Il 13 gennaio, innanzi al Vescovo di Caserta e al pro-Vicario generale Curzio Palumbo, che a questo periodo del processo sostituì definitivamente il Vaccari nell'assistenza alle sedute, fu esaminato di nuovo fra Dionisio e gli fu dimandato se volesse dire altro, poichè le risse e le inimicizie da lui deposte non erano materia di S.to Officio. Fra Dionisio rispose che aveva inteso deporre sulle scritture trovate in camera sua e mostrategli dal Barrese, per le quali voleva essere punito se mai fosse risultato colpevole. Aggiunse poi che il Soldaniero, comunque scomunicato per averlo percosso, e già prima scomunicato anche dal Vescovo di Tropea per violata immunità ecclesiastica, non se n'era mai curato nè se ne curava, continuando ad ascoltare la Messa nella Chiesa del Castello.—Certamente il tribunale dovè allora rivolgersi a S. Eccellenza per avere le scritture in quistione, giacchè poco oltre un mese dopo, per ordine di S. Eccellenza, le scritture gli furono inviate: ma non credè di dover ritardare per questo la spedizione della causa principale, non si curò dell'avere fra Dionisio esposto che gli erano state tolte anche le scritture di difesa e i capi del fisco, procedè agli atti ulteriori e poco dopo abilitò, come allora si diceva, il Soldaniero ad uscire dal carcere. Fra Dionisio ebbe a sentirsene gravemente offeso, e pensò allora di rivolgersi al S.to Officio di Roma, dal quale vedremo in sèguito ordinato di procedere alla debita informazione sulla faccenda delle scritture. Non meno ebbe a sentirsene offeso fra Pietro Ponzio, il quale poco tempo prima avea potuto finalmente presentare i suoi capi di accusa, una denunzia formale in materia di S.to Officio contro i laici intervenuti nella rissa e qualche loro aderente, tra gli altri contro il Soldaniero. Entrambi i Ponzii erano stati tenuti quattro mesi ne' criminali del torrione, e può intendersi facilmente come fossero anche per questo divenuti furiosi.

Dobbiamo qui dire che nella stessa data, 13 gennaio 1602, fu iniziato un processo secondario contro Orazio S.ta Croce continuato poi contro Felice Gagliardo, sulla base appunto della denunzia presentata da fra Pietro Ponzio, la quale veramente, oltre il S.ta Croce e il Gagliardo comprendeva anche Giulio Soldaniero e un Ferrante Calderon dottore spagnuolo del pari carcerato[273]. I lettori intenderanno che riuscirebbe impossibile seguire tutti i particolari di questo processo, condotto a sbalzi per due anni interi, senza intralciare orribilmente la narrazione del processo principale ed anche correre il rischio di non finirla più; ma non possiamo dispensarci dal darne alcuni cenni, i quali veramente sono necessarii a chiarire certi fatti del processo principale, senza contare che ci fanno apprendere come si passava la vita nel Castel nuovo quando c'era il Campanella. La denunzia di fra Pietro mandata al Card.le Arcivescovo di Napoli, recava le seguenti cose, illustrate ed ampliate poi nel corso del processo a questo modo: 1o Contro il S.ta Croce; che era un pubblico bestemmiatore e diceva anche continuamente «santo diavolo» (esclamazione calabrese ancor oggi comunissima); che giocando a dadi col carceriere avea detto «Dio, non ti credo, se la prima volta ch'io giocarò con Martines non mi farai