Di certo durante il marzo vi fu un poco di rilasciamento nell'attività del tribunale; le feste di Pasqua poi, negli ultimi giorni di marzo e primi di aprile, vennero a sospenderne affatto le sedute. Durante il marzo la causa del Contestabile, con l'esame de' quattro testimoni, non potè occupare molte sedute, tanto meno la Difesa orale di fra Dionisio, ancor meno la Difesa scritta dell'Avvocato del Campanella, e d'altronde conosciamo che i termini per le difese solevano essere brevissimi. Bisogna dunque ammettere qualche ragione estrinseca, e questa potrebbe ravvisarsi nell'assenza del Vicerè da Napoli in tale periodo: poichè egli dovè finalmente adempiere la missione già troppo ritardata, di Ambasciatore straordinario di obbedienza al Papa in nome di Filippo III, e così venne meno la sua inesorabile insistenza [103]. Il 9 marzo egli era partito da Napoli, insieme con la Viceregina ed una distinta comitiva di Nobili, che erano felici di potersi mostrare servitori affezionati a S. M.tà e di poter guadagnare anche le indulgenze del Giubileo in Roma, nè fu di ritorno prima del 27 aprile. Potremmo narrare una grande quantità di aneddoti intorno a questo viaggio, ma ce ne asteniamo. Diremo solamente, per quanto riflette i casi della nostra narrazione, che tra' nobili i quali ottennero l'onore molto ambìto di accompagnare il Vicerè vi fu il Principe della Roccella, insieme col suo primogenito Girolamo Marchese di Castelvetere, la qual cosa venne ritenuta un favore particolare del Vicerè dietro la brillante condotta del Principe nella cattura del Campanella: oltracciò il Nunzio espose al Card.l S. Giorgio il desiderio che si trattassero in Roma direttamente col Vicerè gli affari più gravi, e tra questi non v'era compreso l'affare del Campanella, ma del resto, malgrado le promesse del Cardinale, non se ne fece nulla. Era rimasto in Napoli Luogotenente del Regno il figliuolo secondogenito del Vicerè, D. Francesco de Castro, giovane di anni e maturo di senno, il quale non fu tiepido nel volere spedita la causa del Campanella, ma non avea la voce autorevole del padre, e il Nunzio poteva tanto più opporgli la sua. Il 12 aprile, forse in previsione del prossimo ritorno del Vicerè, ma piuttosto in sèguito di una novità manifestatasi nel Campanella, come vedremo più oltre, il Sances chiese istantemente a' Giudici che si spedissero le cause del Campanella e di fra Dionisio: il Nunzio si avvide allora, abbastanza tardi, degl'inconvenienti a' quali si andava incontro, e si oppose, e volle che si attendesse per avere nuove istruzioni da Roma. Ecco come egli ne scrisse al Card.l S. Giorgio in una sua lettera del 14 aprile, che importa tener tutta sott'occhio, mentre da essa si rileva qual fosse la posizione giuridica del Campanella e di fra Dionisio, con la corrispondente condanna in vista. «Tornammo due giorni sono à trattar della causa della ribellione, et perchè il Fiscale di essa mi fece una gagliarda instanza della speditione quanto alla persona di fra Thomaso Campanella et di fra Dionigi Pontio, non volsi consentire che si trattasse della fine, non si sapendo ancora dove N. S.re voglia si conoschino le materie appartenenti al S.to Offitio, oltre che reputandosi l'uno confesso che è il Campanella, et l'altro convinto che è il Pontio, potrà facilmente essere la fine delle loro cause il degradarli, e darli alla Curia secolare, ma non mi è parso che questo si deva fare in modo alcuno, senza parteciparlo prima con S. S.tà rimanendo sospesa la causa del S.to Offitio. Et se bene di questo se ne potrà fare espressa riserva, ho non dimeno per un certo che di convenienza reputato sia bene che S. B.ne lo sappia, et comandi se in ciò gli occorre altro, questo medesimo risposi hieri al Sig.r D. Francesco de Castro che à suggestione, per quanto credo, del medesimo fiscale me ne parlò tanto efficacemente, non si volendo far capace delle ragioni che mi movevano à voler prima parteciparlo costà, che mi hebbi à risentire, parendomi d'esser troppo stretto, et à dire risolutamente che non ne voleva far nulla et che mi pareva strano che in un negotio che hà durato più di 6 mesi mi si volesse ridurre ad un' giorno, quando per haver una risposta di costà ne bisognavano 10 ò 12 che non erano anche tanti che si convenisse negarmeli, et perciò desidero haver di questo risposta quanto prima».
