteleone confessato che non sapeva addirittura nulla nè di ribellione nè di cose di eresia, e che avea parlato per paura e per subornazione del Visitatore, di fra Cornelio ed anche di D. Carlo Ruffo, con la speranza di essere subito liberato anzi premiato, e la paura era stata tale che avrebbe deposto perfino contro suo padre; che quanto avea deposto eragli noto solamente per la lettera al P.e Generale scritta di sua mano sotto la dettatura di esso Pizzoni. Intorno a tutte le altre citazioni di deposizioni testimoniali contrarie (riferibili segnatamente al Caccìa, senza che il nome di lui fosse pronunziato), egli dichiarò che doveano provenire da persone infami e bugiarde, o inimiche, o sedotte, ovvero anche da falsità di scrittura, dando per sospetto il Visitatore e fra Cornelio, ed affermando che in Monteleone il Pisano e il Caccìa se n'erano lamentati con gli altri prigioni, perchè gli aveano carpiti 100 scudi per uno ed altri donativi, con la promessa di sottrarli alla Corte secolare, e così gli aveano fatto dire quello che aveano voluto; inoltre il Caccìa avea dimandato perdono ad esso Pizzoni, per aver deposto dietro insinuazione di que' due frati, che gli dicevano essersi avute deposizioni del Pizzoni contro di lui, e poi anche dietro gli atroci tormenti sofferti mentre era travagliato dalla febbre. Negò di nuovo la cifra; confermò che il Lauriana gli avea detto essere rimasto scandalizzato, perchè il Campanella in una predica in Stilo aveva esclamato, «oh si mi fusse lecito estendermi in questa materia», parlando del governo de' Principi e Prelati, non già di eresia; infine ripudiò ad una ad una tutte le eresie che gli erano state addebitate.

L'indomani, 21 giugno, fu esaminato di nuovo il Bitonto, e poi, per la prima volta, fra Dionisio[172]. Il Bitonto dovè dar conto di ciascuno di que' molti fatti che avea deposti il Pisano, e che direttamente o indirettamente lo riguardavano (senza che il nome del Pisano fosse mai pronunziato): ed egli rispose costantemente «non ho mai inteso tal cosa», qualche volta anche «l'ho inteso da che son qua carcerato», ovvero «l'ho inteso quando so stato esaminato dalli giudici et in particolare in hierace», aggiungendo che quivi fu esaminato dal Vescovo e dal Visitatore, essendo presente anche Carlo Spinelli; e conchiuse che tutte quelle cose avevano dovuto esser deposte da qualche infame o nemico suo.—Si passò quindi a fra Dionisio. Costui, sempre dietro dimande, disse di aver saputo dal Sances e dal carceriere che era stato imputato in cose di S.to Officio insieme col Campanella, e negò con la più grande energia di aver peccato nella fede. Diè una lunga lista de' suoi nemici, a cominciare da' Polistina e dagl'inquisiti per la morte dello zio M.o Pietro, e venendo sino a fra Pietro di Stilo che disse creatura del Polistina, al Pizzoni finto amico nelle sue liti col Polistina e ladro di molti suoi scritti predicabili onde dovè infamarlo, al Lauriana partecipe del furto degli scritti ed incaricato della vendita di essi, oltrechè legato in nefande relazioni col nipote del Pizzoni, fra Fabio, e col Pizzoni medesimo, onde dovè scacciarlo dal convento di Nicastro dove esso fra Dionisio trovavasi Priore. Negò di aver mai trattato con qualche ebreo in Cosenza, dichiarando spontaneamente che a tempo di quell'ebreo, allorchè venne eletto il P.e Generale Beccaria (cioè nel 1588), egli trovavasi in Napoli, nel convento di S.ta Caterina a formello, e che seppe in Napoli da una lettera di suo zio M.o Pietro avere il Campanella avuto conversazione con quell'ebreo di cattiva fama in Cosenza, essere fuggito in compagnia di lui da Calabria ed avere arrecato questa