uscire da questo Castello con un Crocifisso alle mani et un chiappo in canna» (un laccio al collo per essere appiccato), e poi avea seguitato a giocare col Martines; che avea detto essere «il diavolo assai più potente di Dio, perchè Dio non aiuta gl'innocenti e il diavolo aiuta li suoi vassalli li tristi»; che non dava alcun segno di devozione, non andava a Messa nè recitava officio nè rosario, e ne' giorni solenni era visitato da una certa Delia sua antica concubina, con la quale stava di giorno e di notte, mangiava e giaceva in presenza anche de' frati, ed essendogli stato ciò proibito avea proferita una laidissima proposizione (la quale perciò sarà meglio non ripetere); che avea ferito fra Dionisio nella rissa, e trovandosi scomunicato non se n'era dato mai pensiero, anzi alle osservazioni fattegli avea risposto con un proverbio calabrese, «meglio essere scomunicato che comunicato all'imprescia» (comunicato in fretta). 2o Contro il Gagliardo; che era un pubblico mago e disegnava circoli con nomi di demonii, ed un libro con circoli disegnati trovavasi nelle mani degli ufficiali del Castello, anzi una volta un soldato con una gamba di legno, che stava al Castello dell'ovo, venuto ad esigere danari da lui avea detto che in quel Castello gli erano state trovate carte contro Dio; inoltre che nel Castel nuovo un certo Marcantonio Buono calabrese veniva a visitarlo per cose magiche, ed un giorno rimasti soli fecero insieme suffumigi con zolfo «e una pignatella piena di mill'imbroglie», e Geronimo Campanella entrando nella camera se n'uscì subito spaventato e cacciato dal puzzo gridando che là «ci erano cento mila diavoli», che in presenza de' carcerati si era vantato di rapporti carnali avuti con la suocera e la sorella della suocera, dicendo che era più dolce avere di tali rapporti con le parenti, e bene avea fatto Mosè a prescriverli; che pubblicamente ritenevasi aver lui scritto col proprio sangue una carta al diavolo donandogli anima e corpo; che era ladro, e in tutte le sue azioni avea sempre mostrato poco timore di Dio. 3o Contro il Soldaniero; che da due anni scomunicato per Cedoloni affissi alla Cattedrale di Tropea, e poi incorso nuovamente nella scomunica per aver percosso sacerdoti suadente diabolo non si era curato dell'assoluzione, continuando a udir la Messa e conversare con tutti absque resipiscentia. 4o Contro il Calderon; che avendo chiesto a fra Pietro su che si fondava il Campanella per sostenere prossimo il dì del giudizio, ed avendo udite citazioni della scrittura e de' Padri, e tra esse qualcuna di Esdra, si era lasciato dire essere Esdra semplice storico e non profeta; che avendo udita la citazione di S. Vincenzo Ferreri, cui Cristo aveva ordinato di predicare nell'occidente la prossima ora del giudizio, come leggevasi nel Breviario, si era lasciato dire queste essere ciarle fratesche per accrescere onore alla religione; che discorrendo della fede ne' beati ed in noi viatori, si era lasciato dire altro essere ciò che noi crediamo ed altro ciò che quelli vedono, ed esservi differenza non solo nel principio e nel mezzo, ma anche nelle conclusioni della fede; che infine si era lasciato dire la fede vera procedere dall'esperienza e non dall'udito, nè voler credere se non ciò che vedeva.

