Ma la vera, la grande arteria della guerra è la ferrovia. Treni vuoti che tornano, treni pieni che vanno, passano in perpetua successione, lunghi, ansimanti, e nelle stazioni piene d'ordine, custodite da bravi territoriali, inflessibili come la loro enorme baionetta, spesso le truppe che aspettano l'ora della partenza, durante lunghe soste al sole, cantano a squarciagola. Ogni vagone ha la sua canzone, indipendente dal vagone vicino, e il treno intero manda il più spaventoso dei cori. Quando poi il convoglio si muove, il coro si fonde in un tremendo evviva: «Evviva l'Italia!», «Vogliamo Trento e Trieste!». E i gruppi di abitanti, che non mancano mai di affollarsi alle barriere, rispondono.

I soldati salutano sempre con gioia ogni passo in avanti. Gremiscono le aperture dei furgoni — che delle fronde, dei fiori, delle bandierine adornano — e gesticolano, e ridono, e gridano, seduti alcuni sui bordi, le gambe ciondoloni, mentre dietro agli uomini, nell'oscurità interna, si profilano teste di cavalli, assonnate e gravi; e un'oscillazione di zaini, di cinturini, di giberne, di tascapani, pende dal soffitto. Sui vagoni a piattaforma i carriaggi si allineano, con le stanghe in alto come braccia levate. Sotto a grandi copertoni di tela grigia s'indovinano forme di cannoni.

Alla stazione di San Giorgio assisto all'arrivo d'un treno di feriti.


È un treno della Croce Rossa, tutto nuovo. Vestite di bianco, delle dame di un comitato locale vanno premurose da un vagone all'altro distribuendo bibite ghiacciate. Non si ode un lamento.

La prima cosa che i feriti domandano è d'essere informati della guerra. Hanno sete di notizie. Portati via dall'azione, vogliono sapere quel che è successo dopo, quello che succede altrove. Si direbbe che soffrano più per il distacco dal combattimento che per le ferite ricevute.

«Che cosa si sa oggi?» — chiedono prima di portare alla bocca il bicchiere madido. «Buone nuove, Monfalcone è presa!». La voce passa da una cuccetta all'altra. Tutti si sollevano sui gomiti, i meno sofferenti balzano a sedere, è una agitazione sotto le lenzuola candide, delle teste bendate sorgono dai cuscini: «Monfalcone è presa!».

Dei dialoghi brevi s'intrecciano: «Ah, se fossi sicuro d'avere ammazzato un austriaco, non me ne importerebbe della ferita!» — esclama riadagiandosi cautamente uno che ha la spalla fasciata. Dalla cuccetta sopra a lui una voce rauca scende: «Io uno almeno l'ho infilato!» — è un fantaccino che è stato ferito di baionetta alla coscia durante un assalto. Dopo un istante riprende: «Io uno, e lui (additando un altro lettuccio) lui due!».

Qualche esclamazione d'incredulità, o d'invidia, si leva. «Due, due! — ripete la voce. — Era vicino a me. Ci sono i testimoni. Due austriaci si sono buttati addosso al capitano. Eravamo sulla trincea. Allora lui l'ha spacciati tutti e due, ma ha preso una baionettata. È vero? tu, parla!». — Ma l'eroe non può parlare, manda un mugolìo d'approvazione, poi solleva il braccio nudo, un braccio nodoso, forte, bronzato, che emerge dal biancore del letto e agita l'indice e il medio tesi ripetendo col gesto ostinato: «Due, due, due....».

«Silenzio, ragazzi! — ammonisce dolcemente un infermiere che passa. — Chi ha ancora sete?».