«Or ch'han visto i miei sensi
non più opinante son ma testimonio,
nè sciocche pruove ho di secreti immensi,
già gusto quel che sia di Cristo il pane.
Deh sien da noi lontane
quelle dottrine che 'l celeste conio
non ha segnato; ch'io vidi il Demonio.
Credendosi i Demon malvagi e fieri
indiavolarmi con l'inganni loro,
benchè con mio martoro,
m'han fatto certo ch'io sono immortale,
che sia invisibil più d'un concistoro,
che l'alme uscendo van co' bianchi e neri» etc.[442].

Ben si rileva che il Campanella s'infervorava assai nelle dottrine della Chiesa, e come nelle poesie così vedremo pure nelle prose; ma il lato singolare del fatto è che questo venne determinato propriamente dal diavolo, e potrebbero anche dirsi abbastanza singolari i modi usati da lui nell'esprimere i concetti nuovamente acquistati; vale la pena di farvi attenzione. Non apparisce intanto che egli abbia scritte altre Salmodie nel periodo in esame. La Salmodia metafisicale è assai posteriore, giacchè vi si parla di «sei e sei anni» di pena, di «dodici anni d'ingiurie e di stenti»[443]; e per verità le prose l'occupavano anche troppo.

Nel tenersi rassegnato ed in aspettativa, egli non rimase certamente in ozio, e ben presto dovè attendere alla ricomposizione dell'opera Del Senso delle cose, che questa volta scrisse in italiano, come ci mostrano i Codici della Nazionale di Napoli e della Casanatense, la lettera del 1607 allo Scioppio da noi pubblicata, nella quale disse voler tradurre in latino il Senso delle cose e la Metafisica[444], da ultimo anche un brano dell'opera medesima, riprodotto del pari nella traduzione fattane, che venne poi stampata il 1620[445]. È verosimile che il Campanella siasi deciso a questo lavoro, perchè era di semplice reminiscenza, avendolo già una prima volta fatto in Napoli il 1590, nè esigeva essenzialmente l'aiuto di altri libri. Ad ogni modo non dubitiamo di assegnargli la data dell'ultimo quadrimestre 1604, poichè vedremo or ora il Campanella nel gennaio 1605 occupato in un lavoro di altro genere, poi lo vedremo ancora occupato in altri lavori, ed intanto troviamo il Senso delle cose già inserto negli elenchi delle opere compilati il 1606, quindi lo troviamo pure inviato allo Scioppio il 1607; d'altro lato, percorrendo l'opera, vi troviamo citata principalmente la Metafisica e i libri Astrologici, le ultime opere composte dall'autore, ma non l'Antimachiavellismo e del pari i Machiavellisti, citati in due brani dell'opera che fu poi stampata, d'onde si rileva che l'Antimachiavellismo fu composto veramente più tardi. Così un confronto tra i manoscritti e l'opera stampata, mentre ci conduce a determinare la data di questa ricomposizione in un modo abbastanza esatto, ci mostra pure che i manoscritti debbono dirsi realmente la ricomposizione originaria dell'opera, non una traduzione dal latino fatta per conto di qualcuno poco versato nelle lingue antiche. Abbiamo detto che ci son due manoscritti di quest'opera, in Napoli e in Roma; aggiungiamo che del 4o libro di essa, costituito dalla «Magia naturale», vi sono inoltre più copie, una in Firenze nella Magliabechiana, due ancora in Parigi, nella Bibl. dell'Arsenale n.o 14 e in quella di S.ta Genoveffa n.o 15. La dicitura italiana vi si mostra oltremodo rozza; alcune parole esprimenti gli organi sessuali e gli atti generativi non si potrebbero ripetere, e si direbbe aver l'autore sentita l'influenza del linguaggio dell'ergastolo nel torrione e in S. Elmo. Il Berti, ispiratosi senza dubbio alla lettura della Monarchia di Spagna, degli Aforismi etc., ha giudicato che «queste versioni italiane... fatte per lo più con correzioni e purgatezza si potrebbero raccogliere e pubblicare»[446]; ma si tratta in realtà di composizioni originarie, ed alcune tra esse, in particolare quella Del Senso delle cose, sono tutt'altro che purgate. Notiamo poi nell'opera, sotto il punto di luce del nostro argomento, il ricordo di fra Pietro di Stilo più volte e quasi sempre in termini affettuosi; il ricordo analogo di D. Lelio Orsini due volte; fino ad un certo punto il ricordo anche de' Ponzii, là dove, recando un esempio, dice, «et così nel senso che quando vedo Pietro mi pare vedere Dionisio perchè simigliano». Notiamo ancora il ricordo indiretto del trovarsi carcerato, là dove, parlando della calamita, dice, «non sò se miri al polo antartico, che non mi lice parlare a' naviganti» (nella trad. lat. «non licet misero navigantes interrogare»); dippiù il ricordo dell'essere a lui pure riuscito, come all'Orsini, di atterrire con lo sguardo e con la voce coloro i quali lo teneano preso, alludendo con ogni probabilità ai momenti più acuti della sua pazzia; e da ultimo il ricordo che «li profeti hoggi si chiamano brabanti (leg. birbanti) et sciagurati dall'empio volgo», alludendo in modo chiarissimo alle condizioni proprie. Ma sopratutto crediamo notevoli varie affermazioni che si direbbero ostentati ripudii delle accuse mossegli nel processo di eresia, e in ispecie le ripetute affermazioni dell'esservi angeli e diavoli indubitatamente, dell'essere «empia» l'opinione che non esistano demonii ma solo esorbitanze d'umore melanconico, dell'essere «una sfacciataggine» negare che l'uomo comunichi con gli angeli e demonii e con Dio; alle quali affermazioni si trovano associate le altre, che «per esperienza propria» avea conosciuto solamente diavoli, i quali gli erano apparsi e si erano sforzati di fargli credere