Rimanevano tuttavia ad esaminarsi il Moya già luogotenente del Castello a tempo della ricerca delle scritture, oltrechè il Figueroa già Castellano del Castel dell'uovo, e il Navarro soldato del medesimo Castello, per le altre scritture ivi trovate al Gagliardo anteriormente. Il Moya, divenuto capitano e non più dimorante nel Castel nuovo, fu citato più volte a voce ma non si curò di comparire; laonde il 28 marzo fu ordinato dal Vescovo di Caserta ed intimata dal cursore una nuova citazione in iscritto esistente in processo, con monitorio di dover comparire l'indomani personalmente sotto pena di scomunica ipso facto incurrenda, e malgrado ciò anche questa volta egli non comparve. Ma comparve il Navarro e poi il Figueroa (20 e 22 aprile). Francesco Navarro, di Montbeltran nella nuova Castiglia, disse aver conosciuto il Gagliardo fin dall'anno precedente carcerato nel Castello dell'uovo, essergli state trovate dal Castellano di quel tempo certe scritture che furono date a Scipione Moccia Auditore e potersene avere più distinta notizia dal detto Castellano Figueroa.—D. Melchiorre Mexia de Figueroa, di Messico nella Nuova Spagna[292], disse di aver tenuto carcerato nel Castello dell'uovo il Gagliardo, e perchè era molto inquieto, avere ordinato che fosse chiuso in un criminale lui ed anche Orazio S.ta Croce; narrò la ricerca di scritture fattagli dietro avviso di altri carcerati, e la scoverta di molte carte di negromanzia, per le quali fece relazione a D. Gio. Sances, non nascondendo che alcune di quelle scritture furono prese dall'Auditor Moccia, ed altre rimasero presso di lui, le quali offrì di esibire al tribunale dopo di averne fatto parola al Sances. Dietro altra dimanda disse che il Gagliardo avea «molta mala fama e di huomo pessimo, et in particolare di essere necromante et fattochiaro, e di essersi dato al demonio in anima et in corpo, et che ne li havea fatta una scritta col suo sangue».—Venne poi finalmente ridotto anche il Moya a comparire. Il 26 aprile il Vescovo di Caserta ordinò contro di lui una nuova citazione per sentirsi dichiarare scomunicato coll'affissione de' cedoloni, e non avendo il Moya neanche questa volta obbedito, il 29 aprile lo dichiarò scomunicato, ordinando che fosse come tale pubblicato mediante i cedoloni affissi ne' luoghi pubblici della città, dandone all'uopo la relativa bozza[293]. Ed ecco, affissi i cedoloni, immediatamente il Moya innanzi al Vescovo di Caserta, il 1o maggio, a scusarsi, dichiararsi pronto a deporre, dimandare l'assoluzione; e nella stessa data, raccolto l'esame ed emanato il decreto di assoluzione, venendo questa commessa al Curato di S. Anna di Palazzo, che senza perdita di tempo assolvè il Moya ed anche i domestici di lui, accorsi a chiedere egualmente l'assoluzione per avere parlato con lui ne' due giorni ne' quali egli trovavasi scomunicato. Ben poco intanto ci tratterrà il suo esame che fu raccolto dal solo Notaro Prezioso[294]. D. Cristofaro de Moya, della città di Mensiner nella nuova Castiglia, narrò l'istanza fattagli da un carcerato calabrese, di cui non si rammentava il nome, perchè avesse proceduto ad una ricerca di scritture proibite nella camera e cassa di fra Dionisio; la ricerca eseguita alla sua presenza dal sergente Alarcon, dal carceriere Martines ed altri; la scoperta di scritture in quella camera ed anche in altre camere di frati delle quali non si rammentava in particolare; la presa della cassa che fu portata al Castellano; e la scoperta di altre scritture in essa contenute; infine la sua andata al Vicerè con le scritture raccolte, per ordine del Castellano, e tutti i particolari che su questo proposito abbiamo a suo tempo esposti. Dietro dimande, disse di non aver lette quelle scritture, e solo ricordarsi di avervi visto disegnata una mano, come pure certe ruote o circoli, e di avere udito nel Castello, e forse anche dal Vicerè, «che erano cose di fattochiarie»; ricordarsi inoltre che la ricerca di quelle scritture venne fatta dietro una rissa tra carcerati nella quale fra Dionisio fu ferito nel capo. Mostrategli le scritture, riconobbe i circoli e la mano disegnata che altra volta avea visto, e cadendogli sott'occhio il libretto di poesie (le poesie del Campanella) disse, «et questo libro ancora riconosco che portai al vicere con l'altre scritture, et lo riconosco alla coperta, et alle zagarelle, benissimo». Notiamo che nulla egli accennò intorno alla scrittura trovata sotto la finestra della camera del Campanella, non essendone stato nemmeno interrogato, e però deve ritenersi che a questa data essa era già scomparsa.

