— Ho già capito. C'era lei, nel suo palco; tu l'hai magnetizzata col binocolo; ella t'ha sorriso; vi siete visti fuori....
— Hai capito un corno, abbi pazienza.
— Lascialo dire.
— Ero dunque al teatro. Si rappresentava non importa che; non l'ho mai saputo. Ero distrattissimo. Due giorni prima l'avevo rotta con Delia e capirete bene!... avevo ben altro per la testa che lo spettacolo. M'annoiavo, da uomo educato, pisolando a occhi aperti. Fantasticavo. M'ero sdraiato per bene nello scanno. Avevo meco il mio fido bastone che, in mancanza di figli, sarà il sostegno della mia vecchiaia. Reggevo il capo colla destra, mentre il bastone mi faceva da gruccia sotto l'ascella. A un tratto, sento che un corpo duro, ma delicato come un tentacolo, aveva urtato l'estremità inferiore del bastone della mia vecchiaia. Era la punta d'uno stivalino. Su questo, non c'era dubbio di sorta. Do una sbirciata con la coda dell'occhio, e di stivalini ne scorgo due. Uno maschio, l'altro femmina. L'amor proprio m'induce ad attribuire allo stivalino femmina quell'atto confidenziale. Facendo finta di nulla, proseguo a sbirciare lo stivalino sospetto. A un tratto, lo vedo fremere, arcuarsi, agitare impercettibilmente la punta e vibrare un secondo colpetto nervoso contro il sostegno dei miei giorni cadenti. “Sarà un caso!” suggerì la mia innata modestia. “È un caso pensato”, bisbigliò il mio amor proprio. Attesi un altro minuto. Nuovi fremiti, nuova agitazione, nuovo colpetto. Non c'era più dubbio; quelle gentili pedate per di dietro erano al mio indirizzo. Mi venivano rispettosamente comunicate, in via gerarchica, pel tramite del bastone della mia vecchiaia. Esaminai con maggiore diligenza lo stivalino. Era uno stivalino aristocratico dal tacco alto, provocante. Un tacco che meritava un blasone. Lo stivaletto disegnava, come un guanto, un piedino irrequieto, capriccioso. Non era cinese, che Dio ce ne guardi. Io esecro i piedi cinesi. Era un piedino italiano, elegante, nervoso, pieno di reticenze, di sottintesi. Mentre lo stavo esaminando, quel piccolo e interessante personaggio si avvicinò, facendo sembiante di nulla, al mio bastone, e vi s'appoggiò, con delicata pressione, colla squisita disinvoltura d'una marchesa che metta il braccio sotto quello del cavaliere in una festa da ballo. Era un piedino sapiente; ve lo dico io.
— Ti consiglio di scorciare con garbo questo tuo lirismo pedestre.
— Sta zitto! In quel piede c'era tutto un poema. Una corrente di fluido magnetico percorse il bastone e mi serpeggiò per le vene, sottile, sottile....
— Come un bicchierino di cognac.
— Che bestia! Scusa, sai! Quel piede mi faceva provare sensazioni strane, voluttuose. Gli accordi dei violini mi giungevano agli orecchi come un debole, indistinto ronzìo. Il mio spirito vagava Dio sa dove. In quel momento dovevo avere (metterei la mano sul fuoco!) una faccia da idiota. La punta del piedino continuava a vellicare, a stuzzicare il bastone, conduttore del fluido. Quella era la musica!... A un tratto l'altra, la musica apocrifa, assurda, si arrestò bruscamente. Mi scossi di soprassalto. L'atto dell'opera era finito. Il piedino aveva operato una ritirata precipitosa. L'incantesimo era rotto, il fluido non correva più.
— Fatalità!
— Allora soltanto mi balenò l'idea di guardare in faccia la proprietaria legittima di quella pila voltaica, di quella bottiglia di Leyda.