la trasmigrazione delle anime e la mancanza di libero arbitrio, oltrechè gli avevano predette cose vere e false, ed egli avea pregato Dio che gli facesse vedere angeli buoni e non l'avea «mai impetrato», ma era diventato per la malignità del diavolo «più huomo da bene». Taluna di queste proposizioni, così spinte, fu poi alquanto smussata nella traduzione, e così «la sfacciataggine» fu detta «imprudentia»: ma l'essere «divenuto più huomo da bene» si elevò a «sanctior evasus»; e in tutti i conti il Campanella aggiunse con asseveranza, «nè questa è esperienza de sciocco nè di bugiardo, che dell'uno et dell'altro sempre mi guardai più che del diavolo stesso», ciò che fu tradotto «nec experientiam narro imperiti, timidi, vel mendacis hominis, utrumque enim vitavi semper sicut pestem diram». Intanto nell'ultimo libro dell'opera si trova notata un'altra circostanza, ma in modo assai oscuro: «Porfirio e Plotino aggiungono che vi siano gli Angeli buoni et perversi, come ogni dì si vede esperienza et io ne ho visto manifesta prova, non quando la cercai, ma quando pensava ad altro (lat. non quando investigatione avida id tentavi sed quando aliud intendebam); però non è meraviglia se al curioso Nerone non sono comparsi»: ignoriamo a quale momento il Campanella alluda, ma parlandosi della curiosità di Nerone non soddisfatta, e sapendosi che Nerone volle vedere i diavoli senza potervi riuscire, è certo che finqui il Campanella, ripetendo quanto cantava nelle Poesie, non aveva ancora progredito al punto da essergli comparsi angeli, come poi gli comparvero più tardi, essendosi sempre più ingolfato nelle dottrine de' Santi. Da ciò rimane anche chiarita la data di questa ricomposizione in italiano dell'opera Del Senso delle cose[447].

In gennaio 1605 abbiamo ragione di credere che il Campanella siasi occupato de' due opuscoli intitolati Del Governo del Regno e Consultazione per aumentare le entrate del Regno. Lo argomentiamo dal fatto che in questo tempo appunto, dopo di avere aspettato invano qualche provvedimento intorno alla sua persona, dovè uscire dal raccoglimento, non far più un mistero delle sue buone facoltà intellettuali, e sotto gli auspicii di fra Serafino di Nocera trasmettere proposte e promesse mirabili al Vicerè, naturalmente per conquistarne la grazia ed essere chiamato innanzi a lui. Certamente le proposte doverono essere analoghe a quelle espresse negli opuscoli, e naturalmente questi non si potevano ancora presentare, senza svelare e compromettere la comodità di scrivere di cui il prigioniero godeva; mentre poi era pure necessario che fra Serafino, il quale dovea presentare tali proposte, ne avesse avuto un cenno scritto, vale a dire avesse avuto gli opuscoli, i quali ne trattavano. D'altronde sappiamo che almeno la Consultazione fu poi data allo Scioppio separatamente dalle altre opere, ma nello stesso periodo di tempo, un poco prima o un poco dopo della data in cui le opere furono inviate, come apparisce da una delle lettere del Campanella pubblicate da noi[448]; sicchè laddove sia corso un qualche intervallo tra l'aver ventilate le proposte e l'averle scritte, esso sicuramente non fu molto lungo. L'opuscolo Del Governo del Regno non è pervenuto sino a noi; la Consultazione col titolo di Arbitrio o Discorso primo sopra l'aumento dell'entrate del Regno di Napoli, fu scoperta dal Dragonetti nella Casanatense e poi con accurato lavoro pubblicata dal D'Ancona. Quantunque relativa ad un tema niente affatto biblico, il Campanella, pur facendo proposte non indegne di considerazione, vi fa campeggiare la Bibbia largamente e vi si mostra un fervido religioso: e dev'essere notato che malamente nel Syntagma fu scritto essere stata diretta «al Conte di Lemos», ciò che rimanderebbe la cosa al 1610. Fin dalle prime parole dell'opuscolo si vede che l'autore si dirige ad un Vicerè tenerissimo dell'annona, e sappiamo che il Conte di Benavente se ne occupò davvero con un'attività e severità straordinarie: nell'ultima pagina poi, evidentemente aggiunta con alcune altre dopo che si riuscì a far accogliere l'opuscolo dal Vicerè, è detto che il Torres Segretario di S. E. lesse l'opuscolo; e sappiamo dal Capaccio, come dal Parrino, che D. Baldassare Torres fu Segretario del Conte di Benavente con autorità eccessiva, tanto che le popolazioni assai se ne dolsero, ma assai più si dolsero poi di averlo perduto.—Lo stesso dobbiamo dire di due altri Discorsi, qualificati secondo e terzo, che abbiamo trovato nella Casanatense al sèguito del precedente e che diamo oggi alla luce, essendo parte integrante della Consultazione, siccome mostra anche il cenno fattone dallo Scioppio in una delle sue lettere pubblicate non ha guari dal Berti[449]. Mentre il primo tratta propriamente dell'annona, il secondo tratta della moneta scadente o falsa, e il terzo della pena di morte. Da ognuno di questi articoli il Campanella intende trarre un utile di 100 mila ducati pel Governo, 300 mila in tutto, mercè provvedimenti benefici in pari tempo alle popolazioni; ma l'aumento dell'entrate è il suo scopo principale, sicchè le sue proposte riescono vere proposte di occasione, fatte per rendersi propizii i potenti, come già abbiamo annunziato fin da principio verificarsi ampiamente nelle opere del periodo attuale. Il Dragonetti non pose mente a questo fatto nel giudicare il Discorso primo relativo all'annona, e però tanto più crediamo necessario farlo rilevare.