La posizione del Campanella, e così pure quella di fra Dionisio, erano dunque nettamente definite: il Campanella ritenevasi confesso, fra Dionisio convinto, e secondo la giurisprudenza e i termini chiari ed espliciti del Breve Papale dovevano essere, previa la degradazione, consegnati al braccio secolare, naturalmente con quella rutinaria preghiera altrove menzionata che la pena fosse «senza pericolo di morte» etc., preghiera che la giurisprudenza imponeva, e che era sottinteso non doversi tenere dal braccio secolare in alcun conto[104]. Erano dunque accolte le conclusioni del Sances, e senza dubbio, pronunziata la condanna di degradazione e consegna alla Curia secolare, la Curia Pontificia non avrebbe più ricevuto il Campanella nelle sue mani per sottoporlo al processo dell'eresia, segnatamente essendovi l'intenzione, come appunto il Papa l'avea una volta manifestata, che gl'interessati nel negozio dell'Inquisizione si mandassero a Roma. Il Nunzio ebbe a capire quanto male a proposito si era procrastinato il giudizio dell'eresia, e nel tempo stesso si era largheggiato in concessioni pel giudizio della congiura; ed il pericolo di non poter più fare il giudizio dell'eresia, non già la menoma idea di salvare il Campanella, indusse lui ad esigere e Roma ad approvare che si soprassedesse alla spedizione della causa. Intanto siffatta sospensione giunse realmente a salvare dalla morte il Campanella e così pure fra Dionisio; ma il Governo Vicereale dovè ritenerla una manovra dalla parte di Roma in beneficio de' frati ribelli, e dovè legarsela al dito, poichè a' termini del Breve Papale non c'era da rivolgersi ancora a Roma ed «aspettare il comandamento di S. S.tà», ma potevasi concretare la sentenza e poi aspettarlo. Ad ogni modo la sospensiva non fu messa innanzi dal Governo perchè non sapeva come condannare que' frati innocenti, secondo che è stato affermato da altri scrittori; e vedremo anzi quanto esso insistè, durante più anni, perchè si compisse una volta la spedizione della causa, finchè non sopraggiunsero altri fatti, pe' quali sorse un grave sospetto che Roma volesse addirittura salvare que' frati in dispregio del potere civile.
Da Roma, il 22 aprile, si scrisse al Nunzio che tra poco si manderebbe una risposta risoluta, e intanto si lodava che egli non avesse consentito alla spedizione della causa della ribellione, mentre pendeva la deliberazione da prendersi per quella dell'eresia. Effettivamente venne poi, alcuni giorni dopo, comunicata la deliberazione che vi si procedesse in Napoli, e già durante tutto questo tempo si era continuato lo svolgimento del processo della congiura, trattandosi le difese degli altri frati. Questo si rileva dalle lettere del Nunzio del 24 e del 28 aprile, nella quale ultima si dice «che i prigioni per la ribellione... seguono le loro difese, nelle quali non ci è parso restringerli, se bene i termini concessi à tal effetto erano passati». Quali siano state le difese de' rimanenti frati non conosciamo: alcuna Difesa scritta per loro dal De Leonardis non ci è pervenuta, e questo ci fa pensare che forse essi siano rimasti senza Difesa scritta. Del rimanente ecco quanto troviamo in coda a' rispettivi Riassunti degl'indizii, dove si ebbe cura di registrare ciò che si fece da questo lato. Pel Pizzoni troviamo, «habuit defensiones quas fecit», e da ciò desumiamo che egli siasi difeso da sè. Pel Petrolo, e così pure pel Bitonto, troviamo semplicemente «habuit defensiones», donde desumeremmo che questi due si siano rimessi alla giustizia del tribunale senza difendersi, la qual cosa collimerebbe col loro grado di cultura molto più basso. Per gli altri frati poi, cioè il Lauriana, fra Paolo della Grotteria, fra Pietro di Stilo e fra Pietro Ponzio, non troviamo alcuna annotazione, e dovremmo desumerne che il Sances abbia rinunciato all'azione penale contro di loro. È quasi superfluo aggiungere che pe' frati