Co' criterii odierni non si potrebbe comprendere come mai fosse stato tratto in iscena questo povero dottore; ma bisogna sapere che nelle cose di S.to Officio non si transigeva facilmente in quel tempo, ed al contrario di quanto generalmente si ritiene, lungi dall'essere il tribunale della fede mal tollerato, vi si accorreva molto volentieri, come lo dimostrano le «spontanee comparse» contro la propria persona, numerose al punto da far rimanere stupiti allorchè si esamina una collezione di scritture di questo genere. Ad ogni modo sulla denunzia suddetta di fra Pietro Ponzio, cui si aggiunse la querela di Camillo Adimari contro fra Pietro per lo schiaffo che costui gli avea dato, querela del resto malamente diretta al tribunale della fede e però inutile, si diè principio al processo in quistione. Funzionarono quali Giudici il Vescovo di Caserta, Curzio Palumbo ed Antonio Peri, nella sola prima seduta; poi Curzio Palumbo e D. Manno Brundusio Fundano, clerico, Segretario del Vescovo di Caserta, nella 2a seduta e in qualche altra[274]; più tardi funzionò il solo Curzio Palumbo qual deputato speciale, e talvolta senza questo titolo, che anzi in qualche decretazione figurò il Cardinale Arcivescovo Gesualdo, e il nuovo Vicario generale Alessandro Graziano. Un notevole elenco di testimoni fu dato da fra Pietro ed anche dall'Adimari, e questo riesce di molta importanza per noi. Oltre i frati, D. Francesco Castiglia, il carceriere Martines e il sottocarceriere Antonio Ettorres (sic), vi figuravano pure Francesco Gentile, Geronimo e Gio. Pietro Campanella, il Marrapodi, il Conia, l'Adimari medesimo (dato da fra Pietro); Geronimo Baldaia, Marcello Salerno: il Notaro Prezioso, che dovea farne la ricerca, scrisse i nomi di questi ultimi, eccetto quello di Gio. Pietro Campanella forse per dimenticanza, e vi segnò a lato il rispettivo domicilio, onde si legge, «Geronimo Campanella è in Stignano, Geronimo Conia à Castellovetere, Camillo Adimari è d'altomonte non si sà dove sia» etc; quanto a Francesco Gentile si legge, «è stato carcerato e liberato, non se sape dove habita», e poi, «à mezzo cannone alla banda de la fontana, sagliendo ad alto passata la fontana» (una via di Napoli molto conosciuta). Raccomandando all'attenzione de' lettori questa notizia sul Gentile di cui avremo ad occuparci più in là, osserviamo per tutti i calabresi suddetti che erano già liberi nel tempo in cui fu scritta dal Prezioso quella lista, ed anche l'Adimari era libero, onde aggiungevasi quest'altro motivo perchè la sua querela rimanesse abbandonata: il processo della congiura era dunque finito per essi prosperamente, nè il S.to Officio avea posta l'empara per quelli che aveva esaminati in materia di fede, vale a dire Marrapodi, Conia, Adimari e d'altra parte Geronimo Campanella, sicchè avea lasciato cadere le imputazioni dapprima accolte contro di loro. Ma la data in cui fu scritta la lista del Prezioso non è determinata; si può solamente dire che dovè essere scritta tra il febbraio e l'aprile 1602, e però tale sarebbe la data approssimativa del rilascio della maggior parte di que' carcerati, mentre sappiamo che taluni di loro, come il Baldaia ed anche il Salerno, erano liberi da un pezzo; difatti dobbiamo ritenere essere stata scritta la lista quando trovavasi ancora in ufficio il Martines, che dal processo sappiamo aver patita l'esonerazione in maggio, mentre poi il processo fu avviato realmente nel mese di marzo, e continuato a riprese in luglio, agosto, settembre e novembre. Dapprima, il 13 e 19 gennaio, fu esaminato fra Pietro Ponzio per lo svolgimento della denunzia presentata; di poi si attese fino al 6 marzo per esaminare il Soldaniero, il quale già trovavasi fuori carcere e ad ogni modo pervenne a giustificarsi, affermando che nella rissa si era limitato a dividere i contendenti, e che in Tropea non era stato scomunicato lui ma un Camillo di Fiore al quale egli era subordinato; inoltre il 7 e 19 marzo furono esaminati quali testimoni fra Pietro di Stilo e il Petrolo, che confermarono i fatti asserti nella denunzia, e gl'illustrarono fornendo tutti i particolari sopra esposti. Si effettuò poco dopo la pace tra i Ponzii e il S.ta Croce, e costui, assolto dalle censure, venne quindi esaminato intorno alla rissa (28 marzo), nella quale affermò aver presa parte solo per dividere i contendenti, ed essere la ferita di fra Dionisio imputabile non a lui ma al Soldaniero. Dopo questo esame il processo rimase lungamente interrotto, nè venne ripigliato che scorsi quattro altri mesi, nel luglio; dobbiamo dunque anche noi interromperne l'esposizione.