fuga grande scandalo, onde gl'ingiungeva di non avere più relazione col Campanella; dichiarò anche, dietro dimande, di non avere mai più avuta notizia di quell'ebreo, nè occasione di parlare col Campanella, che non vide più per 7 od 8 anni dopo quel tempo. Negò assolutamente di avere mai avuto scandalo dal Campanella per cose di fede, mentre pure avea cercato di chiarirsene, poichè dicevasi che avea diavoli, comandava diavoli e credeva poco: aggiunse di aver saputo da lui che era stato inquisito nel S.to Officio per un Sonetto bruttissimo contro la fede e contro Cristo, quale Sonetto gli recitò, che l'accusatore era stato condannato in galera ed esso Campanella liberato senza abiura, non avendo mai voluto accettare di avere abiurato, mentre di poi in Napoli ebbe a sapere che l'abiura c'era stata (onde dovrebbe dirsi che pure tra loro amici intimi si manteneva l'equivoco, confondendo l'esito di processi diversi). Tale fu la prima deposizione di fra Dionisio, che egli non potè sottoscrivere per la tortura avuta nel tribunale della congiura, e che crocesegnò tenendo la penna stretta tra' denti.

Fu poi fra Dionisio esaminato di nuovo tre altre volte successivamente, il 20 e 28 giugno, ed il 13 luglio, continuando sempre ad intervenire agli esami non il Nunzio, ma l'Auditore di lui Antonio Peri. Il 26 giugno fra Dionisio cominciò dal dire spontaneamente che avea ricevute dal Lauriana due lettere, con le quali gli narrava l'esame sostenuto in Calabria e gli chiedeva perdono, avendolo a torto accusato di proposizioni eretiche contro l'eucaristia, a suggestione del Pizzoni e per uscire dalle mani de' secolari; che queste lettere gli erano state tolte da' carcerieri, ed egli riteneva dovessero trovarsi nell'altro processo; che da esse rilevavasi essere stato deposto dal Lauriana di avere udite le eresie in un discorso tenuto dal Campanella in Pizzoni con lui, fra Dionisio, e con fra Gio. Battista di Pizzoni, e tale fatto era la più grande menzogna, non essendosi lui fra Dionisio mai trovato in Pizzoni contemporaneamente al Campanella (il fatto era fondamentale, e il vederlo a notizia di fra Dionisio mostrava che le lettere c'erano state, salva la quistione di sapere se in esse si parlava realmente di accuse ingiuste e di domanda di perdono). Narrò poi, interrogato, le circostanze della sua cattura e di quanto gli era avvenuto ne' giorni consecutivi (ciò che fu da noi esposto a suo tempo). Fornì spiegazioni sulla sua lettera trovata presso fra Vincenzo Rodino, sulla sua conoscenza col Pisano, sull'andata con costui a Messina e sull'andata successiva col Campanella e col Bitonto a Castelvetere, dove il Pisano trovavasi carcerato pel furto di una giumenta del Principe, riconoscendo di aver voluto aiutarne la liberazione, ma semplicemente per l'onore della famiglia di esso. Fornì spiegazioni sul fatto dell'inglese che in Roma avea dato un pugno all'ostia consacrata, dicendo di averlo veramente narrato perfino dal pulpito «etiam cum lachrimis», per dimostrare la gran bontà e tolleranza di Dio: dichiarò di non aver mai conosciuto l'avvenimento del prete annegatosi con l'ostia, e ripudiò assolutamente il fatto osceno commesso con l'ostia, facendone rilevare l'inverosimiglianza. Infine negò di aver mai parlato in dispregio dell'eucaristia, e disse che le precise parole, con le quali gli si faceva tale dimanda, si trovavano nelle lettere del Lauriana (altra prova che tali lettere c'erano state); notando che in Pizzoni egli non potea dire tali cose, poichè c'erano soltanto suoi nemici e un vigliacco fuoruscito (certamente il Caccìa), il quale poi si disdisse nell'atto di essere giustiziato.