Intanto il Figueroa, ottenuto certamente l'assenso del Sances, avea subito consegnate al tribunale le carte trovate al Gagliardo nel Castello dell'ovo e rimaste presso di lui; il P.e Cherubino le aveva immediatamente qualificate con una sua relazione in data del 24 aprile, e il tribunale, costituendone un 3o gruppo, le avea fatte riunire alle altre. Esse vennero in tal guisa ad aumentare indebitamente il volume delle così dette scritture proibite trovate nella cassa di fra Dionisio Ponzio, tanto più indebitamente perchè non erano punto proibite, riguardando tutt'altro che negromanzia. Forse il Figueroa si studiò di non consegnare quelle che potevano farlo trovare alle prese coll'autorità ecclesiastica come sciente e non rivelante od anche come semplice detentore di carte proibite, avendo già altra volta, e precisamente nell'anno al quale si riferiva la sua deposizione, sperimentato i rigori dell'autorità ecclesiastica.[295]

Gioverà non di meno occuparci di queste carte, perocchè quantunque riguardino materie comuni, servono bene a mostrare in tutta la sua luce il Gagliardo, e di costui c'interessa molto acquistare una piena conoscenza, a motivo di certe altre rivelazioni da lui avute in sèguito. Per ordine di data precede una lettera di Pietro Veronese padrigno del Gagliardo scritta da Gerace il 3 gennaio 1600; con essa il Veronese gli dà notizia della salute della moglie, sorelle e madre, lo eccita «a far cose honorate», e riverisce il Signor Orazio (S.ta Croce) dal quale ha avuta una lettera, come pure i due fratelli Moretti. Segue una lettera di Marcello Gagliardo, scritta da Gerace il 12 9bre 1600 forse ad Orazio S.ta Croce (manca la carta della soprascritta); e in essa si parla pure di Felice Gagliardo, si tratta di un invio di danaro, si fa sperare la dimanda di remissione da parte del Principe (il Principe della Roccella che era Signore di Condeianni) etc. Segue un'altra lettera di Pietro Veronese scritta da Gerace il 14 10bre 1600, quando egli tornava in patria dopo di aver visitato il figliastro in Napoli: con essa il Veronese gli dà notizia della salute de' parenti, ossequia i due Moretti, il Sig. Orazio (S.ta Croce) «et tutti quelli Signori», e gli partecipa che a Gerace «fu amaczato gelonardo regitano come vile». Questo disgraziato verosimilmente apparteneva alla famiglia del cognato di Felice Gagliardo a nome Francesco Regitano, che il Gagliardo avea ferito con un colpo di fucile, causa della sua carcerazione; l'essere stato ammazzato come vile, nel gergo de' facinorosi ancor oggi in uso, vuol dire che era stato ammazzato per non aver saputo tacere sulle mosse loro. Pertanto a siffatto annunzio esulta il Gagliardo e scrive una poesia in dialetto calabrese, intitolata «Capitolo delo scaduto», che rappresenta un'altra delle scritture raccolte. Son 25 strofe, e ne riportiamo le prime per saggio:

«Piangia Geraci, hor ridarà eterno,
per ch'e guarito delo antiquo mali,
hora che Gio. lonardo iju a lo inferno.