Dicevamo che il tribunale non credè di dover ritardare la spedizione della causa principale per qualsiasi motivo, e difatti il 19 gennaio 1602 ordinò che fosse condotto alla sua presenza fra Dionisio, e gli assegnò un termine preciso e perentorio di altri 15 giorni per fare qualunque difesa se volesse farne; e fra Dionisio espose che non aveva Avvocato, e che gli occorreva la copia delle difese sin allora fatte. Nel giorno medesimo tenne lo stesso procedimento col Petrolo, col Lauriana, con fra Pietro di Stilo, con fra Paolo, col Bitonto, chiamandoli in massa alla sua presenza, e non ricordando che fra Pietro di Stilo aveva già da un pezzo rinunziato alle difese.—Ma il 26 gennaio fra Paolo e il Bitonto presentarono egualmente la loro rinunzia e dimandarono di essere spediti secondo gli Atti del processo che ritenevano legittimamente compilato, dicendosi poverissimi ed innocentissimi, cruciati da lungo carcere «per la tentata ribellione pretesa e figurata in aria, con riverenza, e per l'eresia»: lo stesso poi fecero, il 29 gennaio, il Lauriana e il Petrolo, dicendosi del pari innocenti, innocentissimi, cruciati da lungo carcere e l'ultimo di loro anche da un lungo tormento. Il tribunale allora, il 31 gennaio, citò questi frati compreso fra Pietro di Stilo, ed il loro Avvocato Stinca e Procuratore Montella, perchè dopo di essere stata intimata tale citazione venissero sulle 19 ore (verso mezzogiorno) alle case de' Giudici, per dire ed allegare su' capi spettanti al S.to Officio ciò che volessero, tanto a voce che in iscritto, nel diritto e nel fatto; e l'intimazione fu eseguita il 2 febbraio. Certamente non si potè fare lo stesso con fra Dionisio, poichè bisognava prima fornirlo de' documenti che gli mancavano e che egli aveva indicati al tribunale per poter fare le sue difese; e così forse accadde di dover procurare dall'altro tribunale la copia dell'esame di Cesare Pisano innanzi allo Sciarava, copia che trovasi inserta nel processo tra gli Atti del tempo al quale siamo giunti, senza saperne il motivo[275].

Deliberavasi intanto l'«abilitazione» del Soldaniero, e il 12 febbraio, fattolo venire alla presenza de' Giudici nel palazzo del Nunzio, lo si avvertì che dovea tenere per carcere la città di Napoli, in guisa da non poterne partire senza licenza ottenuta da' Giudici in iscritto, sotto pena di D.i mille in beneficio del fisco apostolico; e il Soldaniero si obbligò alla detta pena dando in garanzia tutti i suoi beni, ed indicò qual suo domicilio l'alloggio di Lucrezia la bottegaia alla Carità.—Ma i frati già avevano concertato di far cadere interamente sopra di lui la responsabilità delle scritture di sortilegio, e senza alcun dubbio si diedero premura di far accedere anche Felice Gagliardo al loro disegno. Così, fin dal 2 febbraio, fra Dionisio potè presentare al tribunale una Dichiarazione in questo senso, scritta da Felice Gagliardo e da fra Giuseppe Bitonto, a' quali si aggiunse inoltre fra Pietro di Stilo e fino ad un certo punto anche il S.ta Croce: costoro, più o meno, dichiaravano che alla loro presenza, mentre stavano sulla loggetta del Castello e il Bitonto portava la sua cassa nella camera di fra Dionisio, Giulio Soldaniero lo avea pregato di conservargli certe sue scritture d'importanza, le quali erano chiuse e suggellate, e il Bitonto per fargli servigio aveva aperta la cassa e rinchiuse in essa quelle scritture[276]. Il Gagliardo, che n'era stato per lo meno il copista insieme col Bitonto, con la solita disinvoltura aggiunse nella dichiarazione sua che quando il Soldaniero, dopo la rissa, fece istanza al luogotenente e sergente del Castello perchè procedessero ad una ricerca di carte presso fra Dionisio, disse a lui Gagliardo, «non dubitare, ch'io cilo carricata (int. ce l'ho caricata) a fra Dionisio, et adesso sì che lo farò bruggiare, perche quelli scritture che me vedesti porre in quella cassa sono pieni di negromantie et d'invocatione di diavoli, et sarà il complimento della sua rovina, et poco li gioveranno le defensione sue ch'ha fatte». Quanto