Sonavano le dieci, quando la contessa tornò pienamente in sè, ma con gli occhi ancora smarriti, infossati, le labbra livide, profondamente abbattuta.

In quel momento, per la via deserta, s'udì un gran rullìo di carrozze, e due legni si fermarono davanti al portone della palazzina. Eugenio, con gli occhi fuori della testa, si lanciò giù per le scale e nel portone s'incontrò col conte Ottavio Reginaldi, seguìto da un segretario di prefettura, da un sanitario municipale e da quattro guardie.

— Eugenio! — esclamò il conte: — e tu che ci fai, qua?

— Ti dirò.... appunto....

Intanto, il segretario di prefettura ascendeva i primi scalini. Eugenio l'afferrò per le falde del soprabito, gridando al conte:

— Te ne supplico! che nessuno salga, se prima non ho parlato con te.

Il segretario stupito si fermò e il marchese, traendo il conte in un angolo del portone, gli disse con voce bassa, tremante, rotta dall'emozione:

— Sai.... mi succede un caso tremendo.... Io, ero qui con una signora....

— Con la signora Martini?

— Ma che Martini!... è un nome falso: è una signora....