Secondo una notizia tratta dall'Epistolario romano, il Fabre avrebbe accompagnato lo Scioppio o meglio sarebbe venuto poco dopo lo Scioppio in Napoli, e, nientemeno, avrebbe ottenuta l'uscita del Campanella dalla fossa di S. Elmo! Egli lo fece sapere a Marco Velsero, e costui, in data del 9 maggio 1607 gli scriveva, «grand'obbligo debbe tener il Campanella a V. S. di essere stato trasferito et accomodato come lei dice». Siamo tentati di credere che per lo meno debba esservi qui un errore di data, parendoci molto strano che il Fabre abbia potuto far credere una cosa simile, mentre non solo sappiamo che il Campanella il 26 giugno e l'8 luglio 1607 (nella sua lettera sulla peste di Colonia e nell'altra a Mons.r Querengo) disse trovarsi ancora nella fossa in ceppi, ma sappiamo pure dal medesimo Epistolario romano che vi fu bisogno di far scrivere al Vicerè dall'Arciduca Ferdinando, nel gennaio 1608, che volesse far trasferire il Campanella «dalla fossa di S. Elmo, dove giaceva, nel Castel Nuovo» (così si esprime il Berti). Vi fu poi un'altra venuta del Fabre abbastanza più tardi, dopo che avea pubblicata la disputa «De Nardo et Epithimo» e coll'occasione di dover raccogliere piante per l'Orto Vaticano: queste due circostanze si trovano ricordate da Giulio Cesare Capaccio che vide il Fabre in Napoli[471], e ci fanno comprendere lo scopo della venuta ed anche la data di essa; poichè basta guardare la disputa anzidetta, per vedere che questa fu diretta allo Scioppio in data del 1o febbraio, ma fu dedicata all'Archiatro Pontificio Vittorio Merolli in data del 1o agosto 1607. Vedremo che la venuta di cui parliamo si deve riportare propriamente all'anno 1608. Notiamo pertanto non essere dimostrato davvero che il Fabre e lo stesso Scioppio, venendo a Napoli, si siano adoperati in favore del Campanella nel senso di avere direttamente procurato dal Vicerè mitigazione di custodia, miglioramento di vitto, e tanto meno avviamento alla libertà: in obbedienza alle premure di Giorgio Fugger essi doverono recar sussidii e procurare facilitazioni per questa via; ma finoggi possiamo affermare che realmente il solo fra Serafino, il meno nominato, si presentò una volta al Vicerè per parlargli del Campanella.

Assai più del Fabre, per quanto sappiamo, lo Scioppio diresse quesiti al Campanella. Ve ne furono Sul modo di evitare il freddo, come pure Sulla sordità e l'ernia, a' quali il Campanella rispose prima che agli altri, secondochè rilevasi dal Syntagma e in parte anche da qualcuna delle risposte a' quesiti successivi; ma le risposte a' detti quesiti non sono pervenute fino a noi. Ve ne fu un altro Sul modo di far cessare la peste in Colonia, trasmesso mediante fra Serafino, e il Campanella vi rispose il 24 giugno 1607: un esemplare della risposta si trova anche nella Magliabechiana, ma scorrettissimo e senza data; quello che fu da noi pubblicato è sodisfacente, e dobbiamo notarvi la premura del Campanella anche presso i Coloniesi per essere chiamato colà a curarvi la peste, offrendosi perfino ad essere lapidato nel caso d'insuccesso! Ancora ve ne fu un altro Sul modo di evitare il calore estivo, e la risposta, da noi pubblicata, fu fatta l'8 luglio 1607: in essa si notano anche varie precauzioni da doversi adottare durante il viaggio, accennandosi abbastanza al viaggio che lo Scioppio dovea intraprendere, ed oltracciò si parla di lettere commendatizie avute e di altre aspettate, a cura dello Scioppio; ci riserbiamo di dirne i particolari più sotto, limitandoci qui a stabilirne la data. Altri quesiti, come quello Sul Peripateticismo che il Campanella condannava, l'altro Sul tempo successivo alla morte dell'Anticristo, che si riteneva dover essere di soli 45 giorni, così pure un altro Sul Pieno e sul Vacuo nell'interesse del Fabre, parrebbe che veramente fossero stati diretti al Campanella nell'anno 1608: noi abbiamo pubblicate le risposte, che recano la data del 13 giugno e del 7 novembre senza indicazione di anno, e vediamo ora tra i nuovi documenti del Berti una lettera dello Scioppio, senza indicazione nè di luogo nè di tempo, che rappresenta indubitatamente la proposta de' quesiti suddetti; ma alludendosi in essa ad una lettera che il Campanella avrebbe dovuto scrivere particolarmente all'Arciduca Ferdinando, bisogna riferirla al 1608 e con ogni probabilità alla fine di maggio di tale anno.—Dobbiamo intanto dire, che terminata oramai la trascrizione delle opere, potè farsene l'invio allo Scioppio con quella lettera notevolissima anche pel ricordo delle persecuzioni sofferte, posta qual Proemio all'Ateismo e pubblicata dallo Struvio con la data del 1o giugno; se non che trovandosi nella lettera citate come già mandate le risposte circa il freddo, il calore e la peste di Colonia, è evidente che la data di essa, quale fu letta dallo Struvio, riesce errata, e invece del 1o giugno si dovrebbe forse leggere p. es. 10 luglio 1607[472]. Ecco l'elenco delle opere trasmesse allo Scioppio in tale data, essendogli stata la Consultazione per aumentare i tribuni consegnata separatamente: la Monarchia di Spagna, i Discorsi a' Principi d'Italia, il Dialogo contro i Luterani, l'opera Del Senso delle cose, l'Epilogo magno di Fisiologia seguito dagli Aforismi politici e dalla Città del Sole, la Monarchia del Messia col discorso De' dritti del Re di Spagna etc., il libro De Regimine Ecclesiae, gli Antiveneti, e la Recognitio verae Religionis detta poi Atheismus triumphatus: possiamo aggiungere ancora che talune copie furono dal Campanella corrette ed altre no, come si rileva da quelle pervenuteci, l'una degli Aforismi politici fornita di correzioni autografe, l'altra della Città del Sole rimasta senza correzioni. All'Ateismo il Campanella diede la massima importanza, evidentemente per le sue condizioni infelicissime: lo dichiarò «suo monumento», lo dedicò allo Scioppio, mostrò desiderio che egli lo traducesse in tedesco insieme col Dialogo contro i Luterani. Si dolse pure di non poter mandare la Metafisica, perchè «un certo Marchese discepolo ingrato la riteneva ad istigazione di Satana», alludendo senza dubbio a Francesco del Tufo successo al padre Gio. Geronimo, che le scritture dell'Archivio di Stato, da noi ricercate appositamente, ci mostrano defunto il 17 luglio 1606. E dobbiamo dire che a torto egli credè effetto d'ingratitudine il non aver avuta la Metafisica, poichè essa, morto il Marchese Gio. Geronimo, era stata rubata da un domestico cognominato Gallo e venduta a Gio. Battista Eredio Pisano di Puglia, come il Campanella medesimo dovè sapere più tardi onde se ne trova il ricordo nel Syntagma; dobbiamo dire inoltre che verosimilmente reclamò l'opera sua quando seppe l'accaduto, alcuni anni dopo, e così essa potè capitare nelle mani del Reggente della Vicaria e del Vicerè, secondochè risulta da un documento che abbiamo rinvenuto del pari nell'Archivio di Stato[473]. Ma non mandò gli Articoli Profetali e disse che li avrebbe mandati in sèguito: forse non aveva potuto compierli, o invece volle tenerli in serbo (e difatti non li mandò neanche quando poi disse di averli già pronti), acciò lo Scioppio, rimanendo nell'aspettativa, non cessasse dal favorirlo. Egli se ne attendeva l'adempimento delle promesse, cioè «essere suo liberatore presso i Principi del Cristianesimo, e dargli modo di essere suo commilitone contro le eresie de' figli di Abaddon». Questo gli ricordò nella sua lettera, e fatta la rassegna delle opere che gl'inviava soggiunse: «vedi, ho consegnato tutto nelle tue mani; poichè mi prevenisti co' tuoi beneficii, non volli apparire ingrato». Ma inoltre lo avvertì che molti, ricevute le opere, trascrivevano da esse le proprie, e gli raccomandò di badare a non cadere con gli altri, «poichè questo furto è peggiore di quello della fortuna e dell'onore e di ogni altro delitto, venendo sottratti i figli non del corpo ma dell'anima, e figli perenni....», ed allora potrebbe «volerlo estinto, e il diavolo subito gli direbbe nel cuore bastare quanto avea fatto intorno a ciò che avea promesso con giuramento, bastare averlo tentato, essendo impossibile procurare la salvezza del Campanella... di cui ogni male gli parrebbe provenire dalla giustizia di Dio». E finiva dicendo: «Tibique commendo libros, sicut me Deus tibi, si forte non simulas, ut coeteri»! Pare impossibile che un uomo come lo Scioppio non sia rimasto offeso da simili parole; ma sappiamo con certezza che se ne mostrò irritato in sèguito allorchè il Campanella, non vedendo pubblicare le sue opere, gli fece intendere di nuovo la sua preoccupazione che egli volesse servirsene, e non gli mandò i Profetali che egli desiderava sempre più. Per altro c'è motivo di ritenere che lo Scioppio siasi mostrato tollerante verso il Campanella molto al di là del solito suo, per deferenza a' potenti Fuggers, che non cessavano di proteggerlo accanitamente.

Abbiamo visto che il Campanella, nell'inviare le opere, diceva di farlo per non sembrare ingrato. Egli ritenevasi obbligato allo Scioppio, perchè era condisceso a favorirlo e si era impegnato a patrocinare la sua causa: d'altronde sappiamo avergli lo Scioppio procurato alcune lettere commendatizie dirette al figlio del Vicerè, altre averne sollecitate mediante Mons.r Querengo dal Card.l Borghese dirette egualmente al figlio del Vicerè, che le cronache ci dicono essersi recato a Roma insieme coll'altro suo fratello non appena eletto Paolo V, e però doveva essere stato conosciuto da molti della Curia; forse lo Scioppio medesimo sollecitò le lettere dell'Ambasciatore Cattolico e dell'Ambasciatore Cesareo, che il Campanella nella lettera dell'8 luglio 1607 diceva di attendere. Ma nessuna sollecitudine egli mostrò presso il Papa; e non deve nemmeno sfuggire che egualmente Mons.r Querengo non si adoperò presso il Papa, mentre non solo era suo Prelato domestico assai ben veduto, ma anche, secondo l'Eritreo, precettore ed aio del nipote di lui Gio. Battista Vittorio. Sicuramente al Papa non dovea piacere di udire a parlare del Campanella, e niuno osò affrontarne il disgusto; ma è chiaro che vennero grandemente ridotte le promesse di aiuto fatte dallo Scioppio, per le quali il Campanella era condisceso a dargli nelle mani tutte le opere sue. Poniamo qui che ad occasione delle commendatizie promesse dal Querengo dietro le istanze dello Scioppio, il Campanella scrisse al Querengo una lettera di ringraziamento notevolissima, con molti cenni della sua vita passata, de' suoi studii e del suo modo di filosofare: verso il tempo medesimo scrisse una lettera non meno notevole a Cristoforo Pflugh, per rimoverlo da una tresca lasciva alla quale si era abbandonato in Siena, ed eccitarlo ad andarsene con lo Scioppio che preparavasi a partire per la Germania[474].—Ma importantissime riescono per la nostra narrazione le lettere che in questo periodo il Campanella scrisse al Re di Spagna, all'Imperatore, agli Arciduchi d'Austria, e che lo Scioppio dovea far ricapitare o presentare personalmente. Esse vennero scritte senza dubbio nel 1607, come risulta dal vedere che il Campanella vi si dichiara sempre carcerato «da 8 anni»; e può dirsi anche essere state scritte tra il giugno e il luglio, poichè quella diretta al Re, scritta prima delle altre, reca nell'elenco delle opere «La esamina di tutte le sètte» etc. ossia l'Ateismo debellato allora appunto condotto a termine. La lettera al Re fu scritta prima, giacchè trovasi menzionata nelle altre. Prendendo sempre le mosse da' futuri eventi, lusingando con la Monarchia universale che dovea verificarsi, rifacendo come altre volte la storia delle cose di Calabria, non negando ed anzi giustificando la simulazione della pazzia, dichiarando di trovarsi aggravato dai vassalli di S. M. che non volevano nè udirlo nè consegnarlo al Papa, perchè «temevano che lo liberasse subito», si appellava a S. M., e per la solenne occasione della nascita del felicissimo Principe (intend. della futura nascita del Principe che accadde in ottobre, venendo alla luce l'Infante Ferdinando che fu poi il Card.le Infante) chiedeva la grazia di essere ascoltato secondo la legge. Ricordava di avere scritto la Monarchia di Spagna, i Discorsi ai Principi d'Italia, la Tragedia della Regina di Scozia, annunziava di avere autorità come S. Giovanni e miracoli più grandi di quelli di Mosè; pregava quindi che lo facesse venire innanzi a lui e al suo Consiglio, terminando con l'elenco delle promesse anche accresciute, come pure con l'elenco delle opere che avea composte, ed aggiungendo che lo lasciasse dar prove celesti degli avvisi celesti almeno in Roma[475]. Poi dovè scrivere ancora le due lettere latine all'Imperatore e agli Arciduchi di Austria, che lo Scioppio avrebbe presentate mostrando in pari tempo le opere da lui avute, non che le copie della lettera scritta al Re e di quella scritta al Papa e a tutti i Cardinali, «da doversi consegnare, se il timore non trattenga pure l'Angelo suo» (non aveva mai cessato di sperare che lo Scioppio l'avrebbe consegnata, smettendo il «timore» che lo tratteneva). In entrambe queste lettere egli press'a poco ripeteva le cose stesse tante volte dette, i segni da lui studiati, le opere composte per tale circostanza, le imputazioni avute di «volere usurpare il Regno» e di essere eretico, l'aver trovato salvezza con la pazzia, l'essere stato posto in una fossa, l'avere scritto cose mirabili e il doverne dire a voce molte di più. In ultima analisi poi, all'Imperatore chiedeva che lo facesse venire in ceppi innanzi a lui, dannandosi al fuoco se si fosse trovato mendace, ovvero procurasse di farlo andare presso il Papa o almeno presso il Re Cattolico; agli Arciduchi chiedeva di adoperarsi presso il Re, perchè volesse udirlo o farlo udire dal Papa o dall'Imperatore, sempre dannandosi al fuoco se fosse trovato mendace, ed additando lo Scioppio che avrebbe mostrato le opere e le lettere da lui scritte, e molte altre cose avrebbe esposte a voce. Ognuno avrà notato, che dalla prima all'ultima sua mossa la dimanda continua del Campanella fu sempre quella di essere ascoltato: anche dopo di avere scritto tante opere che potevano farlo ben conoscere nel senso in cui voleva essere conosciuto, egli non rifinì dal voler essere ascoltato; e perfino in una delle sue lettere allo Scioppio[476], dopo di avergli detto che i proprii libri di Metafisica gli sarebbero parsi scritti da un Angelo e non da un uomo, essendo superiori a tutti gli altri «che aveva già ricevuti», soggiungeva, «ma quando mi udrai faccia a faccia, terrai a vile anche gli stessi miei libri di Metafisica» (ciò che prova pure non aver mai avuto lo Scioppio tale occasione). Per intenderlo, bisogna ricordarsi della prepotente efficacia del suo discorso, attestata in ogni tempo e dalle persone più diverse, a cominciare dal povero Maurizio, che lo provò in Calabria e disse, «quando parla, ritira ognuno dove vuole», a finire a Vincenzo Baronio, che lo conobbe negli ultimi anni in Parigi e scrisse, «maior fuit impetu ingenii, quod in conversationibus eminebat, et in libris obscurum est et pene extinctum»[477].

Nell'agosto o forse nel settembre 1607 lo Scioppio partiva per la Germania fermandosi un poco in Venezia: l'Epistolario romano ha una sua lettera da Venezia in data del 22 settembre d.to anno, e poi ne ha anche un'altra posteriore da Ratisbona, in cui egli dice aver portato dall'Italia una malattia dell'intestino retto cagionatagli dall'aver mangiato troppo melloni ed altre frutta in Roma; da ciò si desume chiaramente che partì da Roma al cadere dell'està. In Venezia egli affermò aver patito fastidii dal Magistrato de' Dieci avendo portato nella sua valigia le opere del Campanella, e più volte poi ripetè di averle tutte date al libraio Gio. Battista Ciotti per farle stampare, senza che costui avesse voluto più nè stamparle nè restituirle, sicchè dovè poi reclamarle per mezzo dell'Ambasciatore Cesareo, nè potè ricuperarle che dopo molto tempo[478]; ed inutilmente anche reclamò gli Antiveneti, e dovè esserne inviata da Napoli un'altra copia, e il Governo Veneto fece proposte volendo acquistar l'opera acciò non si stampasse. Ma su questi fatti, asserti dallo Scioppio e rilevati dal Berti ne' documenti dell'Epistolario romano, accade di dover fare qualche osservazione. È notissimo che in Venezia lo Scioppio fu imprigionato per due giorni ed obbligato a sfrattare, sia perchè tentò di sedurre o spaventare fra Paolo Sarpi, sia perchè venne accusato di essere l'autore di un libello a favore del Papa contro Venezia intitolato «Nicodemi Macri Romani cum Nicolao Crasso Veneto disputatio», siccome leggesi in una Vita di lui pubblicata da lui medesimo col nome di Oporino Grabinio[479]: ponendo in rapporto tale avvenimento co' fastidii avuti per le opere del Campanella, c'è da sostenere che lo Scioppio abbia compromesse queste opere, assai più che queste opere abbiano compromesso lui. Nè riesce facile intendere il suo desiderio di dare alle stampe le opere del Campanella appunto in Venezia e la sua determinazione di lasciarle lì, mentre si era impegnato di mostrarle all'Imperatore e agli Arciduchi, e il Campanella ne avea fatta menzione nelle sue lettere a questi personaggi. Finchè altri documenti non chiariranno tutte queste cose, avremo sempre il dritto di dire che il Campanella aveva ben capito lo Scioppio, e non a torto si doleva di lui, avendolo in sospetto circa le opere consegnategli.—Intanto nell'ottobre il Fugger avea mandato in Italia Daniele Stefano di Augusta, perchè cercasse di far liberare o far evadere da S. Elmo il Campanella a qualunque spesa. Il Fugger dovea professare l'opinione dell'onnipotenza del danaro, e in ciò questa volta s'ingannava. Lo Scioppio, meglio avveduto, stimava che siffatti tentativi avrebbero potuto nuocere, e in realtà il Governo Vicereale non era composto di dormienti; esso aveva le sue informazioni a tempo e luogo, nè sarebbe arrischiato lo spiegare il tanto protratto rigore di custodia del Campanella per qualche sentore di maneggi di altrettali Papalini accaniti. Ma giova conoscere ciò che lo Scioppio avrebbe preferito: come ci narra il Berti, egli «proponeva che venissero espugnati i segretari col denaro, facendo forza sul loro animo affinchè lo assolvessero, od anche, se non volessero venire fino all'assoluzione, lo proscrivessero dal Regno, purchè finita la causa non fosse poi consegnato all'Inquisizione». Da ciò si vede che lo Scioppio avea già saputo essere stato il Campanella condannato nel tribunale dell'Inquisizione, ma non avea punto capito da chi dovesse venir sentenziato nel tribunale di Stato; poichè non i Segretarii Vicereali avrebbero dovuto sentenziarlo, ma il Nunzio e il Consigliere Baldovieto, nè il Nunzio avrebbe poi lasciato andare il Campanella altrove che nelle carceri dell'Inquisizione di Roma.

In Germania lo Scioppio potè presentare all'Imperatore le lettere del Campanella ma non le opere, per la semplice ragione che non le aveva; poi disse che pure avendole non gli sarebbe stato possibile presentarle, per le proposizioni che contenevano; ma veramente le proposizioni, che a lui parevano compromettenti, si trovavano nelle lettere più che nelle opere. Ad ogni modo dovè persuadersi che l'Imperatore era informato di cose gravi intorno al Campanella, e però egli scrisse da Ratisbona il 19 10bre 1607, e ripetè il 27 febbraio 1608, che poco o nulla doveva attendersi da quel lato. Forse l'Imperatore avea avuto notizia dell'esservi stato certamente un disegno di ribellione coll'aiuto del Turco; e secondo lo Scioppio, gl'italiani medesimi residenti in Praga gli aveano dato cattive informazioni sul Campanella (miseria, come si vede, non nuova). Andò poi ad Oetingen e presentò la lettera del Campanella all'Arciduca Massimiliano, il quale scrisse una commendatizia al Vicerè; e non potendo ancora recarsi a Grätz, mandò là la lettera del Campanella all'Arciduca Ferdinando, il quale dapprima si negò, ma otto giorni dopo scrisse anche lui una commendatizia al Vicerè. Questo affermò lo Scioppio, ed affermò pure di aver mandata la lettera al Re, facendola presentare alla Regina insieme coll'opera della Monarchia di Spagna. Ma si dolse che le promesse fatte in quelle lettere toglievano credito al Campanella, parendo favolose, e se non bugiarde, almeno dettate dalla tetraggine del carcere; nè mancò di rammentare che egli le avea sconsigliate. Maggior fiducia mostrò di avere nelle commendatizie dell'Arciduca Ferdinando, che diceva «suo patrono»; ma conchiuse che non dovesse concepire speranze, che non dovesse confidare, come soleva, più nell'aiuto umano che nel divino; se Dio non voleva esaudirlo, si uniformasse e gli dimandasse la morte! Queste cose lo Scioppio scrisse al Campanella in data del 27 febbraio 1608, e ci sembra veramente che a siffatta lettera abbia dovuto seguire quella del Campanella al Fabre da noi pubblicata, che comincia con le parole, «Mi scrisse il mio Angelo Scioppio ch'io attendessi all'oratione, che più devo sperar in Dio che negli huomini...; ho fatto a Dio questa oratione, che le mie peccata non sieno impedimento all'attioni Scioppiane» etc.[480]; ci sembra pure che ad una lettera del Fabre allo Scioppio, esprimente il dolore e il timore del Campanella per le dette parole, abbia dovuto seguire quella dello Scioppio al Fabre pubblicata or ora dal Berti, che evidentemente è del marzo 1608 e non 1607, leggendovisi tra le altre cose, «Quod meum officium, quo ut ad mortem aequo animo subeundam se compararet monui, sic interpetratur quasi qui charitatem et opem ei praecidere ac negare voluerim, suo more facit». Lo Scioppio, nella lettera di cui parliamo si mostra ristucco del Campanella e de' suoi sospetti, perocchè il Campanella tornava a dolersi del non essere state le sue opere nè date alle stampe nè presentate all'Imperatore (la qual cosa pur troppo era vera); e ripete ciò che egli ha fatto, e manifesta che il suo patrono Ferdinando ha scritto più efficacemente di quanto era lecito sperare, avendo chiesto al Vicerè non il trasferimento ma la libertà del Campanella. Aggiunge per altro che l'invio della lettera è stato ritardato; che tutti dubitano se sia bene farlo mettere in libertà, essendo lui andato tanto innanzi con la sua pazzia, da credersi un nuovo legislatore del mondo e perfino da anteporsi a Cristo, «perocchè Cristo ebbe soli 5 pianeti ascendenti ed egli ne ha 6; queste cose son ventilate dagli amici suoi nelle aule medesime de' Principi, e non può dirsi quanto abbiano alienato da lui gli animi loro». Infine non dispera, e vuole che sieno trascritte compiutamente le opere della Metafisica e de' Profetali, acciò possano mandarsi quanto prima al suo patrono, in cui ecciterà il desiderio di vederle, proponendosi intanto di presentargli la Consultazione per aumentare i tributi del Regno, che egli, lo Scioppio, ha gustato molto.—Ognuno avrà qui notata la proposizione de' pianeti ascendenti favorevoli, e si sarà rammentato di fra Pietro di Stilo, che deponeva averlo il Campanella saputo da un astrologo delle parti di Germania, conosciuto nel S.to Officio di Roma: la cosa riesce quindi confermata, ma risulta anche chiarito che il Campanella l'aveva invece detto lui a quel tale astrologo (Gio. Battista Clario), forse dopo di essere stato messo sulla via di farne la scoperta dall'astrologo Abramo in Cosenza ed Altomonte. Gio. Battista Clario era tuttavia il Protomedico della Stiria, residente in Grätz presso Ferdinando come si rileva dal libro de' suoi Dialoghi, stampato nel 1606; riesce quindi naturalissimo ammettere che costui principalmente tra gli amici del Campanella abbia manifestate le dette cose nell'aula del Principe, e che molto abbia agito egli pure nel determinare Ferdinando a scrivere in favore del Campanella, mentre conosciamo che alle prime istanze dello Scioppio Ferdinando si era già negato. Sarebbe puerile il credere che costui, il quale attendeva egualmente la sua stella per ascendere al soglio Imperiale, abbia davvero provato disgusto pel Campanella tanto protetto da' pianeti, e non invece curiosità di fargli indagare anche i pianeti Arciducali: vedremo tra poco lo Scioppio raccomandare al Campanella di volergli manifestare qualcuno dei segreti suoi utili a Ferdinando, perchè questo avrebbe giovato non poco alla sua liberazione, e vedremo anche Ferdinando stesso scrivere al Vicerè di farsi dire dal Campanella questi segreti; era dunque stato tutt'altro che balordo il Campanella a far tante promesse, come lo Scioppio diceva. D'altronde gli Arciduchi solevano annettere molta importanza ai frati predicanti nelle guerre contro i Maomettani, ed anche in questi ultimi mesi, a proposito della canonizzazione del P.e Lorenzo da Brindisi, ci venne rammentato che costui, fondatore de' conventi cappuccini in Praga, Vienna e Grätz, predicò nell'esercito guidato dall'Arciduca Massimiliano contro i turchi, e nella sua lettera agli Arciduchi il Campanella non mancò di dire, «jam paro libellum ad Pannoniae filios contra Macomethum». Aggiungasi che in Grätz gli eretici aveano pure dato molto da fare a Ferdinando, sicchè egualmente da questo lato il Campanella poteva essergli utile come e quanto il Fugger stimava che sarebbe riuscito utile a tutta la Germania; e da un brano di una delle lettere dello Scioppio al Campanella, per verità non molto chiaro, si avrebbe motivo di ritenere che Giorgio Fugger temesse di non poter avere con sè il Campanella qualora fosse stato liberato da Ferdinando[481]. In somma un'idea di tornaconto non mancava in tutti questi protettori, e il Campanella l'avea calcolato con la sua solita avvedutezza, come avea pure previsto che durando a lungo il gioco sarebbe sfumato; ciò forse aumentava la sua impazienza anche più del giusto.

La 1a lettera dell'Arciduca Ferdinando al Vicerè, almeno finoggi, non ci è nota testualmente: sappiamo solo che l'Arciduca scrisse nel principio dell'anno 1608 da Ratisbona, avendolo ricordato egli stesso nella 2a lettera, e che dimandò la liberazione del Campanella, ma l'invio della lettera fu ritardato da un tale che non conosciamo. Tutto induce a credere che in conseguenza di essa, o forse meglio in attesa di essa per prevenire le sollecitazioni, il Campanella sia uscito dalla fossa, rimanendo per altro sempre in S. Elmo. Una lettera dello Scioppio al Campanella senza indicazione di luogo nè di tempo, ma evidentemente riferibile all'aprile o maggio 1608 come vedremo, comincia col dire, «Godo che le tue cose vadano un pochino meglio», ciò che indica essere avvenuto un cambiamento nelle condizioni del prigioniero in febbraio o marzo. Continua poi col suggerire che scriva particolarmente all'Arciduca Ferdinando, rendendo grazie dell'aver cominciato a gustare il frutto delle sue commendatizie, pregando di richiederlo in ceppi al Re di Spagna, con la promessa di restituirlo quando e dove al Re piacerebbe, e dichiarando che in tre mesi avrebbe fatto molte e così grandi cose a vantaggio dell'Arciduca e di casa d'Austria, da dover confessare che a niun altro egli era tanto debitore quanto allo Scioppio che glie l'avea raccomandato. Aggiunge inoltre voler essere spiegate due opinioni sue che venivano censurate: come mai il Peripateticismo, che avea messo tanta radice nella Chiesa, poteva dirsi empio al punto da ritenere Aristotile precursore dell'Anticristo; perchè mai bisognava affaticarsi a propagare la Monarchia Austriaca, se l'Anticristo era prossimo, e per opinione di molti, poggiata sopra alcune parole di Daniele, appena 45 giorni doveano passare tra la morte dell'Anticristo e il giudizio universale. Aggiunge da ultimo che assai avrebbe giovato comunicargli qualcuno de' segreti che egli possiede in beneficio dell'Arciduca. Come ben si scorge, lo Scioppio riconosceva finalmente che le grandi promesse non alienavano niente affatto gli animi de' Principi, ed anzi, furbo com'era, si disponeva a gustarne lui pure i frutti, espilando sempre; coglieva al tempo stesso destramente l'occasione per essere illuminato sulle maggiori quistioni relative all'Anticristo, suo tentativo continuo di espilazione. In fondo poi, il consiglio che dava al Campanella, circa il modo di scrivere all'Arciduca Ferdinando, era identico a quello che il Campanella aveva posto in atto presso l'Imperatore; non avea potuto riuscire presso l'Imperatore, ma conveniva tentarlo presso Ferdinando.—A questa lettera dello Scioppio dovè certamente seguire quella che reca la data del 13 giugno senza l'anno, e poi ancora l'altra in data del 7 novembre egualmente senza l'anno, entrambe da noi pubblicate[482]; giacchè vi si trovano riprodotte intere frasi dello Scioppio, vi si parla del doversi ricorrere del tutto all'aiuto del patrono Ferdinando, vi si risponde a' quesiti proposti. Nella 1a lettera il Campanella dà la spiegazione de' tempi dell'Anticristo e del Peripateticismo che considera come uno de' capi dell'Anticristo medesimo, distinguendo in questo 7 capi, 7 corna, ed anche una coda rappresentata da Gog e Magog, con molte altre particolarità atte a solleticare maggiormente la curiosità dello Scioppio: ma non si occupa della quistione de' 45 giorni, che interessava personalmente il suo interrogante come si vide in sèguito e come egli avea capito fin da principio; si duole del resto di non aver potuto mandare i Profetali, facendone nascere sempre più vivo il desiderio, e cerca infine qualche sussidio per gli alimenti e la trascrizione de' libri. Ma l'importante per noi è che riconosce doversi riporre ogni speranza in Ferdinando, per opera del quale solamente vede farsi sempre più sereno, mentre da niun altro c'è da sperare; e ripete che deve ottenersi da Ferdinando il suo trasferimento in ceppi presso di lui per tre mesi, manifestando che il Papa non aveva potuto ottenere nè il trasferimento suo a Roma nè la terminazione della causa de jure in Napoli (la quale notizia non saprebbe dirsi donde gli fosse venuta). Nell'altra lettura poi si rileva qualche cosa di più. Lo Scioppio, irritato, non rispondeva già a molte lettere del Campanella, principalmente perchè il filosofo sospettava sempre che egli volesse farsi bello con le opere sue; ma gli premeva di sapere come dovesse interpetrarsi la faccenda de' 45 giorni successivi alla morte dell'Anticristo, poichè il Re d'Inghilterra lo aveva confutato e deriso circa tale fatto; si era quindi rivolto a fra Serafino di Nocera perchè procurasse una risposta dal Campanella, dicendo con furberia che la confutazione cadeva meno sopra di sè che sopra lo Squilla, il quale ammetteva doversi verificare dopo l'Anticristo la Monarchia de' Santi, e però, laddove non producesse argomenti capaci di sodisfare, egli ne avrebbe deriso i Profetali (è manifesto che i Profetali gli aveano toccato il cuore). Questa lettera a fra Serafino era stata scritta il 23 ottobre e giunse nelle mani del Campanella il 7 novembre, d'onde si potrebbe desumere che lo Scioppio si trovasse pur sempre in Germania; ma forse qualche circostanza estranea impedì un sollecito arrivo della lettera, essendo ad ogni modo indubitabile, per notizia tratta da una lettera dello stesso Scioppio scritta assai più tardi a Cassiano del Pozzo e da noi pubblicata, che il 1608 egli tornò a Roma in qualità di Ambasciatore Cesareo per menare innanzi la lega Cattolica, e siffatta circostanza non deve sfuggire. Il Campanella, nella sua risposta, si duole della freddezza dell'amico, e soggiunge, «abbastanza in addietro hai fatto per me, se non vuoi far altro, nessuno ti costringerà»; ma avendo lo Scioppio affermato essere facilissimo e spontaneamente offerto dal suo patrono il trasferimento «ad urbem», dice che lo gradirebbe assai, amando meglio morire in grembo alla Chiesa che essere ben nudrito in mano di nemici, e soggiunge, «non dire di non poterlo fare, poichè altrimenti riterrò essere stato uno scherzo quanto hai professato di aver fatto per me» (forse si alludeva al trasferimento da S. Elmo nella città di Napoli, ma piuttosto a quello da Napoli a Roma, essendo oramai certo che lo Scioppio non credeva utile quest'ultima maniera di trasferimento, perchè il Campanella sarebbe stato rinchiuso nelle carceri del S.to Officio, e ne sarebbe rimasto contrariato il Fugger che lo voleva presso di sè). Del resto, quanto alla Curia Romana, il Campanella dice con disdegno ed alterigia, «cessino di augurarmi il peggio in Roma; la terra tollera più facilmente un Sole che due» (parrebbe che in Roma avessero conosciuto gli sforzi che si facevano in Germania per averlo colà, ma non li avessero punto approvati, e il Campanella avea dovuto persuadersi non esservi per lui alcuna simpatia nella Curia, ma invece una decisa avversione). Chiarisce poi la quistione de' 45 giorni successivi alla morte dell'Anticristo, ed accenna che per lui questo tempo è di molti secoli, facendo avvertire la necessità di distinguere i capi e la coda dell'Anticristo, la necessità di bene interpetrare i tipi e i postipi, il trigono nel tetragono, i fini latenti negli esordii (un mucchio di particolarità astruse); ed aggiunge, «i Profetali potrebbero ora servire, dì al Papa che comandi si portino a lui, e forse io pure sarò trasferito con essi»; quindi cerca di rabbonirlo e dice, «ti aspetto fra breve ed avrai ciò che desideri da me» (le quali circostanze menerebbero tutte a far ritenere che lo Scioppio già si trovasse in Roma), ed infine chiede che gli mandi il libro del Re d'Inghilterra, perchè risponderebbe egli medesimo, e questo forse gli profitterebbe di più (ma non manda niente affatto i Profetali).

Non conosciamo finoggi altre lettere del Campanella allo Scioppio, comunque apparisca possibile che ve ne siano state ancora. Aggiungiamo poi che nell'intervallo scorso tra gl'invii delle due lettere suddette, nell'autunno 1608, dovè accadere la venuta del Fabre a Napoli, nella quale egli «lasciò» al Campanella un quesito Sul Pieno e sul Vacuo; e il Campanella vi rispose, e in fine della sua risposta, che fu da noi pubblicata, disse che stava «più stretto di prima quanto allo scrivere» e che sperava venisse una lettera da Ferdinando, per la quale potesse andare presso di lui; tale circostanza fa determinare con esattezza la data che nella risposta manca, e giova tener presente che a tale data i rigori verso il Campanella non erano del tutto cessati[483]. Bisogna anche dire, secondo le notizie tratte dall'Epistolario romano, che tanto lo Scioppio in Germania quanto il Fabre in Roma aveano cominciato ad occuparsi della traduzione delle opere del Campanella: il Fabre faceva tradurre in latino e in tedesco il Dialogo contro i Luterani, e lo Scioppio, che ne sollecitava l'invio al Fugger, faceva tradurre in latino i Discorsi a' Principi d'Italia ed anche il primo libro degli Antiveneti; ma di tutte queste traduzioni non si vide mai la fine. Del pari non si vide mai la conchiusione della mossa del Campanella presso Ferdinando così come era stata concertata con lo Scioppio, vale a dire che Ferdinando scrivesse al Re di Spagna di lasciar venire il Campanella in ceppi presso la persona sua per tre mesi: invece se ne ha una lettera al Vicerè in data di Grätz 3 ottobre 1608, con la quale, accennando all'altra sua precedente inviata nel principio dell'anno, dice che, sebbene non gli sia nota la causa della continuazione della prigionia del Campanella, essendo informato che questo soggetto «per la sua rara dottrina può far gran profitto nella religione Cattolica, sì come massime in questi tempi simili persone sono molto necessarie», prega S. E. «di fare gratia al nominato Campanella, liberandolo quanto prima della sua ritentione», ciò che sarà a lui «et a' principali altri, che fanno la medesima instanza, di molto gusto». Come mai Ferdinando desistè dal chiedere il trasferimento del Campanella presso la persona sua? Forse egli seppe che questo non piaceva punto a Roma, dove per lo meno si dovea pretendere che il prigioniero venisse a scontare nel S.to Officio la condanna riportata, onde il Campanella ebbe poi a dire «cessino di augurarmi il peggio in Roma»; forse anche il progetto di far dimandare quel trasferimento fu un semplice artificio dello Scioppio per indurre il Campanella a rivelargli qualcuno de' segreti, de' quali avea dapprima biasimata la promessa. Forse vi fu l'una e l'altra cosa insieme, ma privi della lettura di tutti i documenti noi non siamo in grado di tentarne l'interpetrazione: solo possiamo dire che il Berti assicura essersi dalla lettera ottenuto il semplice trasferimento del Campanella dal Castel S. Elmo al Castel nuovo. Dobbiamo poi aggiungere che vi fu ancora un'altra lettera di Ferdinando al Vicerè, scritta ad istigazione di Giorgio Fugger in data di Grätz 10 maggio 1609, e in questa non si parlò più di liberazione del Campanella, ma invece di due altre cose ben diverse, che meritano di fermare l'attenzione. Ferdinando pregò S. E. in questi termini: «di dar ordine et procurare affine che detto Campanella finisca senza impedimento e dimora i suoi libri della Matematica, d'Articoli profetali et anco della Metafisica. E tanto maggiore sarebbe l'appiacere se mi fossero mandati essi libri, come spero non l' sarà contrario. E poichè molti degni di fede rendono testimonianza et affermano che l'istesso Campanella habbi per il rarissimo suo ingegno et sottil intelletto molte cose di palesare che ridondano in utile et beneficio della M. Cat.ca mio sig. cognato, e della nostra casa d'Austria, sarebbe ben fatto che V. Ecc.za lo facesse venir avanti di sè, et intendesse quelli suoi secreti; si come la prego a farlo per amor mio, et comunicarmi poi quel tanto che l' parerà necessario». A questa lettera il Vicerè avrebbe risposto «che non era in sua facoltà di far uscire il Campanella»: come ognuno vede, tale risposta non ha alcuna relazione con la proposta, e potrebbe intendersi meglio in relazione con la lettera antecedente. Ma ad ogni modo, con l'ultima lettera, a che riducevasi infine la protezione accordata da tutti questi Signori al Campanella? Ad una pura e semplice espilazione e su tutta la linea, col riconoscimento di qualità superiori nell'uomo di cui s'intendeva carpire le opere e i consigli; e ciò forma il più grande elogio del Campanella, e dovrebbero riflettervi coloro i quali trovano in lui tanti difetti, e cercano sparger dubbî perfino sulla sua capacità e sulla sua dottrina. Con tanti difetti, con tanto poca capacità e dottrina, per sì lungo tempo e con sì grande ardore egli fu stimato in Germania quasi indispensabile per tener fronte agli eretici di quell'età: non è a nostra notizia che parecchi individui siano stati stimati altrettanto[484].

È inutile oramai per la nostra narrazione vedere come anche il Fugger dopo altri tentativi presso la Corte di Madrid, venuto egli medesimo in Napoli nel 1610, si fosse raffreddato definitivamente, e il Fabre e lo Scioppio si fossero persuasi che il Campanella «stava bene dove stava», con accompagnamento anche di dileggi villani e spudorati da parte dello Scioppio: la nozione chiara del disegno di congiura d'accordo col Turco, e il convincimento che varie cose, e tra le altre le apparizioni dì diavoli, fossero state simulate per uscire dalla prigione, tolsero al Campanella ogni appoggio; ed è indubitabile che cessato questo appoggio, i rigori del carcere furono per lui sempre più mitigati dal Governo Vicereale. A noi importa qui principalmente mettere in luce, che in tutti i maneggi per la liberazione del Campanella non vi fu la menoma partecipazione della Curia Romana. Nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella avevamo combattuta la pretesa «missione Papale avuta dallo Scioppio per trattare la liberazione del prigioniero», ed anche negata la venuta dello Scioppio in Napoli che dicevasi effettuata nel 1608, essendoci costui apparso senza dubbio un protettore del Campanella ma col fine recondito di espilarne le opere: i nuovi documenti datici dal Berti hanno provato che vi fu una venuta dello Scioppio, ma nel 1607, ed hanno confermato appieno che la Curia Romana non contribuì per nulla a' tentativi di liberazione ma forse li contrariò, ne hanno affatto smentito che lo Scioppio fu principalmente un espilatore. La missione Papale avuta dallo Scioppio fu già affermata dal Naudeo, il quale nel Syntagma, a proposito de' libri inviati allo Scioppio, fece dire dal Campanella «omnes jam dictos libros Scioppius a me accepit anno 1608, cum venit missus a Paulo V meam tractaturus libertatem, dedi etiam et Atheismum triumphatum»: e rimarrà sempre un esempio di grande distrazione l'aver voluto trovare nella lettera del Campanella con la data del 1607, posta qual Proemio dell'Ateismo e pubblicata dallo Struvio, la conferma di una venuta che dicevasi effettuata nel 1608; così pure l'avervi voluto trovare la conferma della missione favorevole data allo Scioppio da Paolo V, mentre vi si legge, «Levitae et Sacerdotes pertransierunt me absque benedictione..., jacebam prastolans mortem sicut Elias sub junipero, tu autem tanquam Angelus me ad vitam excitasti, sed subcineritium panem non attulisti, in cujus fortitudine me usque ad Oreb faceres ambulare». Il Campanella in una prefazione a nomo del tipografo, apposta alla ristampa dell'opera De Sensu rerum fatta in Parigi il 1637, disse che al pari di Tobia Adami e Rodolfo di Bima venuti in Napoli il 1613, anche lo Scioppio si aveva procurate dagli amici tutte le opere che egli avea composte «in anno 1608»; ma in una data più vicina a questa di cui trattiamo, nel 1631, quando potè pubblicare per la prima volta in Roma l'Ateismo debellato, nella prefazione disse, «misi hunc libellum amico ut proficeret in Germania, anno Domini 1607, multosque libros meos»; nè in alcuno di questi due brani parlò mai della missione data allo Scioppio da Papa Paolo. Il Naudeo, che fu il vero redattore del Syntagma, venne forse tratto a scrivere ciò che scrisse, rilevando l'anno dal primo de' due brani suddetti, ed aggiungendo la circostanza della protezione del Papa pel gusto inopportuno di recar gloria al Papato e vantaggio alla riputazione del Campanella: egli avea già fatto lo stesso scrivendo il celebrato Panegirico ad Urbano VIII, in cui non solo esaltò questo Papa qual protettore del Campanella, ma anche Gregorio XV, Paolo V, e perfino Clemente VIII, che aveva certamente inaugurato l'abbandono del filosofo nelle mani degli spagnuoli. Ma, al solito, lo stesso Naudeo parlò nuovamente della venuta dello Scioppio a Napoli in una lettera privata diretta appunto a lui, che fu pubblicata dopo la sua morte e che noi non mancammo di ricordare; e in questa lettera parlò ben diversamente dello scopo della venuta a Napoli, riducendolo alla semplice voglia di vedere il Campanella, senza alcuna missione Papale. «Neapolitanum iter, quod ejus tantum invisendi gratia susceptum a te fuit»; e del resto per non mancare all'abitudine dell'elogio continuo, vero o falso, il Naudeo aggiunse essere stato dallo Scioppio procurato al prigioniero l'assegno di una non mediocre quantità di danaro per vitto e la concessione di una somma libertà, i quali beneficii sappiamo veramente essere stati goduti dal prigioniero alcuni anni dopo[485].—Non paia eccessivo questo trattenerci a lungo sul fatto della missione Papale: se ci fossero elementi capaci di accreditarlo, il fatto riuscirebbe sufficientemente grave; e per esso appunto siamo entrati ne' tanti e tanti particolari di ciò che avvenne dal 1607 in poi, giacchè altrimenti ci sarebbe bastato dire che il Campanella non trovò ascolto favorevole alle sue dimande nè in Roma nè in Spagna, in nessuna delle due parti che avrebbero potuto realmente dare un termine a' suoi guai. Qualora avesse dovuto accogliersi il fatto di una missione di Paolo V «per trattare la libertà del Campanella» od anche una partecipazione di Paolo V a' maneggi altrui per farlo uscire in libertà, sarebbe apparso molto naturale essere state mandate buone al Campanella le ragioni da lui addotte in difesa presso la Curia, circa la congiura e l'eresia, essersi riconosciuta ne' guai del Campanella una pura e semplice soperchieria di Spagna: per verità questo non avrebbe scosso dalle fondamenta ciò che abbiamo esposto massime intorno alla congiura, mentre la Curia mille volte pretese essere stati calunniati i delinquenti sol perchè clerici; ma avendo spesso abbandonato gl'imputati ecclesiastici anche appena sospetti, ogni qual volta trattavasi d'imputati politici, sarebbe sempre rimasto un motivo di dubbî e di perplessità. Invece è chiaro che Paolo V, già guarito della mania dell'immunità ad ogni costo dopo la faccenda di Venezia, avrebbe potuto solamente reclamare dal Governo Vicereale che si pronunziasse una volta la sentenza nella causa della congiura in persona del Campanella, la qual cosa nemmeno il filosofo desiderava, ma non mai trattare perchè egli fosse posto in libertà. Essendo stato dal suo antecessore, con un Breve in piena regola, istituito un tribunale ecclesiastico speciale in Napoli, non avrebbe potuto seriamente esigere che il Campanella fosse stato giudicato dal tribunale Romano com'egli dimandava: è superfluo poi dire quanto grave sarebbe riuscito l'accogliere l'altra dimanda del Campanella, l'annullamento di un giudizio di eresia, menato innanzi con tutta la solennità possibile, sotto l'ingerenza continua della rispettiva Congregazione Cardinalizia preseduta dal medesimo Papa antecessore. Ed appunto perchè vi era stata una condanna in siffatto giudizio, riesce chiaro che il Papa avrebbe sempre dovuto esigere che il Campanella, non appena uscito dal carcere di Napoli, l'espiasse, e non andasse già a predicare contro gli eretici, mentre con quella condanna egli medesimo era stato implicitamente dichiarato un eretico: sotto tale rispetto è pure da notarsi che lo Scioppio, consapevole della condanna e tanto svisceratamente attaccato al Papa e alle istituzioni Cattoliche, vi si sia mostrato davvero tanto poco ossequente; ma vediamo anche oggi dove vada per solito a parare lo sviscerato attaccamento al Papa e alle istituzioni Cattoliche.

Inutili dunque riuscirono gli appelli, le suppliche, le lettere del Campanella, e gli sforzi de' suoi protettori, compresi quelli attuati per mezzo dello Scioppio, non approdarono a nulla: egli rimase nel carcere, dove i rigori furono ulteriormente mitigati sempre, ma non si venne mai più alla sentenza, essendosi poi col tempo perfino disperso o bruciato il processo, sicchè, anche volendo, non si sarebbe potuto sentenziare. E vogliamo dire che egli non cessò mai di serbare viva gratitudine verso coloro i quali si adoperarono per lui, verso lo stesso Scioppio, sebbene avesse avuto ragione di convincersi che si era servito delle opere trasmessegli per comporre le proprie. Appunto nella prefazione dell'Ateismo debellato stampato nel 1631, ricordando di aver mandato «ad un amico» quel libro con molti altri, il Campanella aggiunse, «quibus ad suorum compositionem profecit», ed augurò all'Ateismo «meliores fructus apud veritatis et non propriae gloriae cultores»: nella prefazione poi della ristampa parigina dell'opera De Sensu rerum, nel 1637, lodando Tobia Adami che gli si era mostrato fedele nell'aver procurata la pubblicazione delle opere avute, e menzionando lo Scioppio ed altri tedeschi e francesi, che avute le opere «nulla fecero per la gloria dell'autore», aggiunse «nisi Scioppius pro vita in principio». Così fino agli ultimi anni suoi il Campanella, ricordando il male, non dimenticò il bene, e ciò prova la bontà della sua natura, la quale del rimanente è attestata anche da varii altri fatti memorabili: basta considerare la difesa di Galileo Galilei, che scrisse mentre si trovava tuttora nel carcere di Napoli, e la difesa di Girolamo Vecchietti, che sostenne con pieno successo quando se lo trovò a lato nel carcere del S.to Officio in Roma[486]. Le speranze di prossima liberazione lo tennero inerte per molto tempo. Dopo di aver menato a termine febbrilmente le opere da doversi trasmettere allo Scioppio, scrisse soltanto gli opuscoli epistolari che abbiamo menzionati: gli ultimi tra questi, riferibili al 1608, furono gli opuscoli Sul Peripateticismo e Sul tempo successivo alla morte dell'Anticristo, che forse rappresentano le risposte al Re d'Inghilterra delle quali si trova fatta menzione nel Syntagma, ed inoltre quello Sul Pieno e sul Vacuo diretto al Fabre. Al sèguito di essi si può mettere quello Per l'Abate Persio sull'uso della bevanda calda, che dovè essere di maggior mole e vedesi già preconizzato nell'opuscolo antecedente Sul calore estivo: esso apparisce riferibile a questo periodo, nel quale certamente il Campanella trovavasi in assidua corrispondenza col Persio, come mostra l'ultima sua lettera al Fabre tra quelle da noi pubblicate; ma bisogna anche dire che vi furono molti opuscoli e lettere all'indirizzo de' Fuggers, secondochè risulta dalla menzione fattane nel Syntagma. Compose inoltre senza dubbio molte poesie di dolore o di sdegno pubblicate poi dall'Adami, delle quali riesce di poter determinare talvolta la data precisa e più sovente la data approssimativa, sia dietro qualche circostanza che vi si vede notata, sia dietro qualche riproduzione di pensieri che si trovano espressi nelle lettere e nelle opere di data conosciuta. P. es. non si può dubitare che l'«Elegia al Sole», composta quando stava ancora nella fossa, debba dirsi della fine di marzo 1607, poichè vi si parla del sole in ariete e del tempo in cui Gesù risorse, ciò che ci mena alla Pasqua di risurrezione del 1607, sapendosi che in quest'anno veramente la Pasqua si celebrò col sole in ariete il 26 marzo, mentre nell'anno anteriore e nel posteriore si celebrò in aprile; dippiù vi si trova quel pensiero che fu poi riprodotto nella lettera a Mons.r Querengo del luglio 1607:

«Le smorte serpi al tuo raggio tornano vive,
invidio misero tutta la schiera loro».