al Bitonto, si capisce che cadendo su lui la responsabilità principale in questa faccenda, avea tutto l'interesse di fare e di procurare che altri facessero simili dichiarazioni: fra Pietro di Stilo poi vi si prestava gentilmente nell'interesse di tutti i frati, e si vede bene che i comuni pericoli aveano in lui cancellata ogni traccia della ripugnanza che avea sempre sentita per la persona di fra Dionisio. A questi tre venne ad aggiungersi ancora Orazio S.ta Croce, il quale per altro attestò solamente di aver veduto il Bitonto portare la sua cassa in camera di fra Dionisio e là deporla: con ogni probabilità egli dovè rilasciare questa dichiarazione, del resto veridica, a fine di cattivarsi i Ponzii co' quali gli premeva di far la pace, che difatti fu segnata tra loro nel seguente mese e gli procurò l'assoluzione dalla scomunica in cui era incorso. Fecero da testimoni nell'anzidetta dichiarazione il Curato e il Sagrestano del Castello, D. Gaspare d'Accetto e D. Francesco della Porta, inoltre il sergente Alarcon e due altri: essi certificarono le firme de' dichiaranti, ma solo quelle de' primi tre, la qual cosa dà motivo di ritenere che il S.ta Croce dovè intervenire più tardi.

E si ebbero finalmente le scritture che si aspettavano, verso il 20 febbraio. A questa data, secondochè si legge nella prima carta del volume in cui quasi tutte furono riunite come allegati, D. Juan Lezcano, segretario di S. Eccellenza, partecipò al Vescovo di Caserta che S. E. aveva ordinato a D. Giovanni Sances di consegnare a S. S.ia R.ma le scritture trovate nella cassa di fra Dionisio Ponzio, ed insieme con esse una relazione di Marcello Barrese sul come erano state trovate. Questa relazione o non fu fatta, o non rimase nel processo, ciò che riesce più probabile; ma le scritture furono consegnate tutte, per quanto è lecito giudicare dagli Atti processuali che ne trattarono, comprese quelle trovate fuori la cassa, ed esclusa soltanto la lettera trovata chiusa presso il Campanella, della quale non si fece mai più parola. Alcune vennero senz'altro inserte tra gli Atti, e queste furono: la lettera di Sertorio del Buono a fra Dionisio, le quattro lettere di fra Pietro di Stilo a diversi, e la dichiarazione di Felice Gagliardo a favore del Bitonto circa le cose che avea deposte in materia di ribellione (ved. pag. 231); quest'ultima scrittura, se i Giudici, e segnatamente il Nunzio, fossero stati più teneri del loro dovere, avrebbe dovuto essere trasmessa al tribunale della congiura, ma invece rimase nel processo dell'eresia. Tutte le altre scritture, divise in due gruppi, vennero sottoposte al giudizio del P.e Cherubino Veronese Agostiniano, Teologo qualificatore della Curia Arcivescovile; nel 1o gruppo si contenevano quelle che sappiamo essere state trovate nella camera di fra Dionisio e presso gli altri frati, e però imputabili più o meno a' frati; nel 2o gruppo si contenevano quelle trovate presso il Gagliardo, secondochè rilevasi dal processo, e tale distinzione, fatta sin da principio, mostrerebbe che ci dovè essere la relazione del Barrese, quando le scritture furono consegnate. Vedremo che al 2o gruppo si aggiunse ancora un'altra scrittura, composta dal medesimo Gagliardo nientemeno mentre il tribunale procedeva agli esami su tale argomento; e poi si formò inoltre un 3o gruppo con le scritture appartenenti del pari al Gagliardo, trovate quando egli era rinchiuso in Castello dell'ovo e consegnate più tardi dal Castellano D. Melchiorre Mexia de Figueroa. Così il Padre Cherubino ebbe a fare tre relazioni successive, le prime in data del 15 e del 17 marzo, e questa con una aggiunta, la terza in data del 24 aprile; le scritture furono messe insieme in un volume col titolo «Scritture o Segreti manoscritti proibiti trovati nella cassa di fra Dionisio Ponzio in Castel nuovo con le relazioni del Rev.do Teologo sulle loro qualità», mentre non tutte erano state trovate in Castel nuovo e nella cassa di fra Dionisio, e già sapevasi che la cassa non apparteneva a fra Dionisio ma al Bitonto.