—Il 28 giugno, esaminato per la 3a volta, fra Dionisio negò ad una ad una tutte le eresie e tutte le accuse che gli erano state apposte (dal Soldaniero, dal Lauriana, dal Pisano etc.) e che i Giudici gli vennero successivamente formolando, non senza dare qualche spiegazione in sua difesa. Così, a proposito del pugno da lui dato a un'immagine del crocifisso in Soriano, dichiarò che il Priore e Lettore di quel convento erano suoi nemici, che vi si trovava anche un gran fuoruscito a nome Giulio Soldaniero stato per tutta la quaresima in relazione con fra Gio. Battista di Polistina, ed egli avea temuto di essere ucciso o almeno bastonato da lui, e gli avea parlato sempre in pubblico. A proposito di altre eresie che si era deposto aver lui udite dal Campanella e lodate ed insinuate ad altri, dichiarò che il Petrolo, già da circa un mese, passando innanzi alla sua prigione si era avvicinato alla finestrina di essa e gli avea dimandato perdono, facendogli sapere che avea deposto essere stato detto dal Campanella, in presenza di lui fra Dionisio, che non c'era purgatorio nè inferno; onde temeva che questo potesse nuocergli, sebbene avesse pure aggiunto alla deposizione che il Campanella prima diceva le eresie a lui e poi le diceva anche agli altri, ma in modo che esso Petrolo non sapeva se gli altri le intendessero (e questo mostrava che veramente il Petrolo avea dovuto parlargliene). Infine negò di aver mai saputo che il Campanella si fosse proposto di predicare, e che egli medesimo dovesse predicare contro la Chiesa.—Il 13 luglio, esaminato per la 4a volta, dovè dar conto di altre eresie ed accuse, sulle quali non era stato ancora interrogato (quelle deposte da Maurizio per propria scienza o per detto del Vitale, come pure quelle raccolte nel processo di Squillace). Ed egli negò egualmente ogni cosa; ed a proposito del fatto dell'ostia che pretendevasi avere una volta consacrata e poi gettata a terra, disse di aver saputo da Maurizio, nel venire a Napoli, che tale fatto era stato deposto da Gio. Battista Vitale «credendosi schifare la morte almeno per alcuno giorno», e fece rilevare che il Vitale prima di essere squartato avea revocata quella deposizione (c'era quindi stato ad ogni modo un colloquio con Maurizio su tale fatto, salva rimanendo la quistione di sapere se Maurizio avesse realmente attribuito il motivo suddetto alla deposizione, ed anzi se vi fosse stata realmente una deposizione del fatto innanzi a' Giudici da parte del Vitale). Potè poi questa volta dopo cinque mesi, stando meglio co' suoi polsi, sottoscrivere il processo verbale dell'esame sostenuto.

Dobbiamo aggiungere che nella seduta medesima fu esaminato ancora Giulio Contestabile, qualificato non solo teste, ma anche principale, senza dubbio per avere troppo conversato col Campanella[173]. Egli disse di conoscere il Campanella e fra Dionisio, e di stimarli uomini tristi mentre erano inquisiti di cose triste; disse di sapere che il Campanella ora stato già prima processato per eresia, ma non sapere altro, e di avere due volte sole parlato col Campanella in Stilo, in casa sua, per la conchiusione della pace tra la famiglia sua e quella de' Carnevali; ma Geronimo suo fratello scrisse da Napoli che non volea si trattasse con persona già processata per eresia, ed avendo lui divulgata la lettera, il Campanella gli divenne nemico. Dichiarò di non aver mai udito il Campanella parlare di Cristo nè di Mosè, e fece rilevare che in Stilo c'era un altro Giulio Contestabile figlio di Lucio, Maestro della confraternita del Rosario e perciò molto assiduo nel convento dei Domenicani (il fatto era vero[174], ma rappresentava una scusa grossolana).