In sèguito, dal febbraio al luglio 1605, rivolgendo i suoi sguardi al Papa, dopo di averli inutilmente rivolti al Vicerè, il Campanella dovè porre mano alla Monarchia del Messia coll'annesso capitolo De' dritti del Re di Spagna sul nuovo mondo, ed ancora alla Ricognizione della Religione secondo tutte le scienze contra l'anticristianesimo machiavellistico, cui lo Scioppio volle poi dare invece il titolo di Atheismus triumphatus. Lo argomentiamo dal fatto che appunto nel luglio 1605 o qualche mese più tardi secondo i nostri còmputi che più sotto esporremo, il Campanella si procurò la visita del Nunzio e del Vescovo di Caserta dicendo di volersi accusare, e manifestò in essa i principii che andava svolgendo nelle dette opere, essere sicuramente venuto il tempo di «far una greggia et un Pastore», avere «esaminato la fede con la filosofia Pitagorica, Stoica, Peripatetica, Platonica, Telesiana e di tutte sette antiche e moderne» etc. etc., ed avere «con tutte le scienze finalmente humane e divine assicurato se stesso et gli altri che la pura legge della natura è quella di Christo a cui solo li Sacramenti son aggiunti» etc.; con singolari affermazioni di aver ottenuto da Dio rivelazioni e potestà di difendere il Cristianesimo dopo di essere stato con altri ingannato dal diavolo, potestà perfino di far miracoli etc. La Monarchia del Messia fu scritta in italiano, messa da parte una volta e ripigliata tra mano più tardi; molto più tardi poi fu tradotta in latino. Ne esistono ancora in italiano una copia in Lucca, nel codice 2618 più volte citato, due in Parigi, nella Bibl. nazionale n.o 985, e nella Bibl. di S.ta Genoveffa n.o 3, inoltre una in Londra, nel Brith. Mus. n.o 2255. Il non trovarsene alcuna nelle Bibl.e di Napoli ci ha tolto di poter vedere se e quali differenze vi siano tra il manoscritto in italiano e il libro che fu poi stampato in latino a Jesi nel 1633; ma crediamo bene che non vi siano differenze contemplabili, sapendo per prova che il Campanella nelle traduzioni è stato sempre fedele alle composizioni originarie (salvo il caso in cui qualche brano fosse riuscito troppo spinto in un senso o in un altro), forse perchè le composizioni originarie si trovavano sempre già diffuse nel pubblico ed egli non volea mostrare di aversi a correggere. Naturalmente nella Monarchia del Messia la Bibbia campeggia in modo quasi esclusivo. Allorchè la diede alle stampe, disse in una prefazione che il libro si connetteva agli altri anteriori della Monarchia del Messia; e così dicendo ci pare che abbia alluso alla «Monarchia de' Cristiani» e al «Governo della Chiesa», mentre quando cita la prima di queste due opere nell'elenco mandato il 1606 al Card.l S. Giorgio, dice che essa offre i soli primi fondamenti, poichè egli «anchora non haveva proceduto nelle leggi e profezie, ma solo per historia politica e natura», e quando la cita nella lettera latina al Papa, la chiama addirittura «Monarchia del Messia». Ma la Monarchia del Messia di cui qui parliamo non si trova registrata negli elenchi mandati il 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna, e si trova poi nell'elenco mandato in giugno o luglio 1606 allo Scioppio: ciò vuol dire che essa fu condotta a termine solamente verso quest'ultima data, nè deve sorprendere che non si trovi nell'elenco mandato al Re, che è quasi contemporaneo, poichè conveniva poco nominarla al Re, al quale si vede anche la «Monarchia universale de' Cristiani» annunziata col titolo di «Monarchia universale alli Principi Christiani».—Quanto all'Ateismo debellato (lo chiamiamo fin d'ora così pel vantaggio della brevità), esso dovè essere scritto fin dall'origine in latino, ovvero, se fu cominciato in italiano, dovè essere presto tradotto e poi compiuto in latino acciò potesse meglio servire allo Scioppio, per cui fu compiuto ed a cui fu dedicato; e può dirsi che precisamente al tempo nel quale fu menato a termine, il Campanella abbia abbandonato il costume di comporre dapprima in italiano per poi tradurre in latino. Sicuramente fu menato a termine del pari verso la metà del 1607, essendo rimasto interrotto per qualche tempo: difatti esso si trova già chiaramente indicato nelle lettere del 1606 a' Cardinali, ma quasi in un poscritto, non figurando negli elenchi delle