Innanzi di procedere oltre, importa dar conto di tali scritture ed anche della qualificazione espressa dal P.e Cherubino su quelle che egli ebbe ad esaminare. Cominciamo dalle scritture inserte immediatamente tra gli atti del 4o volume del processo, e dapprima dalla lettera di Sertorio del Buono di Fiumefreddo in data del 9 luglio 1601[277]. Costui rilevasi un amico affettuosissimo di fra Dionisio e del fratello Ferrante, dal quale avea pur allora ricevuto canzonette spagnuole (anche Ferrante era virtuoso in poesia), e promette una fede del Clero di Fiumefreddo in favore di fra Dionisio, la quale difatti giunse e trovasi in questo volume del processo che non brilla per l'ordine dato a' documenti in esso contenuti: spera poi ardentemente la liberazione di tutti, manda un abbraccio al P.e fra Pietro «et all'amico», ricorda «la natività» e promette «alcuna cosella»; sulla soprascritta si dice quella lettera «data in potere della S.ra Donna Ippolita cavaniglia al castel nuovo». Vedremo che fu poi dichiarato essere appunto il Campanella l'amico, dal quale il Del Buono si aspettava che consultasse l'oroscopo e desse la natività di un suo figliuolo; e vuoi essere intanto notato il nome di colei alla quale era raccomandata la lettera, D. Ippolita Cavaniglia, pietosa Signora che troveremo esaltata nelle poesie del Campanella come sua grande benefattrice, onde avremo ad occuparci di lei debitamente.—Passiamo alle quattro lettere di fra Pietro di Stilo[278]. Esse risultano scritte con la data del 3 agosto e dirette tutte a Stilo, alla Sig.ra Giulia Prestinace sorella di Gio. Gregorio[279], alla Sig.ra Porzia Vella suocera dello stesso, a Suora Francesca Prestinace monaca di S.ta Chiara altra sorella, ed al P.e Domenico Caristo vecchio frate ed amico comune. In sostanza, più o meno, con parole coperte e sentenze curiose vi si ammonisce che l'amico (Gio. Gregorio Prestinace) non si fidi nelle assicurazioni del fratello, partito da Napoli credendo «di haver effettuato ogni cosa à loro sodisfattione»; aspetti che la forgiudica sia tolta, la qual cosa solamente il giudice Marc'Antonio di Ponte può sapere quando accadrà, e non si piglino «viziche per lanterne» ma si ascoltino «li consigli delli mal patiti»; e badi l'amico «che con vane speranze se ne ritorni alla patria» e pensi che vi sono nemici «et massime nci è illoco Giuda Scarioto» (forse Giulio Contestabile), e che nel Castello «ci sono emoli... quali non cessano dalla loro anticha perfidia» (certamente Geronimo di Francesco come fu poi dichiarato), e finita ogni cosa ne darà avviso «et allora l'amico potrà far la sua risolutione di appresentarsi». Contemporaneamente vi si dà speranza di prossima fine della causa con buon esito, perchè il Campanella ha vittoriosamente superato un grosso tormento e deve averne un altro, e fra Dionisio pure dovrà averne un altro per le scritture di segreti che si scoversero, ma un altro ne avrà anche il Petrolo, e su costui non si può contare come su' due primi, e però bisogna stare a vedere: questi concetti che esprimono i giudizii, le speranze e i timori, senza dubbio divisi dallo stesso Campanella, meritano di essere testualmente