Ridi Siderno, che Matteo Spetiali
dessi li cunti à lo amaro scaduto
ridimu tutti, riditi ho (sic) Casali.
Non darà parapezzi[296] lu tributu,
no sarà chiu Brombaci assassinatu
hora che fu amazatu stu fallutu.
Tu Condianni statti arritiratu
e fa allegriza d'ogni cantu e locu
chi li frutti anderanno à bon mercatu.
E vui massari fati festa e giocu
cu li sacculli vostri sempri chini (int. pieni),
hora che Riggitan' e intra lu focu» etc.

E continua così fino all'ultima strofa, con vituperii ed insolenze contro il povero morto, terminando coll'accertare che lo scaduto è andato all'inferno e che sarà da tutti ringraziato colui che l'ha ucciso; e il P.e Cherubino, che in tutte le scritture del presente gruppo non trova «nihil contra fidem vel bonos mores» definisce la detta poesia «una facetia ridiculosa», mostrando bene che pure i Teologi qualificatori sottostavano all'influenza de' gusti del tempo. Seguono due lettere di un Don Gioseppe di Capoa al Gagliardo, l'una scritta «dala per me oscura selva li 22 di xbre 1600», l'altra da Reggio, convento di S. Francesco, gli 11 gennaio 1601: sono due lettere brigantesche, atte a chiarire molto bene i procedimenti de' fuorusciti di que' tempi, e massime a tal fine ci è parso bene riportarle tra' documenti[297]. D. Giuseppe di Capoa, come si rileva dalle lettere, era un capo di fuorusciti con 43 compagni, tra' quali Luzio fratello del Gagliardo ed altri «amici sui et del Sig.r Veronese che li comanda», tutti del resto in relazioni strette col Veronese, alla cui chiamata, dopo il 12 10bre, partivano sotto il comando di D. Giuseppe per Gerace senza saperne la causa; e D. Giuseppe, che avea pure nella banda un suo parente Andrea, unitosi con lui per avere ucciso Carlo Barone e figlio, teneva molto a non diventare un ladrone di strada, onde scriveva al Gagliardo, «ho dato licenza a Caporale Giulio et compagni per haver fatto un atto brutto, che si unirno con minichello et lutio il vostro, et hanno boscato molti migliara di scuti et volevano dar parte a me, ma per nessuno modo la volse, che tant'anni sono in campagna ho vissuto con le mie intrate, ne habbia dio ordinato tal furfanteria». Poi agli 11 gennaio, dietro la persecuzione da parte di un Auditore che faceva ogni sforzo per prendere que' fuorusciti, D. Giuseppe con tutti i 48 compagni erasi rifugiato nel convento di S. Francesco in Reggio, di dove scriveva la sua seconda lettera; ed avea già raccomandato al Gagliardo di scrivergli dirigendosi al cognato, ed allora raccomandava la lettera propria ad un tale, che non è nominato, con queste parole caratteristiche, «la gentileza d' V. S. et la protetione che come Cavaliere Cristiano tine (sic) de miseri gentilhuomeni travagliati attortamente dalla fortuna et dalla giustitia ne danno animo». Il Gagliardo avea scritto a D. Giuseppe che presto sarebbe uscito dal carcere, che un Cavaliere suo amico, in procinto di ottenere la commissione di capitano, aveva offerta a lui l'insegna (il posto di alfiere) per arrolar gente, che tutta la banda avrebbe potuto andarsene con lui alla guerra; e D. Giuseppe si dichiarava in ordine con tutti i suoi compagni, aspettandosi di essere guidato per questo, come allora si usava, e faceva esibizioni al Gagliardo, e si disponeva a mandargli sei canne di tabbì per un vestito da dovergli servire all'uscita dal carcere, ma anche con la franchezza del bandito gli diceva, «tutto quello che V. S. ha patuto lo meritava, per haver corso con il cervello suo balzano et non con consiglio di