Saloncino della marchesa di T**** — luce discreta — caffè, biscotti, maldicenza, thè, bastoncini, di cioccolatte, marrons glacés — membri più autorevoli del petit comité: il commendatore (il quale è anche consigliere d'appello), la contessa Y**** (due bellissimi occhi, e — dicono le male lingue — uno per amante), l'abate (stile reggenza, con tendenze spiccate al nottambulismo), il cavaliere (addetto all'ambasciata e anche alla padrona di casa), altri personaggi interessanti, compresa la tappezzeria.
L'argomento è il divorzio chiesto dalla contessa H****.
La marchesa. — Sono bigotta io? No: religiosa, ah! questo sì, perchè un po' di religione tutti ce l'hanno; ma bigotta, no. Eppure il vostro divorzio non mi va. Ma figuratevi un po' che razza di pasticci! che ne dite, abate mio?
L'abate. — Perdoni, signora marchesa; m'intendo così poco di queste cose....
La marchesa. — Ma i canoni ecclesiastici?
L'abate. — Sacri, rispettabili, ma.... tanto noiosi!
La marchesa. — Io ripeto che se piglia piede questa faccenda del divorzio, nasceranno troppi pasticci.
Il commendatore. — Già ce n'è tanti! io conosco la pratica per dovere d'ufficio; si figuri, marchesa, che 700 domande di separazione vennero presentate da coniugi che erano uniti solamente da un anno, anzi neppure.