suddetti, come pel Campanella e fra Dionisio, e parimente pel Contestabile, furono compiute le difese ma restò sospesa la spedizione della causa: essi dovevano, o come principali o come testimoni, sottostare al processo dell'eresia, e la Curia Romana avea deliberato che dovesse prima svolgersi quest'altro processo. Così la sorte di tutti costoro rimase sospesa durante molto altro tempo, e da ciò rimase danneggiato singolarmente fra Pietro Ponzio, il quale non era implicato in nessuno dei due processi e restava intanto nel carcere; ma vedremo tra poco che appunto nel carcere erano già cominciati a sorgere alcuni sospetti contro di lui.—La deliberazione che il processo dell'eresia dovesse trattarsi in Napoli fu annunziata dal Card.l di S.ta Severina, con lettera del 28 aprile che troveremo a capo del relativo processo: questa lettera pervenne al Nunzio verso i primi di maggio, come si rileva dall'altra che egli scrisse al Card.l S. Giorgio in data del 5 maggio. Si fu dunque perfettamente in tempo a cominciare il processo dell'eresia mentre terminava il processo della congiura per gl'inquisiti ecclesiastici fin allora presi; e come la spedizione di quest'ultimo processo rimase sospesa, così dobbiamo anche noi sospendere il racconto dell'esito riserbandolo pel tempo suo.
Ci occorre pertanto narrare un fatto importantissimo, che si era già verificato in persona del Campanella fin dai primi di aprile. Con un accesso subitaneo e violento si era manifestata in lui la pazzia: questo incidente, non senza conseguenze giuridiche per lui, merita tutta la nostra attenzione, e cominceremo dal vedere dapprima quanto egli medesimo ne lasciò scritto. Nelle lettere del 1606-1607, pubblicate dal Centofanti, una volta scrisse, «furono negate le difese, e per questo sopraggiunse la pazzia»; un'altra volta scrisse, «mi fecero pazzo essi con tanti tormenti et con non lasciarmi difensare»[105]. Più tardi (il 1614) in una delle note nelle sue Poesie scrisse, «bruciò il letto, e divenne pazzo ò vero ò finto»[106]. Più tardi ancora (il 1620), nella sua Narrazione, tornò alla prima versione del fatto e con molta larghezza scrisse, che il Sances «con altri di sua fattura» (e questi non potrebbero essere stati che il Nunzio e il De Vera), udendo le ragioni da lui addotte in sua discolpa, «levaro al Campanella la commodità di scrivere, e d'esaminare, e difensarsi, e li libri e il commertio con avvocati, e lo posero dentro al torrione inferrato dicendoli, che dovea morir per ragion di stato e che s'apparecchiasse i sacramenti, non a difensarsi, e li mandaro Gesuini, e frati a conortarlo a morire, e volendo presentar il Campanella li libri da lui fatti sopra la mutatione del mondo e la monarchia di Christo, d'una greggia sotto un pastore, presto apparitura in tutto il mondo, data da lui al Cardinal Sangiorgi dui anni avanti perchè si vedesse che non era invention contra la chiesa, nè contra il Re fatta novamente (sic). E di più volea presentar un volume scritto della Monarchia di Spagna molto utile alla corona, e la tragedia della Regina di Scotia fatta da lui per Spagna contro Inghilterra, e li discorsi alli Principi d'Italia, che per ben comune non devono contradir a detta monarchia, e questi libri fece venir dalla padria subito. Ma il Sances non volse che si presentassero, nè si sapessero, e però lo ristrinse nel torrione con le fenestre serrate, e mise timore a chiunque parlava d'aiutarlo, e li fè tanti stratii al povero Campanella che lo fè impazzire, brugiò il letto, e lo trovaro la mattina mezzo morto, e pazziò cinquanta dì».