amici»; poi, all'ultima data, s'impazientiva e dichiarava di ritirare la sua parola se fra un mese il Gagliardo non avesse l'insegna, sottoscrivendo la lettera insieme con altri compagni, «Lutio Gagleardo suo fratello, Caporal Antonio Bregandi alias il Siciliano, Gio. bennardo Sdragona et Minichello Mullura»[298]. Non sapremmo dire se la proposta di andare alla guerra, fatta dal Gagliardo a D. Giuseppe fosse stata un'invenzione del cervello suo balzano, ovvero un disegno fondato sopra un fatto positivo; ma dobbiamo attestare esserci noto da altri fonti che a quel tempo si trovava pure carcerato nel Castello dell'ovo Alessandro Piccolomini, 5o Duca di Amalfi, il quale dopo avere avuto già 12 anni di carcere per parte del Governo Vicereale ed una condanna a 10 altri anni da doversi espiare nel Castello di Aquila, dopo di avere avuto anche un processo di S.to Officio, per bestemmie ereticali e ricerche di segreti e sortilegi, finito con la condanna all'abiura e ad un anno di carcere, chiedeva allora appunto la grazia di uscire dal carcere coll'obbligo di andare a servire nelle guerre di Fiandra; ed ebbe questa grazia dal Conte di Lemos e gli fu commutata la pena da Clemente VIII con rescritto del 6 gennaio 1600, sicchè riesce probabile aver lui appunto offerto il posto d'alfiere al Gagliardo[299]. Ad ogni modo riesce maravigliosa la fiducia del Gagliardo nella sua prossima liberazione, mentre nulla veramente poteva fargliela supporre. In ciò bisogna vedere un effetto della sua fantasia, della quale sono egualmente un parto le sue poche altre scritture di questo gruppo che dobbiamo ancora menzionare. E dapprima vi sono due prologhi di commedie (oltre una storia di S. Agata e S.ta Dorotea e un principio di racconto mitologico), che si mostrano infiorati di concetti non ispregevoli, certamente raccolti da trattati di siffatta materia, e che potrebbero pure rappresentare semplici ricordi di prologhi composti da altri e da lui recitati, ma sempre scritti col colore locale e con que' suoi curiosi modi calabresi[300]. Vi è poi una Lettera in versi italiani, in cui finge una Lucrezia o Cieca, (forse volea dire Ciecia da doversi intendere Zeza, vezzeggiativo di Lucrezia) innamorata di lui per averla udita recitare in una commedia, adoperatasi a trarlo in libertà, e finalmente rimastane ingannata, perchè egli con la scusa di andare a visitare le antichità di Pozzuoli se n'è partito per la Calabria; una specie di Didone abbandonata, invano confortata dalla sua nutrice Tolla (a que' tempi vezzeggiativo di Vittoria), che sfoga il suo affanno, e narra e rampogna e prega il seduttore che ritorni, stemperandosi in oltre 300 endecasillabi, qualche volta zoppi, non di rado privi di senso ovvero sconnessi, ma quasi sempre più o meno sonori, e diretti «Al S. F. G. dela C. di G.» (evidentemente Al Sig.r Felice Gagliardo dela Città di Gerace).

«Questi mesti sospiri è questi versi
da le mie proprie man vergt' e scritte (sic)
coss' cantando, e sospirando muore
del bel Meandro in su l'herbose rive
il bianco Cigno à la sua morte appresso
se cancellanti (sic) e malamente intesi
seranno i tristi miei dolenti versi
fia solo (oime) perche sarà la carta
dal proprio sangue mio machiata e lorda
allor dovean l'invidiose parche
che dispensan l' vite de i mortali
haver finito d'avoltare il fuso
lo stame di mia vita all'hor potei (sic)
chiudere in bella et honorata sera
i miei sì belli et honorati giorni
quando te vidi in quella Real Sala
rapresentare in detti versi belli
il pastor Ergasto».......