opere ad essi mandati, ed invece figura nell'elenco del 1607 mandato al Re, col titolo «La esamina di tutte le sette del mondo a paragon del Vangelio con la ragion comune e di tutte scole» etc.; la qual cosa contribuisce a dimostrare quanto abbiamo sostenuto nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella circa la data della lettera al Re, assegnandole probabilmente quella del giugno 1607, mentre appunto verso tale data l'Ateismo fu certamente compiuto e mandato allo Scioppio con tutte le altre opere disponibili. Dovrebbe anzi dirsi che il Campanella vi abbia lavorato fino all'ultima ora, se si trovasse realmente esatto quanto affermò lo Struvio, che cioè nella copia mandata allo Scioppio tutta la materia dal cap. 7o all'11o fu scritta di mano dell'autore. Senza pretendere menomamente di dare un cenno qualunque di tale opera, meravigliosa per essere stata scritta in una fossa e lungi dal corredo opportuno di libri che ad ogni altro sarebbero stati indispensabili, ci limiteremo a far avvertire che essa era destinata a mostrare come l'autore oramai, perfino co' soli lumi della filosofia e della critica, fosse giunto a convincersi profondamente della verità della fede di Cristo, e si sentisse tutto fuoco e fiamme contro gli Atei, contro gli Anticristiani, contro i Machiavellisti e il Machiavelli; che al tempo medesimo essa era destinata a rappresentare la confutazione e la condanna delle tante accuse mosse all'autore col processo di eresia, la sua professione di fede ardente, in modo da farlo stimare capacissimo d'imprendere e conseguire cose grandi, qualora, s'intende, fosse stato posto in libertà. Dedicata poi allo Scioppio, che appariva l'unico aiuto possibile e che era noto per la rabbia fanatica ed insolente contro i suoi antichi correligionarii, l'opera riuscì forse anche per questo assai piccante, e però venne a procurare giudizii molto ostili all'autore da parte degli Acattolici, senza nemmeno conciliargli la benevolenza del Capo del Cattolicismo. Per noi riescono notevoli sopratutto alcune parti di essa, che offrono la confutazione di cose particolarmente addotte nel processo di eresia e contemplate con molta puntualità: così accade p. es. a proposito dell'Eucaristia, ove si parla della «contumelia vermium, muscarum et murium», e si muove la quistione «cur irrisa Eucharistia miracula non facit semper»; egualmente a proposito della «religio colendi imagines», del «colere Crucem in qua repraesentatur crucifixus», del «peccatum Adae», del «transitus maris rubri», etc. etc. Notevoli riescono inoltre le narrazioni circostanziate, ma pur sempre oscure, di quel tale astrologo che istruì un giovane incolto ad invocare gli angeli de' pianeti, d'onde si ebbe la comparsa di diavoli e una quantità di rivelazioni, con la conclusione che essi separarono poi il giovane dall'astrologo e lo trassero a morte violenta: non può qui non colpire che il Campanella parli di un astrologo, e taccia delle posteriori comparse di angeli con le rivelazioni e facoltà ottenute, mentre, al tempo in cui il libro fu compiuto, già con le sue lettere del 1606 al Papa e a' due Cardinali aveva affermato essere stato quel giovane istrutto da lui medesimo, ed avere poi lui medesimo visto altri diavoli e da ultimo angeli; si direbbe che nell'opera egli avesse avuto ritegno di esprimere apertamente quanto si era permesso di esprimere nelle lettere confidenziali[450]. E si sa che lo Scioppio non tradusse in tedesco l'opera nè la pubblicò, come l'autore desiderava, e dovè l'autore medesimo pensare a pubblicarla quando divenne affatto libero, nel 1630, ma fu obbligato ad aggiungervi in alcuni punti le autorità de' S.ti Padri, mutando lo stile filosofico in teologico; che più tardi, perfino dopochè l'opera era stata ampiamente approvata e pubblicata, vi si trovarono altri appicchi nè si consentì che fosse ripubblicata, e in somma Roma finì per non rimanerne contenta. Si sa d'altro lato che presso gli Acattolici l'avere spiattellato tutti gli argomenti degl'increduli, come pure l'averla tirata troppo contro il Machiavelli, diè motivo di far dubitare della sincerità dell'autore. Ma basta aver chiarita l'occasione nella quale l'opera fu scritta, meritando senza dubbio tale occasione di essere molto bene considerata.