—Parecchie riserve debbono farsi intorno alle circostanze qui esposte. Vedremo che la sua pazzia durò anche oltre 14 mesi, e scorso questo tempo fu provata col più atroce de' tormenti; saremmo perfino tentati di credere che vi sia stata in tal punto una lezione sbagliata. Vedremo dippiù che i libri i quali volea presentare non vennero dalla patria subito, e nella Difesa scritta da lui medesimo, compiuta dopo la manifestazione della pazzia e venuta in luce 14 mesi più tardi, egli chiedeva a' Giudici che gli si dessero i libri, menzionando i Discorsi politici inviati all'Imperatore, il Dialogo contro gli eretici esistente presso Mario del Tufo, la Monarchia dei Cristiani data al S. Giorgio, la Tragedia e il libro Del Reggimento della Chiesa che diceva trovarsi in Stilo tra le sue piccole masserizie, ed aggiungendovi di seconda mano la Monarchia di Spagna, che diceva trovarsi pure in Stilo tra le sue piccole masserizie, «in meis sarcinulis». Ognuno poi avrà già notato che i tormenti gli erano stati dati il 7 e 8 febbraio, mentre la pazzia cominciò a' primi di aprile, e circa il non essergli state date le comodità di difendersi, bisogna tener presente che nella prima delle sue Lettere del 1606 a Paolo V egli scrisse esplicitamente, «quando mi citaro mi protestai che voleva io difensarmi di propria bocca almen che (sic) non mi lasciaro articolare, e 'l Nuntio passato non mi fè chiamare, che penso non ci l'han detto nè potea» (accennando all'Aldobrandini, che mostrò di scusare poichè scriveva a un Papa): e certamente il Nunzio, che benissimo lo potea, non è scusabile di non averlo fatto chiamare, ma bisogna riconoscere che erano state date le comodità per la difesa, e, come vedremo tra poco, egli non giunse in tempo a presentare la Difesa scritta, e venne poi, il 2 aprile, a manifestarsi pazzo; sicchè riesce del tutto credibile essere sorta la pazzia quando dovè persuadersi che pel momento non dovea più pensare alla difesa, e per giunta mostravasi imminente il processo di eresia tanto più spaventevole per lui. Infine anche la circostanza dell'essere stato trattato con rigore maggiore del solito mentre dovea fare le difese, merita di essere accolta con riserva; poichè, all'opposto, nel detto tempo si soleva trattare gl'inquisiti con larghezza, e vedremo tra poco da una deposizione del carceriere Alonso Martinez confermata la cosa in persona sua. Tutte le altre circostanze poi debbono essere riconosciute esatte, giacchè concordano con quanto emerse in sèguito nel processo dell'eresia, onde siamo in grado di dare la data precisa dell'incidente e tutti i suoi particolari.
Non può dubitarsi che fornirono l'occasione o il pretesto per la pazzia le esorbitanze di confessori, che specialmente a motivo della Pasqua frequentavano allora più del solito il Castello. Vi erano assidui il P.e Pepe gesuita, il P.e Muzio, un P.e Pietro Gonzales Domenicano, e quest'ultimo specialmente confessava i frati carcerati, come trovasi attestato nelle loro deposizioni. Notiamo che fra Pietro di Stilo ebbe a dire del Gonzales: «soleva venire spesse volte quà, è ci faceva delle belle esortationi, et andava anco dal Campanella spesse volte per quanto mi è stato detto, è li faceva delle brutte riprensioni». Più esplicitamente il Vescovo di Termoli scrisse a Roma: «dubito che la pazzia sia nata che andando il Padre Maestro Pietro Gonzales à confessar et communicar alcuni di questi carcerati prima che io venisse à Napoli, andava dal Campanella et l'essortava ad haver cura dell'anima perchè il corpo era spedito». Ben si vede che il Gonzales non godeva pienamente le simpatie del Vescovo di Termoli, e possiamo aggiungere che tanto meno godeva quelle del Nunzio, nel cui Carteggio si trovano più lettere contro di esso, dalle quali apparisce molto amico di fra Serafino di Nocera tanto affezionato al Campanella[107]: inoltre egli conosceva assai da vicino qualcuno de' frati carcerati, p. es. il Petrolo, che era stato con lui in Milano; e per tutti questi motivi rimane dubbio se egli avesse agito a quel modo per leggerezza ed imprudenza, o invece per malizia, vale a dire d'accordo col Campanella medesimo, a fine di rendere spiegabile l'inatteso manifestarsi della pazzia. Ecco ora in che maniera il Campanella si mostrò