E così via via, prendendo raramente fiato e non giungendo neanche a dire l'ultima parola con tanto diluvio di versi. Il P.e Cherubino dichiarò questa scrittura «litera amorosa,.. simpliciter enarratur amor unius ad alterum, neque miscentur aliqua, quae aliquo modo sapiant haeresim». Ci resta infine a menzionare ancora un'altra lettera che dovè essere stata scritta al Gagliardo, in caratteri molto grossi segnati con la matita o forse col carbone, da uno che stava nella segreta, in questi termini: «Patron mio V. S. me mandi per il Carceriero il suo pastor fido et la fida ninfa che non so quello mi fare il giorno, mandatime si avete alcuno altro spassatempo, il grinto voli ch'io amo scosse che vostra Matri ami o la cara del Carpio et il carniero del barone (gergo di convenzione tra carcerati), avisatime alcuna cosa et dite al Sig. Scipione (Scipione Moccia Auditore del Castello), e al sig. Gio. Paulo (ignoto) che si adattano al favorirme con il Sig. Castellano farne uscire de qua o farme unire con mio Compare» (notiamo che Orazio S.ta Croce dicevasi compare del Gagliardo e trovavasi allora egli pure in segreta).—Così uno de' «passatempi» del Gagliardo era la poesia, un altro la negromanzia, e tutto ciò che di lui abbiamo potuto conoscere ci mostra che questo giovane a 22 anni, audace, pieno d'ingegno e di fantasia, potè poi realmente, nel trovarsi a contatto col Campanella in Castel nuovo, di venirgli accetto, guadagnarne la confidenza, averne comunicazione di cose le più intime che posteriormente si fece a rivelare in punto di morte; ma pur troppo senza ombra di coscienza, capace di tutte le improntitudini, egli può ispirarci fede limitatamente, e le sue assertive dovranno sempre essere vagliate con la più grande circospezione.

Non essendo le ultime scritture suddette del dominio del S.to Officio, con le deposizioni del Figueroa e del Moya chiudevasi la lunga e noiosa informazione sulle scritture proibite. Noi abbiamo voluto esporla in tutti i suoi particolari, non solo per dar notizia di tutti gl'incidenti verificatisi durante il processo, singolarmente poi di questo che ci fece avere le Poesie del Campanella, ma anche per mettere in luce tutti gli elementi capaci di farci intendere le qualità del Gagliardo. Aggiungiamo che i colpevoli delle scritture proibite pervennero con le loro deposizioni a far cadere ogni cosa sulle spalle precisamente del Gagliardo, sicchè costui ebbe a darne conto egli solo: fu dunque stralciato questo carico dal processo principale e riunito agli altri della ferita inflitta in rissa a fra Dionisio e delle proposizioni eretiche, onde abbiamo veduto istituito quel processo secondario contro il S.ta Croce e lo stesso Gagliardo, che avrebbe dovuto comprendere anche il Soldaniero e Ferrante Calderon (cfr. pag. 239-240). E per finirla intorno a questo processo, notiamo qui, che contro il Calderon dovè aprirsi un processo speciale, poichè non lo troviamo esaminato ulteriormente; contro il Soldaniero, non avendo lui osservato l'obbligo di rimanere in Napoli ed essendosene partito per la Calabria, si prescrisse una apposita informazione, si confiscò la cauzione data, si ordinò a' Cursori quarumvis Curiarum di citarlo a comparire fra tre giorni, sotto pena di essere dichiarato scomunicato oltrechè confesso e convinto del delitto appostogli, e fu carcerato di nuovo in Calabria ma dopo qualche tempo, sicchè avremo agio di parlarne con comodo; relativamente poi al Napolella, essendo stato perdonato dalla Marchesa della Valle, supplicò il Vescovo di Caserta per la sua liberazione, impedita dall'empara interposta dal S.to Officio, e l'ottenne (9 luglio 1602) con la fideiussione di 25 once d'oro prestata