conosciuti. Fiero del suo fra Tommaso per l'ottima prova da lui data, alla Sig.ra Giulia fra Pietro dice: «Campanella hebbe quaranta hore di tormento chiamato viglia, che fè stupir il mondo, et basta la fè più di un lione scatinato, et speramo haver purgato le cose della inquisitione; adesso aspetta un altro tormento di polledro chiamato, pessimo tormento, quale sostenuto Campanella serà assoluto da ogni cosa, per tanto vidiamo (int. aspettiamo a vedere) questo fine, de più si hà di tormentare frà Dionisio per li secreti adesso si sebbero (int. le scritture di secreti che adesso si seppero) et si scoversero per vere, et si à questi dui non temeti come huomeni di honore, che diremo di fra Domenico di Stignano, quale rovinò tutta questa causa, quale harà di avere uno grave tormento?» E alla Sig.ra Porzia: «Campanella dopò lo tormento di quaranta ore, sostenuto valorosamente come leone, si dice per verissimo che in materia di ribellione lui et frà Dionisio haranno à esser tormentati un'altra volta et assoluti da ogni male, al che non dovemo certo dubbitare, lo dubbio è che ha di esser tormentato frà Domenico petrolo, rovina della causa si bene si hà ritrattato, et per questo hà di esser tormentato, et per l'esperienza fatta non li dovemo haver credito». E a suora Francesca: «Campanella... queste settimane passate sostentò uno horribile tormento di quaranta ore non senza grande honor suo et bene quanto alla inquisitione; ben presto per materia di ribellione harà un altro pochetto di tormento insieme con frà Dionisio, quali dopò questo tormento saranno liberi et assoluti omnino da tutte le cose pretenze, et di questo non teneti dubbio; lo dubbio è che hà di esser tormentato frà Domenico petrolo di stignano, del quale la persona può dubitare et deve assai per la sua mala riuscita et pazzia, ma più tosto viltà che iniquità». E si adopera sempre a confortare ognuno, ed appunto a suora Francesca, dopo di avere con delicata attenuazione parlato del «pochetto di tormento» da doversi sostenere da' due principali inquisiti, scherzosamente dice che al suo ritorno le darà gran penitenza, perchè non ha pregato Dio per lui: confortatore egli che avrebbe pure avuto bisogno di conforto, quantunque ignaro che un tormento era riserbato del pari alla persona sua, questo frate dabbene non può non destare la più viva simpatia. Pertanto interessa notare que' suoi giudizii sul Petrolo, giudizii assolutamente confidenziali e quindi schietti: il Petrolo è dichiarato da lui non già inventore delle cose di ribellione, ma uomo di mala riuscita e di niuno accorgimento, vigliacco piuttosto che iniquo.—Circa la dichiarazione rilasciata da Felice Gagliardo in favore del Bitonto abbiamo poco da dire: essa risulta scritta in data del 5 giugno 1601, ed oltre la firma del dichiarante reca quella, scioccamente vergata, del Curato del Castello, ed anche quelle de' due clerici assistenti la Chiesa. Come abbiamo già esposto altrove, il Gagliardo con essa negava di aver detto ciò che trovavasi da lui deposto contro il Bitonto in materia di ribellione: ed afferma che è falsità «falsamente posta, con reverenza, da quelli che faceano il processo»!