Diremo ora in breve delle altre opere appartenenti a questo stesso periodo, scritte fra le interruzioni delle precedenti, secondochè le circostanze le facevano apparire all'autore più o meno atte a procurargli la libertà. Dopo l'agosto 1605 egli ebbe verosimilmente ad occuparsi de' due trattati, de' quali si trova fatta menzione negli elenchi delle opere mandati a' Cardinali Farnese e S. Giorgio, col titolo «Cur sapientes et prophetae Nationum omnium in magnis temporum articulis fere omnes rebellionis et heresis tamquam proprio simul crimine notentur ac morti violentae subjaceant, et postmodum cultu et religione reviviscant»: l'esito del suo colloquio col Nunzio e col Vescovo di Caserta spiega ad un tempo l'interruzione dell'Ateismo e la convenienza de' detti trattati; pertanto è notevole che essi non si trovino registrati nell'elenco mandato in sèguito al Re. Forse l'autore stimò più conveniente metterli da parte dirigendosi all'Autorità civile, mentre vi si parlava della «morte violenta de' filosofi» come di un affare ordinario e consueto; forse anche egli li fece presentare appunto al Nunzio e al Vescovo di Caserta non appena li compose, e così potrebbe pure spiegarsi che siano andati perduti; infatti non li troviamo nemmeno nell'elenco delle opere mandate allo Scioppio.—Il titolo medesimo de' detti trattati ci mena a ritenere che subito dopo egli abbia posto mano alla ricomposizione degli Articoli profetali con una maggiore ampiezza, quali son pervenuti, tuttora manoscritti, fino a noi: essi figurano negli elenchi mandati così a' Cardinali come al Re con la nuova intestazione, De eventibus praesentis saeculi Articuli prophetales 18. La nuova intestazione e il numero degli Articoli mostrano bene che non si tratta qui degli Articoli primitivi; il numero medesimo mostra che al tempo in cui l'autore redigeva i detti elenchi, gli Articoli non erano compiuti ancora, poichè egli credeva che dovessero raggiungere il n.o di 18, ed invece non oltrepassarono il n.o di 16, come si trovano in più Biblioteche[451]. D'altronde sappiamo che nel giugno o luglio 1607 il Campanella non potè o non volle ancora mandarli allo Scioppio, il quale vivamente li desiderava trovandosi impegnato in una quistione circa l'Anticristo, provocata da una sua opera su tale argomento; e una lettera posteriore del Campanella, da noi pubblicata, mostra che in novembre 1608 erano già pronti, sicchè per essi bisogna contare un anno iniziale 1605-1606 e un anno finale 1608.—Ma ecco ancora un'altra opera, per la cui composizione dovè rimanere interrotta egualmente quella degli Articoli, vogliamo dire i tre libri intitolati Antiveneti, a' quali è del tutto naturale assegnare la data della fine di agosto e mesi seguenti 1606, non appena l'autore ebbe notizia dell'interdetto lanciato dal Papa Paolo V contro Venezia, come si desume dalla 1a e 2a lettera al detto Papa pubblicate dal Centofanti: a questa data il Campanella diè fuori febbrilmente le rivelazioni del diavolo e quelle dell'angelo, alle quali i fatti di Venezia si prestavano in un modo magnifico; gli Antiveneti doverono essere composti con ottima vena in un tempo relativamente breve, e si trovano registrati nell'elenco delle opere mandate allo Scioppio.—Inoltre, un po' più tardi, egli dovè senza dubbio ricomporre ed ampliare i Discorsi a' Principi d'Italia, che dapprima verosimilmente erano in una forma più ristretta; lo si può argomentare anche vedendo che gli elenchi inviati a' Cardinali recano «Un discorso a' Principi» etc., mentre le copie manoscritte che tuttora ci rimangono in gran numero sono abbastanza voluminose recando 11 o 12 discorsi, e, ciò che più monta, citano tutte assai spesso non solo la Monarchia di Spagna, ma anche la Monarchia del Messia, il Discorso de' dritti del Re Cattolico sul nuovo mondo, gli Articoli profetali; nè vi manca (alla fine del disc. 7o od 8o secondo le diverse copie) una menzione dell' «empio Machiavello» che ricorda troppo l'Ateismo debellato appena compiuto e forse non ancora compiuto[452]. La data di siffatto lavoro può dirsi quella de' primi mesi del 1607, quando Cristoforo Pflugh fece acquistare al Campanella la conoscenza dello Scioppio, che appunto allora fu nominato Consigliere Austriaco e designato dal Papa ad andare invece del Nunzio al Congresso di Ratisbona. Tutte queste circostanze di tempo di luogo e di persone, che si vedranno giustificate più in là, fanno intendere le opinioni manifestate dal Campanella ne' Discorsi, i quali doveano servire a rendergli propizii il Re di Spagna, l'Imperatore e gli Arciduchi di Austria. Aggiungiamo che specialmente dopo di avere acquistata la conoscenza di Gaspare Scioppio, ed anche del medico Gio. Fabre di Bamberga residente in Roma, nel corso del 1607 e in parte nel 1608, il Campanella ebbe a scrivere diversi opuscoli epistolari, come quello Sul modo di evitare il freddo, quello Sulla sordità e l'ernia, e gli altri tutti da noi pubblicati, cioè Sulla peste di Colonia, Sul modo di evitare il calore estivo, Sul Peripateticismo, Sul tempo successivo alla morte dell'Anticristo, Sul Pieno e sul Vacuo; avremo occasione di parlarne nel corso della nostra narrazione[453].

Possiamo oramai venire al racconto de' particolari di ciò che il Campanella imprese per uscire dalla fossa di Castel S. Elmo e riacquistare la libertà: egli medesimo ne parlò segnatamente nelle lettere che scrisse più tardi, in agosto 1606, al Papa Paolo V e al Card.l Farnese; e da questi fonti possiamo attingere le principali notizie ed anche argomentare le date approssimative degli avvenimenti, alle quali siamo sempre usi di annettere molta importanza[454]. «Dopo 5 mesi di stento» (così egli si espresse) propose al Vicerè di fare in servizio del Re cose mirabili, che importavano più che tre regni con aver parole del cielo, ma il Principe non volle ascoltarlo nè cavarlo da quella fossa orrenda, nè dargli agio di scrivere quelle cose nè di difendersi; «dopo 6 mesi» ottenne con arte di parlare al Nunzio e al Vescovo di Caserta, dicendo che si voleva accusare (vedremo tra poco in qual maniera si accusò e quali risposte ne ebbe), ed erano scorsi già «10 mesi» senza che potesse trovar credito (tale è il significato della espressione volgare da lui adoperata, «aver udienza»). Fermandoci dapprima alle date, ammesso il trasporto del Campanella a S. Elmo nel luglio 1604, abbiamo che egli si sarebbe rivolto al Vicerè nel gennaio 1605, e poi avrebbe ottenuto di poter parlare al Nunzio e al Vescovo di Caserta nel luglio dello stesso anno; così il 13 agosto 1606 erano scorsi all'incirca dieci mesi, e diciamo «all'incirca» perchè vi sarebbe una differenza di poco oltre due mesi, i quali del resto avrebbero potuto essere scorsi dalla data dell'assentimento ad una visita alla data della visita fatta; tenuto conto della stagione la cosa riuscirebbe naturalissima, ed allora il colloquio dovrebbe dirsi avvenuto in settembre od ottobre 1605. D'altronde non deve sfuggire che se si ammettesse il trasporto a S. Elmo avanti il luglio 1604, il conto non potrebbe tornare in alcun modo, e però le date anzidette sono le approssimative unicamente possibili. In qual modo il Campanella abbia fatte le sue proposte al Vicerè, emerge precipuamente da ciò che sappiamo intorno a' suoi opuscoli Del Governo del Regno, e Consultazione sopra l'aumento delle entrate. Dovè presentarsi fra Serafino di Nocera, esporre principalmente i rimedii escogitati intorno all'annona, che tanto teneva occupato il Conte di Benavente, poi anche quelli intorno alla moneta scadente e alla pena di morte nel senso di far guadagnare altri 200 mila ducati, ed indicare la provenienza di ciò che aveva esposto mettendo fuori il nome del Campanella, capace di queste e di molte altre cose mirabili; ma non dovè trovare buona accoglienza, e così il Campanella potè poi dire che il Principe non volle ascoltarlo. Parrebbe che fra Serafino avesse anche sollecitato pel Campanella, ed inutilmente, il permesso di porre in iscritto le sue idee; ma se così passarono realmente le cose, non potrebbe trarsene la conseguenza che il Campanella non avesse già scritti questi rimedii intorno alle entrate, ed anche altri libri, poichè conveniva tenere tale fatto nascosto. Le sue «cose mirabili» furono ricordate egualmente nelle lettere del 1606 ai Cardinali, nella lettera del 1607 al Re, e tanto più tardi ancora nel Memoriale del 1611 al Papa che pubblicò il Baldacchini, non senza un qualche miglioramento ed accrescimento ulteriore: a capo di esse nel 1606-1607 troviamo sempre, e sotto pena della mutilazione di una mano nel caso di menzogna, il far aumentare le rendite nel Regno di 100 mila scudi oltre l'ordinario, appunto ciò che si legge ne' primi versi della Consultazione; poi vengono altre promesse, far guadagnare per una volta 500 mila scudi per una impresa importantissima a tutti i negozii d'Europa, fare un libro ove si mostri venuto il tempo di riunire tutte le genti sotto una sola legge ed un principato felicissimo etc., fare un altro libro segreto al Re ove si mostri il modo di arrivare a questa monarchia, e così tante altre cose atte ad eccitare l'estro del soprannaturale e l'ingordigia terrena[455]. Molte di queste cose erano evidentemente «parole di cielo», e del resto la Consultazione medesima si vede saper tanto di cielo che è un piacere. Malgrado ciò, non fu possibile piegare l'animo del Vicerè, come non fu possibile nemmeno di piegar l'animo del Papa in sèguito. Intanto il Campanella mostrava che la sua pazzia era finita; e siamo in grado di esporre l'esito finale delle dette pratiche, poichè dagli ultimi brani di ciascun Discorso della Consultazione, aggiunti come poscritti più tardi, se ne può rilevare qualche notizia. Solamente dopo alcuni anni l'opuscolo venne accolto in Palazzo, ove fu portato dal P.e Pegna (un P.e Gaspare Pegna forse Domenicano, del quale non ci è riuscito finora saper altro), e il Segretario Torres, che lo lesse, approvò taluni mezzi in esso suggeriti, contro altri fece varie obiezioni alle quali il Campanella rispose. In particolare circa l'annona il Torres comandò che l'autore scrivesse sopra un altro punto: ma il Campanella fece sapere che ne avea scritto nella Monarchia già mandata al Re, appellandosi al Vescovo di Monopoli il quale l'avea letta, e si rifiutò di scriverne ancora volendo essere «inteso a bocca» da S. E., costante desiderio che non fu mai esaudito. L'appello al Vescovo di Monopoli ci mostra che tutto ciò dovè accadere non prima del 1608, quando già al Campanella erano state procurate molte commendatizie presso il Vicerè, come sappiamo da altri fonti, e il Vescovo di Monopoli P.e Gio. Lopez Domenicano, rinunziata la sua Chiesa per grave età, e giunto in Napoli, vi era trattenuto dal Vicerè qual suo Consigliere intimo, sino a che gli fu concesso di ritirarsi a Valladolid sua patria[456].

Fermandoci alle mosse del Campanella nel 1605, riuscita inutile quella fatta in gennaio presso il Vicerè, dicevamo che in luglio ne fece un'altra presso il Nunzio e il Vescovo di Caserta: e qui innanzi tutto dobbiamo avvertire che Nunzio era ancora l'Aldobrandini, ma Vescovo di Caserta era fra Diodato Gentile, successo già al Tragagliolo nel Commissariato generale del S.to Officio in Roma, e poi successo al Mandina defunto nel Vescovato di Caserta, con exequatur del 24 luglio 1604, occupando del pari la carica di Ministro della S.ta Inquisizione nel Regno. Senza dubbio per far uscire il Nunzio dalla sua apatia verso di lui, il Campanella disse di volersi accusare, onde il Vescovo di Caserta fu chiamato ad intervenire egli pure; e così il Campanella potè anche dire di averli chiamati «con arte». Naturalmente, più o meno presto, essi doverono recarsi a S. Elmo, ed ivi in qualche sala ascoltare il Campanella, ma non videro la sua prigione: questo leggesi in un altro brano della lettera a Paolo V, ove il Campanella racconta che Mons.r Nunzio vide il carcere di fuori, e per non avere a contradire al Vicerè non entrò nè mandò a vederlo, e disse che era buono, «nel modo ch'ogni sepoltura par buona di fuori». Ecco ora il discorso del Campanella e le osservazioni de' due Vescovi; sarà meglio far parlare il Campanella medesimo: «M'accusai come, per mancanza dello spirito, che trovai tra' Cristiani molto difformi dell'antichità e profession nostra, mi risolsi ad esaminar la fede con la filosofia Pitagorica, Stoica, Epicurea, Peripatetica, Platonica, Telesiana e di tutte sètte antiche e moderne, et con la legge delle genti antiche e d'Ebrei, Turchi, Persiani, Mori, Chinesi, Cataini, Giaponesi, Bracmani, Peruani, Messicani, Abissini, Tartari, et com'ho con tutte le scienze finalmente humane e divine assicurato me stesso et gli altri che la pura legge della natura è quella di Christo, a cui solo li Sacramenti son aggiunti per aiutar la natura a ben operare con la gratia di chi l'ha dati; et che son pur simboli naturali et credibili: et vidi come Dio lasciò tante sètte caminare, e la mancanza dello spirito in noi, e lo scompiglio della natura e suo fine. Onde son fatto possente a difensar con tutto il mondo il Christianesmo; che fui sentinella fin mò dell'opere di Dio. E come la divina Maestà disegna in questo tempo far una greggia et un Pastore, e 'l giudicio dell'errore di tante nationi, e quel che soprastà al Christianesmo: e li sintomi celesti et terrestri del mondo morituro per fuoco, contra li filosofi con S. Pietro et Heraclito. La difficoltà del mondo nuovo, e dell'incarnatione et altri articuli difficultosi, l'esamina delle profetie e miracoli veri e falsi d'ogni setta. Et com'io et altri fummo ingannati dal diavolo aspettando scienza e libertà da lui, credendoci che fosse Angelo, e poi Dio, secondo si fingeva; e come, dopo lunga dieta, Dio benigno condescese al mio desiderio, che mai non fu maligno, se fu erroneo: e presentai memoriale di questa, e molti capi di cose faciende ad utile del Christianesmo. Nondimeno Monsignore Nuntio rispose ch'io era poco humile. Non so se l'ha fatto per provarmi: perchè ben so ch'è scritto nella Sapienza: Qui intuetur illam permanebit confidens: et che l'humiltà è magnanima et non vile, et io certo so che mai non ho bramato dignità nè honori, et a tutti vilissimi servitii ho posto mani. Sed neque me ipsum judico. Monsignor di Caserta fece conseguenza, ch'havendo io vagato per tante sètte, e cercato li miracoli veri e falsi, e le profetie e la novità del secolo, com'egli lesse nel mio processo in Roma, non havevo cattivato me ad ossequium Christi: e che mò voglio far miracoli falsi per scampare o allungar la vita. Ben fanno a non creder subbito; ma negarmi l'esperienza, o scriver a V. B. che «non la voglia vedere, è un negar lo spirito di Dio, che ubi vult spirat, et seguir lo spirito degli huomini: Venite cogitemus adversus Jeremiam» etc. Così il Campanella mostrava anche da questo lato che la sua pazzia era finita e già da qualche tempo, tanto che avea visto anche con altri il diavolo, e poi, dopo lungo aspettare in penitenza, Dio l'aveva esaudito ed oramai si sentiva in grado di far cose mirabili ad utile del Cristianesimo. Quali abbiano dovuto essere queste cose, delle quali diè «molti capi», si può comprenderlo dagli elenchi più volte indicati, estraendo da essi i capi relativi appunto all'utile del Cristianesimo: dovè quindi promettere di far il libro in dimostrazione della prossima fine del mondo coll'unione di tutte le genti costituendo una gregge ed un solo pastore, far il libro contro i politici e Machiavellisti, un libro per convertire i Gentili delle Indie orientali, un libro contro i Luterani, ed andare in Germania ottenendovi la conversione di due Principi protestanti e il discredito completo di Calvino, fare al ritorno 50 discepoli contro gli eretici etc. etc. Di certo egli dovè promettere anche di far miracoli, come non cessò poi di prometterli più o meno esplicitamente fino al 1611; ed anche nella sua prima lettera al Papa e in una lettera posteriore allo Scioppio, pubblicate entrambe dal Centofanti, si dolse che il Nunzio e il Vescovo di Caserta avessero chiamato finzioni, delirii od astuzie, per uscire dal carcere, i suoi presagi, i suoi segni nel sole, luna e stelle, e i miracoli che avrebbe fatto per costringere ogni anima a riconoscere il Vangelo. Questo d'altronde emerge dalle osservazioni medesime fatte da costoro, quali il Campanella le narrò al Papa, da doversi dire in verità rispondenti a quanto sappiamo del carattere dell'Aldobrandini, che ci è abbastanza noto, e del Gentile, che parecchi documenti ci mostrano spietato ed esorbitante non meno del Mandina[457]. Secondo il nuovo Vescovo di Caserta, il Campanella voleva «far miracoli falsi per scampare od allungar la vita»; sicchè, nel concetto di questo Vescovo, pel disgraziato filosofo si trattava sempre di avere a perdere la vita più o meno presto. Dobbiamo intanto dire che il Vescovo di Caserta, per parte sua, ebbe a scrivere qualche cosa a Roma intorno a tale colloquio, ma il Nunzio non scrisse certamente nulla, come ci mostra il suo Carteggio del 1605, ultimo anno di ufficio per lui: che anzi in una sua lettera del 24 agosto 1605 al Card.l Valenti, tenuto allora provvisoriamente da Papa Paolo «nel luogo che si sogliono adoperare i proprii nipoti», passando a rassegna, per sua giustificazione, i casi di torto giurisdizionale da lui trattati, egli non citò punto il caso del Campanella, e quindi dalla parte del Nunzio, non meno che dalla parte di Roma, rimaneva non curato il torto ricevuto in persona del povero filosofo, contentandosi che la sua causa non fosse spedita. Dalla parte del Campanella poi ognuno avrà notato come, tanto presso il Vicerè, quanto presso il Nunzio, egli non fece la menoma richiesta che la sua causa fosse spedita; nè veramente espresse mai più un desiderio simile per lungo tempo, se non sotto certe condizioni.

Scorsero non meno di 10 mesi dal detto colloquio, e il 13 agosto 1606 il Campanella si spinse a rivolgersi direttamente al Papa, moltiplicando anche questa volta i reclami e le lettere in più sensi e non trovando requie per molto tempo. Sicuramente tanto ritardo non provenne dall'essersi rassegnato, e lo dimostrano i gridi di dolore che sovente erompono nelle dette lettere; ma bisogna dire che egli non nutriva alcuna speranza di essere ascoltato, e però non si mosse di nuovo se non quando avvenne un fatto tale da tenere in agitazione vivissima l'animo del Papa; fu questo l'interdetto scagliato a Venezia, seguito dalla superba resistenza del Governo Veneto, e dall'abbandono del Papa in una pessima condizione da parte di coloro medesimi che gli aveano offerto aiuto. Allora appunto il Campanella tentò di profittare dell'occasione e scrisse la sua lettera, nella quale comincia col giustificarsi degli stratagemmi usati durante la causa (e certamente del principale tra essi che era stato la pazzia, come risulta dal veder citata l'autorità di S. Geronimo), si appella mostrando la necessità di venir tradotto a Roma e l'impossibilità di consentire che il giudizio della congiura ed anche dell'eresia termini in Napoli, fa un racconto delle cose di Calabria e degli avvenimenti posteriori come può farlo un giudicabile, riconosce commessa da lui la colpevole imprudenza di aver servito alla «revelation presente» ed esservi stato un «voluto, non fatto, eccesso», chiede per giudici il Bellarmino e il Baronio ma non in Napoli, coll'affermare che ha cose grandi, parole di cielo, da dire al Papa e alla Chiesa, ed aggiunge un poscritto in cui dichiara avere avuto nuova delle cose di Venezia, occorrere una guerra spirituale e la chiamata di tutte le persone sante a Roma, per parte sua obbligarsi a mostrare con miracoli stupendi la verità del Vangelo ed allungare le profezie laddove sia necessario. Questo poscritto apparisce l'occasione vera della lettera, la quale è seguita poi da un'altra, o, se piace meglio, da un allegato, in cui pel fatto di Venezia insiste sempre più sulla necessità di venir tradotto a Roma, narra le rivelazioni avute dal diavolo fintosi angelo tre anni prima, e per esse la caduta di Venezia nel 1607 con la perdita di gran parte dell'autorità del Papa, la caduta della dignità Pontificale e del Senato Cardinalizio dietro uno scisma dopo il 1625; narra poi la comparsa successiva di altri diavoli che l'afflissero, e in sèguito, dietro preghiere a Dio, le rivelazioni vere che ebbe con gli avvertimenti da dover dare a S. S., e suggerisce consigli, e cita profezie, e dichiara di voler parlare a S. S. e poi morire etc. etc.