da un Michele Cervellone palermitano[301]. In tal guisa rimasero sotto il processo già istituito i soli S.ta Croce e Gagliardo. Si ripigliarono dunque gli esami, il 12 luglio, cominciando dal S.ta Croce, il quale si ricorderà che fin dal marzo era stato già esaminato intorno alla rissa e alla ferita inflitta a fra Dionisio (ved. pag. 241-42). Egli fu questa volta esaminato intorno alle cose della fede, e disse che si trovava «lo più maravegliato huomo del mondo» per tale imputazione, negando ad uno ad uno tutti i capi di accusa e qualificandoli invenzioni de' suoi nemici, vale a dire de' frati ed anche del Martines, al quale egli avea «fatto perdere le chiavi» perchè convivea pubblicamente con la cognata nel Castello ed angariava i carcerati con le estorsioni; d'altra parte fece intendere che sebbene in Calabria «li villani e rustici sogliono dire questa parola Santo diavolo, tutta volta li gentil homini e persone civile non lo dicono», ed espose i buoni principii che professava e le divozioni che faceva, ed affermò che prima della rissa pagava cinque grana alla guardia, come le pagavano anche gli altri carcerati, per essere condotto alla Messa. Ma nel giorno medesimo fu esaminato qual testimone il Bitonto, che ribadì la maggior parte delle accuse e diè pure cattive informazioni sul Gagliardo. Con tutto ciò il S.ta Croce fu, come allora dicevasi, «abilitato» ad uscire dal carcere, coll'obbligo di tenere per carcere il domicilio che avrebbe indicato in Napoli e di dare per questo una cauzione di 25 once d'oro, che fornì un Rev.do D. Marcello Palermo (18 e 23 luglio): in sèguito trovò più comoda per lui una casa «nel fondico d'Eliseo alla carità dove si dice la pigna secca», e si rinnovò l'obbligo impostogli e la fideiussione del Palermo; deve dunque dirsi che per lui era finito egualmente con un'assolutoria il processo della congiura. Gli fu poi dato per Avvocato, a sua richiesta, il solito D. Attilio Cracco, e gli furono dati i capitoli del fisco col termine di due giorni per formare gl'interrogatorii (29 agosto): ma egli espose che tutto procedeva dalle inimicizie capitali contratte, con Alonso Martines per avergli fatto perdere l'ufficio, co' frati in generale a motivo della rissa, col Bitonto in particolare «perchè mandato da fra Dionisio alla casa di esso comparente fu, insieme coll'altro, autore di farlo trovare inquisito di ribellione»; e però dava la ripulsa a tutti i testimoni e chiedeva essere spedito secondo gli Atti medesimi (12 settembre). Ad istanza del fisco fu esaminato ancora il Martines già carceriere, il quale confermò le accuse principali, senza punto mostrarsi nemico del S.ta Croce. Ma costui, prima che la causa fosse spedita, pensò bene di partirsene per la Calabria, come spessissimo facevano gli «abilitati», lasciando i fideiussori alle prese col fisco, e dando a questo, per siffatta via, un cespite ragguardevole di entrata. Furono allora esaminate dal Prezioso, per commissione del Vicario, Lucrezia Papa l'albergatrice con altre due donne (17 novembre), ed accertata la fuga del S.ta Croce venne «incusata» la cauzione e carcerato D. Marcello Palermo, il quale, per la fideiussione prestata e per qualche altro conto che dovea saldare, riuscì appena a liberarsi nel principio dell'anno successivo, sborsando D.ti 30, avuti, come egli disse, «per carità d'alcuno timoroso d'Iddio».—Quanto al Gagliardo, le cose andarono molto più in lungo, poichè si era commesso al Vescovo di Gerace l'esame di quel D. Pietro Manno, che egli avea nominato qual suo confessore pel tempo in cui trovavasi nel carcere di Castelvetere, (ved. pag. 255) e gli Atti relativi a tale commissione, benchè compiuti con la maggior sollecitudine, giunsero nelle mani del Vescovo di Caserta non prima del 1603, ed il processo potè proseguirsi e terminarsi stentatamente dal maggio 1603 al marzo 1604. Per tutto questo tempo non breve, il Gagliardo continuò a rimanere in mezzo a' frati; intanto la commissione data a Gerace risultò negativa, ed egli, esaminato dal Vicario Curzio Palumbo per delegazione dei Commissarii della causa principale, non mancò di profittare del trovarsi già fuori carcere, a quel tempo, fra Dionisio e il Bitonto, e scovrendo specialmente quest'ultimo cercò di scusarsi mercè una serie di garbugli sostenuti con una improntitudine singolare[302]. Narrò che al tempo del suo primo esame que' due frati gli consigliarono di negare ogni cosa, perchè altrimenti sarebbe stato bruciato dal S.to Officio, ma volendo ora manifestare la verità, riconosceva che quelle scritture erano di mano sua nella più gran parte, avendole copiate per conto del Bitonto ed anche del Pizzoni (il morto), i quali gli davano in compenso un carlino al giorno e gli dicevano che erano cose di filosofia; e mostrategli le scritture, indicò specificatamente quali di esse, ed anche quali parti di esse, erano state copiate da lui e quali dal Bitonto, affermando di non sapere da chi fosse venuto ed a chi fosse stato poi restituito l'originale; ammise che la carta data al Napolella era stata scritta da lui, ma sotto la dettatura del Bitonto, il quale diceva essere un segreto contro la corda che volea mandare ad un suo amico, e poi gli «fece il tradimento» col sedurre il Napolella e suggerire a costui un secondo esame in contradizione del primo, acciò apparisse che era un segreto di tutt'altro genere avuto da esso Gagliardo, aggiunse che il Bitonto gli era divenuto nemico, perchè amoreggiava con una donna la quale stava sotto la loro carcere e corrispondeva con loro per un buco fatto al pavimento, ed egli aveva anche lui le sue pretensioni verso quella donna, e infine tutto era stato inventato da' frati, perchè egli si era esaminato contro fra Dionisio, il Campanella e il Bitonto, nella causa della ribellione. Negò poi di essersi vantato di aver segreti per corrompere le donne, di aver conosciuto carnalmente la suocera e la sorella della suocera trovando più dolce il concubito con le persone parenti, di aver lodato per questo la legge di Mosè (giusta le accuse originate dalla denunzia di fra Pietro Ponzio); negò inoltre di aver mai aderito alle eresie che da Cesare Pisano erano state annunziate nelle carceri di Castelvetere. Ed ebbe i capitoli del fisco, e gli fu assegnato il solito Avvocato Cracco; ma rinunziò alle difese, ed innanzi al Nunzio ed a' due Vicarii, Graziano e Palumbo, sostenne un'ora di corda senza rivelar nulla, onde fattane relazione a Roma, coll'assenso della Sacra Congregazione fu decretata per lui l'abiura de levi, l'imposizione di alcune penitenze salutari, e il rilascio in libertà dietro fideiussione, obbligandosi di non partire dalla città di Napoli. Tutto ciò fu eseguito; diedero per lui cauzione di 50 once d'oro Sigismondo Campo di Oppido e Tarquinio Granata di Tortorella, e così il 2 marzo 1604 potè uscire dal Castello nuovo, dovendosi dire già assoluto circa la congiura nel principio del 1602, dietro la grave tortura sofferta con esito egualmente favorevole. È quasi superfluo dire che senza licenza se ne partì per la Calabria. Ma avendo poi là commesso un omicidio, fu ricondotto in Napoli e quivi giustiziato due anni dopo, e in tale occasione venne a trovarsi di nuovo alla presenza del S.to Officio, avendo voluto fare una deposizione in disgravio della sua coscienza; questa deposizione, molto importante per noi, ci darà ancora motivo di parlare di lui.