pazzo, secondo che depose il carceriere Alonso Martines quando ne fu interrogato. «La matina di pasqua del spirito santo prossime passato havendo io la sera precedente lassato una lucerna accesa dentro la priggione di detto frà Thomaso quale poteva durare circa un'hora, è mezza à far lume acciò egli vedesse à mangiare, la matina secondo il mio solito, visitando tutti li carcerati, ritrovai che frà Thomaso havea brusciato la lettèra, le asse, le tavole, un saccone di paglia, et una coperta, et la priggione era tutta piena di fumo, et frà Thomaso era gettato in terra, et io credevo che fusse morto, mà poi io udj che si lamentava, et io lo levai da terra, et lo messi in un'altro loco, et rivenne quanto alle forze del corpo, et ritornato da esso per condurlo alla messa che alhora havea licenza di condurlo, detto frà Thomaso mi venne à dosso è poco ci mancò che non mi levasse il naso dalla faccia, è, da questa hora in quà hà parlato spropositatamente, et anco con altri»[108]. Da diversi fonti all'uopo ricercati abbiamo potuto trarre che la Pasqua nel 1600 si celebrò il 2 aprile: fu questa dunque la data precisa in cui si manifestò la pazzia del Campanella, ed essa spiega pienamente così l'opportunità e convenienza della pazzia dal lato suo, come l'urgenza estrema della spedizione della causa dal lato del Sances. Reca poi senza dubbio una grande meraviglia il fatto, che il Nunzio non abbia partecipata a Roma tale novità; nel suo Carteggio non se ne trova menzione per lungo tempo, e il primo a parteciparla a Roma apparisce nel processo di eresia il Vescovo di Termoli, in data del 25 maggio[109].
Non appena ebbe notizia dell'incidente, il Sances ordinò che si spiassero gli andamenti del Campanella, per conoscere se la pazzia fosse vera o simulata; e fin dal 4 aprile alcuni scrivani andarono nelle ore della notte ad appiattarsi presso il carcere del Campanella per raccogliere ciò che avrebbero udito. Ebbe così due relazioni, che esponevano due colloquii notturni tra il Campanella e fra Pietro Ponzio rinchiusi in due carceri vicine, in data l'una del 10 e l'altra del 14 aprile: queste relazioni furono più tardi trasmesse in copia a' Giudici dell'eresia, i quali le inserirono nel loro processo, e in tal guisa ci è venuto tra mano non solo un documento importantissimo per intendere le cose del Campanella e la condotta del Governo Vicereale verso di lui, ma anche il racconto di uno de' più drammatici episodii del tempo de' processi[110]. Una delle relazioni scritta da Marcello de Andreanis, scrivano fiscale ordinario della Banca di Marcello Barrese, dice che essendosi insieme con Francesco Tartaglia, scrivano straordinario della medesima Banca, recato per ordine del Sances nelle carceri del Castello, e propriamente in un corridoio vicino alle carceri del Campanella e di fra Pietro Ponzio, accostatisi pian piano nel detto corridoio, il 10 aprile, a tre ore di notte, udirono il seguente dialogo. Il Campanella dimandava: che n'è di mio fratello e di mio padre? E fra Pietro rispondeva: stanno nelle carceri del civile con Giuseppe Grillo e Francesco Antonio di Oliviero. Ancora il Campanella: e di tuo fratello che n'è? E fra Pietro: Ferrante sta con quella marmaglia delle carceri del civile. Continuava il Campanella: oh che pietà, che ne sa quel poveretto Francesco Antonio di Oliviero! E fra Pietro: tu vedi! Ripigliava fra Pietro in latino: hai scritto abbastanza oggi? E il Campanella: assaissimo, tutto. Ancora fra Pietro: il Martines è rimasto fuori del Castello ed Onofrio (l'altro carceriere) è stato chiamato dal Capitano; noi possiamo parlare? E il Campanella, in latino: tu non conosci la razza degli spagnuoli; e fra Pietro, in latino: conosco la razza e la scelleratezza degli spagnuoli. Continuando quasi sempre in latino, il Campanella diceva: sai se Tommaso d'Assaro è stato liberato? E fra Pietro: no, dimandane a colui che sta nel carcere superiore (intend. superiore a quello di fra Pietro). E il Campanella: non posso; aggiungendo: fa in modo che dimani possa dare una pagina scritta a fra Pietro (certamente fra Pietro di Stilo), perchè non posso parlare e sento un odore di uomo! E fra Pietro: scongiurali, e parla in latino, giacchè sono idioti e non conoscono la lingua latina. Rimasti quindi un poco in silenzio, fra Pietro ricominciò: non ci è nessuno, perchè il vizio li porta via, tu hai lume? E il Campanella: no, affatto; e soggiunse: andiamo a dormire perchè ho visto un lume. E fra Pietro: andiamo a dormire. Fu questo uno de' colloquii. Notiamo che Tommaso d'Assaro trovavasi carcerato e doveva essere vicino ad uscire in libertà, vedendosi il suo nome più tardi nella lista de' testimoni dimoranti in Napoli, dati da fra Dionisio nella causa dell'eresia, per fatti avvenuti nel carcere[111]. Ma ciò che riesce notevolissimo è il sapere che il Campanella scriveva, che aveva in quel giorno scritto «assaissimo, tutto», come pure una pagina da doversi passare a fra Pietro di Stilo, e che fra Pietro Ponzio ne pigliava molto interesse. Cosa scriveva il Campanella? Non mancheremo d'indagarlo più in là.—Veniamo all'altro colloquio. Esso è riferito da Francesco Tartaglia sopra nominato, il quale dice di essersi recato per dodici notti successive nel Castello, dietro ordine del Sances, e più volte ha udito il Campanella discorrere con fra Pietro «de bonissimo modo», e segnatamente la notte del 14 aprile, in compagnia anche de' carcerieri Martines ed Onofrio, udì le seguenti parole. Fra Pietro chiamò quattro volte il Campanella dicendo, o fra Tommaso... non senti no o cor mio? E il Campanella: bona sera, bona sera. E fra Pietro: o cor mio, come stai, che fai, sta di buon animo, perchè domani verrà il Nunzio e sapremo qualche cosa. Ed il Campanella: o fra Pietro, perchè non trovi qualche modo per potere dormire insieme e godere? E fra Pietro: volesse Iddio, anche a dover pagare dieci ducati al carceriere, a te, cor mio, vorrei dare venti baci per ora; ho sparso per tutta Napoli i tuoi Sonetti, li so tutti a memoria e nulla mi dà più gran gusto che il leggere qualche frutto dell'ingegno tuo. E il Campanella: voglio ora comporne uno pel Nunzio. E fra Pietro: sì cor mio, ma ti chiedo in grazia di comporre prima quelli per me o quelli che desidero per mio fratello, e poi comporrai quelli pel Nunzio. E il Campanella: va a riposare, buona sera. Ben si rileva qui la tenera ed irremovibile amicizia di fra Pietro pel Campanella, e il suo ardore per averne le poesie, spinto fino all'indiscrezione di volerne per sè e per suo fratello, mentre il povero filosofo ne meditava qualcuna che riuscisse a rendergli propizii i potenti nella sua terribile condizione; e si rileva al tempo medesimo l'animo depresso del filosofo, e il suo vivo bisogno della compagnia di un amico come fra Pietro. Si vide poi tale affettuoso colloquio dare al Vescovo di Caserta motivo di sospettare nientemeno che dell'onestà delle relazioni tra il Campanella e fra Pietro: evidentemente questi due giudicabili erano assai migliori di alcuni de' loro Giudici! Ma dunque il Campanella componeva Poesie, oltrechè scriveva pagine da doversi trasmettere a fra Pietro di Stilo, e il Sances già ne sapeva qualche cosa: e come mai poteva egli meditare un Sonetto pel Nunzio? Non ne troviamo alcuno con questo indirizzo nella raccolta fattane da fra Pietro, e bisogna dire che o lo scrivano sia caduto in un equivoco, o il Campanella abbia voluto alludere al Sonetto indirizzato al Papa, da doversi per vie trasversali far capitare nelle mani del Nunzio, il quale si sarebbe poi fatto un dovere d'inviarlo al Papa. Si può intanto immaginare quale concetto abbia dovuto formarsi il Sances intorno a questa pazzia, durante la quale il Campanella scriveva Sonetti perfino al Nunzio: evidentemente egli non poteva che chiedere d'urgenza la spedizione della causa.