Veniamo alle scritture costituenti il volume di allegati e qualificate dal P.e Cherubino. Cominciando da quelle del 1o gruppo appartenenti a' frati o attribuite a' frati, si ha in primo luogo la così detta Clavicola di Salomone in molti fogli e con la seguente nota: «fatta experientia per il Re di franza, per il Gran Duca di fiorenza et altri Signori, et hoggi in questo Regno un solo la tiene et il Prencipe di Conca sta dando opera di far tal arte»[280]. Il carattere di tale scrittura non è da per tutto uniforme, sia per essere stata copiata in più volte, sia per essere stata copiata da diversi individui: vedremo che il S.ta Croce, molto competente, la disse di mano del Gagliardo, ma costui la disse in parte di mano sua e in parte di mano del Bitonto, avendo entrambi alternatamente lavorato per quella copia, e così confermò pure in punto di morte, aggiungendo che ne aveano avuto l'originale da Cesare d'Azzia egualmente carcerato, ed aveano data quella copia a fra Dionisio perchè la conservasse nella camera sua, dove poi fu trovata. Il P.e Cherubino, nel qualificarla, riconosce che è una copia, e rammenta che nell'Indice Romano allora stampato essa è notata nella prima classe delle opere proibite di autori incerti, risultando dichiarati veementemente sospetti di eresia coloro che la leggono, la posseggono e si servono delle cose in essa contenute, e formalmente eretici coloro che credono vere le cose in essa insegnate. Si hanno poi diverse scritture di minor mole che recano quasi sempre scongiuri, per trovare un tesoro, per rintracciare un furto, per avere uno spirito in forma di cavallo, per rendersi invisibile etc. etc. sovente tratti dalla Clavicola di Salomone; per taluna di esse potrebbe dirsi che sia stata copiata dal Bitonto, ma generalmente il carattere è quello del Gagliardo, e il P.e Cherubino appone ad ognuna il «sapit haeresim manifeste». Inoltre si ha un opuscoletto sulla musica evidentemente di mano del Pizzoni, rimasto in potere di qualcuno de' frati[281]. Ancora un grosso fascicolo con moltissime ricette e «percantazioni» curiose; per non far dormire alcuni, per non esser preso, per far divenire zoppo un cavallo, per indurre discordia, per sciogliere un ligato o per chi non potesse stare con la moglie etc., tutto di mano del Gagliardo e qualificato dal P.e Cherubino nel solito modo; alla fine poi di questo fascicolo si trova una poesia in dialetto calabrese distinta in due parti col titolo di «Amorosa» e «Partenza», di mano del Gagliardo e con ogni probabilità di sua composizione, non vista o non curata dal Notaro e dal P.e Cherubino. Sono 24 stanze, alcune sufficientemente belle, e gioverà riportarne un saggio per conoscere le qualità dell'autore. Dell'«Amorosa» scegliamo le seguenti:

«Quandu ti viju a sa fenestra stari
mi pari in celu un Angela vidiri
e poi mu ti viju amacciari[282]
mi piglu pena affannu e dispiaciri
ca chi raggiuni non mi voi parlari
chi ti haiju fattu lu vorria sapiri
poi ca lu mancu non mi voi guardari
fingi chi non mi vidi e non fuijri[283].
Volsi provari lu luntanu stari
forsi di menti mi potevi usciri
l'amuri a autra banda volsi dari
e ijri arrassu per non ti vidiri
st'afflittu cori dissi nun lu fari
non ti scordari di lu ben serviri
mill'anni mi paria lu riturnari
cara patruna mia per ti vidiri.
Si vidi un'ursa in silva tetra et scura
aspra silvaggia, mansueta fari
si vidi un scogliu et una petra dura
spissu cadendu l'acqua arrimollari
e vui chi siti humana creatura
non vi potiti cu piantu placari
eccu chi siti ingrata di natura
essendo amata non voliti amari».