Possiamo oramai tornare a' frati, e innanzi tutto ci conviene dire, che durante l'informazione sulle scritture proibite giunse per loro la sovvenzione prescritta da Roma a' conventi di Calabria, ed attesa fin dal settembre dell'anno precedente; ma non ci volle poco per ricuperarla, e ne fu pure distratta una parte. Si era in marzo 1602; sapevasi che 200 Ducati erano giunti a Napoli con lettera di cambio nelle mani di un frate del convento di S. Domenico, e questo frate non compariva: il Vescovo di Caserta, in data 23 marzo, mandò un precetto al P.e Arcangelo da Napoli priore di S. Domenico, perchè sotto pena di privazione del suo ufficio nel presente, e d'inabilità a qualunque altra dignità e prerogativa nell'avvenire, carcerasse in quel medesimo giorno il frate che avea ricevuto il danaro, e mandasse una fede dell'eseguita carcerazione da doversi trasmettere a S. S. in Roma. Con tutto ciò non risulta che il danaro fosse stato immediatamente ricuperato, giacchè, malgrado l'urgentissimo bisogno che se ne sentiva, si cominciò a disporne solamente il 23 maggio. A questa data il Vescovo di Caserta emise i primi ordini di pagamento, ed il Notaro Prezioso li eseguì, essendo stata a lui girata tutta la somma, posta in deposito nel Banco del Sacro Monte della Pietà; nella stessa guisa continuò a farsi di tempo in tempo fino al 9 giugno 1604, giorno in cui stava ancora in cassa un piccolo residuo della somma, e i frati reclamavano, il Vescovo ordinava, Prezioso nicchiava, e vi fu bisogno di un ordine al Prezioso sotto pena di scomunica ipso jure incurrenda! Tutti gli ordini di pagamento, le copie delle polizze di Banco, i ricevi di ciascuno de' frati co' nomi de' testimoni presenti, ed anche i memoriali de' frati medesimi ogni qual volta reclamavano la sovvenzione, furono riuniti in un fascicolo allegato al processo, che rappresenta il conto reso dal Prezioso ed è per noi di un'importanza grandissima: poichè esso non ci mostra solamente come e quando il danaro sia stato distribuito, ma anche ci fa conoscere le miserevoli condizioni de' frati e la condizione speciale del Campanella, il quale fu sempre riguardato qual pazzo, sicchè dapprima fra Pietro Ponzio e poi fra Pietro di Stilo riceverono per lui la rata che gli spettava; inoltre ci fa conoscere la data delle vicende successive de' frati rimasti in Castel nuovo, e così rilevare quando fra Dionisio e il Bitonto riuscirono a mettersi in salvo, quando fra Pietro Ponzio fu rilasciato, quando il Campanella fu segregato e posto in carcere duro. Circa la distribuzione del danaro, dobbiamo dire che esso non fu veramente impiegato tutto nei bisogni de' frati: per la massima parte fu loro distribuito, dando a ciascuno dapprima 8 ducati, poi 2, 3, 1 ducato etc., e nella distribuzione di 1 ducato fra Pietro Ponzio non volle ricevere tale miseria dicendo di non averne bisogno; fu anche pagata in due rate una somma per medicinali forniti a fra Dionisio infermo dallo speziale del Castello Ottavio Cesarano, ma una somma di D.ti 14 e tarì 2 fu data al Prezioso per la copia degli Atti offensivi e difensivi mandati a Roma, ed anzi il primo ordine di pagamento fu per questa somma. Un ordine simile da parte del Vescovo di Caserta risulta indubitatamente biasimevole sotto tutti gli aspetti: egli non prese in benefizio suo, come avea già fatto altra volta fra Cornelio del Monte, ma destinò in benefizio altrui una somma che doveva esser sacra e non mai distratta dallo scopo pel quale era stata raccolta; d'altronde trasgredì le prescrizioni categoriche di un decreto Papale, che era stato emesso appena nell'anno antecedente. Le prescrizioni erano: che per le cause del S.to Officio non si esigesse nulla da nessuno, e che si mandassero anche gratis a Roma gli Atti de' Segretarii, Cancellieri etc.; il Vescovo di Caserta non poteva ignorarlo[303].