Ed eccoci condotti a narrare la vita intima del Campanella, considerandola propriamente dal lato delle sue opere d'ingegno, in questo primo periodo della sua prigionia di Napoli, rappresentato dal tempo in cui venne istituito e svolto il processo della congiura così pe' laici come per gli ecclesiastici. Dicemmo già che fin dai primi momenti dell'arrivo egli compose Poesie per dare animo agli amici, che nel Syntagma se ne ha il ricordo ma con una completa confusione di tempi, che la Raccolta fattane da fra Pietro ci mette in grado di potere fino ad un certo punto distinguere ed assegnare alle diverse poesie la propria data. E veramente nel Syntagma si parla delle poesie in questi termini: «Fui condotto a Napoli qual reo di Maestà, ed ivi, mentre si negava l'aiuto de' libri, composi molti versi latini ed italiani, sul primo Senno e prima Possanza, sul primo Amore, sul Bene, sul Bello e simili, che tutti scriveva di nascosto quando ne aveva l'agio. Di essi vennero formati sette libri intitolati La Cantica, de' quali in parte Tobia Adami pubblicò una scelta, fatta secondo il giudizio suo, sotto il nome di Settimontano Squilla, aggiuntavi l'esposizione. Composi parimente Elegie sulle sventure mie e degli amici, inoltre Ritmi profetali ed una quadruplice Salmodia su Dio e su tutte le opere sue, e a questo modo con le poesie diedi anche vigore agli amici acciò non si abbattessero ne' tormenti». Ora tra le poesie raccolte da fra Pietro, alla cui composizione quasi totale possiamo assegnare un tempo certo, compreso tra il 10 novembre 1599 e il 2 agosto 1601, non si trovano le Canzoni, le Elegie, le Salmodie ricordate nel Syntagma e poi pubblicate veramente dall'Adami; nè occorre dire che vi si troverebbero, qualora fossero state composte nel tempo anzidetto. Appena vi si trovano i Ritmi profetali, sicchè bisogna rimandare le poesie sopra ricordate ad un periodo posteriore di molto; nel qual caso, gli amici rinvigoriti con esse ne' tormenti dal Campanella sarebbero i soli pochi frati tormentati per l'eresia, ciò che vedremo accaduto nel gennaio 1603; invece la raccolta fatta da fra Pietro ci presenta le poesie del primo periodo, e tra esse quelle che servirono a rinvigorire gli amici tutti ne' tormenti per la congiura. La detta Raccolta non serba un ordine strettamente cronologico, ed abbiamo già rilevato altrove che contiene pure qualche poesia certamente del tempo della prigionia di Roma, conservataci per reminiscenze comunicate dal Campanella al raccoglitore: ma essa nemmeno procede scompigliata del tutto, e in generale vi si possono molto bene riconoscere due gruppi che indichiamo subito, assegnando al primo il periodo del quale ci siamo finora occupati, vale a dire dal novembre 1599 all'aprile 1600. Questo primo gruppo è rappresentato essenzialmente dalle prime 24 poesie, che mostrano un distacco sensibile dalle rimanenti, tra le quali per altro è capitata ancora qualcuna da doversi riferire al primo gruppo, mentre poi nell'uno e nell'altro gruppo son capitate quelle poche di reminiscenza, già composte ne' tempi anteriori[112]. Il primo Sonetto col quale si apre la Raccolta di fra Pietro, ben conosciuto perchè fu poi pubblicato dall'Adami, è quello «sul presente stato d'Italia» che comincia col verso
«La gran Donna ch'a Cesare comparse»:
in verità noi lo crederemmo scritto piuttosto ne' giorni de' preparativi, in Calabria, contemplandosi in esso che per la patria infelice, dominata da stranieri, non c'era più da sperare nè nel Principato nè nel Sacerdozio, ma bisognava tornare a' puri principii del Cristianesimo e della Sapienza greca; ad ogni modo riesce abbastanza interessante il sapere che un Sonetto simile, decorato del sacro nome d'Italia e tutto sollecitudine per le sciagure di essa, sia di vecchia data ed abbia circolato tra le mani de' congiurati o de' perseguitati per la congiura[113]. Più sicuramente appartiene al primissimo tempo della prigionia di Napoli, e forse è stato davvero il primo composto nel Castello nuovo, quello che viene in 2o luogo «sopra l'istesso stato d'Italia» (titolo verosimilmente dato da fra Pietro), avendo tutta l'impronta dell'attualità, esprimendo la preoccupazione che il Conte di Lemos avesse a menar buoni i tristi processi fatti in Calabria, promettendo in tal caso più grave la rovina profetizzata agli oppressori, ed esalando il dolore del filosofo ancora sotto l'impressione della bieca accoglienza popolare sofferta nel viaggio da Gerace a Bivona: